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Politica

Perché la gente non va a votare

5 Febbraio 2026 - di Dino Cofrancesco

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“Se dovessimo giudicare i governi dal consenso che hanno—ha scritto Marcello Veneziani–dovremmo dire che i due terzi dei governi occidentali sono sfiduciati dalla maggioranza del popolo sovrano”. Rispetto al resto del mondo,”la vera differenza, per noi enorme, è che da noi non si usa la violenza e almeno in teoria è possibile un ricambio”. La sfiducia di cui parla Veneziani si riferisce all’astensio-nismo elettorale cresciuto, specie in Italia, a ritmi preoccupanti. Sennonché, ci si chiede, può la partecipazione al voto essere assunta come una riprova della crisi irreversibile in cui versano le istituzioni democratiche? Gaetano Mosca, nel periodo in cui veniva considerato un liberale antidemocratico, in un’intervista al ‘Regno’ del 1904, ammoniva: ”Dobbiamo alla democrazia almeno in parte, il regime di discus-sione in cui viviamo; le dobbiamo le principali libertà moderne: quella di pensiero, di stampa, di associazione. Ora il regime di libera discussione è, il solo che permetta alla classe politica di rinnovarsi, che la tenga a freno, che la elimini quasi automatica-mente quando essa non corrisponda più agli interessi del paese”. E’ questo il punto: al di fuori dell’Europa occidentale, delle sue proiezioni oceaniche e di una fascia ristretta di paesi asiatici occidentalizzati, non solo non c’è libertà politica (i popoli non vanno a votare se non per plebiscitare i despoti che li governano) ma non c’è neppure libertà di critica, di discussione, di manifestazione contro i detentori del potere. E’ per queste ragioni che ha senso la domanda–oggetto dell’ironia di Veneziani– :”Tu andresti a vivere in Venezuela, in Iran, in Russia?’ .”No, non ci andrei non (solo) perché non potrei votare per l’opposizione, ma (soprattutto) perché non potrei dire liberamente quel che penso di chi comanda e delle leggi che fa”. Se la gente non va a votare non è solo per ”mancanza di fiducia” ma anche per “mancanza di paura”: pensa (a ragione o a torto) che il suo voto non cambi niente e che, col nuo-vo governo, non starà né peggio né meglio di prima. Non ci sono oggi ‘poste in gioco alte’—il pericolo di una dittatura di destra o di una vera rivoluzione sociale—che possano portare al seggio un gran numero di cittadini. Quando ci sono state, al tempo della DC di Alcide De Gasperi, l’affluenza alle urne è stata altissima.

[ Dal Il Giornale del Piemonte e della Liguria – Martedì 27 gennaio 2026]

Dopo gli scontri di Torino – Sinistra al bivio

5 Febbraio 2026 - di Luca Ricolfi

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1. La sinistra non riesce a fare i conti con la sicurezza, che pure è sempre in testa tra le priorità degli elettori. Perché? Da cosa deriva questo bias?

Non sarei così drastico, per due ragioni. Innanzitutto, a non saper fare i conti con la sicurezza non è la sinistra come tale, ma la sinistra massimalista. La sinistra riformista talora ha saputo farli, quei conti (con i governi Renzi-Gentiloni, grazie al ministro Minniti), talora non ne è stata capace, anzi ha fatto disastri (ai tempi del primo governo Prodi, con l’indulto).

In secondo luogo c’è una parte della sinistra, ovvero i Cinque Stelle, che sulla sicurezza di aperture ne ha fatte e continua a farne spesso (con Chiara Appendino, ad esempio). Il loro giustizialismo, che in generale non mi piace, può anche condurre a scelte ragionevoli, come quella di ristabilire la procedibilità di ufficio per reati come violenza sessuale e furto, sciaguratamente abolita dalla riforma Cartabia.

Detto questo è vero, in generale, che un bias o tabù verso il tema della sicurezza fa parte della mentalità di sinistra. Ma le radici di questo tabù sono tanto ramificate quanto vaghe: buonismo, fiducia nella mitigazione del sistema penale,  garantismo a senso unico, giustificazionismo verso la criminalità comune (è sempre “colpa della società”).

