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Wikipedia, l’enciclopedia (poco) libera

15 Gennaio 2026 - di Paolo Musso

In primo pianoPoliticaSocietà

Qualche giorno addietro ho fatto una cosa che mai mi ero azzardato a tentare prima: ho corretto alcune imprecisioni (che in alcuni casi erano vere e proprie falsità) in due voci di Wikipedia.

Il motivo per cui non ci avevo mai provato è che ero convinto che non avrebbero resistito a lungo, perché qualcun altro sarebbe presto intervenuto a “ri-correggerle” in un senso più accettabile per il politically correct che palesemente domina anche l’autoproclamata “enciclopedia libera”.

Stavolta avevo deciso di tentare perché, conoscendo bene l’argomento (le disavventure giudiziarie del presidente brasiliano Lula legate allo scandalo Odebrecht), ero sicuro di quel che dicevo e inoltre trovavo particolarmente irritante la sfacciata faziosità con cui la vicenda era presentata. Poi, già che c’ero, ho anche fatto una piccola modifica alla voce sulla battaglia di Stalingrado.

Voglio precisare che nel farlo mi sono attenuto rigorosamente ai criteri indicati da Wikipedia: non ho scritto, come invece scrivo qui ora, che Lula (e non Trump) è l’unico vero “criminale condannato” attualmente alla guida di uno Stato, né che la voce su Stalingrado è stata chiaramente scritta da qualche storico comunista (benché sia difficile dire quale, visto che in Italia gli storici sono quasi tutti comunisti). Mi sono invece limitato, come richiesto dalle linee guida, a citare dati di fatto indiscutibili, supportati da riferimenti, con tanto di link, a fonti attendibili e verificabili.

Su Lula, che veniva presentato come vittima di una condanna politica da cui poi sarebbe stato completamente assolto e riabilitato, ho anzitutto fatto notare che l’assoluzione, decisa dalla Corte Suprema brasiliana dopo che la condanna era già diventata esecutiva e Lula si trovava già in carcere da un anno e mezzo, si basava su un cavillo puramente formale (la presunta incompetenza del tribunale che l’aveva condannato).

Nel merito, ho aggiunto che la magistratura peruviana aveva ritenuto attendibile la deposizione di Marcelo Odebrecht, titolare della omonima impresa costruttrice protagonista del più grande episodio di corruzione della storia umana (quasi un miliardo di dollari di tangenti pagate nel corso di vent’anni a centinaia di persone in almeno 12 paesi dell’America Latina), in cui egli affermava che Lula aveva addirittura la firma sul conto dei fondi neri della Odebrecht, che aveva usato per finanziare illegalmente le campagne di diversi candidati di sinistra in vari paesi sudamericani. E che in base a tale deposizione, nonché a vari riscontri oggettivi (altre testimonianze, intercettazioni, verifiche sui conti bancari, ecc.), nel 2025 Ollanta Humala, insieme a sua moglie Nadine Heredia è stato condannato a 15 anni di carcere per avere ricevuto da Lula, tramite Odebrecht, ben 3 milioni di dollari di finanziamenti illegali per la sua vittoriosa campagna presidenziale del 2011.

Le altre accuse non sono state provate, perché tutti gli altri paesi hanno preferito insabbiare lo scandalo (e probabilmente hanno fatto bene, visto che in Perù le indagini anziché alla scomparsa della corruzione, che oggi è ancor peggiore di prima, ha portato alla scomparsa dei partiti, ridotti ormai a meri comitati elettorali). Ma resta il fatto che nel 2024 la Corte Suprema brasiliana ha fatto cadere tutte le accuse anche nei confronti dello stesso Marcelo Odebrecht, benché reo confesso, il che è davvero difficile da spiegare e giustifica il sospetto che si sia trattato di una sentenza politica, visto che condannarlo per le stesse vicende per cui Lula era stato prima condannato e poi riabilitato sarebbe stato troppo imbarazzante, sia per lui che per la stessa Corte Suprema.

