Hume PageHume Page

Un ricordo di Indro Montanelli

1 Agosto 2026 - di Dino Cofrancesco

In primo pianoSocietà

Vistodagenova

Una fredda giornata invernale, Milano avvolta in una nebbia scura. Indro Montanelli mi riceve nel suo studio e non riesco a trattenermi dal chiedergli come potesse un fiorentino di Fucecchio vivere tra le brume. Mi risponde sorridendo: “Caro Cofrancesco, se fossi rimasto a Firenze ora farei il correttore di bozze della Vallecchi. Milano mi ha dato tutto quello che potevo desiderare”. Nel 1994, Direttore del Centro Internazionale di Studi Italiani dell’Università di Genova – ospitato nella storica Villa Durazzo – avevo chiesto al sindaco di Santa Margherita Ligure, Angelo Bottino, di conferire a Montanelli la cittadinanza onoraria in segno di riconoscenza per la sua “battaglia” in difesa del promontorio di Portofino. Nel corso della cerimonia, Montanelli ricordò un episodio divertente. Giorgio Bocca, sul ‘Giorno’, lo aveva definito, in quanto redattore del Corriere della Sera un ‘mantenuto’ dai Crespi. Montanelli, con grande scandalo dei colleghi, rispose che era lui a mantenere Crespi, facendo vendere il quotidiano. Non successe nulla ma qualche tempo dopo Crespi lo invitò a cena con Maria Callas nel più esclusivo ristorante di Milano. Il giornalista, non avendo un abito adeguato, se lo fece prestare dall’amico direttore del Teatro alla Scala. Al termine della cena, al cameriere che gli portava il conto, Crespi indicò Montanelli: “E’ lui che mi mantiene!”.

In quegli anni, collaboravo al ‘Corriere’ titolare di una rubrica “Le parole della politica”. “Dovresti raccogliere i pezzi che scrivi!” mi diceva Montanelli. Non avendone molta voglia, una volta gli risposi: “lo farei solo se tu scrivessi la Prefazione” Mi aspettavo un cortese rifiuto e invece, accettò subito: grazie al suo nome non mi fu difficile trovare a Genova un editore disposto a pubblicare le mie voci nel libretto Il linguaggio della politica. Vademecum per il cittadino (Ecig 1999). “Sono rimasto colpito – scriveva Montanelli – da questo semplice vademecum e mi sento in obbligo di segnalarlo al comune lettore: appunto perché è semplice, perché parla al lettore nella sua lingua, perché non cerca di metterlo in soggezione, perché gli dice delle cose molto intelligenti senza fare sfoggio di intelligenza, insomma perché si mette al suo servizio, come la cultura deve fare quella italiana non lo fa. Ma non vorrei essere nei tuoi panni. La ’gente’ tua ho paura che te la faccia pagare. Essa non perdona a chi tradisce gli arcani della confraternita. Ligia al principio che i panni puliti (quali essa crede che siano i suoi) si lavano in famiglia come quelli di qualsiasi “onorata società”. Con queste sue battute, Montanelli mostrava di essere non solo un mostro di chiarezza ma, altresì, uno dei giornalisti più spiritosi del suo tempo.

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche Università degli Studi di Genova

dino@dinocofrancesco.it

Progresso e democrazia stanno divorziando?

16 Luglio 2026 - di Dino Cofrancesco

In primo pianoPoliticaSocietà

vistodagenova

Risale a Platone l’idea che democrazia e buon governo siano incompatibili. Perché, si chiedeva, quando siamo malati ci rivolgiamo al medico, quando dobbiamo fare un viaggio per mare ci affidiamo a un esperto capitano mentre a capo del  governo mettiamo  il primo venuto? Se Karl Popper considerava il filosofo ateniese un nemico della ‘società aperta’ non aveva tutti i torti. L’illusione che le decisioni politiche debbano venir prese da chi sa è dura a morire e ogni tanto ricompare: col positivismo di Auguste Comte nell’Ottocento, con la tecnocrazia o l’Intelligenza Artificiale oggi. In un’intervista sul suo saggio L’anima nera della democrazia (Ed. L’Orma) – vedi ‘La Lettura’ del Corriere della Sera del 5 luglio – il sociologo francese  Geoffroy de Lagasnerie afferma che “il difetto della democrazia è il relativismo delle idee”, il voler mettere sullo stesso piano quanti (i progressisti) sulla base di rigorose ricerche scientifiche sanno come risolvere i grandi problemi del nostro tempo – clima, ambiente, protezione dalle malattie, immigrazione – e quanti (i conservatori) si servono di ideologie menzognere – la meritocrazia, la tradizione neoliberale, la difesa dell’ordine pubblico, il razzismo – al fine di perpetuare il loro dominio sulla società. Lo Stato dovrebbe sganciarsi dalla logica della maggioranza e vincolarsi alla scienza, che tutela la vita degli individui. Lagasnerie, pensa, in analogia con le Corti Costituzionali, “che censurano le norme che violano le libertà fondamentali”, a una sorta di Accademia, che conferisca agli scienziati un “potere di orientamento”: quali  siano poi i limiti di tale potere non è dato sapere dal momento che, bontà sua, non pensa a “un organismo che individui e rimuova dal dibattito le fake news”.

