La folgorante ascesa di Silvia Salis – Tempo di Salis?

Non so voi, ma io non ricordo, in decenni e decenni di prima e seconda Repubblica, un solo caso di uomo o donna politica che – come la sindaca di Genova Silvia Salis – sia passata quasi istantaneamente dal quasi-anonimato allo status di possibile candidato alla Presidenza del Consiglio. Certo, si potrebbe citare il caso di Antonio Di Pietro, che nel momento di massimo splendore e follia di Tangentopoli molti elettori (il 71% secondo un sondaggio dell’epoca) avrebbero voluto nientemeno che alla presidenza della Repubblica. Ma sarebbe un paragone inappropriato: quando raggiunse quei livelli di consenso Di Pietro aveva alle spalle due anni di inchieste giudiziarie sensazionali, e poteva presentarsi come l’eroe che aveva reso giustizia agli italiani depredati dalla voracità dei partiti.

Silvia Salis no. È appena agli inizi della sua avventura politica, e i soli titoli che può vantare sono alcuni notevoli successi come atleta nel lancio del martello, nonché una carriera di dirigente sportiva. Eppure un recentissimo sondaggio BiDiMedia rivela che, al momento, è l’unica esponente del centro-sinistra che riscuote un consenso paragonabile a quello di Giorgia Meloni. La sindaca di Genova già oggi potrebbe arrivare al 48.9% (a soli 2 punti dal 51.1% di Meloni), mentre Conte dovrebbe accontentarsi del 46.4% e Schlein del 45.5%.

Come si spiega?

Non credo vi sia una ragione unica o dominante, anzi penso che questo sia un perfetto esempio di causalità multipla. Se il vento soffia nelle vele di Silvia Salis è perché, all’improvviso, più ragioni si sono allineate fra loro come pianeti. Una ragione fondamentale è che sia Schlein sia Conte non piacciono a una frazione non trascurabile dell’elettorato progressista, e pure a una parte degli indecisi o astenuti. Silvia Salis è nuova, e può approfittare della preferenza degli elettori per le novità: non è mai successo, nella storia della seconda Repubblica, che il voto premiasse un governo uscente.

Un altro elemento che favorisce Salis è la sua appartenenza alla componente moderata e riformista del campo largo. È vero che il suo moderatismo può alienarle le simpatie della base più estremista del campo progressista, ma è difficile pensare che i voti perduti per l’astensione degli estremisti spossano essere più numerosi dei voti riconquistati grazie alla mobilitazione dell’elettorato riformista (a partire da quello che guarda al partito di Calenda). E il fatto di non essere iscritta ad alcun partito, paradossalmente, la rende più e non meno forte, perché disinnesca la ridda delle rivalità fra le varie componenti del campo largo.

C’è poi il fattore donna, che gioca a favore di Salis non solo contro Conte, ma pure contro Schlein, che molti elettori non percepiscono precisamente come una Meloni di sinistra.

C’è infine una ragione politica fondamentale: Silvia Salis è probabilmente l’unica candidata alla presidenza del Consiglio in grado di evitare una sanguinosa e catastrofica lotta per la leadership fra i leader dei due maggior partiti, Pd Cinque Stelle.

C’è un “però”, tuttavia, di cui occorre tenere conto. Silvia Salis ha detto di essere contraria alle primarie in quanto divisive, e che se la vogliono come candidata-premier, devono chiederglielo tutte le componenti del campo largo. Ma è realistico pensare che, già divisi oggi fra “contiani” e “schleiniani”, i maggiorenti del campo largo non finiscano domani per sbranarsi fra paladini della lanciatrice di martello e tenaci difensori delle prerogative dei partiti?

Già oggi, nel centro-sinistra, sono in corso manovre e calcoli per definire chi in futuro potrà occupare le due caselle fondamentali (presidenza del Consiglio e presidenza della Repubblica). Una candidatura Salis alla presidenza del Consiglio toglierebbe dal tavolo una delle due caselle, lasciando ben pochi margini per le negoziazioni sulla casella rimasta. Questo, forse, è il vero ostacolo all’ascesa del nuovo astro della politica italiana.

[articolo uscito sulla Ragione il 14 aprile 2026; battute: circa 4000]




Quando la democrazia antifascista diventa terrorismo ideologico

1.Norberto Bobbio, il maître-à-penser

E’ da tempo che vado sostenendo che il grande spartiacque della cultura politica italiana non è costituito più dalla contrapposizione tra cattolici e laici, tra fascisti e antifascisti, tra comunisti e anticomunisti, ma dalla divisione tra liberali convertiti alla democrazia (es., l’accettazione del suffragio universale) e democratici aperti ad alcuni valori del liberalismo (es., il diritto di più partiti a competere per il potere).Tale divisione  tra  liberali divenuti democratici  e democratici divenuti liberali, non rappresenterebbe un problema per ‘la democrazia in Italia’ (tutt’al più, potrebbe far bocciare, in un referendum, una misura liberale come la separazione delle carriere’) se, a prevalere, tra i secondi, non fossero gli eredi dell’azionismo o del gramsciazionismo., che per il giacobinismo hanno sempre avuto, per così dire, un occhio di riguardo,

  Nel mondo cattolico, infatti, a partire almeno da Marco Minghetti, troviamo una componente profondamente liberale che rende indistinguibile il pensiero di Luigi Sturzo e di Alcide De Gasperi da quello di Luigi Einaudi e di Benedetto Croce. E nello stesso pianeta marxista non va sottovalutata una versione socialdemocratica del materialismo storico che nelle ‘libertà borghesi’ non vede qualcosa da superare o inverare nella società socialista ma un’eredità preziosa da salvaguardare con cura come i monumenti dell’arte e della scienza trasmessici nei secoli. Non a caso i riformisti di ‘Critica Sociale’—v. lo scritto di Alessandro Levi Crisi della democrazia (1911)–furono i difensori più intransigenti della democrazia parlamentare quando conservatori, comunisti, cattolici tradizionalisti, combattenti e camicie nere avrebbero voluto relegarla nella soffitta della storia. In un saggio–La democrazia (liberale) e i suoi nemici .Ciò che insegna un vecchio dibattito tra Ernesto Rossi e Rodolfo Mondolfo sulla libertà della scuola–ora ricompreso nel volume Isaiah Berlin. Il pluralismo preso sul serio (Ed. Rubbettino), ho ricordato lo scontro, sulle pagine de ‘Lo Stato Moderno’ (1948), tra l’azionista Ernesto Rossi e il marxista Rodolfo Mondolfo sulla laicità della scuola. Per Mondolfo «insegnare, non significava bandire crociate dalla cattedra ma rendere conto di tutte le forze ideali, di tutti i conflitti sociali» che hanno forgiato l’anima della nazione. Per il suo obiettore, al contrario, «ogni forma di governo doveva dotarsi di scuole e di insegnanti competenti, sì, ma, soprattutto, impegnati nel farne conoscere i ‘valori comuni’ ai futuri cittadini-elettori». Per il neo-giacobino deciso a «rifare l’anima della nazione, guarendola dai mali antichi |…| la pedagogia etico-politica di Stato s’imponeva come una necessità». Per il filosofo marxista (formatosi alla scuola del vecchio positivismo di Roberto Ardigò) la scuola è laboratorio scientifico non catechesi, sia pure repubblicana.

