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Rispetto e ipocrisia – Le tre forme di rispetto

12 Marzo 2026 - di Dino Cofrancesco

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Credo che a distinguere radicalmente la società aperta dalle altre sia la libertà di parola e di ascolto unita al rispetto per chi ha opinioni diverse dalle proprie. Sul termine “rispetto”, però, si annidano non pochi equivoci. Nel 2024 Treccani ha scelto rispetto come parola dell’anno per sottolinearne l’importanza fondamentale in una società segnata da conflitti e la necessità di riscoprirne il valore.

Sennonché, in linea con la political culture nazionale — buonista con i “diversi” e persecutoria nei confronti degli “opposti” — il prestigioso istituto romano definisce il rispetto come “un sentimento e un atteggiamento di stima, attenzione e riguardo verso persone, istituzioni o culture, manifestato con azioni o parole”. Insomma, non c’è rispetto se non è legato alla stima.

Gli inglesi, che sono liberali ma non buonisti, la vedono diversamente e nell’Oxford Learner’s Dictionaries distinguono due tipologie. Da una parte il rispetto come “riconoscimento di una superiorità morale o sociale; deferenza, riguardo (anche per, verso, di ): salutare con rispetto; nutrire, provare rispetto per (o verso ) i genitori, le istituzioni; avere rispetto degli anziani”. Dall’altra il rispetto come “sentimento di attenzione nei confronti degli altri, della loro dignità e dei loro diritti, che dispone ad astenersi da atti offensivi o lesivi (per, verso, di): il rispetto per (o verso ) i propri simili; rispetto per la proprietà; rispetto della vita altrui; mostrare rispetto verso tutte le opinioni”.

In realtà, il rispetto che si deve agli altri, sempre in una società aperta, è solo il secondo. Sono tenuto a “rispettare” la defunta Michela Murgia, inventrice del fascistometro, o Mirella Serri che, nel suo recente pamphlet sulla cultura di destra, parla di Giorgia Meloni come legittima erede di Hitler, di Mussolini, di Julius Evola. Ma perché dovrei essere tenuto ad avere riguardo per autori e libri che, a casa mia, dopo averli letti, butterei nell’immondizia, e che tuttavia riterrei intollerabile — e “illiberale” — censurare o impedirne la pubblicazione?

In realtà, anche il diritto alla “disistima” fa parte dei diritti di libertà: oserei dire anche il diritto all’odio, se non si traduce in “linea di fatto”.

Ai due paragrafi dell’Oxford Learner’s Dictionaries ne aggiungerei, però, un terzo, che sarebbe piaciuto al liberale pluralista Isaiah Berlin: “Il rispetto come dovere di comprendere le ragioni, gli interessi, i valori degli altri,” dove, beninteso, ‘tout comprendre‘ non è ‘tout pardonner‘. Si ha l’obbligo di comprendere l’etica nazista — come invitava a fare Mario Stoppino in un inedito ripubblicato ora su “Nuova Storia Contemporanea” — ma averne inteso la natura diabolica non porta certo a cancellare l’orrore e la distanza dalla visione del mondo hitleriana.

Oggi, in Italia, questa terza accezione è de facto ancora più utopica delle altre due. Quando si parla di “sovranisti, nazionalisti, populisti”, ricacciati tutti nella bolgia infernale del fascismo, non si è tenuti ad alcun rispetto.  Né al rispetto come riguardo, né al rispetto come riconoscimento di diritti civili e politici, né al rispetto come dovere di comprensione.

Se una misura, una proposta di legge, un’iniziativa vengono bollate come “sovraniste”, il discorso si chiude subito; ma sapere di che si tratta non dovrebbe interessare nessuno. Il rispetto proclamato dalla Treccani, in fondo, è rispetto de noantri.

A proposito di un’uscita di Elly Schlein – Democrazia a rischio?

4 Novembre 2025 - di Luca Ricolfi

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«La democrazia è a rischio, la libertà di parola è a rischio quando l’estrema destra è al governo».

Così parlò Elly Schlein ad Amsterdam, al congresso dei Socialisti Europei. Le si potrebbe rispondere che è vero, la libertà di parola in Italia è a rischio, ma a metterla a rischio è l’estrema sinistra, come ha appena sperimentato sulla sua pelle Emanuele Fiano, ex deputato Pd cui è stato impedito di parlare all’Università di Ca’ Foscari “perché ebreo”. Era già successo ad altri ebrei, come David Parenzo e Maurizio Molinari (allora direttore di Repubblica), e a tanti altri con colpe meno gravi di quella di essere ebreo.

C’è però anche un altro modo, più utile, di ragionare sull’infelice uscita della segretaria del Pd, ed è di chiederci che cosa deve succedere per parlare seriamente di un deterioramento della democrazia. O, più precisamente, che nozione di democrazia hanno in mente quanti la vedono “a rischio”.

