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Società

A proposito dell’arresto di Hannoun – Da Berlinguer a Schlein

31 Dicembre 2025 - di Luca Ricolfi

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L’arresto di Mohammed Hannoun – capo delle comunità palestinesi in Italia – con l’accusa di aver finanziato Hamas, ha scatenato la consueta ridda di accuse e contro-accuse, alcune scontate, altre meno.

Fra quelle scontate c’è la soddisfazione degli esponenti della maggioranza  per questa operazione di polizia, una soddisfazione talora condita con affermazioni ingenerose verso i manifestanti pro-Pal, che non avrebbero “capito niente” e avrebbero manifestato “dalla parte sbagliata”.

Meno scontate le reazioni dei principali partiti di opposizione, i quali – anziché assumere una posizione non ambigua contro Hamas e i suoi finanziatori – non hanno trovato di meglio che invitare la destra a “non strumentalizzare” l’accaduto, come se l’accaduto non fosse intrinsecamente un assist alla destra, visto che i legami fra Hamas e mondo pro-Pal erano stati più volte ipotizzati da esponenti della destra stessa.

Solo Carlo Calenda, fra i politici di opposizione, ha trovato il coraggio di assumere una posizione non ambigua: “L’arresto di Hannoun dimostra che c’è una pesante infiltrazione dell’estremismo islamico nei movimenti pro-Pal. Sostenere la nascita dello Stato Palestinese e sostenere Hamas sono due cose molto diverse. Hamas è un movimento terrorista e chi lo sostiene va arrestato e processato”.

Non so se l’auspicio di Calenda significhi che il mero fatto di simpatizzare per Hamas debba essere considerato reato anziché un (assai costoso) tributo alla libertà di espressione. Ma non ho molti dubbi su un fatto: il resto della sinistra non ha fatto i conti con l’estremismo islamico e non ha – per ora – alcuna intenzione di farli.

Conosco, naturalmente, l’obiezione a questa mia pessimistica valutazione: ma noi siamo contro la violenza, e la condanniamo sempre; noi con il terrorismo non c’entriamo niente.

Conosco anche la contro-obiezione: non è vero che la condannate sempre, e comunque siete timidi, reticenti, in imbarazzo, ambigui, capziosi, la condanna dobbiamo estorcervela con le pinze ogni volta.

E tuttavia penso che il punto vero stia altrove. Il punto non è che Schlein simpatizzi per la violenza o per il terrorismo, il punto vero è che Schlein non è Berlinguer. Se ne avesse la caratura politica e il coraggio ripercorrerebbe la via battuta dal segretario del Partito comunista ai tempi delle Brigate Rosse, quando – da poco divenuto segretario del maggiore partito di opposizione – non si limitò a condannare il terrorismo ma capì che il suo partito doveva fare qualcosa di concreto, ovvero assumere un’iniziativa politica esplicita, perché i violenti non stavano in un altrove indefinito e lontano, ma erano in qualche modo contigui e parzialmente infiltrati nel mondo della sinistra. Nel Comitato centrale del marzo del 1973, Enrico Berlinguer trovò il coraggio di dire: “non sono più sufficienti la dissociazione e la polemica ideologica contro la violenza, va promossa un’azione incisiva contro gli ultrasinistri per impedire e isolare gli atti sconsiderati degli estremisti ”.

Alcuni anni dopo, alla fine del 1977, il medesimo coraggio venne finalmente trovato anche dagli esponenti più lucidi della sinistra extraparlamentare. Di questa svolta ho un ricordo vivido perché quella svolta la vidi con i miei occhi, a Torino, dopo la tragedia dell’Angelo Azzurro (bar-discoteca di via Po, erroneamente considerato ritrovo di fascisti). Gli “ultrasinistri” di allora non trovarono di meglio che incendiare il bar provocando la morte, tra atroci sofferenze, di un innocente studente-lavoratore. Io casualmente mi venni a trovare proprio lì pochissimi minuti dopo il fatto, e subito mi precipitai a Palazzo Nuovo (sede dell’università) per ascoltare quel che al riguardo si diceva nell’assemblea appena iniziata. Ebbene, quel che vidi era un leader di Lotta Continua che, con un coraggio ammirevole dato il clima surriscaldato (il giorno prima a Roma era stato ucciso dai fascisti un militante di Lotta Continua), fece un discorso il cui senso ricordo ancora perfettamente: “compagni, ma siete impazziti? noi non siamo questo!”.