A segnare l”’ideologia italiana”, nel secondo dopoguerra, se ne prenda definitivamente atto, non furono né il liberalismo ottocentesco di Croce e di Einaudi, né la versione socialdemocratica del marxismo bensì il pensiero politico di un autore, come Norberto Bobbio (peraltro un finissimo storico e analista che  ci ha insegnato come leggere i classici del pensiero politico), molto lontano dal pluralismo di Isaiah Berlin—da lui, peraltro, ritenuto un liberale piuttosto dubbio. Che il filosofo del diritto e della politica torinese sia una figura centrale, e a mio avviso decisiva, per comprendere ‘la filosofia delle scuole italiane’, lo dimostra il fatto che il suo stile di pensiero ha segnato non solo le posizioni dell’intellighèntzia italiana ma i giornali, le riviste, i talk show, divenendo, si può dire, il senso comune della sinistra. In sintesi, la nuova “filosofia delle scuole italiane” si fonda su due presupposti: che la divisione tra destra e sinistra sia sempre valida (e su questo chi scrive concorda) e che essa riproduca quella tra l’Ancien Règime e la modernità. Bobbio, nel saggio Destra e Sinistra (a torto considerato un’opera minore),identificando la sinistra con l’eguaglianza e la destra con l’ineguaglianza, ha contribuito a far passare l’idea , per citare Kenneth Minogue, che quanti non appoggiano l’egualitarismo devono essere arruolati nella schiera dell’anti-egualitarismo, gettando così «le radici teoriche del disprezzo  verso chi non è di sinistra». «Non ignoro ha scritto Bobbio, che, prendendo come punto di riferimento e come criterio di distinzione fra opposte parti dell’universo politico l’altro grande ideale che accompagna, come quello dell’eguaglianza, tutta la storia dell’umanità, l’ideale della libertà, considerato ora come alternativo ora come complementare a quello dell’eguaglianza, ci si trova di fronte a un’altra opposizione, quella tra dottrine e movimenti libertari e dottrine e movimenti autoritari. Ma, benché storicamente rilevante quanto quella tra egualitarismo e inegualitarismo, questa distinzione non coincide con la distinzione fra destra e sinistra». Questo significa che siamo in presenza di due ‘valori’ sempre positivi—l’eguaglianza e la libertà—e che ad essi si affianca un disvalore—la diseguaglianza—che pur coniugandosi, in certe correnti di pensiero, con la libertà, non cessa  pertanto di essere un relitto tribale, che la destra non potrà mai scrollarsi di dosso. Ma non potrebbe esserci una definizione della destra in termini di un’ assoluta libertà che, in economia come in politica, produce  diseguaglianze non ereditate dalla storia bensì prodotte dalla struggle of life, in un mondo in cui i legami tradizionali sono venuti meno e la logica del  mercato domina sovrana? Non era questa le tesi sostenuta da Antonio Capizzi nel saggio Alle radici ideologiche dei fascismi. Il mito della libertà individuale da Constant a Hitler (Ed. Savelli, 1977)?

Comunque al di là di questi problematici binomi –destra = inegualitarismo (Bobbio) o destra =libertà senza controlli ,che produce ineguaglianza (Capizzi) —resta il fatto che la categorizzazione fatta da Bobbio dell’antica dicotomia destra/sinistra non fonda certo il riconoscimento pluralistico che in una democrazia a norma a competere, con pari legittimità, sono i due poli dell’asse politico che si riconoscono, l’uno, nei valori del progresso e l’altro, in quelli della tradizione e, tanto meno, la consapevolezza che entrambi gli schieramenti, nella loro dialettica, promuovono un avanzamento sociale tanto più sicuro quanto meno è tentato di fare piazza pulita del passato.

Già del 1925 Guglielmo Ferrero, frequentatore e amico di ‘Critica Sociale’, nel saggio La democrazia in Italia. Studi e precisazioni, aveva fatto rilevare che « i partiti sono molti e diversi, onde il quesito: se qualunque partito e qualsiasi dottrina possa concorrere ugualmente all’esercizio della sovranità in una democrazia. A scioglierlo, occorre aver chiaro nella mente che le istituzioni della democrazia devono essere gli organi della sovranità popolare, non le levatrici di nuovi ordini sociali o di civiltà più perfette. Affinché un partito possa essere un organo della sovranità e un occhio del suffragio universale, deve riconoscersi uguale agli altri, essere un partito, dirò così, di “interesse parziale e limitato”, voler rappresentare a condizioni pari una parte e quella sola della volontà nazionale. Una dottrina, che si affermi unica e universale, potrà annunciare una nuova religione o preparare una rivoluzione, non essere un organo delle sovranità popolare in una democrazia moderna».

  Non era questa la filosofia politica di Bobbio, al di là degli omaggi formali al ‘pluralismo’. Quest’ultimo, infatti, è presa di coscienza che nel mondo ci sono tanti dei e che il loro conflitto regolato è apportatore di civiltà. Per il maitre-à-penser della sinistra italiana, da tempo non più marxista, la vittoria dei partiti conservatori—nella logica del discorso svolto in Destra e Sinistra–è un passo indietro, il sintomo di una crisi della democrazia inquietante e inarrestabile. Scriveva, ad esempio, in Liberalismo vecchio e nuovo (1981) (ora ne Il futuro della democrazia, Ed .Einaudi, 1984): «L’offensiva dei liberali è stata rivolta storicamente contro il socialismo; in questi ultimi anni è stata rivolta anche contro lo Stato-benessere, cioè contro la versione attenuata del socialismo; ora viene attaccata la democrazia, puramente e semplicemente. L’insidia è grave. Non è in gioco soltanto lo Stato-benessere, ovvero il grande compromesso storico fra il movimento operaio e il capitalismo maturo, ma la stessa democrazia, ovvero l’altro grande compromesso storico, precedente, fra il tradizionale privilegio della proprietà e il mondo del lavoro organizzato, da cui nasce direttamente o indirettamente la democrazia moderna (attraverso il suffragio universale, la formazione dei partiti di massa ecc.) ».Bobbio non aveva in mente le devastazioni del 68 e l’autunno caldo ma l’arresto dell’avanzata delle sinistre nel nostro paese che, nel 1981 avrebbe portato—grazie alla sterzata a destra della DC di Flaminio Piccoli–al governo Spadolini, che rivedeva  al governo dopo anni il PLI assieme al PRI, al PSDI e al PSI.

2. Il giacobinismo preso sul serio

Le idee di Bobbio sono ormai moneta corrente nella saggistica di sinistra—dai fratelli Zagrebelsky, Gustavo e Vladimiro, a Ezio Mauro, da Paolo Bagnoli a Corrado Augias, da Luigi Ferrajoli a Michela Marzano, da Francesca Rigotti a Francesco Remotti, per limitarci a questi nomi. Dall’antico giacobinismo questa scuola di pensiero (maggioritaria nella repubblica delle lettere e minoritaria nella società civile) ha ripreso l’idea che non c’è libertà se le differenze sociali tra i cittadini non consentono agli elettori accesso al sapere e (una almeno relativa) indipendenza economica. Se si è poveri e ignoranti è preclusa la partecipazione attiva e consapevole al dibattito pubblico. Si tratta di un rilievo realistico che mette in relazione una forma di governo con un dato sociologico (già Aristotele aveva stabilito una correlazione tra politeia e classi medie) ma, nella filosofia giacobina antica e moderna, compare un elemento nuovo (e si potrebbe dire protototalitario): è lo Stato a doversi fare carico della lotta all’indigenza e all’analfabetismo, provvedendo al lavoro e alla cultura di tutti i cittadini,  con leggi e istituzioni che, in sostanza, come Robin Hood tolgono ai ricchi e distribuiscono ai poveri. Erano caratteristiche dell’«universo culturale e politico» giacobino riscontrabili non solo nella sinistra rivoluzionaria ma altresì nel fascismo, segnato anch’esso dalla «mentalità democratica e illuminista di stampo babuvista» presente, come ha fatto rilevare Renzo De Felice, «nell’idea di Mussolini che lo Stato potesse creare, attraverso l’educazione, un nuovo tipo di cittadino».