La mia impressione è che il concetto di democrazia che hanno in mente quanti la vedono in pericolo soffra di due gravi distorsioni. La prima è di misurare il grado di democrazia non in base al rigoroso rispetto dei principi costituzionali, ma in base al grado di avvicinamento agli obiettivi che ispirano una politica progressista, ad esempio: più stato sociale, più redistribuzione, più mitezza in campo penale. Quando da tali obiettivi ci si allontana perché le elezioni vengono vinte da una coalizione di destra, anziché prendere atto che l’esecutivo ha cambiato colore politico (e quindi sono al governo idee opposte) si denuncia, perlopiù in modo pensoso e corrucciato, che è in atto un deterioramento della qualità della democrazia. Ma è un errore concettuale grave: l’orientamento delle politiche dei governi non può essere un criterio per giudicare il grado di democraticità di un determinato paese, o la qualità della sua democrazia. E non può esserlo per un motivo logico ben preciso: ogni politica è frutto di un bilanciamento fra istanze opposte ma entrambe legittime, e nulla autorizza a dire che muoversi verso uno dei due poli sia più democratico che muoversi verso l’altro. Faccio un esempio, spesso evocato dal sociologo progressista Zygmunt Bauman: il conflitto fra libertà e sicurezza. Quando si introducono nuovi reati o nuove pene per contrastare comportamenti anti-sociali, è indubbio che si sta privilegiando la sicurezza a scapito della libertà. Ma dire che si sta mettendo a rischio la democrazia, o che se ne sta deteriorando la qualità, è un errore concettuale, perché nulla autorizza a dire che certe combinazioni di sicurezza e libertà sono più democratiche di altre. Si può dire che sono più o meno libertarie, più o meno garantiste, più o meno autoritarie, ma non più o meno democratiche. Questa, detta per inciso, è una delle differenze cruciali fra destra e sinistra oggi in Italia. La destra, di norma, critica le politiche di sinistra per i loro contenuti, non perché metterebbero a rischio la democrazia. La sinistra, al contrario, critica le politiche di destra perché (quasi) tutto quel che fa la destra le pare un attentato alla convivenza democratica.

E qui arriviamo al secondo tipo di distorsione che affligge chi evoca continuamente pericoli per la democrazia: la credenza che una delle due parti politiche – la destra – non sia pienamente legittimata a governare. E non lo sia precisamente perché non pienamente democratica. Qui si va davvero al nocciolo del problema: democrazia è innanzitutto l’accettazione del pluralismo, come ci ha insegnato Isaiah Berlin. Dove pluralismo significa che alcuni conflitti fra valori possono essere insuperabili, e nessuno può pretendere che i propri siano intrinsecamente superiori a quelli dell’avversario politico.

Anche in questo caso abbiamo un’asimmetria. Nessuno, dopo la svolta della Bolognina compiuta da Achille Occhetto nel 1991, contesta più il diritto degli eredi del Partito comunista di andare al potere. Ma ancora molti contestano il medesimo diritto agli eredi del Movimento sociale italiano, a dispetto della svolta di Fiuggi, voluta da Gianfranco Fini nel 1995, e della ulteriore rifondazione del partito compiuta da Giorgia Meloni (insieme a Crosetto e La Russa) nel 2012. La continua richiesta di credenziali antifasciste, e l’ossessivo allarme per la “democrazia a rischio”, segnalano esattamente questo: l’incompiutezza del cammino che, dopo la stagione del terrorismo e delle ideologie, avrebbe dovuto condurre l’Italia a essere una democrazia normale, in cui destra e sinistra si combattono sui programmi, non sul diritto a governare e sulle credenziali democratiche.

In questo senso do un po’ di ragione a Elly Schlein. Sì, effettivamente in Italia la democrazia corre qualche rischio, ma non nel senso che qualcuno voglia o possa sovvertirne le istituzioni, bensì nel senso più sottile, ma non meno inquietante, che non tutti gli attori in campo hanno ancora raggiunto la piena “maturità democratica”, ovvero la piena accettazione della legittimità dell’avversario politico e – forse ancora più importante – del diritto di espressione di tutte le opinioni, purché non violente. Su questo, dopo il caso dell’on. Fiano, silenziato da sinistra perché ebreo, urge davvero una riflessione.

[articolo uscito sul Messaggero il 2° novembre 2025]

A proposito del caso Roccella – Sopraffazione

20 Maggio 2024 - di Luca Ricolfi

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Non è la prima volta che, in un evento pubblico, a qualcuno viene impedito di parlare, come è successo la settimana scorsa al ministro Eugenia Roccella, in occasione degli Stati Generali della Natalità. Mai, però, avevo assistito a un così vasto fuoco di sbarramento per impedire che venisse detto, o ripetuto, ciò che solo il Presidente della Repubblica ha potuto dire senza essere irriso, e cioè che il gesto delle contestatrici era stato incivile e in contrasto con la Costituzione.

