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Schiaffi, Sexting e libertà

28 Febbraio 2024 - di Paola Mastrocola

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Notizia. Il Tribunale assolve la madre che, nel 2016, aveva schiaffeggiato la figlia dodicenne che su Instagram aveva mandato foto osé a un diciannovenne.

Mi stupisce che una madre, otto anni fa, tirasse ancora schiaffi ai figli. Mi stupisce che si finisca in tribunale per aver tirato uno schiaffo ai figli. E mi stupisce che il giudice abbia oggi dato ragione alla madre.

  Non si fa più da anni di educare a suon di schiaffi. La sberla è stata abolita nell’uso comune familiare, rimpiazzata dalla lezioncina morale e dalla contrattazione eterna. La parola, il dialogo hanno vinto. Ti spiego perché hai sbagliato, voglio che tu capisca, non farlo più e chiudiamola qui. Oppure: tu figlio vuoi uscire, io ti dico di no, ti spiego perché, e poi accetto che tu esca a patto che mangi la minestra, studi storia, o altro.

Non so se sia un bene o un male. Dico solo che mi è capitato spesso di assistere a queste negoziazioni, e le ho trovate ogni volta estenuanti, e molto imbarazzanti per il genitore, il quale 99 volte su 100 finisce per capitolare acconsentendo all’iniziale richiesta del figlio: eh, mi prende sempre per sfinimento, dice il genitore. Lo schiaffo era più breve, certamente. Diretto, non ambiguo, e decisamente spiccio. Ma abbiamo deciso che appartiene all’era troglodita di quando c’era l’autorità, e pronunciare quella parola non era un delitto.

E ora invece che succede? I giudici danno ragione alla madre schiaffeggiante e non alla figlia schiaffeggiata. Dicono che esiste un “potere/dovere di educazione e correzione dei figli”. Certo, forse “ha ecceduto nell’impiego della forza per redarguire la figlia”, ma trattasi in ogni caso di episodio penalmente irrilevante. Insomma, i giudici ammettono lo “schiaffo educativo”, per così dire. Bene. Pendiamo atto. Lo schiaffo, così assolto, potrebbe tornare utile a quei genitori che, di fronte alla bocciatura del figlio, fanno ricorso al Tar o accoltellano l’insegnante: da oggi in poi potranno decidere di dare uno scappellotto al figlio che non ha studiato. Naturalmente non saranno esenti dalla giudicante e severissima comunità dei social.

Il punto però è che una ragazzina di dodici anni mandi in giro messaggi e foto osé a un diciannovenne. Non so se si possa, oggi, fermare una ragazzina e impedirle di usare i social per mandare foto osé. E non so se lo schiaffo sia il modo migliore, ma penso che la ragazzina andasse comunque fermata. Per due motivi. Uno riguarda la libertà e l’altro la questione femminile. Entrambe mi stanno parecchio a cuore.

Ricordo il suicidio di Tiziana Cantone, che fece molto scalpore. S’impiccò il 13 settembre 2016, a 33 anni. Aveva inviato dei filmati sui suoi rapporti sessuali a conoscenti che poi li avevano divulgati, e tentò invano di far rimuovere i video hard, invocando il diritto all’oblio. Ricordo che molti, dolendosi dell’accaduto, difesero comunque la pratica del sexting come gesto di libertà sessuale, dissero che filmarsi o fotografarsi in intimità e poi mandarsi video era assolutamente normale, e che solo una mentalità bigotta e bacchettona poteva condannare comportamenti come quello di Tiziana. Ricordo che pensai allora quel che penso adesso: una cosa è la libertà, un’altra è la prudenza. Prudenza come perfezionamento (e non riduzione!) della libertà. Vorrebbe dire non essere così arroganti e prepotenti da esigere una libertà assoluta e illimitata. Riconoscere che esiste il male ed esiste il caso, e che il mondo ideale purtroppo è solo un’utopia. Abbiamo tutto il diritto di passare sulle strisce pedonali senza guardare l’auto che arriva (va rieducato l’automobilista, non il pedone?), ma poiché esiste l’automobilista distratto e l’imprevisto, potrei ritenermi libero di passare sulle strisce ma al contempo essere prudente. Allo stesso modo, i social non sono il mondo ideale. Esiste il revenge porn, per esempio…