I seguaci e gli allievi di Bobbio sembrano aver maturato una filosofia politica che considera le libertà formali (borghesi) non incomplete—come, in fondo, riteneva il Maestro—ma quasi irrite e nulle senza l’eguaglianza sociale. Per loro è questo il lascito più prezioso dell’antifascismo che trova nella Costituzione italiana, e segnatamente nell’articolo 3 (un articolo liberale nel primo comma e socialista nel secondo) il suo momento più alto e qualificante:

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Questo articolo (che come tutta la prima parte della Costituzione aveva suscitato forti dubbi e non solo in giuristi e in studiosi conservatori), interpretato non in senso metaforico né come mero auspicio ma  come il pilastro dell’assetto sociale e istituzionale della nuova Italia redenta dal fascismo, avrebbe comportato, se preso alla lettera, né più né meno, la “costituzionalizzazione dei diritti sociali” ovvero la citazione davanti a un giudice (ordinario e  costituzionale) di partiti e governi per la violazione di quei diritti, proprio come previsto per la violazione, da parte di cittadini privati o funzionari statali,  dei diritti civili e di quelli politici—solennemente garantiti dal testo istituzionale. Nell’impossibilità di citare in giudizio i governanti privi di carte in regola con l’antifascismo—non si può mettere fuori legge la maggioranza silenziosa e i partiti che la rappresentano–, sarebbe stato il tribunale dell’opinione pubblica quello incaricato di stigmatizzare il comportamento di legislatori degeneri. Di qui la mobilitazione permanente degli animi volta a trasformare la legittima critica dell’operato dei governi di centro-destra in un processo pubblico sempre aperto, che ricorda l’assemblea tumultuante che a Verona costrinse i giudici repubblichini a condannare a morte i traditori del 25 luglio.

E’ non poco significativo il dibattito sul secondo 89  che coinvolse le varie anime della sinistra alla caduta del Muro di Berlino. Intervistato dall’’Espresso’ sul concetto di rivoluzione, Achille Occhetto—lo ricorda Michele Di Maggio nell’articolo Dal “Vangelo socialista” alla Bolognina. Le sinistre degli anni Ottanta e la Rivoluzione ( https://books,openedition.org/aaccademia/2312)–afferma che i comu-nisti sono figli della Rivoluzione francese «ma non sono più figli del giacobinismo || sottolineatura mia || e che esso come esperienza storica è portatore di elementi allo stesso tempo positivi e negativi. Quelli positivi sono la ‘creazione di nuovi valori’ come l’uguaglianza, la difesa della patria, la creazione del concetto di Nazione come comunità di cittadini di uguali diritti. I valori negativi invece, sono il germe del totalitarismo contenuto nella carica di autoesaltazione della rivoluzione che sfocia nella violenza. L’esperienza giacobina ha dimostrato che nessuna rivoluzione può mai diventare quotidianità».

Dinanzi a questo parziale revisionismo, fa non poco riflettere che uno storico, per così dire organico all’ambiente azionista torinese, Luciano Guerci, qualche anno dopo, sull’’Unità’ del 14 luglio 2001, potesse scrivere che  «il giacobinismo non ci lascia in eredità solo le tragiche scene del Terrore. Ponendo il principio dell’eguaglianza accanto a quello della libertà, la costituzione del 1793 ci ricorda che non basta proclamare la parità dei diritti: perché la democrazia non sia solo un nome, occorre che ciascuno abbia i mezzi per far valere i propri diritti. Fu la tradizione giacobina, non certo la dichiarazione del 1789, a sancire il diritto di ogni individuo all’esistenza» || sottolineatura mia ||. Nell’89 i voli nei cieli della retorica, nel 93 i piedi piantati per terra.

3.La democrazia afascista

«Perché la democrazia non sia solo un nome, occorre che ciascuno abbia i mezzi per far valere i propri diritti». E’ l’immarcescibile refrain sempre sbattuto in faccia ai conservatori e ai liberali preoccupati unicamente dalla sovversione sociale che minaccia il loro status e le loro proprietà. Un refrain che si guarda bene dall’ammettere che a provvedere alle “giornate del nostro riscatto” , ovviamente, sarà il partito che incarna la volontà generale e che, in una società caratterizzata da diseguaglianze antiche, non potrà non ricorrere a mezzi rivoluzionari per vincere l’ostilità di ceti e classi non disposti ad accettare il nuovo corso. Non è chi non veda come, in quest’ordine di idee, gli avversari delle riforme, pur se sostenuti dal voto popolare, vengono a configurarsi come veri e propri nemici, delegittimati moralmente e politicamente in quanto eredi delle dittature e degli anciens régimes  abbattuti dal vento della libertà. L’Autorità della Ragione contro i mostri dei caprichos goyeschi.

Non è lo ‘stare a sinistra’ che preoccupa in questa filosofia—si può ben ritenere che un sistema politico e sociale abbia bisogno di riforme anche incisive e distruttive di vecchi equilibri di potere—quanto la delegittimazione di quanti vengono tollerati solo per non dover ricorrere alla violenza e che, comunque, non vengono considerati cittadini pleno jure, almeno sotto il profilo etico-politico.

Queste idee, queste diffidenze, questi anatemi sono sparsi un po’ in tutti i numerosi scritti di Bobbio e dei suoi allievi ma ora hanno trovato nel libro di Gabriele Pedullà e Nadia Urbinati, Democrazia afascista (Ed. Feltrinelli) la loro sintesi più chiara ed efficace. Ernesto Galli della Loggia, nell’incipit del suo editoriale, La democrazia a senso unico che piace agli intellettuali progressisti (‘Corriere della Sera’ b25 maggio 2024) l’ha così esposta: «La guerra civile italiana a bassa intensità che ha per oggetto il fascismo e l’antifascismo non finirà mai finché non sarà possibile mettersi d’accordo su un paio di cose fondamentali tipo che cosa sia la democrazia e che cosa una Costituzione democratica. Non finirà finché due autori come Gabriele Pedullà e Nadia Urbinati — che pure nei loro rispettivi campi di studio occupano un posto significativo — scriveranno un libro come questo Democrazia afascista (Feltrinelli) nel cui retro di copertina si legge “nell’anno III del governo Meloni”, che come si capisce è già tutto un programma. Secondo i nostri due autori la sola democrazia veramente tale è quella “sovversiva” capace di incarnare «un processo rivoluzionario che sovverte potentati e dominazioni e la cui opera non è mai compiuta». Non basta dunque che essa proclami l’eguaglianza dei diritti politici e civili e per il resto si presenti come un regime ‘neutro’, ‘avaloriale’. Deve scendere sul terreno dei programmi sociali. Proprio per questo la nostra Costituzione “richiede esplicitamente alla Repubblica di impegnarsi nella permanente promozione e difesa dell’eguaglianza di condizione e nel pieno sviluppo della persona umana”. Il suo carattere democratico risiede proprio in ciò, nel suo essere programmaticamente valoriale e nell’esserlo ovviamente in una certa direzione—che, come si legge in un altro passo—non può che essere quella socialista o socialdemocratica. In ciò consisterebbe altresì il suo carattere antifascista».