Ecco, è questo che manca ai leader della sinistra di oggi. Trovare il coraggio di prendere atto che nel movimento pro-Pal ci sono tutte le sfumature, dal sostegno sincero e pacifico alla causa palestinese (maggioritario), alla simpatia o comprensione per Hamas (probabilmente minoritaria), fino al concreto appoggio ad Hamas e al programmatico ricorso alla violenza (ancora più minoritarie). Una presa d’atto che non può limitarsi a condannare “episodi” di violenza, ma avrebbe il compito di avviare una vera e propria battaglia politica, come fu quella che negli anni ’70 portò prima il PCI  e poi buona parte della sinistra estrema a prendere le distanze dal terrorismo rosso.

È troppo chiedere questo a Elly Schlein?

[articolo uscito sulla Ragione il 30 dicembre 2025]

Il Grande centro non è democrazia

31 Dicembre 2025 - di Dino Cofrancesco

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Vistodagenova

Da qualche tempo autorevoli studiosi ed editorialisti benpensanti coltivano un sogno che dovrebbe salvare la democrazia in Italia (e nella stessa Europa) ma che, a mio parere, se si realizzasse davvero, ne segnerebbe il tramonto. Il progetto è quello di una grande coalizione di centro che elimini le frange meno presentabili della sinistra (ad es., AVS più i pasdaran del PD e il M5S) e della destra (ad es., La Lega, i vannacciani, quei FdI rimasti col cuore al vecchio MSI). E‘ il vecchio copione dell’Union Sacrée di tutti i partiti che, dinanzi al pericolo che minaccerebbe le istituzioni repubblicane, chiama a raccolta tutti i politici di buona volontà invitandoli a mettere da parte ciò che li divide per concentrarsi solo su ciò che li unisce. E’ da una vita che sento che Annibale è alle porte (del potere) e che bisogna fare qualcosa per tenervelo lontano. Se in Parlamento i voti per la grande coalizione ci sono, si proceda pure: ci si chiede, però, che democrazia è quella che blinda al centro i conservatori e progressisti ‘responsabili’, lasciando fuori quanti, sul piano etico-politico, non si ritengono legittimati a governare anche se sostenuti da una parte considerevole del popolo sovrano. Dobbiamo rinunciare a vedere nell’alternanza al governo la quintessenza della democrazia liberale? Certo a Palazzo Chigi potrebbero trovarsi partiti di sinistra o di destra che, in politica interna e in politica estera, fanno leggi e scelte internazionali che non ci piacciono ma “è la democrazia, bellezza!”. Finché si rimane nell’ambito dei poteri che la Costituzione assegna a legislativo e ad esecutivo, non si vede l’emergenza se non come ideologia degli sconfitti che non si rassegnano a mollare il timone dello Stato a chi abbia idee opposte alle proprie. Ammettiamo che, in Italia, un governo Schlein-Conte vari la patrimoniale e che, in Francia, un governo Le Pen, promuova la fuoruscita dall’Europa, una Brexit francese: personalmente mi ritroverei all’opposizione, nell’uno come nell’altro caso, ma non alzerei certo il vessillo dell’antitotalitarismo. Il populismo di ogni colore non fa bene alla democrazia ma la sospensione de facto della democrazia per eliminare il populismo fa pensare a quel ‘governo dei tecnici’ che nel nostro paese ha sempre significato il dominio dei poteri forti.