Questione femminile. Facciamo tanto oggi (e tanto abbiamo fatto ieri!) per combattere il potere maschile maschilista che ci riduce a meri oggetti sessuali, e poi noi donne, noi ragazzine, non troviamo di meglio che usare i social per gareggiare a chi si mostra più bella e più sexy, riproponendo noi stesse l’immagine della femmina preda del maschio? È questa la libertà che vogliamo?

Infine ci sarebbe la questione del pudore. Ma inutile parlarne. Parola sparita. Sentimento archiviato. Il pudore è démodé, e molto reazionario.

Perchè le ragazze sono sempre più infelici? – Lettera da una adolescente 1

25 Febbraio 2024 - di Lettera firmata

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Pubblichiamo integralmente la lettera firmata da una quindicenne di Roma che chiameremo convenzionalmente Alessandra (useremo nomi convenzionali anche per le lettere successive che potete inviare a Hume.fondazione@gmail.com).

 

L’infelicità continua provata dai giovani è stata ultimamente un argomento del quale si è discusso molto. Dopo un’attenta lettura dell’articolo di Luca Ricolfi, seguita da una riflessione sia sui dati oggettivi, che quelli più soggettivi, mi sento di poter esprimere, in quanto ragazza completamente immersa nel contesto,  il mio pensiero.
Condivido il punto di vista su ciò che al giorno d’oggi la maggior parte delle ragazze si aspetta di avere, soprattutto in base ad alcuni canoni radicati nella società: bellezza, followers, like e tutta la gloria e apparente felicità che tutto questo può comportare. Dall’altro lato mi piacerebbe aggiungere a questa tesi sul disagio giovanile anche il ruolo fondamentale del gruppo, più o meno ristretto che sia, che nella vita delle adolescenti ha un’importanza e un peso da non sottovalutare. Molte di noi hanno il costante bisogno di sentirsi parte di una rete di amiche protetta, dove si è certe di avere approvazione e appoggio soprattutto in casi considerati critici (es. discussioni con altre ragazze al di fuori della propria cerchia); tutto questo però induce le ragazze che hanno più difficoltà per timidezza, introversione, insicurezze (che maggiormente riguardano l’aspetto fisico) ad essere completamente isolate e ritrovarsi spesso anche derise ed escluse da ogni evento che coinvolga gli altri elementi del loro ambiente. Davanti ad una situazione come questa i comportamenti spesso scelti dalle “vittime” sono due: da un lato si può scegliere la noncuranza, vivendo tranquillamente anche senza un appoggio continuo da parte di un gruppo, dall’altro lato però c’è tutta una fetta di persone che pur di non rimanere tagliate fuori cambiano sé stesse, fino ad apparire agli occhi degli altri perfettamente idonee per poter entrare a far parte della loro rete di amicizie. Durante questi processi, che un pò tutte abbiamo passato, si tende a mutare notevolmente quei tratti più personali e distintivi di ognuno di noi: io stessa mi sono dovuta adattare, modificando alcuni modi e atteggiamenti, ma alla fine bisogna fare la scelta decisiva tra l’indossare continuamente delle maschere per mostrare solamente un certo lato di sé, rivelandosi solo in piccola parte, oppure omologarsi completamente alla massa (diventando un cosiddetto NPC, non-player character, ovvero letteralmente un “personaggio non giocante”).
Dall’altro lato ci sono i ragazzi, i maschi, il cui ruolo all’interno della società è notevolmente cambiato negli ultimi anni. Sono certa che  anche loro abbiano interesse nel loro aspetto fisico, nella cura personale e nell’abbigliamento, ma secondo me nelle ragazze questi interessi rimangono sempre maggiori. Molti maschi nella fascia di età di cui stiamo parlando (10-19) non si curano più dello stretto necessario, per esempio non fanno skincare, non usano scrub, e spesso e volentieri quando fanno la doccia usano il primo shampoo che trovano senza sapere cosa sia. Al contrario la differenza si nota meno sulla questione dei gruppi perché anche i maschi tendono a formarne, ma mentre la selezione delle ragazze riguarda spesso aspetto fisico, followers e like, quella dei ragazzi è tendenzialmente ben diversa: a contare sono quasi sempre la squadra che si tifa, lo sport che si pratica e quello che si segue, oppure ci sono gruppi creati casualmente attraverso le scuole frequentate oppure le feste. Un altro punto di grande differenza tra maschi e femmine è che sempre più spesso e con sempre più cattiveria le ragazze tendono ad insultarsi a vicenda, soprattutto attraverso i social, sia con commenti pubblici che con giudizi notevolmente pesanti in privato, oppure attraverso diffamazioni in gruppi ristretti di amiche, il cui difetto è che già dopo poche ore saranno a conoscenza di tutte le persone vicine all’interessata; la probabilità che un ragazzo faccia una cosa del genere è molto bassa e nei rari casi i commenti tendono ad essere più contenuti e privati e, di conseguenza, forse meno influenti per chi li riceve.  
Per sottrarsi ad ognuno di questi cambiamenti sociali forse il modo migliore sarebbe quello di saper accettare e gestire le critiche, riconoscere i “veri” amici distinguendogli tra gli altri, ma soprattutto tenere a mente che ognuno di noi è un essere a parte, con emozioni e caratteristiche proprie che tutti noi dovremmo poter e voler difendere.