Ma vediamo in dettaglio. Come definiscono gli autori la ‘democrazia afascista in contrapposizione alla democrazia antifascista? Tutto comincia, naturalmente, da come si risponde alla domanda ‘cos’è stato il fascismo ?’. Quest’ultimo, nel libro, è definito in termini che fanno supporre una totale estraneità al grande dibattito storiografico che, a partire dalla famosa Intervista sul fascismo del 1975 di Renzo De Felice, ha riempito e continua a riempire gli scaffali delle biblioteche. Per gli autori– come per Carl Schmitt, si potrebbe dire con facile ironia–ogni identità è sempre un’identità polemica: a definirci è l’hostis. Nel caso del fascismo, esso si definisce come alter rispetto ai partiti e alle ideologie del movimento operaio, « nato per chiudere i conti col conflitto di classe e pacificare la società con una cultura e una politica autoritario-corporativa». «Movimento incontestabilmente moderno, perché inconcepibile senza l’ingresso delle masse nella vita politica che, in forme diverse, tanto il movimento socialista quanto la partecipazione popolare alla Grande Guerra avevano reso possibile, esso nutriva al tempo stesso una invincibile nostalgia per un ordine che la modernità liberale e socialista avevano ambedue contestato alla radice. Naturalmente la nuova gerarchia che il fascismo intendeva promuovere non poteva essere una riedizione della vecchia società per ceti guidata da un sovrano posto a capo della nazione per volontà di Dio. Invece delle vetuste aristocrazie del sangue era emersa infatti una nuova aristocrazia selezionatasi da sola sui campi di battaglia. In comune l’Antico Regime e il fascismo avevano però il rifiuto dei principi che avevano alimentato la Rivoluzione del 1789 »..Insomma la modernità del fascismo sta nel suo essere moderno, ovvero nell’essere sorto non nell’800 ma nel 900 dopo la prima guerra mondiale. Per il resto segna un ritorno a un ordine sociale fondato « su un presunto ordine naturale» e «coltiva una sola idea di superiorità quale sinonimo di forza e spirito guerriero, che sulla carta è chiamata a prendere il posto che sotto l’Antico Regime avevano avuto i titoli di nobiltà come principio di legittimazione». E ancora «il fascismo contempla un’unica scala di valori a cui vorrebbe che tutti i membri della comunità si conformassero e non ammette che chi non possiede certe qualità possa distinguersi secondo altri standard».Va spiegato come mai non  se ne fossero accorti Giovanni Gentile, Gioacchino Volpe, Luigi Pirandello e gli altri grandi intellettuali che avevano dato il loro sostegno al fascismo e  non certo perché avevano visto in esso reazione di classe, regressione a un nuovo ordine tribale, darwinismo sociale. Gli Autori, con le loro affermazioni tranchantes, non esitano a sfidare il ridicolo arrivando a scrivere che «nel mondo dei fascisti, dove tutto si riduce alla fine a prestanza fisica, mai potrebbe esserci spazio per un genio dell’astrofisica come Stephen Hawking, paralizzato sulla sedia a rotelle per una malattia degenerativa». Uno degli storici socialisti, di cui più cara mi è la memoria, Ugoberto Alfassio-Grimaldi, che era stato un fervente fascista (sarebbe entrato  nel movimento partigiano nel 1943 a rischio della vita), e che aveva partecipato ai littoriali della cultura e frequentato la Scuola di Mistica fascista di Niccolò Giani, a causa della malattia che lo aveva colpito nell’infanzia, camminava piegato in due: non era nelle condizioni di Stephen Hawking ma il fatto di non poter saltare nel cerchio di fuoco non ne diminuiva il prestigio di cui godeva tra i giovani camerati. Forse oltre le palestre,i saggi ginnici, i Campi Dux etc. nel fascismo c’erano altre cose.

Per gli Autori, «fenomeno moderno per eccellenza (perché figlio della modernità, per quanto degenere), il fascismo non è stato mai debellato del tutto e aspetta tuttora sottotraccia l’occasione per riprendersi il centro della scena, seppure sotto mutate insegne e senza copiare in ogni elemento le esperienze del passato, come purtroppo gli eventi degli ultimi anni stanno ampiamente dimostrando (negli Stati Uniti, in India, in Francia, in Ungheria, in Polonia…). La minaccia è ancora lì: l’alter, in questo caso, non è scomparso come è avvenuto nel caso dell’Antico Regime. Proprio per questo, la questione dell’antifascismo rimane così attuale nel XXI secolo: non tanto o non solo come baluardo contro un nuovo regime liberticida (regime che, almeno per ora, in Italia non sembra all’orizzonte), ma —cosa forse ancora più preziosa–come lievito indispensabile della vita democratica. E questo, appunto, anche grazie ai successi e all’esempio della democrazia antifascista del secondo Novecento».

Di qui l’idea che, essendo il fascismo ever green –e che quindi sia tutt’altro che morto e sepolto, come pensava  Pier Paolo Pasolini,  che lo relegava nella soffitta della storia,  assieme al feudalesimo e alla monarchia borbonica— e costituendo-, oggi come ieri, una minaccia mortale per la civiltà moderna, l’unico modo per tenerlo in vita sia quello di combattere l’antifascismo, che invece lo vede pericolosamente vivo e vegeto. Pedullà e Urbinati | d’ora in poi P&U|  hanno attribuito al fascismo l’astuzia attribuita da Charles Baudelaire al demonio, quella di “far credere che non esiste”. E’ il compito storico che, a loro avviso, si è assunto la democrazia afascista, denunciata fin dal titolo del  volume.

4. Il ritorno della gerarchia naturale

L’afascismo rappresenta «il definitivo congedo dai valori dell’antifascismo della tradizione repubblicana, non in nome di un rinnovato fascismo, ma di un ‘diritto all’oblio’ che con l’antifascismo travolge però l’intero progetto politico da cui è nata la Repubblica italiana». E’ un progetto congeniale a quella zona grigia della società italiana—abitata da liberali tremebondi e conservatori, dalle classi dominanti, dai’padroni del vapore’, dalle gerarchie laiche ed ecclesiastiche—che ieri avallò la conquista fascista dello Stato e che, nel dopo guerra, avrebbe trovato rifugio nelle braccia della DC e dei partiti impresentabili della destra—dal monarchico all’Uomo Qualunque, dalla destra liberale al Movimento Sociale Italiano. «La democrazia afascista prepara un mondo gerarchico e statico, benché in perenne movimento: una società della cieca deferenza, dove   c’è chi è in alto e c’è chi è in basso, e dove chi è in basso, persuaso che le sconfitte sono solo eventi personali, deve piegare il capo rinnegando un secolo di conquiste della democrazia e del movimento dei lavoratori.|…|Il grande nemico della democrazia afascista è infatti l’eguaglianza sociale e politica.|…| La democrazia afascista, infatti, punta a diseguagliare le persone e a adeguare la società e le istituzioni politiche a una presunta differenza radicale di condizioni, che sarebbe inscritta nelle cose, oggettivamente». In poche parole, «La democrazia afascista è lo strumento costituzionale attraverso cui si realizza la rivincita della gerarchia». In realtà, di questa ideologia inegualitaria e classista nel libro ci si guarda bene dall’esibire testimonianze e citazioni tratte dai programmi di governo del centro-destra, dalla saggistica dei tanti studiosi che in esso si riconoscono, dalle stesse polemiche sulla stampa e nei dibattiti televisivi. Il progetto della destra   è «quello di favorire due ordini di decisioni: il primo in relazione allo Stato, con la riduzione delle politiche sociali e della giustizia sociale come condizione della cittadinanza; il secondo in relazione ai cittadini, con il contenimento dei presunti “eccessi” di democrazia per debilitare, scoraggiare o delegittimare l’opposizione a partire dai movimenti di contestazione. L’argomento sottotraccia (e neppure troppo mascherato) è che il declino della partecipazione non sia soltanto desiderabile, ma indichi che il sistema funziona correttamente: l’apatia come segno di buona salute delle istituzioni democratiche. L’attacco alle manifestazioni di piazza dell’opposizione e agli scioperi indetti dal sindacato–ovvero a due diritti sanciti dalla Costituzione, fondamentali per una democrazia che funzioni–è il marchio che accomuna la concezione della governabilità e la destra afascista». Che la polemica partitica spicciola—che imperversa nei salotti mediatici– potesse farsi giudizio storico  e teoria politica è un miracolo che sfida la moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Colpisce, nei neo-azionisti, il frequente richiamo ai classici e ai principi del liberalismo,  una specie di vernice rassicurante con cui mascherano il loro giacobinismo mentale. Quando si legge, ad esempio che la democrazia riposa su due principi che sono due promesse: l’eguaglianza di fronte e sotto la legge (la legge è dichiarata eguale per tutti e alla sua costruzione tutti contribuiscono, direttamente e indirettamente) e l’eguale distribuzione fra tutti i cittadini del potere politico fondamentale (il diritto di voto, di parola e di associazione)», ci si chiede: ma oggi c’è qualche liberale—sia pure conservatore  e afascista—che non concordi con queste parole? In realtà, per gli Autori, le ‘due premesse’ sono soltanto il preambolo: il bello viene dopo ed è l’idea intramontabile della democrazia sostanziale che riempie il vuoto della democrazia formale: «La Repubblica si impegna a promuovere l’eguaglianza e la dignità delle persone; ovvero riconosce che l’eguaglianza è una promessa, non un fatto, e che per essere rispettata occorre che la diversità di ciascuno/a venga considerata una ricchezza e rispettata, senza essere motivo di stigma, emarginazione, discriminazione. Questo è il senso dell’articolo 3: una sconfessione radicale del principio maggioritarista anche nella vita civile, perché ci dice che la libertà è associata alla reciprocità e all’eguale rispetto delle singole (e diverse) persone. La Repubblica si impegna e interviene per “rimuovere” gli ostacoli che di volta in volta impediscono questo rispetto. Ci ricorda in sostanza che proclamare i diritti non basta. Proprio perché i diritti hanno i piedi nella società, per tutelare efficacemente il rispetto della persona devono poter contare sull’impegno delle istituzioni politiche e dei cittadini».

