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Società

A proposito del piano Nordio – Più o meno carcere?

3 Febbraio 2026 - di Luca Ricolfi

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Sono passati 13 anni da quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) condannò l’Italia per trattamenti “disumani e degradanti” a causa del sovraffollamento carcerario, ma le cose paiono tornate al punto di partenza. Oggi i detenuti sono circa 64 mila, circa 7500 in più di quanti erano alla fine del 2022, al momento dell’entrata in carica del governo Meloni. I posti effettivi in carcere sono circa 47 mila, con un tasso di sovraffollamento che supera il 135% (mediamente: 4 detenuti ogni 3 posti). In breve: mancano 17 mila posti, quasi il doppio di quelli che il “Piano carceri” (varato l’anno scorso) si ripropone di creare o attivare entro il 2027.

Inutile dire che, oggi come ieri, la situazione di molte carceri (per fortuna non di tutte) non è degna di un paese civile, come mostrano due indizi difficilmente equivocabili: l’alto numero di suicidi degli ultimi anni (80 nel 2025) e i risarcimenti dei detenuti cui il nostro paese è obbligato per violazione dell’articolo 3 della CEDU (“nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”).

Ma non si tratta solo di questo. La mancanza di spazi detentivi restringe gravemente l’estensione delle aree dedicate ad attività lavorative, sportive, culturali, ricreative o di cura. Un deficit amplificato dalle carenze di personale specializzato – psicologi, medici, educatori, assistenti sociali, mediatori culturali – tutte figure senza le quali diventa difficile rispettare l’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Sotto questo profilo sono benemerite, e degne di ogni attenzione, le denunce che da oltre 30 anni provengono dall’Associazione Antigone con i suoi resoconti della situazione delle carceri. Meno convincente, invece, appare l’ostilità di esponenti di Antigone e di alcune forze politiche a ogni progetto di ampliamento degli spazi di detenzione (come il recente piano carceri del ministro Nordio). L’idea che il carcere sia una misura-limite, da adottare solo in casi eccezionali, e che la lotta alla criminalità possa essere condotta avvalendosi quasi esclusivamente di misure alternative al carcere si scontra con alcune obiezioni notevoli.

Prima obiezione: il carcere non ha solo funzioni di deterrenza, punizione e rieducazione, ma anche di protezione della società, ovvero dei cittadini potenzialmente vittime di chi ha già commesso uno o più reati gravi. È quella che tecnicamente viene chiamata funzione di “incapacitazione”, ovvero rendere materialmente impossibile la commissione di altri delitti. Contrariamente a quanto credono di sapere i difensori della linea anti-carcere, non esiste alcuna prova statistica che i danni dell’incarcerazione (più recidiva domani) siano maggiori dei vantaggi dell’incapacitazione (meno reati subito). Tanto più se il confronto non viene effettuato usando come base la situazione carceraria presente (non priva di effetti criminogeni) ma usando come termine di riferimento un sistema carcerario riformato secondo il dettato costituzionale, con più spazi e più personale volto alla rieducazione. Da questo punto di vista l’opposizione all’aumento dei posti in carcere appare ben poco attenta alle esigenze materiali dei reclusi, che del sovraffollamento sono le prime vittime.

Seconda obiezione: mentre è verissimo che nelle carceri italiane ci sono troppi detenuti rispetto al numero di posti, non è vero che il numero di detenuti sia eccessivo in relazione alla popolazione. Il numero di detenuti ogni 100 mila abitanti dell’Italia (106) è sotto la media europea (116), e inferiore a quello di grandi paesi come Regno Unito, Francia, Spagna, Polonia. Solo la Germania, fra i maggiori paesi europei, ha meno detenuti per abitante di noi. Quanto ai grandi paesi extraeuropei di cultura occidentale, come Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, hanno tutti tassi di incarcerazione più elevati dei nostri.

Terza obiezione, forse la più importante: il confronto con i paesi europei più miti, in cui il tasso di incarcerazione è particolarmente basso. Se compariamo i tassi di criminalità dell’Italia con quelli dei 6 paesi europei a più bassa incarcerazione (Danimarca, Germania, Olanda, Norvegia, Finlandia, Islanda) invariabilmente osserviamo che in quel gruppo di paesi-modello furti, rapine, frodi, violenze sessuali, omicidi, femminicidi sono più e non meno diffusi che in Italia. Più in generale: nei paesi europei, tendenzialmente, il tasso medio di criminalità sale man mano che il tasso di incarcerazione scende.

È sufficiente a dimostrare che il carcere serve?

Ovviamente no, perché in questo campo non possono esistere prove assolute e definitive. Però ce n’è abbastanza per dubitare che quella della de-carcerazione possa  essere una strategia efficace.

Intervenire fin da subito sulla condizione dei detenuti, aumentando il personale addetto alla salute e alla rieducazione e favorendo i momenti di socialità interni al carcere, è urgente e doveroso (articolo 27 della Costituzione; sentenza n. 10/2024 della Corte Costituzionale), tanto più se si considera che il sollievo che potrà derivare da spazi meno angusti dovrà inevitabilmente attendere anni. Ma opporsi a un piano di edilizia carceraria volto a eliminare il sovraffollamento e garantire l’effettività delle pene è miope, perché la mancanza di posti finirebbe per danneggiare sia i detenuti  (che hanno diritto a più spazi) sia i comuni cittadini (che hanno diritto a maggiore sicurezza).

