Diritti universali e etica della reciprocità

12 Giugno 2026 - di fondazioneHume

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L’articolo di Luca Ricolfi “Gli italiani e gli immigrati. Due regimi morali”, apparso il 3 Giugno sul sito della Fondazione Hume, ha suscitato in me profondi interrogativi. La riflessione che segue, frutto di quella lettura, è il tentativo di dare una parziale risposta.

Nell’articolo si sostiene che l’etica dei diritti universali, diffusa ”fra i ceti istruiti e urbanizzati’’, rifiuta ogni distinzione tra nativi e stranieri ritenendo che entrambi siano a pari titolo, in quanto esseri umani, detentori di diritti inalienabili.

Ma se non si vuole che un principio giusto, razionale e rigorosamente logico, finisca col generare una grande ingiustizia occorre fare una riflessione: i cosiddetti diritti universali non sono piovuti dal cielo, come manna, ma sono frutto del lavoro, del sudore delle mani e della fronte delle generazioni che ci hanno preceduto e che hanno lottato duramente per ottenerli, spesso rischiando la vita.

Quando lo straniero arriva e ottiene il permesso di soggiorno, e in seguito la cittadinanza, gode di una serie di diritti (istruzione e sanità gratuite, utilizzo a basso costo di treni e autobus, assistenza legale gratuita, accesso ai benefici dello stato sociale, sostegno alle famiglie, pensioni per gli anziani, case popolari etc.) che nella stragrande maggioranza dei paesi di provenienza sono inimmaginabili.

Occorre sottolineare che per godere di questi diritti, nè lui, né i suoi antenati hanno fatto alcuna fatica. Non hanno dato alcun contributo, né speso un centesimo. Non solo. Poiché la maggioranza degli immigrati, viene impiegata in lavori di bassa qualificazione, le tasse che pagano sono irrisorie per cui godono di benefici che sono in larga misura garantiti grazie al lavoro e alle tasse che pagano i nativi. Se questo lavoratore straniero delinque non deve sorprenderci che scatti la rabbia o la riprovazione: è come se sputasse nel piatto in cui mangia violando le antiche regole dell’ospitalità. Ecco perché una parte consistente di italiani è, o almeno si dichiara, favorevole al ritiro della cittadinanza in questi casi.

L’etica dei diritti universali non può essere un mantra che viene officiato in una sorta di stanca liturgia solo quando torna comodo. Mi spiego meglio. In Italia è stato calcolato che ci siano circa 80000 donne escisse e/o infibulate e circa 7000 bambine che sono state mutilate nel nostro paese senza che nessuno, ripeto nessuno, né assistenti sociali, né pediatri, né ginecologi abbia mosso un dito. Come mai? Forse-in barba al diritto universale di non subire mutilazioni- si è tacitamente accettata l’idea della non punibilità in quanto trattasi di culture diverse dalla nostra che vanno comprese e addirittura giustificate. Ma le mutilazioni genitali femminili sono un grave reato e se non vengono perseguite adeguatamente le bambine continueranno a subirle con grave danno per la loro salute fisica e psichica.

Un altro esempio. Quando gruppi organizzati di giovani figli o nipoti di immigrati aggrediscono con violenza qualcuno, talvolta con esiti devastanti, ci tocca assistere alla tv di stato a trasmissioni in cui ineffabili giornalisti si chiedono se colpevolizzare gli autori di violenza o recuperare questi soggetti, come se fosse possibile recuperare o rieducare qualcuno senza averlo prima severamente punito per fargli capire il male che ha fatto e che si riverbera a cascata su tutta la famiglia della vittima.

È davvero indispensabile a questo punto ricordare a tutti noi che non ci sono diritti senza doveri. E questo vale per tutti, nativi e non. Il dovere costituisce il primum ontologico del discorso giuridico.

Come sostenne magnificamente Simone Weil un diritto non è efficace di per sé ma solo attraverso l’obbligo cui esso corrisponde: il suo adempimento non proviene da chi lo detiene ma dagli altri uomini che si riconoscono obbligati a qualcosa. Il dovere precede il diritto, non è difficile da capire.