Quando a decidere è chi non vota

La crescita dell’astensionismo, arrivato a quota record del 36% alle ultime elezioni politiche (2022), e addirittura al 70% in occasione dei “referendum della Cgil” dell’anno scorso, viene vista giustamente con preoccupazione. È vero che in passato alcuni politologi, soprattutto Seymour Lipset, hanno suggerito di leggere l’elevato astensionismo tipico degli  Usa – come segno di vitalità del sistema e fiducia nella democrazia, ma questa lettura oggi convince sempre di meno: la scarsa affluenza alle urne, quando supera certi livelli, non è un buon segnale.

C’è un aspetto dell’astensionismo, però, che raramente si prende in considerazione, e che invece ha grandissima importanza: l’astensionismo può, in determinate circostanze, diventare decisivo, e determinare l’esito della competizione elettorale. La ragione è molto semplice: gli astensionisti non sono un campione casuale delle varie forze politiche che si affrontano in una competizione elettorale, ma – a seconda del tipo di competizione e delle circostanze in cui si svolge – possono avere matrici politiche molto diverse. In certe competizioni sono gli elettori di sinistra a disertare le urne, in altre sono quelli di destra, in altre sono i cittadini con inclinazioni populiste.

È questa, per fare un solo esempio, la ragione per cui, nelle competizioni secondarie (amministrative o europee) i Cinque Stelle vanno sempre male: per loro i temi delle elezioni secondarie non sono sufficientemente mobilitanti, o comunque sono meno appassionanti dei temi di cui si parla in occasione delle elezioni politiche.

Ma che cosa sappiamo degli orientamenti politici di chi tende ad astenersi?

Una cosa che sappiamo, ad esempio, è che i giovani tendono a disertare le urne, ma se andassero a votare voterebbero prevalentemente a sinistra (così una recente indagine Eumetra di Renato Mannheimer). Se questo è vero, è ragionevole pensare che la vittoria del centro-destra nelle elezioni politiche del 2022 – in cui, lo ricordiamo, le astensioni hanno toccato il massimo storico – sia stata non poco favorita dall’astensionismo giovanile.

Un’altra cosa che sappiamo, in questo caso grazie ai sondaggi di Nando Pagnoncelli (Ipsos), è che nel caso dell’imminente referendum sulla giustizia è soprattutto l’elettorato di destra ad essere tentato dall’astensione. Questo comporta che l’esito del referendum sia appeso al grado di partecipazione al voto degli elettori di destra: se il fronte del sì riuscirà a convincere gli elettori di destra a recarsi alle urne, verosimilmente vincerà il sì, se invece molti elettori di destra diserteranno le urne, probabilmente vincerà il no.

È questa, a mio parere, la grande carta nelle mani del fronte del no. La differenza fondamentale fra l’elettorato di destra e quello di sinistra, infatti, è il rispettivo grado di mobilitabilità. L’elettorato di destra ha una visione scettica, realistica e disincantata della competizione politica, perché pensa due cose fondamentali: che chiunque vinca poco cambierà, e che la democrazia non corre alcun pericolo. L’elettorato di sinistra, invece, pensa che le cose andranno molto diversamente a seconda di chi vince, e che – se malauguratamente dovesse vincere la destra – la democrazia correrebbe seri pericoli. Di qui il diverso grado di mobilitabilità dei due elettorati. Per convincere la gente di destra ad andare a votare occorre un’occasione pesante, come un’elezione politica, o un referendum molto politicizzato (come quello che condusse Renzi alle dimissioni). Per convincere la gente di sinistra ad andare a votare occorre molto di meno: basta denunciare rischi di involuzione autoritaria, attacco alla Costituzione, arretramento della democrazia, cancellazione dei diritti, eccetera.

Ecco perché gli astenuti possono essere decisivi. Se i giovani fossero andati a votare in massa nel 2022, probabilmente il centro-destra non avrebbe vinto, o avrebbe avuto una maggioranza risicata in parlamento. Se l’elettorato di destra snobberà il referendum, le chance di vittoria del no saranno sensibilmente più elevate.

Comunque vadano le cose, resta un po’ di amaro in bocca: possibile che a decidere una competizione elettorale debbano essere proprio coloro che più sono lontani dalla politica?