[articolo uscito sul Messaggero il 1° febbraio 2026]

La frattura tra ragione e realtà 12 / (Dis)connessi da morire

3 Febbraio 2026 - di Paolo Musso

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C’è una cosa nella tragedia di Crans Montana che mi ha colpito in modo particolare: vedere che diversi ragazzi all’interno del locale quando è iniziato l’incendio, anziché correre subito fuori, si sono messi a filmarlo con i cellulari mentre continuavano a ballare, come se si trattasse di un effetto speciale o di una curiosità da mostrare agli amici.

Il fatto è stato così impressionante che stavolta l’hanno notato anche molti opinionisti, solitamente troppo persi nelle loro sofisticate teorie per guardare la volgare realtà. Nessuno però ha voluto approfondire, per paura di “colpevolizzare” i ragazzi morti o comunque di “profanarne” in qualche modo la memoria. Eppure, è un discorso che va fatto.

Questo, infatti, non è solo l’ennesimo caso in cui la disconnessione dal mondo reale causata dall’eccesso di connessione col mondo virtuale produce gravi danni o addirittura la morte. Stavolta c’è di più, perché fuggire davanti al fuoco è un istinto primordiale, profondamente radicato nella natura di tutti gli esseri senzienti.

Che molti ragazzi oggi rimangano apatici davanti agli stimoli esterni, che rinuncino a socializzare, che non capiscano l’importanza di studiare anziché farsi fare i compiti da ChatGPT, che fatichino a distinguere tra finzione e realtà per quel che riguarda il sesso, la violenza, il bullismo o la disonestà – tutto ciò è indubbiamente grave, ma ci si può ancora illudere che si possa rimediare insegnando loro a “usare bene” la tecnologia digitale.

Ma quando la disconnessione dalla realtà arriva al punto di anestetizzare addirittura l’atavica paura del fuoco e l’istinto di conservazione, fattori così basilari per la sopravvivenza che li condividiamo perfino con gli animali, significa che l’alienazione da smartphone sta cominciando a modificare la nostra stessa biologia. E questa non è più una cosa che si possa risolvere solo a parole: non certo con i predicozzi o i “corsi di educazione a…” che infestano la scuola (https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-6-distruggere-la-scuola-in-nome-della-rieducazione/), ma nemmeno con una autentica educazione, che pure è necessaria, ma non basta.

Come ha detto lo psicologo Alberto Pellai in un’intervista che gli ho fatto un anno fa a margine di una tavola rotonda tanto bella quanto inquietante (Social e intelligenza artificiale: non serve lo schermo per crescere smart, https://www.youtube.com/watch?v=Pt89jIehTCE): «Si può educare a gestire bene una dipendenza? La risposta è no: la dipendenza va curata, non può essere educata» (https://www.ilsussidiario.net/news/scienzscuola-non-cosi-smart-tutti-i-danni-dellinternet-precoce/2833991/). E per curare una dipendenza il primo passo è sempre l’astinenza da ciò che la causa: in questo caso, lo smartphone.

Ciò però non significa affatto colpevolizzare i nostri ragazzi perché lo usano troppo. Infatti, per dirla con una delle più grandi pensatrici del Novecento, Jessica Rabbit, “loro non sono cattivi, è che li disegnano così”. O meglio: è che li disegniamo così, perché questo è il mondo che noi gli abbiamo costruito.

Se vogliamo renderlo migliore, per loro e anche per noi, dobbiamo quindi innanzitutto capire che non sempre basta “usare bene” la tecnologia.

O, se preferite, che in certi casi usarla bene significa non usarla affatto.

La mina vagante Vannacci

28 Gennaio 2026 - di Luca Ricolfi

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È da qualche mese che, periodicamente, Renzi tira fuori le elezioni del 2027 e il generale Vannacci. La sua idea è che il Generale sia la migliore carta nelle mani del campo largo. Evaporata l’idea di unire politicamente il centro-sinistra, l’ex premier sembra puntare sull’idea speculare e contraria: dividere il centro-destra. Il cavallo di Troia perfetto di questa operazione sarebbe Vannacci, uno che si sente di destra-destra ma potrebbe – uscendo dalla Lega e fondando un nuovo partito – consegnare la vittoria alla sinistra. Un po’ come, a parti in commedia invertite, ha fatto più volte Bertinotti.

Secondo Renzi, “la destra o si estremizza o si divide”. In entrambi i casi il deus ex machina è sempre lui, il Generale del “mondo al contrario”. Se resta nella Lega ne accentua il profilo estremistico, e questo indebolisce l’offerta politica del centro-destra, che in questi anni Giorgia Meloni era faticosamente riuscita a sospingere verso il centro. Se esce dalla Lega e fonda un suo partito, non alleato con gli altri partiti conservatori, sottrae voti alla Lega stessa e a Fratelli d’Italia, rendendo più ardua la strada di un ritorno di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.

