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Il grande abbaglio del “modello italiano”. Intervista a Luca Ricolfi

17 Ottobre 2020 - di Luca Ricolfi

Società

Professore, dal vostro osservatorio della Fondazione Hume continuate ad analizzare i dati sull’andamento dell’epidemia. Come siamo messi a contagi rispetto a marzo scorso?
Il numero attuale di persone contagiose nessuno lo conosce, perché i casi rilevati – oggi come ieri – sono solo la punta dell’iceberg. Io ritengo, basandomi soprattutto sui dati dei ricoveri, che il numero di persone in grado di infettare gli altri possa essere dell’ordine di 1/3 di allora.
Quanto al parametro più importante, la velocità di crescita dei contagi, quella attuale è la stessa dei giorni intorno al 21 marzo, quando venne decretato il vero lockdown, con la proibizione degli spostamenti fra comuni: i nuovi casi raddoppiano ogni settimana. Evidentemente è questa la soglia che induce i politici a risvegliarsi dal loro torpore.

Perché, dovrebbe essercene un’altra?
Certo, la soglia vera non è quando l’epidemia va fuori controllo, ma quando si passa da una crescita lineare a una crescita esponenziale.

E questa seconda soglia quando è stata attraversata?
Dipende dallo strumento che si usa per accorgersi che l’epidemia sta rialzando la testa. Se, come pare siano abituate a fare le autorità sanitarie, si usa il numero di nuovi casi giornaliero, il campanello di allarme era già suonato nell’ultima parte del mese di luglio. Se invece ci si basa su strumenti più sofisticati, il punto di svolta si situa intorno a metà giugno. Come Fondazione Hume abbiamo sollevato il problema precisamente allora (4 mesi fa!), con un’intervista all’Huffington Post in cui notavo che, per salvare il turismo estivo, il nostro governo stava lasciando ripartire l’epidemia.

E a tamponi come stiamo?
Sui tamponi ci sono state varie fasi, ognuna caratterizzata da un diverso tipo di negazionismo.
Nelle prime settimane, il negazionismo governativo era assoluto: i tamponi danneggiano il turismo, facciamoli solo in casi estremi.
Poi, fino all’appello di Lettera 150 promosso da Giuseppe Valditara e Andrea Crisanti (inizio maggio), è stato il tempo del negazionismo relativo: i tamponi servono, e noi ne facciamo più di ogni altro paese, Germania compresa (era falso, ma loro mostravano di crederci).
Infine, dopo un breve periodo in cui anche le autorità sanitarie parevano essersi convinte della giustezza dell’appello di Lettera 150, siamo passati al negazionismo di fatto: sappiamo che dobbiamo fare molti più tamponi, ma di fatto ne facciamo pochi. Giusto per darle un’idea: il numero medio di tamponi settimanali di agosto era ancora ai livelli di maggio.
L’unico cambiamento significativo è intervenuto fra settembre e ottobre, quando finalmente il numero di tamponi è aumentato sensibilmente (di circa il 40% rispetto a fine agosto), se non altro per limitare i danni provocati dai vacanzieri di ritorno. Ma siamo ancora lontanissimi dal livello suggerito da Crisanti, che a fine agosto aveva chiesto di (almeno) triplicare il numero di tamponi, con tanto di piano trasmesso la governo.

Ma non siamo tra quelli che fanno meglio in Europa?
Questo è semplicemente un abbaglio collettivo, qualcosa di cui come sociologo stento a darmi conto. Capisco che chi ci governa non abbia il minimo rispetto per la pietrosa realtà dei dati, e abbia voluto alimentare il mito del “modello italiano” che tutti ci invidierebbero, ma trovo mortificante che – fortunatamente con qualche eccezione – il sistema dei media per mesi abbia accettato acriticamente questa narrazione.

E allora diciamoli questi dati…
Il primo dato, il dato di fondo, da cui qualsiasi analisi dovrebbe partire, è il bilancio complessivo in termini di morti e di caduta del Pil. Ebbene, su 37 società avanzate (paesi Oecd e Unione Europea) solo quattro hanno avuto più morti per abitante di noi. Si tratta di Spagna, Belgio, Regno Unito, Stati Uniti (vedi grafico). Quanto al Pil, le previsioni del Fondo Monetario Internazionale uscite pochi giorni fa, ci dicono che quest’anno solo la Spagna farà peggio di noi (vedi grafico).
Ma non è tutto. Anche se guardiamo esclusivamente alla fase attuale, quella in cui – secondo la narrazione dominante – l’Italia si starebbe comportando meglio degli altri paesi, la realtà è che siamo a metà classifica, un po’ meglio di Francia e Regno Unito, ma molto peggio della Germania. L’illusione di stare molto meglio di Francia e Regno Unito si basa semplicemente su un errore, o ingenuità, di tipo statistico.

Che tipo di errore?
L’errore di basarsi sui nuovi casi giornalieri accertati, senza tener conto del fatto che la capacità diagnostica dei vari paesi è molto diversa, perché diverso è il numero di tamponi per abitante, e diversa è l’efficacia del tracciamento. Tutti i maggiori paesi occidentali, compresa la Francia, da almeno due mesi fanno il doppio o il triplo dei tamponi che facciamo noi, e questo finisce per gonfiare il numero di nuovi casi diagnosticati, permettendo a noi – che di tamponi ne facciamo molti di meno – di cullarci nell’illusione di stare meglio di altri.
Ma c’è un errore ancora più grande, che un po’ tutti hanno commesso.

Quale?
E’ quello di puntare sempre i riflettori su chi stava peggio di noi, anziché su chi aveva fatto molto meglio, con un bilancio di morti (e di caduta del Pil) enormemente più favorevole del nostro. Avremmo dovuto studiare i paesi migliori per cercare di imitarli, anziché auto-rassicurarci con i guai dei paesi che avevano sbagliato strategia.

