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Cari antisovranisti dimenticatevi di Bobbio

30 Aprile 2026 - di Dino Cofrancesco

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Anche  studiosi  di cui condivido (quasi sempre) idee e posizioni politiche, hanno contratto la pessima abitudine di usare termini come sovranismo, nazionalismo, populismo in senso denigratorio, come infezioni della critica della ragion politica. Dire che una iniziativa, una proposta di legge, un’opinione è sovranista significa chiudere il discorso giacché, nel dibattito pubblico serio, possono entrare solo vedute e disegni che si ispirano alla democrazia liberale e ai suoi valori e tutto ciò che ne fuoriesce non è degno di rispetto. A mio avviso, siamo in presenza della versione civile di quello ‘stile di pensiero’, al quale si ispirano l’Anpi e gli epigoni dei quel gramsciazionismo, che procede a colpi di fascistizzazione dell’avversario.

A scanso di equivoci, non poche misure proposte da sovranisti e nazionalisti mi trovano in disaccordo ma il problema vero è un altro: si tratta di misure che si ispirano a interessi e ideali in contrasto con lo spirito della democrazia costituzionale e che, pertanto, perdono il diritto di ascolto o, più semplicemente, di programmi di azione che non condividiamo perché ‘apparteniamo a un’altra parrocchia’?

Norberto Bobbio, nel  Discorso sulla resistenza (1972) (ora in Eravamo ridiventati uomini. Testimonianze e discorsi sulla Resistenza in Italia (1955-1999), a cura di Pina Impagliazzo e Pietro Polito, Einaudi, Torino 2015),davanti al ‘fascismo che avanza’ ammoniva:

«Che abbia il coraggio di chiamarsi ’destra nazionale’ un movimento che vuol mettere il nostro paese al seguito della Spagna dei generali e della Grecia dei colonnelli, cioè vuol degradarlo al piú basso livello civile e politico in cui si trovano alcuni Paesi europei, significa che la spudoratezza non ha limiti. Il vero nome che gli compete è quello di destra antinazionale. Non c’è nulla che meriti il nome di antinazionale piú di un movimento che si richiama come a propria ispirazione a quel regime che già una volta ha distrutto la nazione. Non c’inganni l’appello che risuona in quelle bocche alla legalità e all’ordine. Sappiamo che significano legalità e ordine per i fa-scisti: la loro legalità è lo strumento per soffocare ogni voce di dissenso, per stroncare le lotte operaie: il loro ordine è l’ordine delle caserme o peggio dei campi di concentramento e di sterminio».

Ma nello stesso tempo invitava a non perdersi d’animo:

«Ho ancora ferma fiducia che il popolo italiano respinga il fascismo democraticamente, cioè con un libero voto. Dipende anche da noi, da tutti noi, dal nostro atteggiamento di fermezza, d’intransigenza’ verso gli ideali della guerra di liberazione, che la prova dello scontro frontale col fascismo non avvenga mai piú, né oggi né domani. Ma sia ben chiaro che se saremo nuovamente chiamati non ci tireremo indietro».

Bobbio chiedeva fermamente il rispetto della Costituzione nata dalla Resistenza e dalla lotta antifascista. In sostanza, a suo avviso, doveva vietarsi ai fascisti di disporre di un partito di ‘destra (anti)nazionale’ e, soprattutto, di apparire nei media. Occor-reva  prendere sul serio, una buona volta, la ‘XII Disposizione Transitoria e Finale’ della nostra Magna Carta ovvero la norma che vieta espressamente la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. «Coi fascisti concludeva, non si discute. Non ci si scambiano parole piú o meno cortesi alla tele-visione. Coi fascisti si scende in campo e si combatte». Durante una sua lezione all’Università di Torino, del resto, avendo capito che uno studente , che gli rivolgeva una domanda era di destra, si era rifiutato di rispondere. ”Con voi, aveva detto, abbiamo fatto già i conti a Piazzale Loreto!”. (A raccontarmi l’episodio, è stato uno scienziato politico di grande prestigio che, come me, non nascondeva quanto dovesse, per la sua formazione intellettuale al Bobbio ‘professore‘ e fine commentatore dei classici del pensiero giuridico e politico e quanto, invece, fosse lontano dal Bobbio ministro di culto antifascista).