Naturalmente quest’ultima eventualità presuppone che Vannacci sia in grado di raccogliere un consenso non trascurabile. Qualche sondaggio ha ipotizzato, molto avventurosamente, un potenziale dell’ordine del 10%, per la maggior parte a spese della Lega. Personalmente penso invece che il potenziale di Vannacci stia nella forchetta 2-5%, e che nella più favorevole delle circostanze un suo partito potrebbe sottrarre 1 punto a Fratelli d’Italia, 3 punti alla Lega e 1 punto agli altri segmenti elettorali.

Ma che cosa succederebbe se un tale partito nascesse, e fosse in grado di attirare il 5% dei voti?

Allo stato attuale non si possono fare previsioni quantitative in termini di seggi, perché non sappiamo ancora con che legge elettorale si voterà. Però un ragionamento in termini di voti sul proporzionale si può azzardare. Se Vannacci corresse da solo e prendesse il 5%, dei consensi, al momento si potrebbe ipotizzare una Lega al 5-6%, Forza Italia al 9%, Fratelli d’Italia tra il 28 e il 29%, Noi moderati come sempre vicino all’1%. In tutto, il centro-destra arriverebbe al 45%, se va male al 43%.

E la sinistra?

Qui viene il lato interessante. Il campo largo, con Renzi ma senza Calenda,  attualmente è al 42.5%, appena sotto il 43-45% di cui possiamo accreditare il centro-destra dopo il salasso cui lo potrebbe sottoporre la fuoruscita di Vannacci. In breve: i due schieramenti sono quasi pari, con un lieve vantaggio del centro-destra.

Conclusione?

È molto semplice: l’arbitro sarebbe Calenda o, meno verosimilmente, Calenda + la galassia di partitini liberaldemocratici che da qualche tempo gli ronzano intorno.  Se Calenda si schiera con il centro-sinistra (e porta con sé buona parte dei voti di Azione), lo schieramento progressista va in lieve vantaggio rispetto a quello conservatore. Se Calenda si allea con il centro-destra, quest’ultimo incrementa il lieve vantaggio che già possiede sullo schieramento opposto. Se Calenda corre da solo, e riesce a eleggere un manipolo di deputati e senatori (cosa improbabile con questa legge elettorale, e forse anche con quella che verrà), gli potrebbe anche succedere di diventare l’ago della bilancia (molto difficile, non impossibile).

Ma che farebbe Calenda se Vannacci spaccasse la Lega, così indebolendo il centro-destra?

Qui non so se Renzi abbia fatto i conti con l’oste. Perché sì, effettivamente potrebbe succedere che il centro-sinistra, dopo averlo snobbato e dileggiato per anni, faccia a Calenda ponti d’oro per salvare la partita. Ma potrebbe anche succedere che, proprio grazie alla defezione di Vannacci, lo schieramento di centro-destra diventi più appetibile, molto più appetibile, per chi si colloca al centro.

Il problema da sempre posto da Carlo Calenda è la presenza di forze populiste, estremiste e antioccidentali in entrambi gli schieramenti: a destra la Lega, a sinistra i Cinque Stelle e Avs. Dacché Giorgia Meloni ha compiuto la sua scelta europeista, il peso di queste forze è sempre stato maggiore a sinistra che a destra (18% di 5Stelle + Avs, contro 8-9% della Lega), ma con la defezione di Vannacci la differenza di peso diventerebbe ancora maggiore (18% contro 4-5%). Con una Lega depurata da Vannacci e ridotta al 5%, sarebbe difficile – per Azione – scegliere di gettarsi fra le braccia di Conte-Bonelli-Fratoianni per evitare l’abbraccio di Salvini. Tanto più se, nel frattempo, Zaia e Fedriga – la componente riformista della Lega – dovessero ridurre Salvini stesso a più miti consigli.

[articolo uscito sulla Ragione il 27 gennaio 2026]

A proposito di violenza sessuale – Il lodo Bongiorno

27 Gennaio 2026 - di Luca Ricolfi

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Ha suscitato stupore (e in alcuni indignazione) la mossa con cui Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia del Senato, ha proposto di modificare la legge sulla violenza sessuale approvata a novembre dalla Camera, una legge molto avanzata passata all’unanimità grazie a un accordo politico fra Giorgia Meloni e Elly Schlein. A me invece aveva suscitato stupore, a suo tempo, che la nuova legge (d’ora in poi, per brevità, “legge Boldrini”) fosse passata senza alcuna opposizione, astensione, distinguo, riserva da parte di qualche deputato. L’unanimità o quasi-unanimità, infatti, spesso altro non è che la conseguenza di un clima politico-mediatico-culturale pressante, per non dire intimidatorio, che rende politicamente costoso ogni distinguo e dissenso. È già successo ai tempi di Mani pulite, è capitato di nuovo ai tempi della riduzione del numero di parlamentari, si è ripetuto pochi mesi fa con la legge sul femminicidio e, appunto, con la legge sulla violenza sessuale, non a caso entrambe approvate a ridosso della giornata contro la violenza sulle donne.