E questo atteggiamento mentale, quasi un riflesso pavloviano, effettivamente riguarda la cultura di sinistra nel suo insieme, inclusa quella riformista. Non so se ricorda, ma nell’ultima campagna elettorale per le Politiche fu il moderato Enrico Letta a coniare, contro alcune ragionevoli idee di Giorgia Meloni, lo slogan “viva le devianze”.

2. Lei conosce bene Torino. Che cosa sta succedendo? Askatasuna è stato sottovalutato a lungo, ci sembra… 

Sottovalutato, dopo decenni di illegalità? No, fu valutato esattamente, ma accettato in nome di una precisa visione politica. Perfettamente incarnata dal sindaco Pd Stefano Lo Russo, che in nome dell’inclusione non ha esitato a legittimare gli attivisti di Askatasuna. Che sono stati violenti sempre, prima, durante, e dopo le aperture del sindaco.

Che non si tratti di sottovalutazione, ma di valutazione esatta, del resto si capisce dal fatto che – anche dopo le devastazioni di qualche giorno fa – le valutazioni a sinistra non sono cambiate. Dopo l’ovvia condanna delle violenze, riparte la prevedibile filastrocca delle giustificazioni, spiegazioni, precisazioni, distinzioni più o meno sottili.

3. Quale sarebbe, professor Ricolfi, la sua soluzione per i cortei violenti? L’idea dell’indennizzo la convince? Il fermo preventivo è praticabile?

Nessuna delle misure di cui si parla è decisiva, e alcune sono pure discutibili. Ma ci sarebbe una misura che, da sola, avrebbe un effetto dirompente, e ridurrebbe quasi completamente il potere dei violenti.

4. Quale misura?

È semplice: una grande manifestazione nazionale, indetta da tutti i partiti che hanno a cuore la democrazia e la legalità, contro l’uso della violenza e della sopraffazione come armi politiche. Perché la realtà è che nessuna rete, neanche la più fine e ampia, potrà mai intrappolare tutti i pesci-delinquenti, ma il togliere loro l’acqua in cui nuotano basterebbe a neutralizzarli.

5. Meloni ha aperto a un decreto condiviso, ha chiesto larghe intese sulle nuove misure. Il centrosinistra appare restio, sbaglia?

Il centro-sinistra farebbe benissimo a dare una mano, anche egoisticamente. Perché – se vogliono ottenere la fiducia degli italiani – Schlein e Conte hanno più che mai bisogno di apparire credibili, e questa è una formidabile occasione.

6. Ucraina, ddl antisemitismo, sicurezza. Le prove di maturità, il centrosinistra, le sta fallendo tutte?

Dipende da che cosa intendiamo per passare una prova. Se il metro è riuscire a diventare una sinistra moderna, direi che non ci siamo: incertezze sull’Ucraina (e su Maduro), timidezza verso l’antisemitismo montante, indulgenza verso gli episodi di censura e sopraffazione nella università, confusione totale sul tema della sicurezza, sono tutti segnali di una sinistra che continua ad avere un deficit di maturità democratica.

Se però il metro è la possibilità di vincere le prossime elezioni politiche, i giochi sono molto più aperti. Nella mente dell’elettore medio l’Ucraina è un tema secondario, e l’antisemitismo non è fonte di preoccupazioni (anzi: un recente sondaggio di Mannheimer ha rivelato l’ampiezza e la profondità dei sentimenti antisemiti). Per l’elettore medio i temi importanti sono solo sicurezza, salari, sanità. E su questi temi la partita è ancora tutta da giocare. Dopo Askatasuna, Schlein ha un’ottima occasione per scegliere fra l’autolegittimazione e il suicidio politico.

(intervista rilasciata al Riformista, 4 febbraio 2026)

Sugli scontri di Torino – Quell’inestirpabile PERÒ

5 Febbraio 2026 - di Luca Ricolfi

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“Siamo preoccupati dalle strumentalizzazioni di queste ore, per cui ho chiamato la presidente del Consiglio perché in questi momenti le istituzioni devono unire e non dividere”, ha dichiarato Elly Schlein dopo gli scontri di Torino a sostegno del centro sociale Askatasuna, sgomberato poco prima di Natale.