La  messa fuori legge, nell’attuazione del dettato costituzionale, della destra non è riuscita alla sinistra militante antifascista ma, in cambio, si è assistito a un fenomeno per certi aspetti ancora più inquietante: dal momento che i governi della Repubblica non osano sciogliere l’altro ieri l’ MSI-DN ,ieri AN e oggi FdI, tocca alla pars sanior della ‘società civile’ costituirsi in suprema autorità morale e tenere sempre accesa la fiaccola dell’antifascismo. E’ un antico ‘costume di casa’ che oppone all’Italia dei governi—il paese legale—l’Italia del popolo –il presunto paese reale–in cui i miti di fondazione—come la Resistenza– non si traducono in fredde cerimonie commemorative all’Altare della Patria ma richiamano alla vigilanza costante, alle antenne sempre alzate in grado di percepire il riemergere, sotto diverse forme, del nero mostro infernale. L’Anpi non è un’associazione di reduci (tra l’altro, in via di estinzione): è un sacerdozio laico che svolge funzioni pedagogiche e politiche che spetterebbero allo Stato ma che quest’ultimo–a cominciare dai primi ministeri democristiani–si rifiuta  o non è in grado di assolvere. Se, però, i governi non rendono illegale il partito neo-fascista, saranno i nuovi partigiani a scomunicarlo e a condannarlo alla Geenna: la chiesa anpista non può mettere in galera i peccatori ma può—e deve—additarli alla comunità politica come nemici mortali dello spirito democratico e resistenziale.

Non vorrei che i democratici liberali, diffidenti e per diverse buone ragioni, nei confronti della Trimurti post-fascista Nazionalismo/Populismo/Sovranismo, ripercorressero queste orme. E non solo per ragioni di opportunità (il centro-destra se vuol vincere deve tenere unite, quanto più è possibile, tutte le sue anime) ma per ragioni legate alla filosofia stessa della democrazia che vive della dialettica tra progresso e conservazione, tra destra e sinistra, tra difesa del passato e proiezione verso l’avve-nire. Se uno dei due contendenti viene squalificato e delegittimato, se con i sovranisti/nazionalisti/ populisti ‘non si parla’ vuol dire che ’c’è qualcosa che non va’ nel nostro modo di concepire il governo del popolo.

Criticare la Trimurti N/P/S, in nome del liberalismo, è ‘cosa buona e giusta’ ma bisogna sempre specificare come, quando, perché. In politica interna, come in politica estera, si possono avere posizioni molto diverse, tutte legittime sotto il profilo costituzionale ed è per questo che si ha il dovere di precisare, di volta in volta, quali sono e da quale punto di vista ci ritroviamo nelle une piuttosto che nelle altre. Le condotte, che non ci piacciono, violano il dettato costituzionale o semplicemente si rifanno a valori che non sentiamo o che non consideriamo prioritari? Le porte spalancate all’immigrazione, ad es., rientrano sicuramente nell’universalismo illuministico e cristiano (e, aggiungerei, mercatista) ma chi vi si oppone, in nome di altre idealità —la difesa dell’identità nazionale–, non ha diritto di dire la sua e di farla valere, se può contare su una maggioranza parlamentare? Una politica estera che guardi più all’interesse nazionale che a scelte di campo altruistiche che ci porterebbero alla rottura con dittature, che  ci ripugnano ma con cui si possono fare buoni affari–per quanto riguarda le materie prime vitali per il nostro apparato industriale–,va considerata contraria alla Costituzione e i suoi fautori bollati come sovranisti, se non come fascisti?

Forse le democrazie sono in crisi perché non tutti gli interessi e valori a confronto vengono tenuti in considerazione e quanti si sentono discriminati non vanno più a votare o, peggio, tornano alle urne solo se un leader populista riesce a mobilitarli.

 

[Articolo uscito su Paradoxa-Forum il 28 aprile]

Zorhan Mamdani ha vinto. E’ la democrazia bellezza!