Il mio stupore derivava e deriva da due considerazioni distinte. Primo, il testo approvato alla Camera era chiaramente mal formulato sul piano tecnico, come è stato ripetutamente fatto notare nelle audizioni seguite all’approvazione della legge. Secondo, la materia è incandescente e qualsiasi soluzione, anche quella giuridicamente più ben congegnata,  comporta un prezzo alto in termini di diritti sacrificati. Da questo punto di vista, ben venga il sasso nello stagno gettato dall’on. Bongiorno.

Ma veniamo al merito. Prima della legge Boldrini, ovvero vigente la vecchia legge del 1996, il nucleo del reato di violenza sessuale era l’articolo 609bis del Codice Penale, che puniva “chiunque, con violenza o minaccia o mediate abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali” (atti peraltro definiti in modo sempre più estensivo, fino alla pacca sul sedere e alla “mano morta”). Con la legge Boldrini, approvata due mesi fa, la formulazione dell’articolo 609bis cambia radicalmente: ora ad essere punibile è “chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali ad un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima”. In sostanza: il reato di violenza sessuale non richiede più l’uso di forza, coercizione, abuso di autorità. Il concetto di “consenso libero e attuale” adotta in cosiddetto modello del consenso, tipico della legge spagnola («solo sí es sí»).

Con la proposta-Bongiorno, infine, ci si attesta su una posizione intermedia: la nuova formulazione punisce “chiunque, contro la volontà di una persona, compie nei confronti della stessa atti sessuali ovvero la induce a compiere o subire i medesimi atti”. La formulazione è intermedia perché – come nel caso della legge Boldrini – non richiede che vi sia violenza o coercizione, ma solo che gli atti sessuali siano contro la volontà di chi li subisce, con conseguente rinuncia al concetto di “consenso libero e attuale”. È il modello del dissenso, adottato dalla Germania una decina di anni fa.

A prima vista potrebbe sembrare che i due modelli siano equivalenti: vietare gli atti sessuali in presenza di un dissenso o vietarli in assenza di un consenso può sembrare la stessa cosa. E la distinzione può apparire di lana caprina. Ma non è così: come è stato autorevolmente osservato (ad esempio dal prof. Gian Luigi Gatta in audizione presso la Commissione Giustizia del Senato), il modello spagnolo e il modello tedesco sono alternativi, e dall’adozione di ciascuno di essi scaturiscono “significative implicazioni pratiche”, specie per le possibilità e le strategie di autodifesa dell’accusato.

Da tutto ciò possiamo trarre una prima conclusione: la difesa feticistica della lettera della legge Boldrini è infondata, perché comunque quel testo necessitava di correzioni tecnico-giuridiche, specie sulla modulazione delle pene. Al tempo stesso, però, le critiche di molte femministe e di vari esponenti politici colgono nel segno quando sottolineano che la nuova formulazione di fatto restringe il perimetro del reato di violenza sessuale.

Dunque la questione rimane: dopo la proposta-Bongiorno il Parlamento è chiamato a scegliere fra modello spagnolo e modello tedesco. Due modelli entrambi legittimi, che differiscono fra loro essenzialmente sul modo in cui bilanciano due beni giuridici entrambi tutelati dalla Costituzione: la libertà di disporre del proprio corpo (articolo 13) e la presunzione di non colpevolezza (articolo 27). Detto in modo un po’ crudo: il prezzo del modello spagnolo è un maggior numero di innocenti in carcere, quello del modello tedesco è un maggior numero di colpevoli a piede libero. È un dilemma inaggirabile, ben codificato in statistica quando si distingue fra errore di prima specie (credere che qualcosa sussista quando non c’è) e errore di seconda specie (pensare che qualcosa non sussista quando invece c’è): è impossibile ridurre il rischio di un tipo di errore senza aumentare il rischio dell’altro. Ed è l’eterno dilemma fra giustizialismo e garantismo. Il modello spagnolo è relativamente sbilanciato sul polo giustizialista (a favore delle vittime presunte), quello tedesco su quello garantista (a favore dei colpevoli presunti).

Proprio per questo, scaldarsi a favore di uno dei due modelli, proclamandolo come l’unico corretto, è del tutto fuori luogo. Personalmente trovo saggia la posizione dell’on, Bongiorno, ma questo fondamentalmente perché ho un’inclinazione garantista.

Al tempo stesso penso che chi difende il modello Boldrini abbia un argomento cruciale a proprio favore: il combinato disposto fra la legge sul femminicidio (laddove limita le possibilità di contro-interrogare) e la giurisprudenza della Cassazione (molto favorevole alla vittima presunta, fin dal 2012) è de facto già fortemente sbilanciata a favore delle istanze giustizialiste. In questo senso hanno ragione quanti osservano che il lodo Bongiorno sarebbe un passo indietro rispetto a ciò che già esiste. Il problema, in altre parole, non è la sua ragionevolezza o irragionevolezza, ma la sua compatibilità con i principi di fatto già applicati nel nostro ordinamento (vedi, ad esempio, la recente chiarissima sentenza 19599/2023 della Cassazione Penale). Che succede se tali principi vengono contraddetti o limitati da una nuova legge?