In realtà, la democrazia non è il buongoverno ma è solo lo strumento che ci libera dall’incubo di un malgoverno stabile: se il mondo umano fosse regolabile in base alle conoscenze scientifiche acquisite, potremmo pure farne a meno. Il fatto è che viviamo nell’ampio regno della complessità, in cui , via via che si allarga lo sguardo, si passa dalle ‘verità’ scoperte dagli scienziati alle ‘opinioni’–congetture più o meno  ragionevoli – influenzate da speranze, timori previsioni legate ai valori etici di ciascuno. Viene un sospetto: che il discorso di Lagasnerie sia l’ideologia di una sinistra progressista che ritiene di avere il diritto di governare anche senza maggioranza.

[articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 14 luglio 2026]

 

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche Università degli Studi di Genova

dino@dinocofrancesco

Quando l’antifascismo minaccia la libertà di pensiero

22 Giugno 2026 - di Dino Cofrancesco

In primo pianoPoliticaSocietà

vistodagenova

Dobbiamo prenderne atto. Nell’Italia di oggi, come nel Medio Evo, ci sono due poteri: il potere spirituale, addetto al controllo delle coscienze e delle opinioni dei cittadini e il potere temporale–gli apparati istituzionali, incaricati di redigere le leggi e farle rispettare. Il primo amministra le anime, il secondo i corpi. Il potere spirituale, come quello islamico, è diffuso tra una serie di soggetti—presenti nei partiti, nei giornali, nelle Università—che si erigono a coscienza della nazione in quanto depositari dell’antifascismo iscritto nella Costituzione e non come uno dei requisiti della democrazia liberale ma come il principio supremo di legittimità, al cui vaglio debbono sottoporsi  tutte le manifestazioni della vita  civile e politica. Così quanti intendono partecipare alla Fiera del Libro di Roma, ”Più libri, più liberi” sono tenuti a sottoscrivere un patentino antifascista”. Non si può consentire agli editori di esporre libri senza l’imprimatur dell’Anpi.

Michele Silenzi, direttore di Liberi Libri—lo ha ricordato Luca Ricolfi in un magistrale articolo, Sono ancora antifascisti i nostri intellettuali antifascisti?¸’Il Messaggero 14 giugno u.s.—ha bollato quella richiesta come “un provvedimento fascista che più fascista non si può immaginare”

Lo hanno riconosciuto, del resto, anche intellettuali non certo di destra come Massimo Cacciari, Paolo Mieli, Luciano Canfora che, a differenza di spregiudicati demagoghi come Angelo Bonelli e Giuseppe Conte, si sono dissociati dal documento voluto dall’Associazione Editori Italiani.

Giorgia Meloni ha commentato “È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono”.

In realtà, ci troviamo dinanzi a una vera e propria malattia dello spirito civico per la quale non bastano le deprecazioni. Bisogna andare più a fondo, individuare le cause storiche e culturali per le quali, a più di ottant’anni dalla caduta del fascismo, la rabbia antifascista non solo non s’è attenuata ma si accresce giorno per giorno. Bisogna spiegare come mai, in Italia, un attributo—‘antifascista—inscindibile dalla democrazia , ne stia diventando il veleno.

[Articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 16 giugno]

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche, Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

“Meglio morti che rossi”, anzi russi ?