Impossibile ricapitolare, nello spazio di un articolo, il profluvio di argomenti scomodati per aggirare il severo giudizio del Capo dello Stato. Ne ricordo solo alcuni: la colpa è di Roccella che ha rinunciato a parlare, anziché rassegnarsi a farlo sotto un diluvio di fischi; quello delle contestatrici era solo dissenso, e il dissenso è il sale della democrazia; impedire di parlare a un ministro è giustificato dalla eccezionale gravità delle intenzioni del governo; la Roccella non ha subito nessuna censura, perché la censura procede da chi ha il potere verso chi non ne ha, e non viceversa; la Roccella ha infiniti mezzi per far conoscere le sue opinioni, le
contestatrici no; è questo governo che esercita la censura e intimidisce privati cittadini con le querele (casi di Roberto Saviano, Luciano Canfora, Donatella Di Cesare).

Sarebbe facile, arrivati a questo punto, fare notare il doppio standard. Che cosa sarebbe successo se, in un evento pubblico, attiviste delle associazioni pro-vita avessero impedito a Elly Schlein di parlare? Che cosa fa sì che si possa lodare Laura Boldrini, Presidente della Camera, quando annuncia di volere denunciare i suoi odiatori, e deprecare Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio, quando fa la stessa cosa? Perché lo squilibrio di potere viene invocato quando il denunciato è Roberto Saviano, che pure ha un vastissimo sistema mediatico pronto a difenderlo, e viene dimenticato quando i denunciati sono comuni cittadini, che insultano la Presidente della Camera ma non hanno (meno male…) alcuna rete protettiva?

Ma passiamo oltre. Qui vorrei solo far notare una circostanza, e sollevare un problema.
La circostanza è che nel nostro linguaggio sembra assente un termine per indicare quel che è successo al ministro Eugenia. Roccella, ma anche a tanti altri cui, specie negli ultimi tempi, è stato impedito di parlare. Su questo ha perfettamente ragione la sinistra a dire che non si tratta di censura, e ha torto la destra quando parla di violenza femminista. Ma allora di che cosa si tratta?

La sinistra risponde dissenso, contestazione. Ma anche questo è sbagliato, o meglio è riduttivo. Si può dissentire senza impedire agli altri di parlare, si può contestare ma accettare il dialogo. Lo specifico di quel che è successo con Roccella è che si è
contestato, ma lo si è fatto impedendo a un ministro di esercitare un diritto costituzionale, ovvero la libertà di manifestazione del pensiero, garantita a tutti i cittadini dall’articolo 21 della Carta: è questo che ha inquietato il Presidente della Repubblica.

Nello stesso tempo occorre dire con chiarezza che, a differenza di tante altre contestazioni, questa non è stata violenta. Fischiare, tamburellare, urlare, cantare, emettere suoni di disturbo sono atti che impediscono materialmente di parlare, ma non sono violenza. Tolgono la parola, ma non alzano le mani su nessuno.

È curioso che non esista una parola condivisa per descrivere questi atti, che producono le stesse conseguenze della censura e della violenza, ma non sono né censura né violenza. Eppure sono atti sempre più diffusi, specie nelle università straniere, dove a centinaia di professori e studiosi viene impedito di parlare dagli attivisti contrari alle loro idee (celebre il caso della professoressa britannica Cathleene Stock, addirittura costretta a dimettersi ed emigrare in America). Insomma, sarebbe bene che una parola la inventassimo, o la scegliessimo fra quelle che abbiamo.

Se non è né censura, né violenza, e tuttavia è la negazione di un diritto fondamentale, come possiamo chiamare l’atto di impedire la parola? Io suggerirei di usare il termine ‘sopraffazione’, che mi pare renda bene l’idea di una prepotenza efficace, ovvero riuscita nell’intento.

Resta aperto un problema, però: ci sono circostanze, al di là di quelle già previste dalla legge, in cui può essere ragionevole sospendere l’articolo 21, che tutela la libertà di parola?
Per molti di coloro che hanno attaccato Roccella e giustificato le sue contestatrici, la risposta pare essere positiva, come se la giustezza (vera o presunta) della causa per cui si combatte autorizzasse a togliere la parola a chi la pensa diversamente. Per
quanto mi riguarda, invece, la risposta è negativa: ci sono diritti che non possono essere sospesi neppure in circostanze eccezionali, perché il loro esercizio non limita la libertà e la sicurezza di nessuno. Il diritto a non essere sopraffatti da chi pretende di toglierci la parola è uno di tali diritti non comprimibili. Forse non l’unico, ma certo il più importante per chi ancora desidera vivere in una società libera.

[articolo trasmesso al Messaggero il 13 maggio 2024]

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