Quanto a Stalingrado, che veniva presentata con eccessiva enfasi, come se l’Unione Sovietica avesse qui determinato, da sola, la sconfitta della Germania nazista, mi ero limitato a notare che, per quanto si sia trattato certamente di una vittoria decisiva, era stata resa possibile dall’ingresso in guerra degli Stati Uniti, che, rovesciando gli equilibri sul fronte occidentale, aveva impedito a Hitler di mandare rinforzi al generale Paulus e alle armate tedesche impegnate in Russia. Non è certo un caso che, come riconosceva la stessa pagina di Wikipedia, fino all’ottobre del 1942 i nazisti stavano vincendo e che la situazione a Stalingrado si sia rovesciata proprio in coincidenza della disfatta tedesca ad El Alamein, che apriva agli Alleati la via dell’Italia.

Pur essendo un dilettante in questo tipo di cose, sono certo di non aver commesso errori: ho controllato bene, sia alla fine del processo di inserimento sia qualche ora dopo, e le mie integrazioni erano lì, ben visibili a tutti.

Un paio di giorni dopo, però, erano completamente scomparse, senza che ne restasse la minima traccia e senza che vi fosse nessun commento in merito nella relativa pagina di discussione.

Era semplicemente come se non fossero mai esistite.

Ora, una cosa del genere si spiega soltanto in un modo: evidentemente, ci sono persone o (più probabilmente) gruppi di persone che monitorano costantemente le pagine il cui contenuto è giudicato “sensibile” e addirittura tengono sul proprio computer la versione “correct” delle suddette pagine. Se così non fosse, infatti, non si spiega come le due pagine siano state riportate a una versione non semplicemente simile a quella precedente, ma identica fino all’ultima virgola. E il fatto che sia accaduto contemporaneamente e con la stessa rapidità, radicalità e sistematicità in due pagine senza nessuna correlazione fra loro dimostra che non si tratta di un caso isolato.

Certo, nessuno mi impedisce di inserire di nuovo le mie integrazioni, ma ciò mi costringerebbe a impegnarmi in una “guerra di revisione” che finirei inevitabilmente per perdere, perché non posso occuparmene a tempo pieno come invece evidentemente fanno queste persone. E se anche lo facessi, non potrei comunque vincere, ma al massimo “pareggiare”, riducendo le voci suddette a una situazione di instabilità endemica, la cui versione cambierebbe continuamente.

Il punto è che ciò non dovrebbe accadere. Secondo le regole di Wikipedia, i cambiamenti introdotti devono essere ideologicamente “neutrali” e basarsi su fatti sostenuti da fonti verificabili. Quello che io mi aspettavo era che qualcun altro contestasse la rilevanza delle vicende e l’affidabilità delle fonti che avevo citato, magari introducendone altre che puntavano in senso contrario. Ma che fatti e fonti siano stati semplicemente cancellati è segno di un atteggiamento totalmente ideologico, mentre il fatto di aver ripristinato integralmente la versione precedente dà molto la sensazione di un “avvertimento”, non dico proprio mafioso, ma quasi: è come dire “guarda che è inutile che ci riprovi, tanto noi siamo più forti e tu non puoi farci niente”.

Certo, per poter trarre conclusioni più generali e più solide ci vorrebbe una verifica ben più sistematica, che da tempo ho in mente di fare. Ma, non avendo né il tempo né la capacità né – soprattutto – la voglia di farla personalmente, vorrei affidarla come tesi a qualche mio studente più “digitale” di me. Ora questa sgradevole vicenda mi motiverà a perseguire l’obiettivo con maggior decisione.

Nel frattempo, sarà bene tener presente che Wikipedia è certamente uno strumento utile, ma non è affidabile, per cui le sue informazioni, specialmente quando coinvolgono questioni “politicamente sensibili”, devono sempre essere sottoposte a verifiche incrociate con altre fonti.

E, soprattutto, sarà bene tener presente che Wikipedia sarà anche un’enciclopedia libera, ma alcuni suoi utenti sono più liberi degli altri.