[articolo uscito il 30 dicembre 2025 su Il Giornale del Piemonte e della Liguria]

 

Professore Emerito di  Storia delle dottrine politiche Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

Sulla diminuzione dei femminicidi – Qualcosa è cambiato

30 Dicembre 2025 - di Luca Ricolfi

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Come è andato il 2025? Che cosa è cambiato nel nostro paese?

La risposta, inevitabilmente, dipende dalle priorità – e dalle convinzioni politiche – di ognuno di noi. C’è un cambiamento, però, di cui non si parla ma di cui tutti dovremmo rallegrarci: nel 2025, per la prima volta da molti decenni, il numero di donne uccise è diminuito in modo sensibile. Erano state 130 nel 2022, erano scese a 120 nel 2023 (l’anno della morte di Giulia Cecchettin), poi a 117 nel 2024, ma nel 2025 – a pochi giorni dalla fine dell’anno – sono circa 90 (fra 88 e 92 a seconda delle fonti). È la prima volta nella storia d’Italia che il numero di donne uccise scende sotto le 100 unità, e lo fa con un balzo percentuale mai osservato precedentemente: una riduzione compresa fra il 20 e il 25% è eccezionale, e difficilmente può essere considerata una mera fluttuazione statistica.

Il dato è tanto più significativo se si considerano alcuni aspetti. Primo,  la (forte) diminuzione del 2025 segue alcuni anni di precedenti (più piccole) diminuzioni. Secondo, negli ultimi anni la quota di omicidi con vittime donne sul totale degli omicidi (maschili e femminili) ha smesso di crescere e anzi è in contrazione (era intorno al 40% nel 2022, oggi è prossima al 33%). Terzo, se consideriamo le società avanzate di tipo occidentale, negli ultimi anni nessuna ha tassi di omicidio con vittime donne più bassi di quelli italiani (non parlo di “femminicidi” perché al riguardo non esistono statistiche internazionali confrontabili).

Ma a che cosa può essere dovuto questo brusco cambiamento?

Su numeri così piccoli avanzare una spiegazione rigorosa è impossibile. Tutto quel che possiamo fare è avanzare qualche congettura.

Comincerei da una congettura per così dire negativa. Non credo che il crollo, così improvviso e pronunciato, delle uccisioni di donne e dei femminicidi possa essere dovuto a un’improvvisa resipiscenza del maschio, magari favorita dai pensosi mea culpa di tanti intellettuali: la mentalità maschile è una di quelle cose che possono anche cambiare, ma non nel giro di un anno solare.

Più verosimile mi pare l’ipotesi che a cambiare sia stato il livello di prudenza e di allerta delle donne. I dati dicono che, dopo l’uccisione di Giulia Ceccheetin (11 novembre 2023), il ricorso al numero di emergenza 1522 è molto cresciuto, assestandosi stabilmente a un livello nettamente superiore a quello del 2023. Fatto 100 il numero di chiamate del 1° trimestre 2023 (prima del delitto Cecchettin), il numero del 1° trimestre 2024 (immediatamente dopo il delitto) è schizzato a livello 183, ma quest’anno non è rientrato intorno ai livelli del 2023, rimanendone invece ampiamente al di sopra (143 contro 100). Segno che più donne che in passato hanno scelto di farsi aiutare. Nella stessa direzione sembrano andare le notizie, frammentarie ma convergenti, che segnalano una forte crescita dei corsi di autodifesa e delle vendite di spray al peperoncino.

Una seconda ipotesi, complementare alla prima, è che un ruolo importante possa avere avuto l’unità del ceto politico, che su nessun tema è mai stato così coeso e determinato. Dicendo questo non mi riferisco solo al percorso che ha condotto all’approvazione della legge 181 sul femminicidio (entrata in vigore poche settimane fa), ma più in generale alla maggiore sensibilità e prontezza mostrata dalle istituzioni nel prendere sul serio le denunce delle donne. Anche qui i dati sono frammentari, ma nel complesso indicano un aumento degli ammonimenti del questore per stalking e per violenza domestica (due comportamenti non di rado precursori del femminicidio), così come una crescita dei divieti di avvicinamento e del ricorso al braccialetto elettronico. In breve: una più frequente e convinta attivazione del “codice rosso” previsto dalla legge 69 del 2019.