[articolo uscito sul Messaggero il 28 febbraio 2026]




Quando è la politica a “remare contro”

Finché si parla in generale, la tesi che la magistratura non operi in sintonia con il governo, e spesso remi contro (vedi il caso Albania, o le scarcerazioni facili), ha una sua plausibilità. Secondo questo racconto l’azione del governo e delle Forze dell’ordine è spesso vanificata dalla politicizzazione di una parte dei magistrati, che tendono a essere intransigenti con i reati dei colletti bianchi (specie se sono imprenditori o politici), ma indulgenti con la criminalità comune (specie se coinvolge gli immigrati).

È questo doppiopesismo o strabismo che, quasi quotidianamente, manda ai matti la destra e gli esponenti del governo.

E tuttavia, a guardare le cose più da vicino, questo quadro richiede parecchie rettifiche. Una rettifica ovvia, ma di cui faremmo bene a non scordarci mai, riguarda la lotta alla mafia e alla criminalità organizzata. Su questo terreno la magistratura non può essere accusata di faziosità, omissioni, indulgenza verso il crimine. Sono molti i magistrati che, per la loro dedizione e integrità, in passato hanno perso la vita, o la rischiano oggi.

Ma le rettifiche più interessanti, a mio parere, ci sono fornite da due episodi di cronaca degli ultimi giorni.

Il primo è la sentenza del Tribunale civile di Roma, che ha condannato il Ministero dell’Interno a pagare un risarcimento di oltre 21 milioni di euro alla società proprietaria dell’immobile del centro sociale Spin Time Labs, occupato dal 2013. La cosa interessante è che, in questo caso, la condanna deriva dal fatto che nessun governo, dal 2020 a oggi, ha mai dato seguito all’ordine di sgombero (“sequestro preventivo”) emesso da un magistrato (il Gip di Roma). Dunque: siamo di fronte a un caso in cui la magistratura fa il suo dovere contro un’occupazione illegale, ed è il potere politico ad essere latitante. L’esatto contrario di ciò che, quotidianamente, la politica rimprovera ai giudici.

Il secondo episodio è l’uccisione, da parte di un poliziotto, di un pusher presso il bosco di Rogoredo, nota area di spaccio nei dintorni di Milano. In un primo tempo, dalle cronache dei quotidiani sembra che il pusher abbia minacciato il poliziotto con una pistola (poi rivelatasi finta) da una ventina di metri, e che il poliziotto – temendo per la propria vita – abbia reagito sparando un colpo, alla fine rivelatosi mortale.

Pochi giorni dopo si apprende che il poliziotto è indagato per omicidio volontario. Gli esponenti del centro-destra si indignano, Salvini dichiara che sta “dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma”. Dall’episodio alcuni deducono la necessità di proteggere i poliziotti dall’iscrizione automatica nel registro degli indagati nei casi in cui feriscono o uccidono compiendo il proprio dovere. Nel decreto sicurezza viene previsto un “registro separato” per i poliziotti o i cittadini che agiscano in modo violento “in situazioni di giustificazione”.

Passano i giorni e, poco per volta, emerge una storia del tutto diversa (non provata, come la prima ricostruzione). Non è chiaro se la pistola finta sia stata nelle mani del pusher ucciso, o gli sia stata messa accanto dall’uccisore. Non è chiaro perché, nonostante dopo il colpo di pistola la vittima fosse ancora viva, i soccorsi siano stati chiamati 23 minuti dopo il fatto. Soprattutto, emergono testimonianze secondo cui l’uccisore odiava l’ucciso e lo taglieggiava. Si scava nel passato del poliziotto-killer, e il quadro che emerge non è edificante.

A questo punto Salvini fa marcia indietro, e il ministro Piantedosi scarica il poliziotto, augurandosi che la giustizia faccia il proprio corso.

Anche qui la lezione che si ricava è la medesima dei due esempi precedenti: la magistratura ha fatto il proprio dovere, e semmai in difetto è la politica, che ha più volte ipotizzato uno “scudo penale” per i comportamenti controversi delle forze dell’ordine.

Ma per chi è la lezione?