La mente (inconsapevolmente) totalitaria di Noemi Di Segni

24 Aprile 2023 - di Dino Cofrancesco

In primo pianoPolitica

Confesso un profondo sconcerto quando leggo, sulle più importanti testate italiane, che il governo di Giorgia Meloni stenta ancora a riconoscere il fascismo come male assoluto. Anche una persona squisita come Noemi Di Segni, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche in Italia, in un’intervista a ‘La Stampa del 21 aprile u.s., ha dichiarato che “ Giorgia Meloni e gli altri esponenti del governo devono capire che il fascismo ha fatto cose gravissime a partire dalle leggi razziali e devono capire che è stato un male assoluto per tutte l’Italia. Giorgia Meloni ha detto che le leggi razziali sono state un abominio ma ha mancato di dire che le ha fatte un governo fascista. Le leggi non nascono da sole, qualcuno le ha volute e le ha firmate”. Ancora una volta si chiede alla destra al governo di dichiararsi antifascista, non bastando la professione di fede democratica (che per un liberale comporta poi sia l’antifascismo che l’anticomunismo).

 Tra l’altro, nell’intervista, Di Segni adopera il termine ‘revisionismo’ come ‘un peccato contro lo Spirito’, per dirla con Croce, ignorando che il revisionismo è l’imperativo metodologico di ogni storico serio: se i racconti del passato fossero ‘veri’ come sono vere le leggi delle scienze naturali, che senso avrebbe  sottoporli alla critica della ragione storica? In realtà, la political culture ,in cui si riconosce l’intervistata–e con lei quasi tutti gli intellettuali impegnati del nostro paese—da qualche tempo ha dichiarato una guerra spietata a ogni tipo di revisionismo storiografico: ormai a dirci cosa realmente  fu il fascismo sembrano essere rimasti l’Anpi e  Gianfranco Pagliarulo. La ‘vulgata antifascista’—da cui vent’anni fa rifuggivano anche gli storici di sinistra– è diventata una verità di Stato e persino la più alta carica della Repubblica ha messo in guardia contro la tentazione di ripetere che il fascismo ha fatto anche cose buone. E’ il pensiero unico che celebra i suoi trionfi e che, se fosse coerente, dovrebbe porre al bando l’intervista sull’antifascismo che un politico e studioso comunista del calibro di  Giorgio  Amendola rilasciò a Piero Melograni (Ed. Laterza 1976): Il ‘Secolo d’Italia’ scrisse che i riconoscimenti tributati al regime superavano quelli che si potevano leggere nell’Intervista sul fascismo di Renzo de Felice. Ma ormai chi si ricorda più del  maggiore storico del fascismo del nostro tempo, di Augusto Del Noce, il geniale filosofo politico che alle diverse forme di totalitarismo dedicò le sue riflessioni più profonde? Chi cita più i grandi storici e scienziati politici d’oltralpe e d’oltreoceano che sul fascismo, sul nazismo, sul comunismo hanno scritto pagine fondamentali ma che oggi sembrano ignorate?

 Meloni e altri esponenti della sua area politica e culturale hanno condannato le leggi razziali e l’alleanza col Terzo Reich? Per le Vestali della Liberazione non basta: avrebbero dovuto dire che quelle pagine nere del regime fascista erano iscritte tutte nel suo DNA ideologico: insomma avrebbero dovuto scavalcare a sinistra studiosi come A. James Gregor o Ernst Nolte, elaborando una teoria dei crimini commessi dai fascisti che li presentasse come effetti naturali di cause autoevidenti. Davvero una strana pretesa, questa,  che riporta in auge quelle che un tempo si chiamavano ‘filosofie della storia’ ,intese come visioni del mondo in cui tutto era concatenato, tout se tient.

