Trump, l’Europa e il problema dei confini
Suppongo che verrà preso molto male, in Europa, il documento (ma forse andrebbe chiamato manifesto) con cui l’Amministrazione Trump ha ridefinito la strategia antiterrorismo della maggiore potenza mondiale (United States Counterterrorism Strategy 2026). In buona sostanza, il documento denuncia la permeabilità dell’Europa all’immigrazione, vista come veicolo di minacce di ogni genere: terrorismo, narcotraffico, estremismi vari. E rafforza ulteriormente un’idea che non nasce certo con Trump, ma con lui diviene quasi un’ossessione: l’idea che in nome della “sicurezza internazionale” si possa fare di tutto.
È in nome della sicurezza che sono state condotte le guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq, è in nome della sicurezza che è stato deposto il leader venezuelano Nicolás Maduro, è in nome della sicurezza che sono stati sferrati gli ultimi attacchi all’Iran, è in nome della sicurezza che a Israele viene concesso di spadroneggiare in Libano, a Gaza, in Cisgiordania. Ed è, di nuovo, in nome della sicurezza che Trump minaccia di strappare la Groenlandia alla Danimarca.
Ma non si tratta solo delle guerre. In nome della sicurezza stanno sempre più diventando normali, ben accette o quantomeno tollerate operazioni un tempo impensabili, o considerate eccezionali, se non del tutto inaccettabili: eliminazioni mirate, deportazioni, tortura, hackeraggio di Stato, spericolate operazioni sotto copertura. E sempre in nome della sicurezza diventano nemici da eliminare senza pietà non solo i terroristi veri e propri ma ogni sorta di potenziali nemici dell’ordine trumpiano: “jihadisti, estremisti violenti di sinistra, assassini transgender, non binari” (così Sebastian Gorka, estensore del manifesto).
È facile osservare (e infatti è stato immediatamente osservato) che dalla lista mancano neonazisti, suprematisti bianchi, estremisti di destra in genere. E che l’impianto generale del discorso è fortemente ideologico, e non poco inquietante per la cultura liberale e garantista che ancora sopravvive in Europa. E tuttavia l’errore più grande che faremmo, noi europei, è di lasciarci sopraffare dall’indignazione e ignorare del tutto la parte razionale e realistica del documento. Che è solo una parte, certo, ma esiste.
Il fatto che preoccuparsi dei “non binari” e degli “assassini transgender” sia semplicemente ridicolo, non implica che sia altrettanto ridicolo preoccuparci – come peraltro da anni stiamo facendo, senza bisogno che Trump ci inviti a farlo – del problema dei confini e dei flussi migratori irregolari, ivi compresi i movimenti di terroristi e trafficanti di armi, droga, esseri umani. Tanto è vero che, da anni, l’Unione Europea sta cercando di mettere a punto un nuovo “Patto di migrazione e asilo”, con una revisione radicale (in senso restrittivo) delle regole di ingresso e uscita dai confini dell’Unione.
Non è questo il luogo per entrare nei dettagli del nuovo patto, se non per segnalare che da esso potrebbero derivare una lista condivisa di “paesi sicuri”, la possibilità di esternalizzare le frontiere (modello Albania), procedure più efficaci di espulsione di chi commette reati, e persino la possibilità di esternalizzare le carceri (come sta facendo la Danimarca, a guida socialdemocratica).
Quello che vorrei far notare è che la necessità di tornare a far valere i confini, pur essendo talora osteggiata dal mondo progressista in nome del sogno di un mondo aperto, non è univocamente connotata sul piano politico. Certo, di primo acchito ristabilire i confini pare un’istanza di destra, perché è legata all’idea che gli immigrati diano un apporto alla criminalità maggiore di quello dei nativi (cosa confermata dalle statistiche in quasi tutti i paesi europei). E sicuramente di ispirazione conservatrice è la più accorata e sistematica difesa dei confini prodotta dalle scienze sociali (Frank Furedi, I confini contano, Meltemi 2021).
Ma si dimentica che il fenomeno che più preoccupa il mondo progressista, ovvero l’ascesa di movimenti populisti di destra negli anni Dieci di questo secolo, è strettamente legato al fallimento delle politiche di controllo dell’immigrazione irregolare e alle paure suscitate dalla stagione degli attentati in Europa (2011-2014). Detto in altre parole: se teme così tanto l’avanzata delle destre populiste, la prima cosa che una sinistra lungimirante dovrebbe fare è cooperare con i governi (non solo conservatori: vedi Regno Unito e Danimarca) che si stanno adoperando per disinnescare la bomba migratoria.
[articolo inviato uscito sul Messaggero il 9 maggio 2026]