[articolo uscito sul Messaggero il 26 gennaio 2026]

La frattura tra ragione e realtà 11 / Gli Oracoli – Da Hiroshima a Crans Montana, le vittime hanno sempre ragione?

23 Gennaio 2026 - di Paolo Musso

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Nel nostro tempo c’è una tendenza sempre più diffusa a considerare le vittime di una tragedia o un’ingiustizia di qualsiasi tipo come “buone” a prescindere, cioè semplicemente in quanto vittime (purché “politically correct”), indipendentemente da tutto ciò che dicono e fanno. Spesso si arriva addirittura a considerarle delle specie di “Oracoli”, le cui idee devono essere ritenute “giuste” a prescindere, come se la disgrazia avesse conferito loro una sapienza superiore, inaccessibile ai comuni mortali. Questo fenomeno è parte della più generale (e pericolosissima) tendenza odierna che porta a usare come criterio di giudizio l’emotività anziché la ragione.

Ormai da tempo è in atto in tutto l’Occidente un curioso quanto preoccupante fenomeno che tende a trasformare le vittime di qualsiasi tragedia o ingiustizia in una sorta di “Oracoli”, come se il fatto stesso di essere vittime (purché, ovviamente, “politically correct”) conferisse loro l’accesso a una sapienza superiore, inaccessibile ai comuni mortali.

Le motivazioni di tale tendenza sono essenzialmente due. La prima ha più di un secolo e consiste nel pregiudizio ideologico, di origine marxista, per cui bisogna stare sempre dalla parte del più debole, indipendentemente da come agisce (vedi https://www.fondazionehume.it/politica/la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti/). La seconda è più recente e perfino più pericolosa: si tratta della tendenza a usare come criterio di giudizio l’emotività invece della ragione. Gli esempi che si potrebbero fare sono moltissimi. Qui ne menzionerò solo alcuni, particolarmente eclatanti.

1) I sopravvissuti della Bomba

Qualche mese fa ho avuto modo di ascoltare dal vivo la testimonianza di due Hibakusha, come vengono chiamati i sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki: Toshiyuki Mimaki e Masao Tomonaga, entrambi medici. Gli Hibakusha da decenni portano la loro testimonianza di quella tragedia in tutto il mondo, insieme a un messaggio di perdono e di riconciliazione sicuramente ammirevole. Ma purtroppo non è tutt’oro quel che luccica.

Il problema è che ormai da tempo stiamo assistendo a una loro acritica “beatificazione in blocco”, semplicemente in quanto vittime, come dicevo prima, indipendentemente da tutto ciò che hanno detto e fatto nella loro vita. Eppure, sappiamo che non tutti erano buoni.

Paolo Takashi Nagai, medico cattolico di Nagasaki, pioniere dell’uso dei raggi X, di cui è in corso la causa di beatificazione, nella sua autobiografia (Ciò che non muore mai, che consiglio a tutti, perché è davvero una storia straordinaria) racconta che, al suo ritorno da una spedizione in Cina come medico militare, cercò di spiegare ai suoi connazionali che quella guerra non solo era ingiusta, ma anche stupida, perché l’avrebbero persa. Ma nessuno gli diede ascolto. Anzi, quando le cose si misero male, migliaia di giapponesi si trasformarono in kamikaze. E molti di più erano pronti a diventarlo, anche a Hiroshima e Nagasaki.

È proprio per questo che gli americani decisero di sganciare le atomiche. Eppure, neanch’esse sarebbero bastate, se l’imperatore, in un tardivo soprassalto di coscienza, non avesse imposto la resa all’esercito e alla popolazione, che la accettarono a malincuore solo perché lo ritenevano un Dio.

Fu questo che pose fine alla folle mentalità militarista che allora permeava il Giappone a tutti i livelli, avviando il processo che gli permise di diventare un paese normale. Tanto che, se io fossi un giapponese, chiederei che l’anniversario di Hiroshima e Nagasaki diventasse l’equivalente del nostro 25 aprile, cioè la Festa della Liberazione, anch’essa ottenuta grazie alle bombe americane (in questo caso convenzionali, ma non meno letali delle due atomiche giapponesi), anche se noi preferiamo dimenticarlo e dare tutto il merito alla Resistenza, che da sola non ce l’avrebbe mai fatta.

Ma di tutto ciò non si parla mai. E, avanti di questo passo, gli americani finiranno presto per essere considerati i veri “cattivi”. Cosa a cui anche gli Hibakusha stanno contribuendo.

Per esempio, il dottor Mimaki ha parlato sempre e solo delle sofferenze dei giapponesi, affermando che la decisione di scatenare la guerra fu presa «dall’ex-esercito giapponese e da alcuni politici». Vi immaginate cosa succederebbe se un tedesco parlasse così delle responsabilità della Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale? Ma se lo fa una vittima della Bomba, niente: soltanto applausi.