10 Novembre 2025 - di Dino Cofrancesco

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L’elezione del musulmano Zohran Mamdani a sindaco di New York ha generato nell’area liberale non poche apprensioni. Mamdani è un tipico prodotto dell’attuale establishment nordamericano—suo padre è un docente universitario di un prestigioso e costoso ateneo privato, sua madre un’apprezzata regista—ma non è cristiano e, inoltre, il suo programma di governo si ispira a una sinistra decisamente radicale.  Piero Sansonetti, sull’’Unità’, ha esultato: si torna a parlare di socialismo e qualcuno ha finalmente raccolto la bandiera che i partiti progressisti avevano nascosto nell’armadio. Capisco sia le apprensioni (forti, c’era da aspettarselo, nella comunità ebraica non solo newyorkese) che gli entusiasmi ma, al di là delle emozioni, vorrei ricordare che la democrazia dei moderni vive nell’alternanza di destra e di sinistra, di conservatori e di liberali, di welfaristi e di liberisti. Misure fiscali punitive dei ceti più abbienti, ingenti debiti pubblici per garantire i ‘diritti sociali’ (sanità, scuola, trasporto pubblico etc.) possono non piacere ma perché dovrebbero rappresentare un vulnus per la democrazia liberale? Semmai rovineranno, col passare del tempo, l’economia e, in tal caso, i socialisti vittoriosi di oggi saranno le truppe in ritirata di domani. Un partito che si ispira alla lezione liberale e liberista non è depositario della Verità più di un partito che si riconosca nella socialdemocrazia classica: se’ non c’è verità’ in etica e in politica, non ce n’è neppure in economia. Il problema vero è un altro: i grandi leader socialisti dell’Europa d’antan erano imbevuti di idealità occidentali, provenivano da scuole di pensiero fortemente segnate dai valori liberali e democratici e, pertanto, erano portati –è il caso dei partiti socialisti francese, inglese, tedesco italiano prima della rivoluzione bolscevica—ad ‘addomesticare’ lo stesso Karl Marx come si vede nella prassi e nella teoria della Seconda Internazionale. La novità costituita da Mamdani sta nel fatto che non proviene dalla ‘civiltà cristiana’, dalla cultura classica, dall’illuminismo democratico o dal romanticismo liberale. Non sappiamo se tutto questo avrà conseguenze nel suo stile di governo. Ce lo dirà il futuro ma fasciarsi la testa prima di rompersela non è consigliabile.

                                                                    Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche

Università degli Studi di Genova

dino@dinocofrancesco.it

[Pubblicato l’11 novembre su Il Giornale del Piemonte e della Liguria]

Democrazie e autocrazie

4 Settembre 2024 - di Dino Cofrancesco

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Uno stato non è solo un regime politico—forma di governo, costituzione etc.—: è anche un leviatano che, nell’arena internazionale, persegue propri obiettivi di carattere economico e politico-strategico. Sono due dimensioni che non coincidono, come mostra la storia dell’Inghilterra, degli Stati Uniti, del Belgio. Quest’ultimo, un modello di democrazia liberale, nell’Ottocento diede il peggior esempio di colonialismo genocida. Le autocrazie oggi diffuse nel pianeta non odiano noi occidentali perché ci siamo dati istituzioni liberali—diritti civili e politici, libertà di ricerca—ma perché le grandi potenze egemoni nell’area euroatlantica hanno cercato di imporre non solo il loro stile di vita ma, altresì, ragioni di scambio economico e sudditanze militari non certo iscritte nei trattati sul governo civile di John Locke.

I retori dell’occidentalismo che vorrebbero farci credere che il mondo non europeo ci detesta per le libertà di cui godiamo, dovrebbero meditare sul fatto che è la politica nordamericana in Medio Oriente—che ha tragicamente destabilizzato l’area causando morti, distruzioni, guerre civili- una delle origini del disordine mondiale. Altro che guerra (santa?) delle democrazie liberali alle autocrazie! In realtà, la politica estera non è l’arena in cui si affrontano i buoni contro i cattivi ma una scacchiera variegata e complessa dove i rapporti tra gli Stati sono regolati dalla pura convenienza. La Francia erede dell’89, nell’Ottocento, intratteneva buoni rapporti con l’autocrate di San Pietroburgo, l’America del secolo scorso aveva ottime relazioni con la Spagna di Francisco Franco. Sono tante le autocrazie nel mondo: gli stati demoliberali, saggiamente, dovrebbero cercare di attrarne quante più è possibile nella loro orbita economica e culturale, rinunciando a considerarle una massa di dannati, da combattere in nome dell’antifascismo—che oggi, come il patriottismo stigmatizzato dal Dr. Johnson, sta diventando sempre più l’ultimo rifugio delle
canaglie. Vogliamo che demo-autocrati come Cyril Ramaphosa, Narendra Modi, Lula da Silva facciano fronte comune contro gli Stati Uniti e i suoi alleati europei o cercheremo–mettendo da parte l’approccio ideologico alle questioni internazionali—di renderceli amici?

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