Ovviamente è per il governo, e più in generale per i politici sempre pronti a cavalcare gli eventi pro domo loro. Ma in realtà è anche per noi, e quando dico noi penso ai media, e pure a me stesso come cittadino. Anch’io, come molti quotidiani e siti di notizie, lì per lì mi ero sentito dalla parte del poliziotto, e mi ero stupito dell’accusa di omicidio volontario, che sembrava avvalorare l’idea di una magistratura non imparziale, o pregiudizialmente diffidente con i comportamenti delle forze dell’ordine.

È stato un errore, a prescindere da quello che potranno concludere le indagini. Perché dovremmo saperlo che le notizie di cronaca sono quasi sempre incomplete, parziali, selettive: quindi oggettivamente tendenziose. E dovremmo regolarci di conseguenza, evitando accuratamente di trarre o suggerire conclusioni nei casi in cui i fatti non sono conosciuti o, peggio, si conosce solo una porzione selezionata dei fatti stessi.

Per una volta mi trovo pienamente d’accordo con Salvini, o meglio con il Salvini pentito, che dopo le ultime notizie provenienti dalle indagini ha dichiarato: “non entro nel merito di quello che non conosco”.

Sante parole.

[articolo inviato uscito sulla Ragione il 24 febbraio]




Il non detto del referendum – Fra garantismo e giustizialismo

Vorrei provare a fare, in questo articolo, quello che quasi nessuno fa quando si parla del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ovvero: vedere le buone ragioni di chi non la pensa come me.

Premessa: io voterò sì. E trovo strumentali, quando non in malafede, la maggior parte degli argomenti addotti a difesa del no: ma non tutti, come proverò a spiegare fra poco.

Cominciamo dal perché voterò sì. La prima ragione è che la riforma infliggerà un colpo mortale al sistema delle correnti, che è un vero cancro della magistratura. Il sorteggio è un rimedio radicale e discutibile, ma è di gran lunga preferibile al mantenimento della situazione attuale.

La seconda ragione è che mi pare che lo strapotere dei PM abbia già rovinato troppe esistenze e distrutto troppe carriere: un riequilibrio del sistema in senso garantista mi sembra doveroso.

La terza ragione è che gli errori dei magistrati sono troppo raramente puniti, e che ciò avviene precisamente perché affidati al Consiglio Superiore della Magistratura, organismo corporativo e altamente politicizzato. Meglio puntare su un organismo che non sia espressione di coloro che debbono essere giudicati.

La quarta ragione è che la riforma non abolisce uno dei principali pregi del sistema attuale, l’articolo 358 del codice di procedura penale che obbliga il PM a ricercare anche le prove a discolpa dell’indagato.

Il fatto di propendere per il sì, tuttavia, non mi impedisce di fare qualche considerazione critica non tanto nei confronti della riforma in sé, quanto nei confronti dei suoi paladini più accaniti. A loro vorrei dire: smettiamola di illuderci, smettiamo di presentare la riforma come un rimedio miracoloso contro la mala giustizia, la politicizzazione dei magistrati, i calvari degli indagati. Tutti questi mali continueranno, ma – noi almeno lo speriamo – in forma più attenuata. La scelta non è fra il bene e il male, ma fra un male attuale certo e un male futuro verosimilmente minore, se mai la riforma passerà.

C’è però anche un’altra considerazione che mi rende scettico: il garantismo  ha un costo, e di questo costo dobbiamo essere consapevoli innanzitutto noi difensori del sì. Meno innocenti in carcere può significare anche più colpevoli in libertà. È questo che molti difensori del no temono. Nella lotta contro i reati dei colletti bianchi e dei politici (truffe finanziarie, corruzione, concussione, abuso d’ufficio, traffico di influenze) il garantismo è al tempo stesso un grave ostacolo, e un irrinunciabile principio di civiltà. Il classico motto “meglio cento colpevoli in libertà che un innocente in carcere”, tanto caro al compianto iper-liberale Piero Ostellino, non può essere portato al punto da paralizzare la lotta contro il crimine. Di questo noi liberali o garantisti dovremmo sempre essere consapevoli.

E non è tutto. Se guardiamo le cose da un punto di vista sociologico, la vera anomalia del fronte del sì – specie nelle sue componenti più politicizzate – è che in esso convivono due impulsi diversi, anzi opposti. Da un lato un impulso garantista, che tutela soprattutto i colletti bianchi ingiustamente perseguiti, dall’altro uno speculare impulso giustizialista contro l’indulgenza dei magistrati verso la criminalità comune, italiana e straniera. Detto crudamente: una parte non trascurabile del fronte del sì vorrebbe più garanzie in certi tipi di processi, e meno garanzie in altri. Una sorta di schizofrenia, che rende culturalmente ibrida la battaglia del sì.