Perché le ragazze sono sempre più infelici? – Capitale erotico e social media

24 Febbraio 2024 - di Luca Ricolfi

SocietàSpeciale

Racconta la tua esperienza scrivendo a hume.fondazione@gmail.com e noi la pubblicheremo 

Di disagio giovanile si sta tornando a parlare da qualche tempo, perché i segnali sono tantissimi, sia prima, che durante, che dopo il covid: ansia, depressione, autolesionismo, disturbi alimentari, suicidi tentati e portati a termine. C’è un aspetto, però, che finora è rimasto un po’ in ombra: l’età e il genere delle vittime.

Se guardiamo ai dati internazionali, per lo più molto più ricchi, analitici e aggiornati di quelli italiani, quel che emerge con estrema nitidezza è che il disagio, pur colpendo la gioventù nel suo insieme, raggiunge il massimo di intensità nelle fasce di età più basse (dai 10 ai 19 anni), e in special modo fra le ragazze.

Sulle ragioni del disagio, da alcuni anni è in corso un dibattito molto acceso, specie negli Stati Uniti e nel Regno Unito. È un dibattito molto acceso, perché tocca questioni spinosissime, e ha il potenziale di colpire interessi enormi.

Nell’occhio del ciclone ci sono due scienziati sociali, Jonathan Haidt e Zach Rausch, che hanno fatto una scoperta strabiliante: tutti i principali indicatori di disagio svoltano all’inizio del decennio 2010-2020 e, qui sta il lato strabiliante della loro scoperta, lo fanno – simultaneamente – in tutti i paesi di lingua inglese e in tutti i paesi del Nord-Europa.

Come è possibile che i segni del disagio, e in particolare i suicidi, decollino tutti insieme, fra il 2010 e il 2012?

La risposta degli studiosi è che il 2010 è l’anno di nascita dell’i-phone4, e il 2012 è l’anno in cui Zuckeberg, inventore di Facebook, spende 1 miliardo di dollari per acquisire Instagram, che già allora aveva raggiunto un’enorme diffusione.

Che cosa c’entra?