Certo, “proclamare i diritti non basta”: la libertà che mi è garantita di prendere il treno per Milano è inutile se non ho i soldi per il biglietto. Ma il problema è che a distinguere il giacobinismo antico e moderno dal vero liberalismo è poi la decisione volta a stabilire chi deve darmi i soldi per il biglietto: lo Stato—come ritenevano le sinistre del 1793, del 1919, del 1945—o una società civile libera e aperta che consenta a ciascuno the pursuit of happyness ovvero la possibilità di guadagnarsi il proprio posto al sole?

Nel libro si cita (incautamente) La Democrazia in America di Tocqueville. «La democrazia che meglio sa tenere a bada i propri mostri – l’idra delle cento teste, la maggioranza – non nasce dalla rivoluzione o dalla guerra civile, ma per graduale affermazione dell’eguaglianza di condizione e dei mores adatti a moderarla. Il principio di eguaglianza, propagandato con il cristianesimo, col tempo si radica nella società attraverso l’economia di mercato, che rende le fortune aleatorie e demolisce i ceti e, infine, si innerva nel governo, prima con ì diritti e poi con l’inclusione politica dei cittadini; in questa sua analisi, Tocqueville aveva riscontrato tale trasformazione pacifica e graduale solo nella repubblica statunitense». Ma Tocqueville, per l’appunto, in fatto di ostacoli da rimuovere, aveva esaltato proprio l’assenza dello Stato dalla vita quotidiana della gente. « L’abitante degli Stati Uniti impara fin dalla nascita che bisogna contare su sé stessi, per lottare contro i mali e gli ostacoli della vita; egli non getta sull’autorità sociale che uno sguardo diffidente e inquieto, e ricorre al suo potere solo quando non può farne a meno. Si comincia a notare questo fin dalla scuola, dove i bambini si sottomettono, persino  nei loro giochi, a regole che essi hanno stabilito e puniscono fra loro colpe da loro stessi giudicate. Lo stesso spirito si ritrova in tutti gli atti della vita sociale. Un ostacolo si forma sulla pubblica via, il passaggio è interrotto, la circolazione bloccata; i vicini si costituiscono subito in corpo deliberante; da questa assemblea improvvisata uscirà un potere esecutivo che rimedierà al male, prima che l’idea d’una autorità preesistente a quella degli. interessati si presenti alla immaginazione di alcuno». La sua idea di democrazia liberale, come ho fatto rilevare in altra sede, era quella della democrazia come registrazione fedele dei bisogni, dei valori, delle aspettative, delle paure diffuse in una società e conteggiate, per così dire, nelle urne non quella giacobina, fascista e comunista, della democrazia come ambiziosa impresa politica intesa ad elevare culturalmente, economicamente e politicamente le masse.

5. Finché c’ è guerra civile c’è speranza

«Una matura democrazia non è quella che costruisce la sua identità attraverso l’identificazione dei propri nemici, ma quella pacificata che ha gradualmente integrato tutti e disciolto la logica dell'”anti».    Pedullà & Urbinati | d’ora in poi P&U |  non condividono in alcun modo un’idea come questa e lo si può anche capire. Quello che invece non si riesce a capire—ed è il momento giacobino totalitario del loro pensiero– è la messa alla gogna di quanti non sono d’accordo. Nelle due interviste sul ‘superamento dell’antifascismo’ rilasciate da Renzo De Felice a Giuliano Ferrara (Corriere della Sera, 27 dicembre 1987 e 8 gennaio 1988), il più grande storico del fascismo—e uno dei maggiori storici italiani del secondo Novecento insieme all’amico Rosario Romeo—contestava che «l’antifascismo, inteso come ideologia di Stato fosse «un discrimine storicamente, politicamente e civilmente utile per stabilire che cos’è una autentica democrazia repubblicana, una democrazia liberaldemocratica» ;e faceva rilevare che «l ‘opposizione concettuale fascismo-antifascismo, nella nostra realtà storica, impedisce proprio di fare un discorso positivo sulla democrazia e di individuarne i veri valori. Affermare che la democrazia è uguale all’antifascismo significa dare una definizione solo negativa della democrazia. E ridotta al solo antifascismo, la democrazia rischia di suicidarsi, perché non riesce a riconoscere e a individuare i nemici che hanno un’altra faccia». E’ appena il caso di rilevare che sono molti, nel nostro paese, a pensarla così ,anche a sinistra—da Marco Pannella a Gian Enrico Rusconi, da Randolfo Pacciardi a Massimo Cacciari—e che la DC divenne il partito di maggioranza anche perché, per moltissimi italiani, rappresentava la chiusura del Tempio di Giano della guerra civile e la volontà di rimboccarsi le mani per  provvedere alla ricostruzione (non solo materiale) del paese, aprendo così un altro capitolo di storia.

Una parte consistente di italiani—e costituita non solo da qualunquisti—dovrà essere messa al bando dalla cittadinanza solo perché, magari sbagliando, non vuol più sentir parlare di fascismo e di antifascismo, considerandoli entrambi capitoli chiusi? E questa delegittimazione della maggioranza può ritenersi salutare in una democrazia a norma, fondata sull’alternanza di conservatori e progressisti? Certo se antifascismo equivale a binomio inscindibile di diritti civili e politici, da un lato, e di diritti sociali dall’altro e se quel binomio è l’essenza della Magna Carta italiana, può considerarsi cittadino pleno jure solo chi sta con entrambi i piedi sul terreno arato dai padri costituzionali: chi ci sta col solo piede liberale (intendendo la democrazia come l’arena neutrale in cui si confrontano destra e sinistra), non può certo venir messo al bando ma sicuramente  diventa un cittadino dimezzato, che va convertito o neutralizzato. Per un amico della società aperta, che come K. R. Popper abbia simpatie laburiste, una politica economica, come la vorrebbero ad es. i liberisti mercatisti, può essere sbagliata e nociva per le classi sociali inferiori ma, se i partiti che la perseguono, hanno ottenuto la maggioranza dei suffragi, quella politica  non viola alcun dettato costituzionale. Per il neo giacobino azionista, al contrario, un programma ispirato al principio meno Stato/più mercato, se approvato dagli elettori, diventa un vulnus, il segno della crisi della democrazia, un ritorno al passato e alle gerarchie sociali e ’naturali’ che sono alla base del ‘fascismo’ .Se Margaret Thatcher fosse stata italiana e se avesse vinto le elezioni, in base a questa logica, si sarebbe vista deferita alla Suprema Corte, per violazione dei ‘diritti sociali’ blindati nel tabernacolo della Costituzione italiana.

A questo punto, ogni richiamo alle ‘regole del gioco’ diventa un’ipocrisia, giacché se dovesse vincere la squadra dei ‘pravi’, la repubblica sarebbe in pericolo e non resterebbe che l’insurrezione armata (della minoranza virtuosa contro la maggioranza viziosa) o una mobilitazione permanente degli spiriti, volta a squalificare i governanti abusivi e a preparare gli animi in modo farli rinsavire e indurli a votare bene alla prossima tornata. Quando vinse Silvio Berlusconi ,si ricorderà, ci fu qualche intellettuale che dichiarò di voler abbandonare l’Italia come gli esuli antifascisti.

Gli Autori, ogni tanto spruzzano sul loro discorso qualche ovvio principio liberale, salvo poi a svuotarlo di ogni efficacia. Così quando sostengono che «la destra e la sinistra si distinguono nell’arena politica come diverse interpretazioni delle norme comuni» sembrano porsi all’interno della logica democratica salvo poi arrogarsi il diritto di stabilire quale destra è presentabile e quale no. E ovviamente Fratelli d’Italia non lo è, trattandosi di «un partito che è il diretto erede delle varie formazioni politiche apertamente nostalgiche del Ventennio che si sono susseguite dopo la sua fine».