Dello stesso tenore sono la stragrande maggioranza delle dichiarazioni degli esponenti del campo largo. Tutte basate sullo schema ossimorico:

“Condanniamo nel modo più assoluto, senza se e senza ma, le vergognose violenze di Torino, MA…”

Unica variante:

“Condanniamo nel modo più assoluto, senza se e senza ma, le vergognose violenze di Torino, PERÒ…”

E’ strano, si tenta di dire che non ci sono né giustificazioni né spiegazioni né attenuanti per la violenza, ma poi – come un disco rotto che gira senza fine – non si resiste alla tentazione del contrattacco: però il governo doveva prevenire e non l’ha fatto; però è il ministro Piantedosi che ha voluto lo scontro; però se non veniva sgomberato il centro Askatasuna non ci sarebbero state le violenze; però in piazza c’erano anche decine di migliaia di manifestanti pacifici; però non si deve strumentalizzare quel che è accaduto; però il governo sbaglia a usare gli incidenti di Torino per giustificare i decreti sicurezza.

Quel che colpisce è la ripetitività, l’automatismo, la prevedibilità dello schema, che si riproduce identico a sé stesso da decenni. Possibile che a sinistra non si riesca mai a partorire un’idea nuova?

E dire che sarebbe il momento giusto, anche politicamente. È da qualche mese che PD e Cinque Stelle accusano il governo di fare troppo poco per la sicurezza, non passa giorno senza che qualche esponente dell’opposizione accusi il governo di inerzia,  e proprio ora che il Governo pare intenzionato a muoversi varando un nuovo decreto sicurezza parte il fuoco di sbarramento. Non per discutere qualche provvedimento specifico e suggerirne altri più efficaci, ma per riproporre il solito mantra progressista: spendere di più, ma senza introdurre nuovi reati o dare maggiori poteri alle forze dell’ordine.

Soprattutto, senza vedere un problema grosso come una casa, che affligge la sinistra da troppo tempo: il suo rapporto ambiguo con la violenza e la sopraffazione. Un problema che solo la sinistra stessa può affrontare, perché è grazie alla sua indulgenza, alla sua ambiguità, e qualche volta persino sulla sua benevolenza che  violenza e sopraffazione continuano a prosperare.

Se ogni volta che si cerca di impedire un convegno, un dibattito, la presentazione di un libro, se ogni volta che “frange estremistiche” incitano all’odio, bruciano le immagini dei politici sgraditi, inneggiano alle organizzazioni terroristiche, se ogni volta che in nome dell’antifascismo si mette a ferro e fuoco una città, le forze di sinistra si mobilitassero in difesa della legalità, della democrazia, della libertà di tutti, oggi non ci sarebbe bisogno di decreti sicurezza, e nessuno parlerebbe di “strumentalizzazione” delle vicende di piazza. E assisteremmo precisamente a quello che Schlein auspica: istituzioni “capaci di unire e non dividere”.

[articolo uscito sulla Ragione il 3 febbraio]

Gli orfani del 68 e il loro strano mentore

5 Febbraio 2026 - di Dino Cofrancesco

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Se si dialoga con un reduce del 68 e delle lotte studentesche degli ‘anni formidabili’, raccontati da Mario Capanna, una sensazione di profondo sconforto s’impadronisce dell’animo. Il pensiero va alla scena finale del film del 1954 Un americano a Roma del grande Steno dove si vede il padre di Nando Mericoni (interpretato da uno straordinario Alberto Sordi) che,chino sul figlio bendato sul letto d’ospedale, alludendo alle manie che lo hanno quasi ridotto in fin di vita, sospira “Speriamo che ora sia guarito!”. Il film si chiude con la voce fuori campo di Sordi:”ma guarito de che?”.