Il dottor Mimaki ha anche raccontato di come sia «scappato fuori con il cuore spezzato» da un memoriale dedicato alle vittime dei lager nazisti. Neanche una parola, però, sul fatto che i giapponesi erano alleati di chi ha commesso quegli orrori, né sugli orrori che essi stessi hanno commesso nei loro campi di prigionia, dove facevano “esperimenti” sui prigionieri non meno efferati di quelli compiuti ad Auschwitz dal famigerato dottor Mengele. Eppure, di nuovo applausi scroscianti.

Considerando che Mimaki parlava davanti a un pubblico, quello del Meeting di Rimini, che certamente non è antioccidentale, è evidente che qui non si tratta solo di ideologia, ma anche e soprattutto dell’emotività irrazionale per cui consideriamo le armi nucleari l’incarnazione del Male e, di conseguenza (benché in realtà non sia affatto una conseguenza), le loro vittime, chiunque esse siano, l’incarnazione del Bene.

Né si tratta solo della distorsione della verità storica. Anche oggi, infatti, qualsiasi cosa gli Hibakusha dicano o facciano viene considerata buona e giusta a prescindere.

Per esempio, essi si battono per l’abolizione totale delle armi nucleari nel mondo. Ciò è comprensibile, data la loro storia, ma irrealistico (infatti non hanno ancora ottenuto nulla) e, paradossalmente, anche pericoloso (vedi https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-4-il-grande-spauracchio-parte-prima-il-nucleare-bellico/). Eppure, nel 2024 per questo hanno ricevuto il Premio Nobel (alle intenzioni, evidentemente, come Obama).

Peggio ancora, vorrebbero perfino l’abolizione del nucleare civile, ritenuto addirittura «incompatibile con l’esistenza dell’umanità», il che è una vera idiozia (https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-5-il-grande-spauracchio-parte-seconda-il-nucleare-civile/). Eppure, di nuovo, ogni volta che lo dicono, giù applausi.

Quanto a Tomonaga, continua a studiare ossessivamente gli effetti a lungo termine delle radiazioni atomiche, il che, di nuovo, si può capire considerando la sua storia. Ma pretendere, come fa lui, di avere dimostrato l’esistenza di conseguenze non solo fisiche, ma addirittura psicologiche sui loro discendenti, quando sappiamo che già a distanza di qualche anno perfino sulle vittime dirette delle bombe si trovano variazioni statistiche così piccole che potrebbero benissimo essere casuali (https://thebulletin.org/2020/08/counting-the-dead-at-hiroshima-and-nagasaki/), dovrebbe essere considerato, appunto, nient’altro che questo: un’ossessione. E invece no: tutti lo prendono per oro colato.

2) I morti di Gaza

Un altro esempio clamoroso è quello di Gaza, dove qualsiasi affermazione di parte palestinese, comprese quelle provenienti direttamente da Hamas, viene considerata attendibile a prescindere.

Anche qui, benché il pregiudizio ideologico sia evidente (e pesante), il ruolo decisivo è giocato dalle immagini, perché quelle delle 1200 persone assassinate da Hamas non sono mai state mostrate sulle televisioni occidentali. “Per rispetto”, ci hanno detto. Non si capisce, però, perché lo stesso “rispetto” non abbia impedito alle stesse televisioni di mostrarci tutti i giorni, per due anni, i corpi dei palestinesi uccisi dagli israeliani, senza censurare, ma anzi enfatizzando perfino i dettagli più orribili. E ancor meno è giustificabile il fatto che si parlasse (e che ancor oggi si parli) sempre e solo dei palestinesi e mai di tutte le altre persone che vivono in zone di guerra, che sono mille volte di più.

Essendo un convinto anticomplottista non penso che ciò sia intenzionale. Ma non è nemmeno credibile che sia puramente casuale. Credo piuttosto che ci sia una sorta di riflesso condizionato, per cui ci tratteniamo di fronte alle tragedie a cui riteniamo di dover reagire in modo “responsabile”, mentre questi freni vengono meno di fronte a quelle per cui pensiamo di doverci “indignare”, distinzione che, una volta di più, non si basa su motivazioni razionali, bensì ideologiche ed emotive.

Un esempio ancor più chiaro è che tutti in Occidente considerano la guerra di Israele a Gaza unicamente come una reazione al massacro del 7 ottobre (rispetto a cui sarebbe effettivamente sproporzionata) e non anche al fatto che per vent’anni, ogni giorno che Dio mandava in terra, i palestinesi mandavano decine di missili da Gaza contro Israele, mirando sempre e intenzionalmente a obiettivi civili, con il chiaro intento di sterminare tutti gli ebrei, come dice lo Statuto di Hamas (https://www.cesnur.org/2004/statuto_hamas.htm).