Un discorso analogo va fatto per la ‘partitocrazia’. Viene ricordato, con approvazione, Antonio Giolitti che «intravide il problema della partitocrazia: “Una volta introdotta questa deformazione, per cui i partiti prevalgono sulle istituzioni, la degenerazione è inevitabile. Non ci si accontenta di prevalere, si vuole possedere. Si invade il campo del Parlamento e del governo. I partiti comandano, il Parlamento ratifica, il governo esegue’».ma non si dice che questo fenomeno degenerativo fu al centro di un dibattito teorico che impegnò studiosi e uomini politici dell’altezza di Giuseppe Maranini (che rese noto il termine ‘partitocrazia’ coniato da Roberto Lucifero, l’”afascista”, che, con Giuseppe Berto è uno dei maggiori bersagli polemici del libro), di Luigi Einaudi, di Cesare Merzagora, di Vittorio de Caprariis. La denuncia della partitocrazia—ripresa non molti anni fa da Giuliano Amato—impegnò la destra e la sinistra e ne derivarono analisi politiche e sociologiche di grande interesse. Ammettiamo pure che quelle di sinistra fossero più profonde e perspicaci delle altre ma che senso ha tacere di queste altre, considerandole, implicitamente, dettate da pregiudizi ideologici?

Lo stesso dicasi del conflitto. Gli Autori accusano le destre di avversione alla conflittualità che sarebbe l’anima del pluralismo dei moderni ma la realtà è diversa. Sia i conservatori che i progressisti—sempre che siano liberali– apprezzano il conflitto ma se onesti debbono riconoscere che il conflitto che fa bene alla democrazia è quello regolato e che il disaccordo non verte sul conflitto ma su come regolarlo.

Come tutti gli ideologi del romanticismo politico, P&U, si abbandonano a un’esaltazione di tutto ciò che viene dal basso, di tutto ciò che contesta il Potere, di tutto ciò che sa di vento che soffia sulle acque morte delle istituzioni.

«Alla luce della contestazione giovanile, del movimento per i diritti civili, delle occupazioni delle fabbriche e dell’opposizione alla guerra in Vietnam—scrivono.. la conflittualità interna apparve ben presto come una minaccia alla tenuta dell’intero sistema: una minaccia che andava estirpata alla radice prima che conducesse all’anarchia attraverso una moltiplicazione delle istanze dei settori più diversi della società».  Che  la  contestazione abbia visto scorrere fiumi d’inchiostro, che abbia impegnato filosofi politici, sociologi, giuristi in ricerche che hanno lasciato il segno nella storia dello scorso secolo, è qualcosa che non sembra interessare P&U, per i quali i problemi di ordine pubblico non esistono e sono un’invenzione dei reazionari che vogliono soffocare il dissenso e le critiche al governo. Sembra essere ritornati ai tempi della ‘grande comprensione’ verso i contestatori, che trasudava dalle pagine dell’’Astrolabio’ del vecchio Ferruccio Parri.

Va dato atto agli autori che , pur criminalizzando soprattutto la democrazia afascista, non risparmiano le critiche alla sinistra attuale.L’attacco è frontale. «Il progressivo indebolimento della democrazia antifascista messo in atto messo negli ultimi decenni ha già considerevolmente ristretto le opportunità per i cittadini comuni nello stesso momento in cui ha contribuito attivamente a una nuova oligarchizzazione della società.|…| di fronte a una sinistra succube da oltre trent’anni delle ideologie economiche neoliberali e protagonista attiva della dismissione del pubblico nelle politiche sociali di cittadinanza, gli stessi elettori si indirizzano sempre più consistentemente verso una destra che non esita a farsi portavoce delle più sguaiate proposte antisistema e che, proprio per questo, sembra dare meglio espressione a un malessere che i cittadini sperimentano ogni giorno sulla propria pelle, ma di cui faticano a riconoscere le vere cause. In tal modo, una sinistra che ha smesso da tempo di fare la sua parte (perché è anch’essa, troppo spesso, prigioniera delle medesime concezioni avaloriali, ipermaggioritarie, notabiliari e aconflittuali della democrazia che si riscontrano a destra) sta spianando la strada a una revisione afascista della carta costituzionale (presto forse anche nella forma) ».

E’ l’eterno ritorno delle mai estinte eresie di sinistra– del 68 e degli anni di piombo–che sempre hanno sedotto politici e partiti ai quali le maggioranze silenziose (opportunamente ricordate nel libro) continuano a negare il consenso e che, nelle rivolte di piazza hanno visto il movimento dal basso capace di riportarli in alto.

Nella logica di questo sinistrismo d’antan, nessun compromesso è consentito con postfascisti e afascisti , e alla gogna , alla pari con le destre, vengono sottoposti politici come Luciano Violante e Carlo Azeglio Ciampi che, rispettivamente nel 1996 e nel 2001, ebbero l’ardire di« proporre la pacificazione tra fascismo e antifascismo (e l’equiparazione tra i morti nella Resistenza antifascista e i morti per la Repubblica di Salò) per attuare la promessa di una democrazia della governabilità». Così un discorso di civiltà e di buon senso diventa un atto d’accusa dei pasdaran dell’antifascismo, decisi a smascherare ogni compromesso col nemico, sulla linea di quei fascisti intransigenti che, nel 1921, avevano fatto naufragare il Patto di Pacificazione tra socialisti e fascisti. In particolare, sotto accusa è il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, che «in occasione della cerimonia in onore del partigiano medaglia d’oro al valor militare Antonio Giuriolo. il 14 ottobre 2001, sentì il bisogno di lodare indifferentemente l’aspirazione all'”unità” del paese manifestata oltre cinquant’anni prima da “giovani che allora fecero scelte diverse, che le fecero credendo di servire ugualmente l’onore della patria”. Un’affermazione assai scivolosa, che di fatto finiva per assimilare – su questo punto molto delicato – militanti saloini e combattenti della libertà». Per la verità, se Violante ,parlando delle migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, che, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò, aveva distinto nettamente quanti scelsero la RSI da quanti si schierarono dalla parte dei diritti e delle libertà,  Ciampi non era stato meno chiaro.

Quando si è accecati dall’ideologia, però, non contano le parole che vengono pronunciate bensì le intenzioni che le nascondono e che gli Inquisitori dell’antifascismo hanno il compito di smascherare. Finché c’è guerra civile, c’è speranza. E’ questo il messaggio lanciato da P&U a un paese che, nel loro monito, si va assoggettando a una nuova dittatura—diversa da quella fascista, of course, ma solo per le diverse forme  che viene oggi assumendo.




Finalmente (alcuni) dati – La criminalità nell’era Meloni

Meglio tardi che mai. Nelle ultime settimane il Ministero dell’Interno ha fatto uscire qualche dato sulla criminalità. Siamo nel 2026, e finalmente abbiamo i dati del 2024, assolutamente necessari per capire come stanno andando le cose (fino a poco fa eravamo fermi al 2023).

Dico “qualche dato”, e non “i dati” perché tuttora mancano – o sono gravemente incompleti – i due tasselli fondamentali: i dati sulla criminalità giovanile e quelli sulla criminalità degli stranieri, che della criminalità generale costituiscono segmenti importantissimi.

L’uscita dei dati consente, finalmente, di dirimere almeno in parte la questione che, negli ultimi mesi, ha animato tanti dibattitti: stiamo assistendo a un peggioramento della situazione, come sostengono tanti esponenti dell’opposizione, o le cose stanno migliorando, come talora controbattono gli esponenti della maggioranza?

Naturalmente non esiste una risposta univoca. Dipende da quali reati consideriamo, e da quale periodo del passato prendiamo come termine di paragone. A me pare che il modo più ragionevole di procedere sia di confrontare le tendenze fra il 2022 e il 2024 (biennio meloniano) con quelle fra il 2019 (ultimo anno senza Covid) e il 2022 (primo anno senza Covid). Questo perché negli anni intermedi (2020 e 2021) i reati sono stati artificialmente  contenuti dalle restrizioni alla mobilità.

Ebbene, se procediamo così, ecco i risultati. Per quanto riguarda l’insieme dei reati, il tasso di crescita medio annuo è stato del 3.1% nel biennio meloniano, mentre nel triennio precedente il trend era stato negativo (-0.7%). Parlando in generale, è dunque vero che la situazione è peggiorata.