  Sennonché le ‘filosofie della storia’ sono un prodotto tipico dell’ideologia intesa come falsa coscienza che appende a un chiodo—il Valore, o il Disvalore, posto a fondamento di una politica—tutto il seguito positivo o negativo che si fa discendere da una scelta originaria o da un’idea che abbia trovato delle baionette, per dirla questa volta con Napoleone. Così per un tradizionalista doc (ce ne sono ancora) la presa della Bastiglia è all’origine del regicidio, del Terrore, delle guerre napoleoniche della finis Europae. E, analogamente, per un laicista ateo e razionalista, dalla religione cristiana discendono tutte le brutture che hanno segnato nei secoli il vecchio continente: dalle crociate ai roghi dell’Inquisizione etc.. In Controstoria del liberalismo (Ed. Laterza 2005), lo storico della filosofia, il compianto, Domenico Losurdo scriveva, della tradizione di pensiero liberale, che “Nessun’altra più di essa si è impegnata a pensare a problema decisivo della limitazione del potere. Epperò, storicamente, questa limitazione del potere è andata di pari passo con la delimitazione di un ristretto spazio sacro: maturando un’autocoscienza orgogliosa ed esclusivistica, la comunità dei liberi che lo abita è spinta a considerare legittima la schiavizzazione ovvero l’assoggettamento più o meno esplicito, imposti alla grande massa dispersa per lo spazio profano. Talvolta si è giunti perfino alla declinazione e all’annientamento. E’ dileguata del tutto questa dialettica in base alla quale il liberalismo si trasforma in un’ideologia del dominio e finanche in un’ideologia della guerra?”. Per il marxista Losurdo non c’era nessun dubbio che razzismo e colonialismo fossero iscritti nell’ideologia liberale. Ne costituiva una riprova la storia degli Stati Uniti.” |…| La Costituzione additata come modello consacra la nascita del primo Stato razziale, mentre l’autogoverno qui osannato garantisce ai proprietari di schiavi del Sud il legittimo godimento della loro proprietà senza interferenze da parte del governo federale”. Va detto che Losurdo, uno studioso sempre molto documentato e autore di libri che si leggono ancora oggi con profitto, al di là del dissenso teorico, era molto più serio del collega antichista romano, Antonio Capizzi, che scrisse un saggio degno dell’inquisizione stalinista—il titolo dice tutto– Alle radici ideologiche dei fascismi. Il mito della libertà individuale da Constant a Hitler (Roma, Savelli, 1977) per dimostrare la continuità profonda tra il Discorso  di Constant sulla libertà dei moderni comparata a quella degli antichi col Mein Kampf di Adolf Hitler.

 A mio avviso, uno storico—liberale o meno che sia—non può sottoscrivere nessuna delle due interpretazioni del liberalismo ma il problema non è questo, bensì è quello di stabilire se una comunità politica, che si ispiri ai valori della società aperta debba esigere che i suoi cittadini si riconoscano nel racconto ufficiale della storia predisposto dallo stato democratico o debba limitarsi a esigere l’assoluta fedeltà alla Costituzione e codici di cittadinanza in linea coi suoi valori. Per fare un’ipotesi non del tutto irreale, se un regime comunista o un partito comunista non si accontentasse della conversione marxleninista di un cittadino già militante in una formazione democratica borghese ma esigesse da lui il riconoscimento di aver militato in passato nell’area ideologica che teorizzava e praticava lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, il genocidio, la colonizzazione non sarebbe una riprova della mens totalitaria del comunismo? E se l’esaminando dicesse: lascio il mondo capitalista, borghese, liberale non perché era il male assoluto ma perché non ha mantenuto le sue promesse, non ha risolto il problema della giustizia sociale non ha eliminato lo sfruttamento del proletariato interno ed esterno, potrebbe egualmente ottenere  la tessera del PCI o del PCUS?

 I  veri numi tutelari della ricerca storica non sono i santi dell’Inquisizione—cattolica o laica—ma i grandi scettici, come Michel de Montaigne o David Hume. Essi insegnano che la storia non è un processo necessitato in cui ogni casella, ogni momento del suo divenire, si colloca al posto giusto ma è un sistema aperto, dove può sempre accadere di tutto, dove ciò che poi accade realmente trova una sua spiegazione logica ma poteva non accadere.