Lo spiega Jonathan Haidt. L’i-phone 4 è il primo smartphone che permette un comodo accesso a internet e quindi ai social, e nello stesso tempo monta una camera frontale, che permette i selfie, e più in generale la diffusione di foto e immagini. L’acquisizione di Instagram completa l’opera. D’ora in poi diventerà facilissimo costruire immagini di sé stessi, abbellirle con photoshop, includerle nel proprio profilo, farle circolare. E inondare il mondo di tweet, di like, di post, nonché far rimbalzare quelli altrui. Inizia l’età dell’oro dei social media. Ognuno può tentare di pubblicizzare il suo ego, ma nel fare questo si espone alle critiche altrui, ma soprattutto alla (naturale) frustrazione di sentirsi surclassato da innumerevoli altri ego, più attraenti, più popolari, più capaci di attirare like.

Secondo Jonathan Haidt è precisamente questo che fa decollare il disagio giovanile. Quella sui social è una competizione cui nessuno, una volta che vi approda, è in grado di sottrarsi, che lo voglia oppure no. Di qui insoddisfazione, malessere, disagio, invidia, frustrazione, che sarebbero alla radice dell’epidemia di cattiva salute mentale in corso in moltissimi paesi da quando l’i-phone ha sostituto i vecchi flip-phone, telefoni cellulari privi di accesso a internet. E soprattutto ha sostituito le uscite con il gruppo di amici, il gioco all’aperto, le esperienze nel mondo reale, tutte cose cruciali nella formazione di un adolescente.

Supponiamo che Haidt abbia sostanzialmente ragione (visti gli argomenti dei suoi critici, propendo a pensare che la sua spiegazione sia valida), resta il problema: come mai, in questo disastro, a rimetterci sono soprattutto le ragazze, specie se adolescenti? A prima vista sembra strano, visto che le ragazze – almeno sul piano cognitivo –  da almeno 30 anni hanno sorpassato i ragazzi.

Qui ci soccorre un’altra studiosa, la sociologia britannica Catherine Hakim, che giusto negli anni della svolta (2010-2012) ebbe a dare alle stampe un saggio e un libro fondamentali: Erotic Capital (2010), e Honey Money (sottotitolo: Perché essere attraenti è la chiave del successo). Lì si può trovare facilmente la chiave per capire il disagio esistenziale delle adolescenti dopo l’i-phone.

In estrema sintesi. Prima dell’i-phone 4, una adolescente poteva cercare di costruire la propria identità e il proprio successo valorizzando le qualità più diverse: la bellezza, certamente, ma anche l’intelligenza, la simpatia, la socievolezza, l’eccellenza in qualche materia, le doti sportive, l’abilità in qualche campo specifico. E, soprattutto, lo poteva fare in una cerchia ristretta, e almeno in parte selezionata. Dopo l’i-phone4 non è più così: giusto o sbagliato che sia, la competizione è soprattutto sulla bellezza e l’avvenenza, e avviene in mare aperto, perché tutti vedono il tuo profilo e tu puoi vedere il profilo di tutti.

Ma la bellezza (o “capitale erotico”, per stare alla terminologia della Hakim) è una delle risorse più iniquamente distribuite, e – ahimé – è difficilmente modificabile, se non con la costosa e pericolosa chirurgia estetica (forse non a caso esplosa nell’ultimo decennio). Di qui il dramma delle adolescenti, che sono costrette a correre una gara da cui solo una minoranza può ragionevolmente attendersi di uscire vincitrice.

Che fare? si potrebbe domandare un padre o una madre di una quindicenne. Niente, mi verrebbe da dire, la forza del “così fan tutte” è soverchiante e invincibile. Però una piccola cosa, forse, si potrebbe anche tentare: far balenare il pensiero che, accanto alla paura di essere tagliati fuori, esiste anche la felicità di mettersi al riparo dalla macchina infernale dei social, una scelta audace che da tempo si usa chiamare JOMO, Joy of missing out, la gioia di restarne fuori (ne ha indirettamente parlato la giovane scrittrice Francesca Manfredi nel suo romanzo Il periodo del silenzio, appena uscito). Una scelta controcorrente, che però si può compiere anche in modo equilibrato e saggio, riscoprendo i telefonini tradizionali, che costano pochissimo, ci risparmiano la competizione sui social e, forse non casualmente, stanno tornando di moda.

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