Il quadro si fa però più complesso se consideriamo i singoli reati. Il Ministero distingue 32 gruppi di reati, più una categoria residuale “altri reati”. Dai dati pubblicati risulta che 7 sono diminuiti sia in era Meloni sia nell’era precedente, 7 sono aumentati in entrambi i periodi, 7 sono diminuiti in era Meloni e aumentati nel periodo precedente, ma ben 12 sono aumentai in era Meloni e diminuiti in era Conte-Draghi (2019-2022). Dunque, a questo livello ancora rozzo, la situazione pare un po’ peggiorata. La cosa più interessante, però, è andare a vedere quali sono i reati tipici dei due periodi.

Fra i reati calanti in era Meloni e in crescita nell’era precedente vi sono i delitti informatici, lo sfruttamento della prostituzione, gli omicidi volontari consumati. Fra quelli in crescita nell’era Meloni e calanti nell’era precedente si segnalano i furti di ogni tipo, le lesioni dolose, le minacce, i tentati omicidi.

Quel che più colpisce, tuttavia, è la lista dei reati che sono in aumento in entrambi i periodi: estorsioni, truffe e frodi informatiche, danneggiamenti, percosse, rapine, atti sessuali con minorenne, violenze sessuali. Queste ultime, in particolare, sono cresciute al ritmo annuo del 4.2% in era Meloni, ma a quello (più che doppio) del’8.8% nell’era precedente. Se dovessimo indicare i marker delle due ere, direi che l’era Meloni si caratterizza per la forte dinamica dei reati predatori (furti e rapine), quella precedente per le truffe informatiche e le violenze sessuali.

Queste tendenze, già di per sé allarmanti, riguardano il complesso della popolazione: maggiorenni e minorenni, italiani e stranieri. Se però proviamo a dare uno sguardo, con i pochissimi dati concessi dal Ministero a Save the Children (report (Dis)Armati), ai reati commessi da minorenni, il quadro si fa ancora più inquietante. In 5 anni, fatto 100 il numero di reati del 2019, il loro numero è passato a 125 per le rapine, a 145 per le minacce, a 164 per le lesioni personali, a 199 per le risse, a 250 per il porto abusivo di armi. E questi numeri risultano immancabilmente maggiori per i minorenni stranieri.

Ognuno, naturalmente, è libero di dedurne quello che preferisce. Ma continuare a ignorarli non mi pare un’opzione ragionevole.

[articolo uscito sulla Ragione il 24 marzo 2026]




Devianza giovanile – I dati ignorati

Di questione giovanile, da qualche settimana, si sta tornando a parlare non semplicemente sull’onda di episodi di cronaca, ma sulla base di analisi sistematiche condotte da studiosi e centri di ricerca.

A questa ripresa di attenzione hanno dato un impulso notevole l’uscita dell’ultimo libro di Haidt, La generazione fantastica (seguito e capovolgimento del suo fortunatissimo La generazione ansiosa) e il rapporto (Dis)Armati dell’organizzazione benefica Save the Children.

Due contributi entrambi utilissimi, ma che – come altri consimili – mi colpiscono anche per le loro omissioni. È come se, quando si parla di un tema sensibile come la devianza giovanile, scattassero in modo automatico dei semafori che ci spronano a considerare certi aspetti, ma anche ad ignorarne altri, come se i secondi offuscassero i primi.

Nel caso della vasta letteratura psicologica sul disagio giovanile, ad esempio, mancano quasi sempre – accanto alle riflessioni sui danni esistenziali dell’iperconsumo di internet – analoghe riflessioni sui danni cognitivi. Eppure la letteratura al riguardo è cospicua, e piuttosto univoca. Il crollo della capacità di concentrazione, di comprensione e di ragionamento astratto è ben documentato, ma non sembra attirare la medesima attenzione che suscitano i disturbi psicologici come ansia, depressione, autolesionismo. I genitori sono preoccupati della serenità (attuale) dei figli, ma non sembrano prendere sul serio i danni (futuri) che ai medesimi figli deriveranno da una scuola e un’università sempre meno esigenti, a loro volta condizionate dalla perdita progressiva della capacità di leggere libri (un tema opportunamente sollevato dall’ultimo numero della rivista “Vita e pensiero”). Un trend, quello del declino delle capacità cognitive, che tocca la maggior parte delle società avanzate, come documentano le serie storiche dei test di intelligenza, ancora crescenti verso la fine del secolo scorso, ma inesorabilmente decrescenti in questo (si chiama “effetto Flynn inverso”, dall’autore che – nell’età dell’oro – si era accorto che il livello medio del QI era in salita costante).

Un analogo strabismo induce gli psicologi che si occupano di disturbi internalizzanti (che si rivolgono verso l’interno), a distogliere lo sguardo dai disturbi esternalizzanti (che si rivolgono verso l’esterno), come se anche questi non fossero in aumento, e quasi che menzionare anche la crescita della violenza giovanile rischiasse di intorbidare il quadro romantico di una gioventù fondamentalmente vittima, afflitta dalle ingiustizie sociali e dall’indifferenza del mondo adulto.

Sotto questo profilo, per certi versi, è più realistico (e informativo) il ritratto della gioventù tracciato da Save the Children, che pur sposando una tesi politica ben precisa (non c’è un’emergenza devianza giovanile, molte colpe sono della società, la repressione è inutile e incostituzionale), ha il pregio di fornire molti dati inediti, anche se non tutti coerenti con l’afflato umanitario del rapporto (Dis)Armati, che già nel titolo fa intuire il quadro che ambisce a dipingere: i giovani, è vero, sono spesso armati e violenti, ma in realtà sono disarmati di fronte a un mondo difficile che non li capisce.

Quello che mi ha fatto riflettere, però, è come anche in questo caso l’attenzione degli studiosi

non riesca a liberarsi dei propri presupposti ideologici. Nel rapporto di Save the Children ci sono ogni sorta di dati, per lo più interessanti e ben illustrati, ma quando i dati rischiano di confliggere con il tono generale del rapporto, comprensivo e non eccessivamente allarmato, vengono semplicemente ignorati.

Un esempio?

La infografica 3 sui reati violenti commessi da minori in Italia, basata su dati del Ministero dell’Interno non ancora pubblici. Qui il report si tappa letteralmente gli occhi, perché omette di raccontare due fatti che i suoi grafici illustrano con assoluta evidenza. Il primo è che, dal 2019 al 2024 (ultimo anno disponibile), l’aumento dei comportamenti violenti ha coinvolto anche le ragazze, e in qualche caso (minaccia e lesioni personali) è stato pari o superiore a quello dei ragazzi.

Ma il dato ignorato più clamoroso riguarda i ragazzi stranieri. Per tutti i crimini considerati (eccetto l’omicidio), l’aumento dei comportamenti violenti, già preoccupante per gli italiani, è molto maggiore per i ragazzi stranieri. In cinque anni, dal 2019 al 2024, le segnalazioni per rissa sono aumentate del 31% per gli italiani, ma del 173% (quasi triplicate) per gli stranieri. Quelle per porto abusivo di armi del 100% per gli italiani, del 220% per gli stranieri. Quelle per minaccia del 21% per gli italiani, dell’84% per gli stranieri. Quelle per lesioni personali del 35% per gli italiani, del 108% per gli stranieri.

Se consideriamo i precedenti reati nel loro insieme, il contributo dei ragazzi e delle ragazze straniere alla crescita della violenza nel quinquennio 2019-2024 sfiora il 70%, nonostante la quota di ragazzi stranieri sia dell’ordine del 10%.

Ognuno, naturalmente, è libero di leggere questi dati come preferisce, e persino di continuare a proclamare che non esiste alcuna emergenza, o che in altri paesi europei le cose vanno peggio, o che tutto dipende dall’accanimento delle istituzioni contro la violenza giovanile. E tuttavia si vorrebbe, quando si parla di disagio come quando si parla di violenza giovanili, che non si ignorassero porzioni troppo grandi della realtà, almeno quando i dati che le descrivono sono sotto i nostri occhi.