Possiamo pensare di essere finalmente sulla buona strada, e che nel giro di pochi anni gli omicidi di donne scenderanno vicino a zero?

Temo di no, perché – a dispetto di quello che molti credono – almeno metà degli omicidi di donne hanno pochissimo a che fare con la cultura maschilista o patriarcale, e dipendono piuttosto da condizioni molto specifiche e ben poco estirpabili, come gravi disturbi psichiatrici o rischi connessi al sex-work. Ciò rende per ora chimerico il sogno di azzerare rapidamente i femminicidi, che anche nelle realtà orientali più avanzate (Giappone, Singapore, Hong Kong) non sono mai scesi molto al di sotto del livello italiano.

A dispetto di tutto questo, resta il fatto – estremamente positivo – che in questo 2025 che ora volge alla fine qualcosa di rilevante è cambiato. E questo qualcosa non è merito del governo o dell’opposizione ma è una conquista di tutti: politici, forze dell’ordine, magistrati, opinione pubblica. È importante che da qui non si retroceda, e anzi si provi a fare nuovi passi sulla strada che finalmente abbiamo imboccato.

[articolo uscito sul Messaggero il 29 dicembre 2025]

AI, apocalittici o integrati?

24 Dicembre 2025 - di Luca Ricolfi

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Di intelligenza artificiale mi sono occupato per diverso tempo, negli anni ’80, presso il LIA, il laboratorio di intelligenza artificiale del centro di calcolo della Regione Piemonte. A quella esperienza ritorno sempre con immenso stupore quando mi capita di maneggiare (o di essere maneggiato da) i pronipoti di quei tentativi, tanto ingenui quanto pionieristici, di emulare le prestazioni degli esseri umani.

Allora erano di moda i sistemi esperti, che venivano meticolosamente programmati per incorporare la conoscenza di medici, ingegneri, e altri specialisti. Una delle caratteristiche di quei sistemi era che, a fronte di un caso da esaminare, il programmatore era in grado di prevedere come l’algoritmo avrebbe risposto: il controllo, in altre parole, era ancora nelle mani dell’uomo. Oggi non è più così: il cuore degli algoritmi di intelligenza artificiale è invisibile all’operatore, e le loro risposte non possono essere previste perché l’addestramento non è più diretto ed esplicito (umano), ma si basa sul cosiddetto machine learning (apprendimento macchina). È un progresso, è un pericolo?

Probabilmente dipende dai campi. Nel campo della diagnosi medica (dalla lettura di una lastra alla diagnosi di una malattia) il progresso è stato spettacolare, e i vantaggi superano largamente i rischi. Ma in altri campi sarei molto più cauto. Se mi dicessero che l’aereo su cui viaggio è pilotato da un algoritmo, e non c’è nessuno a bordo in grado di subentrare se il sistema prende decisioni sbagliate, non sarei tranquillissimo. E se mi investisse (con torto) un veicolo “a guida autonoma” non mi piacerebbe apprendere che non esiste un soggetto legalmente responsabile dell’incidente. Ancora di meno mi piacerebbe che la terza guerra mondiale scoppiasse perché qualche algoritmo ha mal interpretato determinati segnali (anche se non è detto che un operatore umano avrebbe fatto di meglio). E già ora non mi piace affatto che, per un problema con la luce, il gas, il telefono, l’assicurazione, la banca, l’università presso cui lavoro, io venga affidato alle cure di un assistente digitale che non capisce il mio problema e non sa rispondere alle mie domande.

Dove invece l’AI mi stupisce davvero è nel campo della comprensione del linguaggio naturale. Negli anni ’80 la maggior parte di noi considerava ardua, se non disperata, l’impresa di riconoscere la voce e trascrivere il parlato, e molti consideravano la traduzione da una lingua straniera come attività eminentemente umana, non delegabile a una macchina. Quanto alla comprensione del senso di una domanda espressa in linguaggio naturale i tentativi di affidare il compito a una macchina erano circoscritti ad ambiti molto specifici (ad esempio interrogare un database statistico) e, visti con gli occhi di oggi, apparirebbero quanto mai goffi e barocchi.

