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Il Grande centro non è democrazia

31 Dicembre 2025 - di Dino Cofrancesco

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Vistodagenova

Da qualche tempo autorevoli studiosi ed editorialisti benpensanti coltivano un sogno che dovrebbe salvare la democrazia in Italia (e nella stessa Europa) ma che, a mio parere, se si realizzasse davvero, ne segnerebbe il tramonto. Il progetto è quello di una grande coalizione di centro che elimini le frange meno presentabili della sinistra (ad es., AVS più i pasdaran del PD e il M5S) e della destra (ad es., La Lega, i vannacciani, quei FdI rimasti col cuore al vecchio MSI). E‘ il vecchio copione dell’Union Sacrée di tutti i partiti che, dinanzi al pericolo che minaccerebbe le istituzioni repubblicane, chiama a raccolta tutti i politici di buona volontà invitandoli a mettere da parte ciò che li divide per concentrarsi solo su ciò che li unisce. E’ da una vita che sento che Annibale è alle porte (del potere) e che bisogna fare qualcosa per tenervelo lontano. Se in Parlamento i voti per la grande coalizione ci sono, si proceda pure: ci si chiede, però, che democrazia è quella che blinda al centro i conservatori e progressisti ‘responsabili’, lasciando fuori quanti, sul piano etico-politico, non si ritengono legittimati a governare anche se sostenuti da una parte considerevole del popolo sovrano. Dobbiamo rinunciare a vedere nell’alternanza al governo la quintessenza della democrazia liberale? Certo a Palazzo Chigi potrebbero trovarsi partiti di sinistra o di destra che, in politica interna e in politica estera, fanno leggi e scelte internazionali che non ci piacciono ma “è la democrazia, bellezza!”. Finché si rimane nell’ambito dei poteri che la Costituzione assegna a legislativo e ad esecutivo, non si vede l’emergenza se non come ideologia degli sconfitti che non si rassegnano a mollare il timone dello Stato a chi abbia idee opposte alle proprie. Ammettiamo che, in Italia, un governo Schlein-Conte vari la patrimoniale e che, in Francia, un governo Le Pen, promuova la fuoruscita dall’Europa, una Brexit francese: personalmente mi ritroverei all’opposizione, nell’uno come nell’altro caso, ma non alzerei certo il vessillo dell’antitotalitarismo. Il populismo di ogni colore non fa bene alla democrazia ma la sospensione de facto della democrazia per eliminare il populismo fa pensare a quel ‘governo dei tecnici’ che nel nostro paese ha sempre significato il dominio dei poteri forti.

[articolo uscito il 30 dicembre 2025 su Il Giornale del Piemonte e della Liguria]

 

Professore Emerito di  Storia delle dottrine politiche Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

No al fascistometro!

10 Dicembre 2025 - di Dino Cofrancesco

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Vistodagenova

 

Nella ‘Democrazia in America’, Alexis de Tocqueville scriveva quasi due secoli fa: “nel mondo moderno, l’in­dipendenza della stampa è l’elemento capitale e, per cosi dire, costi­tutivo della libertà. Un popolo che vuole restare libero ha dunque il diritto di esigere che la si rispetti ad ogni costo” ma confessava di non avere ”per la libertà della stampa quell’amore completo e immediato che si accorda alle cose sovranamente buone per loro natura. L’apprezzo per i mali che essa impedisce, molto più che per il bene che essa fa. Purtroppo, concludeva, “in materia di stampa non vi è un giusto mezzo tra la servitù e la licenza. Per raccogliere gli inestimabili beni, che la libertà di stampa assicura, bisogna sapersi sottomettere agli inevitabili mali ch’essa fa sorgere”. Quando vedo il catalogo dell’editrice ‘Passaggio al bosco”—con i libri di Corneliu Codreanu, Leon Degrelle, Julius Evola—non posso evitare un profondo sconforto e, tuttavia, non mi rassegnerò mai a considerare reato un’opinione e a chiedere la censura su scritti che mi ripugnano, fosse anche il ‘Mein Kampf’ di Adolf Hitler. Se alla mostra della Fiera di Roma, ’Più libri, più liberi’ non si vogliono testi apologetici del nazifascismo, perché lo stesso divieto non dovrebbe valere per le librerie o per le bancarelle? In realtà, l’aver fatto dell’apologia del fascismo un reato di competenza del questore e del magistrato è un vulnus della ’civiltà del diritto’, che distingue la colpa morale, dal reato penale e dal peccato. Le opinioni ‘indecenti’ vanno sottoposte alla sanzione della società civile (perdita di stima, isolamento del trasgressore etc.) non ai tribunali. Anche perché è difficile stabilire quando un’opinione diventa reato. Tanti anni fa, si discusse, in un’antica società culturale ligure, se accogliere come socio un docente universitario di Storia delle dottrine politiche. Qualcuno, uno storico comunista di nobile famiglia genovese, si oppose dicendo che era un fascista: alla richiesta di provarlo, lo storico ricordò la sua collaborazione a ‘Storia contemporanea’ ,la rivista fondata e diretta dal più grande storico del fascismo del secolo scorso, Renzo De Felice. Una volta ammesso il ‘fascistometro’, è difficile che l’autorità, incaricata della ‘misurazione’ ,non abusi del suo potere, anche per ragioni private. Per parafrasare le parole del gerarca nazista, potrebbe sempre dire:”sono io che decido chi è fascista e chi non lo è”.