10 Giugno 2026 - di Dino Cofrancesco

In primo pianoPoliticaSocietà

Le guerre in corso—dal conflitto russo-ucraino a quelle che incendiano il Medio Oriente–stanno provocando profonde lacerazioni politiche, culturali ed etiche nell’opinione pubblica europea. Anche nel nostro paese le diverse interpretazioni degli eventi, col passare del tempo, tendono ad approfondirsi e a divaricarsi sempre di più. E ,quel che più conta, si tratta di divisioni trasversali che rendono difficile ,alla lunga, la tenuta sia del campo largo ,a sinistra, che delle forze liberali e conservatrici ,a destra. L’indebolirsi dell’identità nazionale contribuisce ,inoltre, a esasperare  la guerra civile tra gli ‘idealisti’ che vorrebbero che l’Italia intervenisse, militarmente e senza esitazioni, a fianco dell’Ucraina  e i ‘realisti’ che ricordano la lezione di Benedetto Croce:” gli stati in quanto tali non sono in gra­do di promuovere la libertà di altri stati se non quando questa torni a loro utile, e sia perciò, rispetto ad essi, non un fatto morale ma accre­scimento o mantenimento della propria potenza”. Francamente trovo insopportabile il richiamo degli idealisti ai ‘valori dell’Occidente’ da difendere contro la barbarie russa. Quale Occidente? Quali valori? Ben diverso, invece, è il timore che un Putin vittorioso, dopo l’Ucraina, non esiterebbe a riprendersi i paesi baltici, già parte dell’impero sovietico. Su questo punto, tuttavia, i pareri sono discordi e la discussione resta aperta. E’ indubbio, comunque, che per quanti vedono nella Russia una minaccia mortale per l’Europa (e non solo per quella orientale) ci sarebbe bisogno di una rivoluzione culturale, volta a rimodellare le nostre opinioni pubbliche, ancora interessate a “gingillarsi con i vecchi pregiudizi novecenteschi’ e sprofondate nel dolce sonno pacifista –conciliato anche dalle encicliche papali. La guerra contro Mosca,  anche se non lo si dice chiaramente, appare inevitabile e ,con essa ,una ridefinizione delle priorità politiche, dal riarmo a una nuova educazione delle masse che risvegli negli spiriti la saggezza romana del “se vuoi la pace prepara la guerra”. C’è un piccolo particolare, però: Putin dispone di 5.580 testate nucleari e, in una guerra contro l’Europa, non si limiterà certo a impiegare soltanto i droni. Faremo nostro il motto degli anni cinquanta “meglio morti che rossi”, anzi russi?

[articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 10 giugno 2026]

Professore Emerito di Storia delle dottrine Politiche Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

E’ vero, il fascismo non è morto

3 Giugno 2026 - di Dino Cofrancesco

In primo pianoPoliticaSocietà

Vistodagenova

‘Il Comandante’ di Edoardo De Angelis–mandato in onda dalla Rai giorni fa—non è un gran film (soprattutto nel primo tempo) ma racconta una vicenda umana di straordinario valore etico: il salvataggio dei naufraghi della nave belga Kabalo affondata nell’Atlantico nel 1940 dal sommergibile Cappellini, al comando di Salvatore Todaro (magistralmente interpretato da Pierfrancesco Favino). Al momento dello sbarco, in un paese neutrale, il capitano belga, nel ringraziare Todaro, ammette che la nave trasportava aerei inglesi e, dopo aver riconosciuto che, al posto suo, avrebbe lasciato perire i marinai, gli chiede perché lui , invece, li abbia salvati.” Ma noi siamo italiani!” risponde il Comandante.

E’ bastato questo per far vedere nel film un’apologia del fascismo e una riproposta del mito del ‘buon italiano’, fatto a pezzi da storici come Angelo Del Boca. Sennonché la polemica dimostra solo che davvero il fascismo non è morto. Esso, infatti, è la negazione radicale del ‘pluralismo etico’ ed esprime l’estraneità più assoluta a quell’”abito della mente e del cuore” che, ritenendo il mondo pieno di dei, registra valori e ragioni anche nei più tetragoni avversari ideologici. Un vero antifascista come Leo Valiani—che dedicò il suo diario del 1947, Tutte le strade conducono a Roma, ai caduti dell’una e dell’altra parte—si sarebbe commosso per il beau geste di Todaro. E ciò vale anche per Carlo Azeglio Ciampi, che diede la medaglia d’oro al valor civile a Fabrizio Quattrocchi—la guardia giurata che, in Iraq, aveva detto ai suoi rapitori: “adesso vedete come muore un italiano!”—e che, pertanto, scatenò le ire di Giuliana Sgrena e di quanti identificavano patriottismo e fascismo.

I pasdaran dell’antifascismo, come Tommaso Montanari–che ha parlato del primo film italiano dell’”Era Neofascista” –o come Cristina Piccino del ‘Manifesto’, al contrario, gettando fiele e fango sul ‘Comandante’, hanno solo dimostrato che le radici del fascismo nel nostro paese sono ancora profonde. L’atto di Todaro, per Montanari, rimane solo “un punto bianco in una vita nera” (sic!). Quando si capirà che se Tizio nega ogni umanità a Caio e Caio la nega a Tizio, in un mondo tutto bianco o tutto nero, violenza e barbarie impediranno sempre la formazione di una autentica coscienza civile?

[articolo uscito il 25 maggio 2026 su Il Giornale del Piemonte e della Liguria]

 

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche, Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it  

image_print
1 2 3 26
© Copyright Fondazione Hume - Tutti i diritti riservati - Privacy Policy