  Al nostro interlocutore antagonista, neppure la caduta del Muro di Berlino ha portato la guarigione. Se gli si chiede di pronunciarsi sui regimi comunisti al di là della cortina di ferro, lo fa con fastidio e insofferenza. Quei regimi, per lui, appartengono ormai al passato e furono risposte sicuramente inadeguate a problemi che continuano ad essere più irrisolti che mai nel nostro tempo. I partiti comunisti crearono rigide burocrazie che realizzarono alcune importanti riforme, nel segno dell’eguaglianza e della giustizia sociale, ma crearono pure democrazie popolari incapaci di garantire la partecipazione e la libera discussione sulle scelte dei governi. Di qui le repressioni del dissenso, giustificate anche da un accerchiamento internazionale che costringeva a serrare le file e a vigilare sulle quinte colonne e i loro (spesso inconsapevoli) alleati.

Non si parli, però, di totalitarismo, categoria della guerra fredda con la quale si volle accreditare l’idea che le ‘democrazie totalitarie’—rosse o nere—avessero un’unica matrice ideologica e culturale.

E quanto alle esaltazioni di spietati dittatori come Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot, Castro che inducevano i ‘contestatori’ non solo a ripetere gli slogan dei loro libretti rossi ma anche, talora, ad adottarne modi di vestire e hobbies (ad es., la pipa ,la divisa, gli scacchi), si tratta di cose da rimuovere, illusioni generose di gioventù giustificate, peraltro, dall’imperialismo americano, dal Vietnam, dal crollo della democrazia in Cile, con il colpo di Stato di Augusto Pinochet del 1973. Le repressioni di Budapest nel 1956 e di Praga nel 1968, al confronto, furono episodi tutto sommato secondari, da attribuirsi ai” compagni che sbagliavano”. In ogni caso, rievocarli significa fare del bieco, strumentale, anticomunismo, inteso a riattizzare una guerra civile utile solo a far dimenticare le vere tragedie del presente.

  L’orfano del 68, che non vuol sentir parlare del comunismo, ritiene, in linea puramente teorica, che anche il fascismo appartenga ormai alla storia ed è portato a snobbare quanti se ne occupano ancora.

Curiosamente, però, se il fascismo non è attuale, l’antifascismo, per lui, continua ad esserlo giacché oggi non ci sono più i moschettieri del duce ma qualcosa di ben più inquietante e di più nero delle camicie nere: la globalizzazione capitalistica e finanziaria che a Washington ha la sua centrale operativa e i cui tentacoli planetari rappresentano una minaccia di estinzione per i popoli e le culture non occidentali. Davanti al Moloch statunitense e ai suoi alleati, che massacrano a Gaza decine di migliaia di palestinesi, il richiamo all’antifascismo è una sana e fisiologica reazione naturale.

  Ha scritto Franco Cardini—in Neofascismo e neo-antifascismo, Ed. La Vela 2018—che, con tutti i crimini che il totalitarismo– nelle due forme classiche nazista e comunista–possa aver commesso, “non riesce a eguagliare quelli commessi dal capitalismo liberal-liberista: che è peggiore di entrambi messi insieme e che–se essi hanno insanguinato una parte del mondo, senza dubbio con spaventosa intensità, per pochi decenni—ha invece infierito sulla totalità del pianeta per lunghi secoli predicando libertà, giustizia e diritti umani ma seminando intanto ingiustizia e violenza e mietendo sofferenze e massacri pur di realizzare il suo spietato progetto di oppressione finalizzata alla rapina di materie prime e di forza-lavoro. Quel che sul serio, e profondamente, i liberal-liberisti non sanno, non possono e non vogliono perdonare al totalitarismo è di avere introiettato nella vita europea quei metodi dei quali il capitalismo colonialista si è per secoli servito fuori dal nostro continente mentre mostrava entro i confini di esso, una maschera civile e ben educata”.

Non riesco a capacitarmi del fatto che uno storico serio e prestigioso come Franco Cardini porti al Tribunale della Storia–e sottoponga a giudizio universale–, da una parte, due ‘individui’ con nomi e cognomi—fascismo e comunismo—e, dall’altra, vicende di popoli diversi in tanti secoli diversi, come se fossero imputabili ad un unico Soggetto–tanto cinico quanto consapevole– che, nel tempo, assume varie e impreviste forme. E’come portare davanti ai magistrati, da un lato, Jack lo squartatore e, dall’altro, il dio Proteo al quale si imputano tutte le nefandezze del capitalismo liberal-liberista, per saecula saeculorum.“Vuoi mettere le decine di donne londinesi ammazzate e sfigurate dal mostro con i milioni di vittime immolate da Proteo sull’altare del bieco denaro?” È uno stile argomentativo che lascia sinceramente perplessi.. Costruzioni della mente e categorie ideali diventano vere e proprie Persone,” individui cosmico-storici”, per dirla con Hegel, più reali degli uomini in carne ed ossa.