La riapertura delle scuole, e il successivo svolgimento delle elezioni, hanno avuto un peso sulla crescita dei contagi? O stiamo pagando ancora le vacanze matte di agosto?
La scuola è semplicemente il luogo nel quale, a causa di un livello di attenzione lodevolmente elevato (tamponi), si tocca con mano quanto folle sia stata la nostra estate. Quanto alle elezioni sì, è possibile che, come temeva il prof. Massimo Galli, decine di milioni di italiani alle urne abbiano accelerato la circolazione del virus. Lo dico perché la serie dei decessi ha avuto un repentino innalzamento dopo l’11 ottobre, giusto 20-25 giorni dopo la data del voto, e giusto ieri un nuovo balzo (+83 morti, il doppio del giorno prima).
Ma quello che stiamo pagando davvero, in questi giorni, sono i 5 peccati capitali dei nostri governanti: pochi tamponi; mancato rafforzamento del trasporto pubblico locale; incredibili ritardi nel rafforzamento del servizio sanitario nazionale e della medicina territoriale; deliberata indulgenza su movida, discoteche, assembramenti; nessun serio piano per ridurre il numero di alunni per classe.
E’ ipocrita, e anche un po’ vile, attribuire la responsabilità del dramma attuale alla popolazione, quando si sono passati mesi ad adulare i cittadini per il loro presunto senso di responsabilità, anziché denunciarne le follie estive, e magari provare a far rispettare le regole. La realtà è molto semplice e cruda: la frittata l’hanno fatta i governanti, e adesso tocca a noi toglier loro le castagne dal fuoco. Perché la strategia del governo è sempre quella, ieri come oggi: tergiversare finché i casi sembrano pochi; svegliarsi di colpo quando si profila il collasso del sistema sanitario; e a quel punto terrorizzare l’opinione pubblica perché accetti l’unica cosa che al governo riesce bene, ossia chiuderci tutti in casa.
Ma il dato più terribile è che, oggi come ieri, chi si ammala non riceve alcuna visita a casa, ed è abbandonato nei meandri della burocrazia sanitaria, digitalizzata e senza umanità (una realtà che il caso di Feruccio Sansa riassume fin troppo bene).

Il virologo Andrea Crisanti auspica un nuovo lockdown a ridosso del Natale per frenare il diffondersi del contagio. Cosa ne pensa?
Ho ascoltato l’intervista, ma non mi è sembrato un auspicio, semmai una previsione. Secondo me il prof. Crisanti, per una volta, è fin troppo ottimista: se ci sarà un nuovo lockdown, sarà ben prima di Natale. Il problema dei politici è che sanno benissimo che solo i nostri sacrifici possono rallentare la circolazione del virus, ma non hanno ancora trovato un modo di chiuderci senza dire che ci rinchiudono una seconda volta.

Cosa manca secondo lei per gestire la crisi sanitaria ed economica? Il governo invita tutti al senso della responsabilità
Quel che manca lo sappiamo perfettamente: è tutto quel che il governo avrebbe dovuto fare e non ha fatto. Ora è tardi, quasi tutto quel che andava fatto richiede mesi, e andrebbe attuato in condizioni di quasi-normalità, in cui siamo stati per 4 mesi e ormai non siamo più. Mentre ai primi di marzo, proprio in un’intervista a questo giornale, mi ero permesso di fare un invito alla chiusura immediata, oggi ogni suggerimento mi pare perfettamente inutile: i buoi sono scappati, possiamo solo inseguirli più o meno affannosamente, e con maggiore o minore cialtroneria.

Ma l’Italia si può permettere un nuovo lockdown?  Il Fondo monetario internazionale ha abbassato le stime di crescita del Pil rispetto a quanto fa il governo nei suoi documenti economici e finanziari, non sarebbe un disastro?
Il disastro c’è già stato, purtroppo, e il neo-lockdown che verrà non potrà che aggravarlo. Ma bisogna capire che l’alternativa non è fra salute ed economia. Contrariamente a quel che il senso comune sembra suggerire, la relazione fra salute ed economia è diretta, non inversa. Meno ci si preoccupa della salute oggi, e più si danneggia l’economia domani. E’ da qualche mese che provo ad avanzare questo dubbio, ora uno studio del Fondo Monetario Internazionale pare arrivare alle medesime conclusioni.
Se il Fondo Monetario ha ragione, i difensori estivi dell’economia sono stati i suoi peggiori nemici, perché è precisamente la superficialità con cui si è riaperto durante la stagione calda che sta per regalarci un nuovo lockdown, più o meno mascherato, ora che inizia la stagione fredda.

Siamo a un passo dall’approvazione del nostro piano di utilizzo delle risorse del Recovery Fund. Che gliene pare? Nel 2021 quanta ricchezza recupereremo?
Le risorse del Recovery Fund arriveranno nella seconda metà del 2021, quindi il loro effetto si farà sentire solo nel 2022. Per quanto riguarda il rimbalzo del Pil italiano, sono pessimista: la politica dei bonus e dei sussidi è la ricetta giusta per non far ripartire l’economia. Siamo avviati a diventare una “società parassita di massa”, e in una società basata sull’invadenza dello Stato e il soffocamento del settore privato il Pil non cresce.

 

Intervista di Alessandra Ricciardi a Luca Ricolfi, ItaliaOggi, 16 ottobre 2020

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Luca Ricolfi
Luca Ricolfi
Torino, 04 maggio 1950 Sociologo, insegna Analisi dei dati presso l'Università di Torino.
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