Possiamo dedurne che il fronte del sì è incoerente, e quello del no non lo è?

No, non possiamo dedurlo, perché anche il fronte del no è incoerente. Il fronte del no difende lo status quo del sistema giudiziario, che a sua volta è schizofrenico. I magistrati italiani sono giustizialisti con la criminalità dei colletti bianchi, specie se perseguirli conferisce visibilità e interviste sui media, ma sono ultra-garantisti con la criminalità comune, specie se gli autori di reati sono stranieri.

La differenza fra i due fronti non è la coerenza, visto che entrambi sono giustizialisti su certi reati e garantisti su altri. La differenza vera è che al fronte del no la schizofrenia attuale della magistratura va bene, mentre il fronte del sì vorrebbe correggerla.

Vasto programma, direbbe qualcuno.

[articolo inviato alla Ragione il 15 febbraio]




I potenziali consensi per il Futuro Nazionale di Vannacci

Come sempre, quando si affaccia alla ribalta una nuova forza politica, si vuole conoscere al più presto quanto potrà valere in termini di consenso elettorale, per iniziare a prefigurare un ipotetico parlamento futuro e le possibili alleanze tra questo novello partito e quelli già presenti nell’arena politica.

Le prime indagini demoscopiche, che testano il favore dei cittadini nei suoi confronti, restano ovviamente molto imprecise: gli elettori non sanno molto bene, e a volte non sanno per nulla, la materia su cui vengono interrogati. Rispondono giusto perché interrogati, un pochino superficialmente, magari per non sembrare digiuni di informazione. Ma le loro risposte aggregate, diffuse dai media, tendono a fornire i primi risultati del potenziale di quella nuova forza politica, creando talvolta false aspettative.

È capitato quindici anni orsono con Gianfranco Fini, reduce dal litigioso divorzio con Berlusconi (quel “che fai, mi cacci?” rimasto famoso), che uscì dal PdL e fondò un suo partito, Futuro e Libertà (FLI). I primi mesi successivi alla scissione, al FLI vennero accreditati consensi vicini al 4-5%, grazie ad una quota significativa di coloro che avevano votato Alleanza Nazionale prima della unificazione con Forza Italia. Ma alle successive elezioni amministrative e soprattutto alle politiche del 2013 il partito di Fini non arrivò nemmeno allo 0,5% dei voti, sciogliendosi dunque poco dopo e decretando la fine politica dello stesso Fini.

L’attuale situazione che riguarda Roberto Vannacci ha dei tratti simili a quella che ha caratterizzato il FLI di allora: rottura con il proprio partito di provenienza, accusato di non agire politicamente come aveva dichiarato di fare, e fondazione di una nuova formazione politica (Futuro Nazionale-Vannacci) per ora “indecisa” se stare dentro o fuori dal perimetro governativo, formazione che in Parlamento ha per ora l’appoggio di tre deputati.

Ma i cittadini, ci si chiede, cosa pensano di questa nuova forza della destra italiana? Le recenti indagini demoscopiche ci informano innanzitutto che il livello di conoscenza spontaneo di questi accadimenti è ristretto a non più del 25-30% della popolazione. Se sollecitati, gli intervistati dichiarano di prendere in considerazione Futuro Nazionale alle prossime consultazioni per un 10-15% del campione.

Infine, il dato che più sta a cuore ai politici tutti: quanto prenderebbe in termini di voti reali? E quanto toglierebbe alle attuali forze politiche? Qui, ovviamente, occorre andare con i piedi di piombo nel fornire qualche cifra attendibile. Scarsa conoscenza, come abbiamo visto, attesa di quali possano essere le mosse future di Vannacci: corsa autonoma o pungolo interno alla coalizione di centro-destra? Alternativa completa alla Lega o possibile coabitazione su alcuni punti?

Tanti punti interrogativi, che non permettono stime molto attendibili, ma che possono darci già un quadro di massima, con il rischio capitato al partito di Fini. Con una differenza: le elezioni nel suo caso avvennero ben tre anni dopo la nascita di FLI, mentre oggi sono molto più vicine, tra circa un anno. La cosa migliore per Vannacci sarebbe stata quella di attendere ancora qualche mese, per essere maggiormente a ridosso della consultazione elettorale.