 Quando si dice che il fascismo è il male assoluto e se ne vuol fare una verità di fede per tutti i cittadini non ci si ispira ai valori alti  dell’Occidente ma all’ideologia del Grande Fratello sempre più esigente che non può certo accontentarsi    della condanna senza appello delle leggi razziali e dell’esecrazione del Patto d’Acciaio che distrusse non solo le nostre città ma indebolì, forse irreparabilmente, lo stesso sentimento d’amor patrio. Se non si dice che  fin dall’inizio il fascismo fu quanto di peggio e di più pestilenziale avrebbe potuto abbattersi sull’Italia, non ci si può accostare al fonte battesimale della democrazia. Resta, pur sempre, il problema della   maggioranza dei nostri connazionali che gli assicurarono un ampio consenso–a cominciare dagli intellettuali, dagli imprenditori, dalle autorità ecclesiastiche, dalla ‘gente meccanica e di piccolo affare’. Come va considerata? Come ‘massa damnationis’ i cui residui storici attendono una bonifica integrale?

 La Meloni viene da ambienti ‘che ci hanno creduto’, da persone che, in buona fede, videro nelle camice nere il movimento e poi il governo che salvarono il paese dall’anarchia e realizzarono non poche significative riforme sociali, facendole pagare—beninteso–con la perdita delle libertà statutarie (perdita per noi inaccettabile ma non per gli Italiani del tempo, stanchi di guerre civili e di violenze, come ben riconobbero, storici non certo reazionari da Angelo tasca a Federico Chabod, da Renzo de Felice a Roberto Vivarelli). . Sono proprio tenuti i ‘postfascisti’ a qualificarsi come ‘antifascisti’, a buttare nella spazzatura della storia idealità in cui hanno creduto in buona fede e che, semmai hanno visto tradite, a partire dalle leggi del ‘38 e dall’entrata in guerra del 1940 (le vide tradite, ad esempio, una figura di intellettuale di grande onestà e cultura come Giano Accame, amico personale di Giampiero Mughini, che pure volle la sua bara avvolta nella bandiera della RSI)? Non esito a dire che non potrei avere nessuna stima per Giorgia Meloni se , per compiacere l’assordante canea degli antifascisti in servizio permanente effettivo, si proclamasse ‘finalmente’ antifascista: a parte il fatto che non convincerebbe nessuno dei suoi nemici politici –direbbero che è stata dichiarazione tardiva e imposta–, sarebbe per lei ammettere che nel fascismo storico ci sono state solo ombre e nessuna luce– nell’Erebo può dominare solo il buio pesto—e che la sua milizia politica passata è stata un’imperdonabile peccato di gioventù. Ci manca solo che si pretenda da lei, a questo punto,  di prendere posizione a favore di Claudio Pavone nella durissima polemica che l’oppose al salveminiano  Roberto Vivarelli, autore di un testo esemplare, La fine di una stagione. Memoria 1943-1945 (Il Mulino, 2013), in cui lo storico, rievocando la sua giovanile adesione alla Repubblica Sociale,  la spiegava con le circostanze in cui era avvenuta, e, quel che è peggio, scriveva che non ne era affatto pentito della sua scelta.

 Debbo aggiungere, però, che non avrei nessuna stima ,altresì, di un dirigente o di un intellettuale di sinistra che oggi si definisse anticomunista. Il comunismo, come ormai è acclarato, fece più vittime del nazismo e di ogni altro regime golpista della storia contemporanea messi insieme, ma perché non riconoscere a quanti hanno creduto nelle sue ‘promesse’ una buona fede, attestata, tra l’altro, dalla disponibilità a dare la vita per la’causa’, a sacrificare una tranquilla vita borghese in difesa di idealità nobilissime, come l’eguaglianza e la giustizia sociale? Dovrei chiedere ai tanti amici comunisti, che ho conosciuto, frequentato e apprezzato per il loro impegno civile, di considerare il ‘socialismo reale’ come l’altro Male assoluto del XX secolo, come riteneva il presidente Reagan?

 Il pensiero egemone, in Italia, per citare i versi di Trilussa, sta “sprecanno troppe cose belle in nome della fede”: forse è il segno inequivocabile della nostra decadenza.

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