Forse andrebbe ricordato Max Weber quando scriveva che ”i tipi ideali hanno sempre, e necessariamente solo una validità molto relativa e problematica, se vogliono essere considerate come una rappresentazione storica. di ciò che esiste empiricamente” anche se poi sono indispensabili “ mezzi concettuali per la comparazione e per la misurazione della realtà”. Nello stile di pensiero olistico (che caratterizza anche se non esaurisce il pensiero totalitario) il metro diventa la ‘cosa’ e la cosa un transeunte fantasma storico.

Sennonché, ci si chiede, perché  dovrebbe esserci un nesso forte tra i massacri coloniali di stati dediti alla “rapina di materie prime e di forza-lavoro” e le loro istituzioni–democratiche, conservatrici o liberali che siano? Non è forse vero, ad es., che in nome degli ideali dell’89—v. Georges Clemenceau– come in nome di una ideologia tradizionalista—v. Charles Maurras–, non pochi cittadini, partiti, movimenti politici si opposero alle conquiste coloniali? E perché queste ultime dovrebbero indurre a mettere nello stesso calderone gli stati e i regimi politici più opposti e lontani nel tempo? La violenza coloniale, in realtà, negli scritti dei nemici implacabili del modello occidentale, fa scendere sulla Terra la classica notte nera in cui tutte le vacche diventano nere.

Quando Cardini dismette l’abito severo dello storico medievista e impugna la penna del polemista– dell’intellettuale impegnato e indignato,”cattolico, europeista, socialista”(sic!)–, diventa suo malgrado, l’ideologo del più superficiale reducismo sessantottesco. Con una differenza fondamentale: che al liberal-liberismo Cardini non perdona la distruzione della Tradizione, delle culture diverse da quelle occidentali, delle religioni che l’albagia dell’uomo bianco considera mere superstizioni, laddove il reduce degli ‘anni formidabili’, vede nell’area euro-atlantica l’ostinata resistenza del ‘mondo di ieri’ a non lasciarsi travolgere dalle forze della modernità e del progresso sociale. Certo è che l’uno e l’atro non lavorano per la  convivenza pacifica  ma foggiano armi concettuali per la guerra civile.

[articolo uscito su Paradoxa-Forum il 2 febbraio 2025]

A proposito del piano Nordio – Più o meno carcere?

3 Febbraio 2026 - di Luca Ricolfi

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Sono passati 13 anni da quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) condannò l’Italia per trattamenti “disumani e degradanti” a causa del sovraffollamento carcerario, ma le cose paiono tornate al punto di partenza. Oggi i detenuti sono circa 64 mila, circa 7500 in più di quanti erano alla fine del 2022, al momento dell’entrata in carica del governo Meloni. I posti effettivi in carcere sono circa 47 mila, con un tasso di sovraffollamento che supera il 135% (mediamente: 4 detenuti ogni 3 posti). In breve: mancano 17 mila posti, quasi il doppio di quelli che il “Piano carceri” (varato l’anno scorso) si ripropone di creare o attivare entro il 2027.

Inutile dire che, oggi come ieri, la situazione di molte carceri (per fortuna non di tutte) non è degna di un paese civile, come mostrano due indizi difficilmente equivocabili: l’alto numero di suicidi degli ultimi anni (80 nel 2025) e i risarcimenti dei detenuti cui il nostro paese è obbligato per violazione dell’articolo 3 della CEDU (“nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”).