Anche qui, il motivo fondamentale è l’assenza di immagini, dovuta al sistema antimissile (quasi) insuperabile di Israele, per cui non ci sono (quasi) state vittime. Per chiunque usi la ragione, infatti, è evidente che, se io cerco di ammazzarti, ma non ci riesco perché tu ti difendi bene, io resto comunque un criminale. Ma l’emotività non funziona così: se non vede il sangue, non si attiva. Giungiamo così al paradosso che nel mondo di oggi chi viene aggredito, se vuole avere la solidarietà dell’opinione pubblica, deve avere l’amabilità di lasciarsi prima massacrare. Peccato solo che, quando sei morto, la solidarietà dell’opinione pubblica non ti serve più a molto…

3) I parenti degli ostaggi israeliani

Ma anche da parte israeliana le uniche voci che ci venivano fatte ascoltare erano quelle dei parenti degli ostaggi, che, in quanto vittime, avevano diritto di parola anche se facevano parte dei “cattivi”.

E poiché loro perlopiù volevano trattare con Hamas, così si è creata la falsa impressione che la guerra fosse voluta esclusivamente da Netanyahu e dalla sua cerchia, mentre in realtà aveva il consenso della grande maggioranza della popolazione, compreso quello di molti oppositori di Netanyahu e perfino di una parte degli stessi parenti degli ostaggi (guidati da Zvika Mor), che ritenevano che solo con la forza si poteva costringere Hamas a liberarli.

A questi ultimi, però, non è mai stata data la parola, nemmeno dopo che i fatti hanno dato ragione a loro (e a Netanyahu). Eppure, anche loro erano vittime. Ma politically incorrect…

4) Oracoli criminali

Un altro esempio, questo preso da casa nostra, è la legittima difesa, che in Italia di fatto non esiste. Ogni volta che qualcuno si difende con le armi da una rapina, infatti, prima scatta l’ideologia, per cui il rapinatore viene visto come “povero” (altrimenti non ruberebbe) e quindi, per definizione, “più debole” (anche se non lo è affatto). Poi entra in gioco l’emotività, che porta a considerare sempre e comunque “vittima” chi è stato ucciso, anche se in realtà era l’aggressore. E peggio ancora va quando è coinvolta la polizia, perché in tal caso entra in gioco anche il “potere” che essa rappresenta e che oggi viene visto sempre come qualcosa di negativo.

Ovviamente gli abusi, se ci sono, vanno puniti: lo Stato di diritto è caratterizzato proprio dal fatto che si devono rispettare i diritti di tutti, anche dei criminali. Ma ciò non significa che un criminale, solo perché ha subito un’ingiustizia, non sia più un criminale e men che meno che debba essere considerato un “martire”, se non addirittura un Oracolo, come invece troppo spesso accade.

Un esempio abbastanza noto è quello di Ilaria Cucchi, semplice geometra eletta da un giorno all’altro Senatrice grazie al suo impegno per far luce sulla morte del fratello Stefano, arrestato per spaccio di droga e morto in seguito a un pestaggio da parte di due carabinieri (poi condannati a 12 anni di carcere). Ovviamente, la sua è stata una battaglia sacrosanta. Ma ciò non fa di suo fratello un eroe né di lei una personalità politica autorevole, come invece i due vengono regolarmente presentati.

Ancor più clamoroso è il caso di Ilaria Salis, militante di estrema sinistra che nel febbraio 2003 si era recata in Ungheria con la dichiarata intenzione di aggredire i partecipanti a una manifestazione neonazista, certo ripugnante, ma tuttavia pacifica. Arrestata (giustamente) per essere riuscita nel suo intento, menando tre ragazzi, la Salis è stata portata (meno giustamente) in tribunale con le catene a polsi e caviglie.

Per sottrarla a questa “inaccettabile violazione dei diritti umani”, peraltro più grave nella forma che nella sostanza, Alleanza Verdi e Sinistra l’ha fatta eleggere al Parlamento Europeo, facendola così scarcerare grazie all’immunità parlamentare (che la sinistra demonizza sempre, tranne quando le fa comodo).

Questo, comunque, ci può ancora stare. Però sarebbe almeno opportuno tenere un basso profilo. E invece no: da allora la Salis viene regolarmente presentata come un Oracolo e non perde occasione per comportarsi come tale, dandoci lezioni di democrazia e tolleranza (!), salvo poi dichiararsi a favore di Maduro, che tanto democratico non è. Ma, si sa, gli Oracoli non badano a questi dettagli…

5) Gli Oracoli senza qualità

Lo stesso fenomeno si verifica anche con persone qualunque, che vengono improvvisamente trasformate in Oracoli da qualche tragedia.

Un caso clamoroso, ai limiti dell’incredibile, è quello di Patrick Zaki, che oggi sarebbe un perfetto sconosciuto, preoccupato solo di come sbarcare il lunario con la sua laurea in Letterature Moderne Comparate Postcoloniali, se non fosse stato ingiustamente arrestato e processato in Egitto da un regime “fascista” (anche se col fascismo Al-Sisi non c’entra nulla; ma essendo un militare alleato dell’Occidente è fascista per definizione). Così, invece, è diventato improvvisamente un Oracolo, continuamente invitato a eventi culturali di ogni genere, benché in realtà non abbia nulla di interessante da dire.

