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Il partito della riapertura

4 Aprile 2020 - di Luca Ricolfi

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Da almeno una settimana le voci che auspicano una ripresa delle attività produttive si sono moltiplicate. Scalpita per la riapertura Confindustria, che fa notare che ogni mese perduto si mangia quasi un punto di Pil. Scalpitano per l’apertura grandi e piccoli produttori, che rischiano di dover chiudere perché anche 2 sole mensilità (marzo e aprile) di mancato fatturato bastano a mandare all’aria il lavoro di anni, se non di generazioni. E scalpitano per l’apertura, più in generale, quanti si rendono conto che il fermo prolungato dell’economia potrebbe farci ritrovare, nel giro di pochi mesi, in un paese molto più povero e indebitato di prima, con inediti problemi di ordine pubblico e di malcontento sociale. Qualcuno si avventura a dire che, quando la base produttiva sarà semidistrutta, potremmo ritrovarci in un sistema di tipo cubano, con un’economia in cui quasi tutto è nazionalizzato e il tenore di vita si è drammaticamente abbassato. Uno degli argomenti centrali del “partito della riapertura” è che, quali che siano i tempi del ritorno alla normalità, con il virus dovremo comunque imparare a convivere, e dunque tanto vale provarci quanto prima, così almeno impediamo il collasso completo dell’economia (e del sistema sanitario). Questo argomento, nei più lucidi (o più cinici?) si accompagna con la tesi secondo cui il problema degli anziani si risolve rinchiudendoli in casa a tempo indeterminato, mentre quello dei giovani e degli adulti si affronta accettando il rischio di contagio, dato che per loro la mortalità è molto più bassa.

Non voglio negare che ci sia molto di vero in questo modo di porre la questione. E meno che mai voglio nascondermi il rischio che fra un anno ci ritroviamo in un “paradiso socialista”, con la gente che fa la fila per accedere ai generi di prima necessità. Perché è vero: se la base produttiva del paese si restringe drasticamente, tutto è destinato a saltare. Anziché la decrescita felice, avremo un tonfo tragico.

E tuttavia…

C’è un fondamentale “tuttavia”, secondo me. Lo scenario più catastrofico fra quelli che ci stanno davanti non è quello in cui apriamo troppo tardi, con conseguente grave erosione della base produttiva. Lo scenario più catastrofico per l’economia è quello in cui apriamo troppo presto, l’epidemia riparte a pelle di leopardo, e noi – causa la consueta disorganizzazione e miopia della classe dirigente – non siamo ancora nelle condizioni di bloccare ogni nuovo focolaio. A quel punto potremmo avere una nuova ecatombe sanitaria, ed essere costretti a un secondo lockdown, ancora più brutale e lungo di quello che stiamo sperimentando, con un’erosione della base produttiva di dimensioni tragiche. Questa è la vera alternativa da evitare.

Ma come evitarla?

La risposta di alcuni è: ritardare la ripartenza. Non dopo Pasqua, nemmeno il 1° maggio. Forse il 15 maggio, non prima (così ieri il commissario Borrelli). Insomma: aspettiamo che i contagi scendano a zero, poi ripartiamo.

Purtroppo, anche questa non è una risposta convincente. O perlomeno: non è una risposta completa. Una risposta completa sarebbe: ripartiamo quando, e nella misura in cui, non solo l’epidemia avrà esaurito la sua spinta, ma noi saremo in grado di evitare che riparta, nonché pronti a bloccarla sul nascere quando, qua e là, proverà a ripartire.

La domanda cui le autorità dovrebbero rispondere è: se oggi fossimo già a “nuovi contagi zero”, saremmo pronti a una progressiva riapertura, magari modulata per zone, settori produttivi, fasce demografiche?

La risposta non ce la danno, ma sarebbe chiaramente NO, per due ordini di motivi.

Primo. Non siamo pronti perché, nonostante tutte le denunce e le richieste del personale sanitario e dei comuni cittadini, ancora scarseggiano mascherine, tamponi, reagenti per i test, laboratori di analisi, dispositivi di protezione per i lavoratori; l’assistenza dei malati a casa è gravemente deficitaria, gli ospedali sono tuttora sotto pressione, né esiste un piano per la quarantena dei positivi che non possono trascorrerla in casa. Per non parlare della gestione degli asintomatici ancora contagiosi, che nessuno ci ha ancora spiegato come individuare e neutralizzare.

Secondo. Manca ancora quasi del tutto il sistema informativo necessario per la ripartenza. Non mi riferisco solo al fatto che buona parte dei dati dell’Istituto Superiore di Sanità non sono accessibili ai ricercatori, ma al fatto – ben più grave – che ben poco è ancora stato fatto per conoscere i dati di base della situazione (percentuale di italiani infetti, peso degli asintomatici, tasso di letalità), e soprattutto nulla è ancora pronto per il tracciamento dei contatti e degli spostamenti dei positivi, nonostante da almeno due mesi si sappia che questo è stato uno degli assi vincenti della Corea del Sud e degli altri paesi asiatici.

C’è, infine, un’osservazione che vorrei fare sui provvedimenti economici. Spero di sbagliarmi, ma la sensazione è che ben poco si stia facendo per evitare un radicale assottigliamento della base produttiva del paese. Dire, come è stato detto, che “nessuno perderà il posto di lavoro a causa del Coronavirus” significa nascondere la testa sotto la sabbia. Perché o si pensa che tutte o buona parte delle imprese che falliranno saranno nazionalizzate a prescindere dalla loro redditività, oppure si deve agire subito perché le imprese che, dal mattino alla sera, si ritrovano senza 2 o 3 mensilità di fatturato, non siano costrette a chiudere.

Ora, di questo tipo di azione io vedo ben poche tracce. Si parla di prestiti a tasso zero garantiti dallo Stato. Ma a un’impresa cui mancano mesi di fatturato servono stanziamenti a fondo perduto per pagare i costi fissi e saldare i fornitori, non agevolazioni per indebitarsi ancora di più. Senza parlare dei debiti dello Stato e delle Pubbliche amministrazioni verso il settore privato, quasi sempre incagliati e saldati con enorme ritardo: il modo più sano di aiutare le imprese non è sussidiarle, ma pagare tempestivamente i debiti.

Insomma, voglio dire che se il timore è che, dopo la crisi, l’apparato produttivo – già gravemente amputato nella crisi finanziaria del 2008-2013 – subisca ulteriori gravi amputazioni nel corso della crisi presente, allora è essenziale che tutto si faccia non solo per evitare (ora) le chiusure evitabili, ma anche per fornire (domani) incentivi alle imprese che saranno in condizioni di ripartire, specie se capaci di aumentare l’occupazione.

Perché possiamo nascondercelo per non spaventare la gente, ma la realtà è che, come in tutte le crisi e le ricostruzioni, anche in questo passaggio storico ci saranno molte imprese che chiuderanno e – speriamo – molte altre che apriranno o si riconvertiranno, secondo il consueto schema della “distruzione creatrice”, per dirla con Schumpeter. Alla fine, l’importante è che l’aggettivo, creatrice, abbia la meglio sul sostantivo, distruzione.

Pubblicato su Il Messaggero del 4 aprile 2020

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Luca Ricolfi
Luca Ricolfi
Torino, 04 maggio 1950 Sociologo, insegna Analisi dei dati presso l'Università di Torino.
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