 

Professore Emerito di  Storia delle dottrine politiche Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

[Articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 9 dicembre 2025]

Guerra e retoriche

3 Dicembre 2025 - di Dino Cofrancesco

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Vistodagenova

“Non si vede—ha scritto Edgar Morin in un editoriale del ‘Manifesto’ del 28 novembre u.s., Lo spettro russo e il degrado delle democrazie—come una pace giusta possa mettere le province russofone sotto il controllo di uno stato ucraino che ha bandito la lingua russa, la sua cultura, la sua musica.”. “La pace giusta dovrebbe comportare l’indipendenza politica e militare dell’Ucraina” ma dovrebbe, altresì, ”confermare la russizzazione delle province separatiste e uno statuto per la Crimea, che nel 2014 includeva 1.400.00 russi, 400.000 ucraini, 300.000 tartari, primi abitanti della Crimea” .Sono molti gli italiani che, a destra, al centro, a sinistra condividono le tesi di Morin, ”uno dei massimi intellettuali contemporanei”, ma, a riprenderle, si corre il rischio di essere etichettati come amici di Putin. Viene in mente  la gogna mediatica cui fu sottoposto Benedetto Croce nel 1914 per non aver aderito subito al fronte democratico che si batteva contro gli autoritari imperi centrali (magari con un alleato come la Russia zarista i cui governi certo non si ispiravano alla filosofia di Montesquieu). Il filosofo napoletano venne soprannominato von Kreuz e il paese entrò, col radioso maggio, nella guerra che avrebbe segnato la finis Europae e fatto registrare milioni di morti, distruzioni spaventose e vuoti di potere, presto riempiti dai primi regimi totalitari della storia, nazista e comunista.

Beninteso, non m’interessa stabilire chi abbia ragione nel conflitto in corso. A farmi riflettere è la censura del dibattito pubblico, come se già fossimo in guerra contro Putin e tenuti, quindi, a non consentire che la propaganda, le menzogne, le falsità del nemico raggiungano gli italiani. Tutto questo espone i partiti europeisti e atlantisti al rischio di perdere consensi. Conosco persone di destra che votano Marco Rizzo–o il Movimento 5 Stelle–unicamente per le loro posizioni di politica estera e persone di sinistra che non si riconoscono affatto nelle poco credibili crociate in difesa dell’Occidente bandite da politici, giornalisti, intellettuali fino a ieri ferocemente avversi alle democrazie capitalistiche e che, pertanto, non vanno più a votare. La guerra è una cosa brutta, sporca e cattiva e accusare la Casa bianca di svendere l’Ucraina alla Russia, pur di far tacere i cannoni ,è indice solo della superficialità  da sempre inseparabile dallo stile retorico nazionale.

Professore Emerito di  Storia delle dottrine politiche Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

 

[Articolo pubblicato su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 2 dicembre 2025]

Franchismo senza pregiudizi

26 Novembre 2025 - di Dino Cofrancesco

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Vistodagenova

 