I cosiddetti chatbot (come ChatGPT) non solo permettono di tradurre un testo in un’altra lingua, ma sono in grado di capire una domanda e, in risposta, di generare testi relativamente complessi, ovviamente basati su altri testi e materiali reperibili in rete. In questo ambito il progresso è stato non solo enorme rispetto agli anni ’80, ma rapidissimo negli ultimi due anni. Alla fine del 2023 ChatGPT faceva errori marchiani, ometteva le fonti e, quando non conosceva la risposta, inventava di sana pianta, perseguendo esclusivamente la verosimiglianza. Oggi non più, oggi si può usare ChatGPT per produrre testi di qualità paragonabile a quella (non eccelsa) che ci si può attendere da una tesina, da una ricerca o da un report compilati da un bravo liceale o da uno scrupoloso studente universitario. Con qualche errore, qualche dato inventato, ma nel complesso un prodotto accettabile e soprattutto comodo, utile.

Utile a chi?

Innanzitutto alle imprese e ai professionisti, che possono sbarazzarsi del lavoro di bassa manovalanza intellettuale. In secondo luogo agli operatori culturali (giornalisti e scrittori compresi), che possono appropriarsi gratis e senza fatica di contenuti che un tempo richiedevano tempo e perizia. In terzo luogo alla vasta rete dei plagiari più o meno professionali, che possono attingere all’oceano dei testi (scritti, musicali, video, eccetera) un tempo soggetti al diritto d’autore. Infine ai truffatori e ai professionisti della disinformazione, che grazie al cosiddetto deep learning (reti neurali multistrato) sono in grado di far circolare notizie e immagini false ma difficilmente riconoscibili come tali.

Come si vede, assumere un atteggiamento netto verso l’AI non è facile. Alla fine, come aveva immaginato Umberto Eco fin dagli anni ’60, ci divideremo fra apocalittici e integrati.

[articolo uscito sulla Ragione il 23 dicembre 2025]

Sulla domanda di sicurezza – La paura e la rabbia

22 Dicembre 2025 - di Luca Ricolfi

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Una vena di schizofrenia, da qualche tempo, affligge il dibattitto politico sulla sicurezza. La destra è in difficoltà perché diversi reati (a partire dalle violenze sessuali) sono in aumento, e la sinistra dà la colpa al governo. Le opposizioni, a loro volta, sono in imbarazzo perché si sentono costrette ad occuparsi di un tema che non è loro congeniale e che hanno sempre snobbato. Quello cui assistiamo è così uno spettacolo inedito: la destra costretta a minimizzare il problema della sicurezza, la sinistra a drammatizzarlo.

Quello su cui un po’ tutti sembrano concordare è che la gente è preoccupata, ha paura di uscire di casa la notte, e chiede più pattuglie di polizia nelle strade.

Ma è davvero la paura lo stato d’animo che si è impossessato dell’opinione pubblica? Ѐ davvero l’aumento del numero di poliziotti la via maestra per ridurre le ansie dei cittadini?

Ne dubito fortemente. Le numerose indagini degli ultimi anni non segnalano un aumento massiccio dei sentimenti di paura e insicurezza. Quanto al numero di poliziotti, l’Italia è fra i paesi che ne hanno di più in relazione al numero di abitanti. Aumentarli ancora può essere utile, ma non va certo alla radice del problema.

E allora? Qual è il problema?