Qualcosa di simile è successo anche all’Oracolo Piagnone, ovvero Domenico Quirico, onesto cronista di guerra assurto improvvisamente a questo “status” superiore dopo essere stato sequestrato da un gruppo jihadista e poi liberato dopo alcuni mesi di prigionia. La differenza rispetto a Zaki è che Quirico, almeno, qualcosa di interessante da dire ce l’ha. Ma forse è più corretto dire che ce l’aveva, perché un po’ alla volta ha smesso di parlarci di ciò che conosceva davvero (le guerre in Africa) per mettersi a scrivere articoli sempre più oracolari anche nel tono (i richiami alla mitologia greca sono spesso più frequenti delle argomentazioni razionali) su cose che non conosce e non capisce e che conclude sempre allo stesso modo: l’Occidente sta sbagliando tutto e perciò deve cambiare tutto, ma anche se lo facesse continuerebbe inesorabilmente a sbagliare tutto.

L’esempio più comune è quello di chi è colpito da qualche crimine o da qualche calamità naturale. Un caso recentissimo è quello dei parenti delle vittime dell’incendio di Crans Montana, indignati perché i proprietari del bar Le Constellation non erano stati subito arrestati. È evidente che, come sempre accade in questi casi, l’arresto non è stato richiesto per il rischio di fuga o di inquinamento delle prove (come prescrive la legge), ma come una sorta di “pena anticipata”, il che è comprensibile in chi ha subito un trauma così grave, ma non ha nessun fondamento legale.

Eppure, la loro richiesta ha avuto subito l’appoggio, totale quanto acritico, non solo dei giornalisti, ma anche dell’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado. E, guarda caso, subito dopo queste reazioni indignate in mondovisione, i magistrati svizzeri hanno improvvisamente cambiato opinione, disponendo l’arresto dei coniugi Moretti. Intendiamoci, magari il rischio di fuga c’era davvero. Però è difficile credere che queste reazioni non abbiano avuto un peso. Che non avrebbero dovuto avere.

Anche le denunce contro l’immancabile “tragedia che si poteva evitare” e l’altrettanto immancabile “giustizia che non è stata fatta” vengono sempre considerate verità indiscutibili, benché spesso sia evidente che sono dettate solo dal dolore. E ciò causa anche problemi pratici, prolungando all’infinito inchieste che in realtà hanno già accertato da tempo tutte le responsabilità (o almeno tutte quelle che potevano essere accertate). Purché, anche qui, le vittime siano politically correct: avete mai visto una sola manifestazione in cui si chiedesse che “venga finalmente accertata tutta la verità” sui crimini delle Brigate Rosse, come accade regolarmente ogni anno per le stragi di matrice neofascista?

Ciò è confermato anche dal recentissimo caso di Alberto Trentini, arrestato e detenuto illegalmente per oltre un anno in Venezuela. Certamente le iniziative per la sua liberazione erano sacrosante, ma è invece vergognoso che non si parlasse mai degli altri italiani che erano nella stessa situazione. E, peggio ancora, quando finalmente i primi sono stati liberati di loro si è parlato sempre e solo come segno che stava per essere liberato anche Trentini, come se fosse lui l’unico che contava. È difficile considerare casuale il fatto che Trentini è membro della organizzazione umanitaria Humanity & Inclusion, quindi “buono” per definizione, mentre gli altri sono imprenditori, quindi per definizione “cattivi” o quantomeno “non buoni”. E, ovviamente, nessuno si è sognato di ringraziare Trump, benché sia evidente che la liberazione dei prigionieri politici in Venezuela è dovuta solo ed esclusivamente al suo blitz contro Maduro. Ma Trump è per definizione uno dei “cattivi” e quindi se da ciò che fa ne scaturisce qualcosa di buono è, sempre per definizione, puramente casuale…

6) Tornare alla ragione

Come ho detto (e cercato di dimostrare, spero in modo convincente), in questo fenomeno c’è senza dubbio una forte componente ideologica, ma ancor più preoccupante è quella emotiva.

L’ideologia, infatti, cerca di giustificarsi attraverso argomentazioni che si rivolgono alla ragione dell’interlocutore, rischiando di metterla in moto e di finire così per ottenere l’effetto opposto a quello desiderato, creando involontariamente i suoi propri anticorpi. L’emotività, invece, è molto più facile da manipolare: basta usare certe parole che provocano reazioni quasi automatiche nelle persone oppure mostrare loro certe immagini e non certe altre e il gioco è fatto. Perfino l’arte, una delle espressioni più alte dell’umanità, può contribuire a questo, se ci spinge a entusiasmarci per cause sbagliate, il che oggi accade spesso, particolarmente con il cinema e con la musica.

In un mondo in cui tutto spinge in questa pericolosissima direzione è urgente fare qualcosa. La soluzione, però, non sta nel continuare a sommergere la scuola con nuovi corsi di (ri)educazione a questo e a quello, che non convincono nessuno (https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-6-distruggere-la-scuola-in-nome-della-rieducazione/). Al contrario, bisognerebbe aiutarla a tornare a fare il suo mestiere, cioè educare i giovani a fare buon uso della propria ragione.

Ma per questo occorre che noi adulti per primi torniamo a basarci sulla ragione anziché sull’emotività, altrimenti non saremo credibili.

Siamo disposti a farlo?

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