Obiettivo e illuminante l’articolo di Marcello Veneziani, Francisco Franco male necessario (‘La Verità’ 20 novembre u.s.), in cui si contesta, tra l’altro, che il franchismo sia una species del genus fascismo e se ne ricordano i tratti dittatoriali e repressivi, sì, ma incompatibili con un regime totalitario.” La Falange di José Antonio, simbolo del fascismo spagnolo, scrive Veneziani, nacque per realizzare una rivoluzione ulteriore al socialismo stesso, che partendo dal socialismo e dal sindacalismo si volgesse poi in chiave nazionale e spirituale”. Il suo nemico era “l’ordine conservatore, affamatore di masse enormi e tollerante verso le dorate oziosità di pochi”. Non a caso il Caudillo liquidò la Falange pur onorando la memoria del fondatore. Ritengo sbagliato, però il titolo dell’articolo di Veneziani: Franco non fu un ‘male necessario’ ma il ‘minor male’ e, a differenza di quanto scriveva il compianto Piero Ostellino–in polemica con Sergio Romano—non condivido affatto l’idea che ”quando si comincia a distinguere fra dittature cattive e meno cattive non si sa dove si va a finire”. Nella storia, infatti, si affrontano assai spesso il male maggiore col male minore e il prevalere del secondo sul primo può salvare i popoli dalle catastrofi, anche se pagando, per anni, un prezzo altissimo, sul piano dei valori alla base della ‘società aperta’ Franco fu uno dei fattori determinanti della sconfitta dell’Asse: negando a Hitler il passaggio della Wehrmacht in Spagna per cogliere alle spalle la Rocca di Gibilterra, consentì al poderoso esercito statunitense di dilagare in tutto il Mediterraneo. Un liberalismo che non faccia i conti con la realtà diventa pura ideologia e definire le posizioni di Romano, allergico alla retorica antifranchista, ”una brutta pagina nella storia culturale dell’Italia” non fa onore al suo critico. Certo a nessun liberale piace vivere sotto una dittatura. Un irriducibile oppositore di Allende, Arturo Valenzuela, quando Pinochet fece il suo golpe in Cile, riparò in California dove scrisse Il crollo della democrazia in Cile, un classico della scienza politica contemporanea, (Ed. Biblioteca della Libertà,1977) ma pressoché ignorato in un paese come il nostro, che ancora oggi venera la memoria di Salvador Allende, un emulo sfortunato di Fidel Castro.

 

Professore emerito di Storia delle dottrine politiche Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

 

[Articolo pubblicato su Il giornale del Piemonte e della Liguria il 25 novembre 2025]

A destra e a sinistra mezze verità sul fascismo

19 Novembre 2025 - di Dino Cofrancesco

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 Ha fatto bene Antonio Polito ,nell’editoriale del ‘Corriere della Sera’ dell’11 novembre u.s.,–Quei giudizi da respingere ,a criticare il generale Roberto Vannacci, che, nei suoi giudizi storici sul fascismo, ”presenta come buone, legali, ammissibili anche le peggiori malefatte del fascismo|…| Il tentativo di renderlo accettabile, di rivalutarlo agli occhi non solo dei nostalgici ma, quel che è peggio, dei giovani d’oggi è una colpa grave che il governo della Repubblica italiana non può consentire”. Non so cosa comporti per la Repubblica  il dovere di non consentire—che fa venire in mente la pedagogia giacobina di Stato—ma, certo, Polito ha ragione nel far rilevare l’insopportabile ipocrisia del generale quando non chiama le cose con il loro nome e afferma “che tutte le principali leggi, dalla riforma elettorale del 1923 alle norme del partito unico, fino alle stesse leggi del 1938, furono promulgate dal Re secondo le procedure”. La monarchia, infatti, perse il referendum proprio perché aveva assecondato l’instaurazione della dittatura, le infami leggi razziali, l’alleanza con il peggior regime totalitario del XX secolo, quello nazista.

 E, tuttavia ,nell’articolo di Polito c’è qualcosa che non torna. Quando rivendica al ‘Corriere’ il merito, sulla scia di Renzo De Felice, di “una rilettura del Ventennio finalmente libera dagli stereotipi dell’antifascismo di maniera”, forse dimentica che è stato proprio un corrierista doc, come Aldo Cazzullo, a riproporre quegli stereotipi nel 2022 con il libro Mussolini il capobanda. Perché dovremmo vergognarci del fascismo. Inoltre, lo stesso Polito definisce i fascisti che marciarono su Roma: ”uomini in armi, che nei due anni precedenti avevano dato vita a un’ondata di violenze senza precedenti, saccheggi e incendi, pestaggi e omicidi, e che proseguirono una volta preso il potere, con il culmine dell’assassinio di Giacomo Matteotti”. Se il fascismo fu solo questo e si ignorano la guerra civile che devastò per un biennio il paese, il vasto consenso che tanta parte della società civile diede alle camicie nere e si liquidano le realizzazioni del regime con frasi come “Mussolini ha fatto anche cose buone, E ci mancherebbe in vent’anni di potere assoluto!”(ma in quarant’anni di’ potere assoluto’ cosa ha fatto il comunista albanese Enver Hoxha?),è difficile liberarsi di ’revisionisti’ come Vannacci che dicono l’altra “mezza verità e non tutta la verità”.

 

[articolo uscito su  Il giornale del Piemonte e della Liguria il 18 novembre 2025]

 

Dino Cofrancesco

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche Università degli Studi di Genova

dino@dinocofrancesco.it

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