Ma non si tratta solo di questo. La mancanza di spazi detentivi restringe gravemente l’estensione delle aree dedicate ad attività lavorative, sportive, culturali, ricreative o di cura. Un deficit amplificato dalle carenze di personale specializzato – psicologi, medici, educatori, assistenti sociali, mediatori culturali – tutte figure senza le quali diventa difficile rispettare l’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Sotto questo profilo sono benemerite, e degne di ogni attenzione, le denunce che da oltre 30 anni provengono dall’Associazione Antigone con i suoi resoconti della situazione delle carceri. Meno convincente, invece, appare l’ostilità di esponenti di Antigone e di alcune forze politiche a ogni progetto di ampliamento degli spazi di detenzione (come il recente piano carceri del ministro Nordio). L’idea che il carcere sia una misura-limite, da adottare solo in casi eccezionali, e che la lotta alla criminalità possa essere condotta avvalendosi quasi esclusivamente di misure alternative al carcere si scontra con alcune obiezioni notevoli.

Prima obiezione: il carcere non ha solo funzioni di deterrenza, punizione e rieducazione, ma anche di protezione della società, ovvero dei cittadini potenzialmente vittime di chi ha già commesso uno o più reati gravi. È quella che tecnicamente viene chiamata funzione di “incapacitazione”, ovvero rendere materialmente impossibile la commissione di altri delitti. Contrariamente a quanto credono di sapere i difensori della linea anti-carcere, non esiste alcuna prova statistica che i danni dell’incarcerazione (più recidiva domani) siano maggiori dei vantaggi dell’incapacitazione (meno reati subito). Tanto più se il confronto non viene effettuato usando come base la situazione carceraria presente (non priva di effetti criminogeni) ma usando come termine di riferimento un sistema carcerario riformato secondo il dettato costituzionale, con più spazi e più personale volto alla rieducazione. Da questo punto di vista l’opposizione all’aumento dei posti in carcere appare ben poco attenta alle esigenze materiali dei reclusi, che del sovraffollamento sono le prime vittime.

Seconda obiezione: mentre è verissimo che nelle carceri italiane ci sono troppi detenuti rispetto al numero di posti, non è vero che il numero di detenuti sia eccessivo in relazione alla popolazione. Il numero di detenuti ogni 100 mila abitanti dell’Italia (106) è sotto la media europea (116), e inferiore a quello di grandi paesi come Regno Unito, Francia, Spagna, Polonia. Solo la Germania, fra i maggiori paesi europei, ha meno detenuti per abitante di noi. Quanto ai grandi paesi extraeuropei di cultura occidentale, come Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, hanno tutti tassi di incarcerazione più elevati dei nostri.

Terza obiezione, forse la più importante: il confronto con i paesi europei più miti, in cui il tasso di incarcerazione è particolarmente basso. Se compariamo i tassi di criminalità dell’Italia con quelli dei 6 paesi europei a più bassa incarcerazione (Danimarca, Germania, Olanda, Norvegia, Finlandia, Islanda) invariabilmente osserviamo che in quel gruppo di paesi-modello furti, rapine, frodi, violenze sessuali, omicidi, femminicidi sono più e non meno diffusi che in Italia. Più in generale: nei paesi europei, tendenzialmente, il tasso medio di criminalità sale man mano che il tasso di incarcerazione scende.

È sufficiente a dimostrare che il carcere serve?

Ovviamente no, perché in questo campo non possono esistere prove assolute e definitive. Però ce n’è abbastanza per dubitare che quella della de-carcerazione possa  essere una strategia efficace.

Intervenire fin da subito sulla condizione dei detenuti, aumentando il personale addetto alla salute e alla rieducazione e favorendo i momenti di socialità interni al carcere, è urgente e doveroso (articolo 27 della Costituzione; sentenza n. 10/2024 della Corte Costituzionale), tanto più se si considera che il sollievo che potrà derivare da spazi meno angusti dovrà inevitabilmente attendere anni. Ma opporsi a un piano di edilizia carceraria volto a eliminare il sovraffollamento e garantire l’effettività delle pene è miope, perché la mancanza di posti finirebbe per danneggiare sia i detenuti  (che hanno diritto a più spazi) sia i comuni cittadini (che hanno diritto a maggiore sicurezza).

[articolo uscito sul Messaggero il 1° febbraio 2026]

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