Il problema, il vero problema è la rabbia. Ѐ questo il sentimento dominante. Un sentimento che non nasce dalla inadeguatezza delle forze dell’ordine (polizia, carabinieri, guardia di finanza, vigili del fuoco), che anzi suscitano per lo più l’ammirazione e la gratitudine dei cittadini, ma dal malfunzionamento del sistema giudiziario e penale. Un sistema che, di fatto, ha reso strutturale l’impunità. Quello che la gente non sopporta è che chi viene espulso possa restare tranquillamente sul territorio italiano. Che chi ruba venga arrestato e rilasciato in meno di 24 ore, anche se è l’ennesima volta che commette il reato. Che quello di borseggiatrice possa diventare un mestiere. Che chi compie devastazioni (nelle scuole, nelle università, nelle strade di una città) non sia mai chiamato a risarcire il danno. Che chi esercita la violenza e la sopraffazione, magari mascherate da dissenso politico, possa continuare a togliere la parola agli altri. Che chi difende sé stesso o i propri beni da un aggressore possa finire in carcere. Che coloro che compiono determinati reati, nei campi agricoli come nelle piazze dello spaccio, possano operare indisturbati anche quando i reati si vedono a occhio nudo.

Ebbene tutto questo non è principalmente paura. È semmai rabbia, collera, indignazione, senso di frustrazione, sentimento di impotenza. E non è qualcosa di momentaneo, che potrebbe rapidamente appassire se ci fossero un po’ più di poliziotti per le strade. Anzi, potrebbe persino accentuarsi, ove più poliziotti e più arresti  venissero vanificati dal combinato disposto delle leggi e dell’indulgenza dei giudici.

Perché siamo arrivati a questo?

Alcune ragioni sono contingenti, e strettamente politiche. Le leggi varate dal parlamento non puniscono a sufficienza la recidività, e rinunciano in grandissima parte allo strumento dell’incapacitazione (rendere inoffensivi con la reclusione). E vi rinunciano anche per un ottimo motivo: i posti in carcere scarseggiano, e lo stato degli istituti di pena non è degno di un paese civile.

Ma la ragione vera, quella che sta alla base del nostro sentimento di rabbia, è di natura culturale, e si riassume in una parola: civilizzazione. Un processo che, secondo il grande sociologo Norbert Elias, ha preso il via nell’alto Medioevo, ma secondo altri – ad esempio la filosofa americana Martha Nussbaum – era ampiamente avviato già nel V secolo avanti Cristo, quando Eschilo, nell’Orestea, esaltava il passaggio dalla cultura del genos (stirpe) basato sulla vendetta, a quella della dike (giustizia), con cui Athena per così dire riforma e riplasma le vendicatrici, orribili e crudelissime Erinni, trasformandole nelle più gentili, razionali e giuste Eumenidi. In concreto, questo millenario processo ha condotto a una progressiva mitigazione delle istituzioni giuridiche e del sistema penale. Una mitigazione che,  fortunatamente, ha comportato la messa al bando della giustizia fai da te, la soppressione della pena di morte, l’abbandono della giustizia retributiva, l’introduzione di principi garantisti e di istituti come la rieducazione del reo e le pene alternative al carcere. Insomma la Giustizia è diventata più umana e comprensiva verso le ragioni di chi delinque.

Benissimo, ma cosa non ha funzionato?

Quel che non ha funzionato è che la civilissima rinuncia allo strumento della vendetta, la giusta preoccupazione di rieducare e reinserire il reo, si è accompagnata – quanto inevitabilmente? – al progressivo smantellamento della punizione o “castigo” (per usare un’espressione cara a Simone Weil), necessaria premessa a ogni percorso rieducativo.

Il disagio dell’opinione pubblica non nasce da una regressione, da un ritorno irrazionale alla cultura della vendetta, frutto della nostra incapacità di accettare la civilizzazione della macchina della Giustizia, ma dal fatto che l’impunità dilagante offende gravemente il senso di giustizia, innato in ogni essere umano. È da decenni che film come quelli di Charles Bronson mettono in scena un eroe – un “giustiziere della notte” – alle prese con l’impotenza e l’inettitudine della Giustizia. È da decenni che il pubblico mostra di apprezzarli, e accoglie con sollievo il gesto che punisce l’autore del male: chiediamoci perché.

[articolo uscito sul Messaggero il 21 dicembre 2025]

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