Le profezie dei diversi Istituti di ricerca sul risultato di Futuro Nazionale si situano oggi tra un minimo del 2% ed un massimo di poco più del 4%. Diciamo 3%. Ma da dove provengono i suoi voti potenziali? Per quasi la metà da ex-elettori di Fratelli d’Italia, per un altro 25% dalla Lega e per il resto da astensionisti e altre forze politiche.

Con due possibili conseguenze: se Vannacci decidesse di correre separatamente, il quadro generale per il centro-destra non sarebbe positivo, perché perderebbe come abbiamo visto una buona fetta di consensi; se al contrario rimanesse all’interno della coalizione, non sarebbe invece negativo, quanto meno dal punto di vista meramente elettorale, perché amplierebbe la propria offerta politica anche ad una fascia di elettorato più simile alla destra estrema di Casa Pound o di Vox, che oggi non si identifica nel governo Meloni, troppo europeista.

Quest’ultima soluzione sarebbe peraltro politicamente piuttosto problematica poiché spingerebbe troppo in direzione di quella svolta sovranista che, in questi anni, Meloni ha cercato di evitare, per non inimicarsi i partner europei.

Un’altra opzione aperta, per l’attuale governo, per “rimpiazzare” i voti dei neo-Vannacciani, sarebbe quella di aprire al partito di Calenda, che attualmente vale più o meno quello di Vannacci. Una soluzione che spingerebbe la coalizione verso un’area più centrista, tagliando i ponti con le ali più nostalgiche, e che probabilmente le permetterebbe di vincere più facilmente le prossime elezioni politiche del 2027, oltre ad essere un buon viatico per arrivare ad un’alleanza più solida con i popolari europei.

Staremo a vedere gli sviluppi futuri, per capire meglio l’evoluzione di un centro-destra ancora in cerca della sua maturità politica.




Perché voto sì

Al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia di fine marzo io voto Sì. Ecco le ragioni.

1) È necessario separare le carriere dei pubblici ministeri da quelle dei giudici. Il giudice deve essere equidistante tra l’accusa e la difesa, come avviene in tutti gli altri ordinamenti democratici (Germania, Francia, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti, ecc.). Solo il nostro paese fa eccezione, essendo fermo all’impostazione inquisitoria del codice Rocco emanato sotto il fascismo. È una garanzia di civiltà che protegge tutti i cittadini dagli abusi. Il giudice è un arbitro, non può essere più vicino ad una parte rispetto all’altra. In aggiunta, rendendo più specifico il ruolo del pubblico ministero, questo sarebbe più adatto a svolgere le attività di indagine in collaborazione con le forze di polizia.

2) È opportuno che i nuovi organi di cd. autogoverno – sia dei giudici che dei pubblici ministeri – siano composti da membri nominati per sorteggio rispettivamente tra i giudici e i pubblici ministeri, e non eletti da questi. È un principio fondamentale. Nel nostro ordinamento, anche dopo la riforma tutti i magistrati saranno selezionati mediante concorso sulla base della loro competenza tecnica, senza passare tramite elezioni e senza quindi una legittimazione popolare. Il CSM dev’essere un organismo tecnico, non politico. Chi vuole fare politica si candida alle elezioni. La sovranità è una prerogativa del Parlamento, dove si approvano le leggi, mentre i giudici le leggi le applicano. Adesso il CSM è una sorta di parlamentino dei magistrati, e gli incarichi vengono assegnati più per logiche di appartenenza che per merito. E spesso – è purtroppo difficile sostenere il contrario – i magistrati fanno politica, sostituendosi ai partiti e a chi è stato eletto per governare e amministrare la comunità.

3) Infine, è utile avere un’Alta Corte dove si eserciti il potere disciplinare nei confronti dei magistrati che sbagliano. Attualmente, i procedimenti disciplinari davanti al CSM non danno sufficienti garanzie, essendo affidati all’autoreferenzialità dell’organo di autogoverno dei magistrati. È invece importante introdurre finalmente il principio di responsabilità anche in questo ambito, così delicato per la vita di tutti noi.