[articolo uscito sul Messaggero il 22 marzo 2026]




Il riequilibrio dei poteri – Perché votare SÌ al referendum

Parlare dell’imminente referendum sulla giustizia non è molto originale, ma è molto importante, perché in gioco c’è ben più del suo contenuto esplicito. Il suo significato profondo, infatti, è politico: si tratta di ristabilire il corretto equilibrio fra i poteri dello Stato, che da trent’anni in qua è stato gravemente alterato, a tutto vantaggio della magistratura, che ne ha approfittato per invadere sempre più spesso ambiti che per loro natura non competono ad essa, bensì alla politica.

1. Non separazione, ma equilibrio dei poteri

Prima di entrare nel merito del quesito referendario va chiarito un punto fondamentale, che viene continuamente frainteso (nel migliore dei casi) o addirittura intenzionalmente mistificato (nel peggiore): la democrazia non si basa affatto sulla separazione dei poteri, bensì sul loro equilibrio.

Con questo non sto certo negando che la separazione sia importante, ci mancherebbe. Ma essa è importante solo come mezzo rispetto a un fine. E il vero fine è, per l’appunto, l’equilibrio dei tre poteri dello Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario.

Di conseguenza, la separazione va mantenuta – e anzi difesa a spada tratta – nella misura in cui aiuta (non in astratto, ma nella situazione concreta in cui ci si trova) a mantenere tale equilibrio. Tuttavia, essa non solo può, ma anzi deve essere almeno in parte corretta qualora cominciasse invece a generare uno squilibrio. E che oggi uno squilibrio ci sia e che sia tutto dal lato della magistratura, che ne approfitta per prevaricare sempre più spesso sulla politica, invadendo ambiti che per loro natura non le competono, mi pare un dato di fatto difficile da negare.

Il motivo è che la magistratura ha la possibilità di influire sulla politica in due modi: con le inchieste, che possono colpire sia singoli individui che interi partiti; e con le sentenze della Corte Costituzionale, che ha il compito di abrogare le leggi contrarie alla Costituzione. La politica, a sua volta, influisce sulla magistratura attraverso l’attività legislativa, che di per sé è prerogativa del Parlamento, ma di fatto è esercitata indirettamente anche dall’esecutivo, per mezzo dei decreti e delle proposte di legge, nonché del dialogo interno ai partiti.

Il sistema di per sé funziona, ma ha un punto debole: a controllare che la magistratura si attenga alla legge (come è suo dovere, ma come non sempre accade) è la magistratura stessa.

In condizioni normali questo non è un problema, perché, se i casi di interpretazione arbitraria della legge sono pochi, essi vengono corretti dai meccanismi di controllo interni all’ordinamento giudiziario. Ma se a deviare è una parte consistente o addirittura maggioritaria della magistratura, non c’è molto che la politica possa fare per ricondurla all’ordine. Cambiare le leggi non basta, perché i magistrati possono continuare a interpretarle in maniera distorta e la Corte Costituzionale può abrogarle anche se non sono realmente anticostituzionali, non essendoci nessuno al di sopra di essa che possa correggerne le decisioni L’unica soluzione è una legge costituzionale, a cui anche la Consulta deve inchinarsi.

Questo è esattamente ciò che ha fatto il governo ed è il motivo per cui domenica andremo a votare.

2. La posta in gioco

Qualche giorno fa Luca Ricolfi ha spiegato da par suo (cioè numeri alla mano) perché, nonostante il SÌ sia ampiamente maggioritario nel paese, rischi di non esserlo nelle urne. I favorevoli, infatti, essendo prevalentemente di destra e di centro, sono meno inclini a mobilitarsi rispetto ai contrari, che, essendo prevalentemente di sinistra, per tradizione tendono maggiormente all’impegno politico (https://www.fondazionehume.it/politica/le-complesse-stime-sul-referendum-vincera-il-no/).

Ciò è sicuramente vero, ma vorrei aggiungere che c’è un altro fattore che potrebbe giocare in tal senso. Infatti, il fronte del NO sta cercando di politicizzare al massimo il voto, per trasformarlo di fatto in un referendum pro o contro il governo, mentre i sostenitori del SÌ, per la stessa ragione, cercano di evitarlo, insistendo prevalentemente sugli aspetti tecnici della riforma, evidentemente memori dell’autorottamazione di Matteo Renzi, che aveva legato il suo futuro politico all’esito del referendum sulla sua riforma costituzionale.

Ciò è comprensibile, ma il calcolo rischia di essere sbagliato, perché potrebbe accentuare ulteriormente il gap di motivazione fra i due elettorati. E non solo perché l’appello a “difendere la democrazia in pericolo” è emotivamente più coinvolgente, per quanto vecchio di 60 anni (durante i quali la democrazia italiana ha continuato ad essere viva e vitale, benché un po’ acciaccata), ma perché almeno su una cosa i sostenitori del NO hanno ragione: la posta in gioco non è tecnica, ma politica.

Dal punto di vista del contenuto, infatti, non c’è dubbio che le obiezioni alla riforma siano del tutto infondate, spesso assurde e a volte addirittura deliranti, giacché in essa non c’è nulla (ma proprio nulla) che porti verso un maggiore controllo della magistratura da parte della politica.

In particolare non si capisce perché il sorteggio dei membri del CSM dovrebbe avere conseguenze apocalittiche, giacché qualsiasi magistrato deve essere in grado di giudicare i suoi colleghi, esattamente come giudica i comuni cittadini.  L’obiezione che così non si sceglierebbero i migliori è risibile, dato che il sorteggio è stato introdotto proprio di fronte all’evidenza che ormai da tempo con l’elezione non si sceglievano i più bravi, ma i più servili verso le varie correnti.

Quanto alla separazione delle carriere, in realtà non c’è, dato che anche la riforma Cartabia del 2022 ha lasciato la possibilità di passare dall’una all’altra, anche se solo una volta (il solito vecchio vizio italiano di non abolire mai una norma, ma solo di “migliorarla”). Comunque, qualsiasi cosa se ne pensi è irrilevante, perché è un punto che la nuova legge non tocca.

Insomma, se la riforma ha un difetto, non è certo che è troppo drastica, ma semmai che non lo è abbastanza.

Tuttavia, è vero che una vittoria del NO incoraggerebbe i magistrati politicizzati a continuare a comportarsi come stanno facendo. Al contrario, una vittoria del SÌ darebbe un forte segnale politico (appunto), certificando che la maggioranza degli italiani è scontenta dell’andazzo attuale e chiede un cambiamento, il che potrebbe indurli a una maggiore prudenza.

Quindi su questo i fautori del NO hanno ragione: il referendum ha un fine politico, che è davvero il ridimensionamento del potere dei magistrati. Dove sbagliano è nel ritenere che ciò sia un male, mentre al contrario è cosa buona e giusta.

3. Lo strapotere della magistratura

È semplicemente un fatto che non esiste oggi (e forse non è mai esistito nemmeno in passato) un solo paese al mondo in cui i magistrati in generale e i PM in particolare godano dello strapotere che hanno in Italia. In nessun altro paese, infatti, si danno tutte insieme le seguenti circostanze:

1) non c’è una separazione completa delle carriere;

2) PM e giudici sono sottoposti allo stesso organo di autogoverno (il CSM), che è formato da rappresentanti di entrambi i gruppi;

3) PM e giudici vengono nominati a vita tramite un concorso pubblico, che in teoria è meritocratico, ma di fatto è una cooptazione mascherata, dato che 20 membri su 28 della commissione giudicatrice, cioè oltre il 70%, sono magistrati;

4) PM e giudici sono completamente indipendenti dal potere politico;

5) non esiste l’immunità parlamentare, che obbliga a richiedere l’autorizzazione a procedere per indagare o processare parlamentari e ministri (è stata abolita nel 1993, sull’onda di Mani Pulite), che è necessaria solo per il loro arresto.

Poiché ho detto che la questione è politica, non discuterò questi punti nei dettagli, che peraltro ciascuno può facilmente approfondire da sé con una semplice ricerca su Internet. Mi limiterò a tre esempi, che dovrebbero bastare a far capire quanto sia grave l’anomalia italiana.

a) In tutto il mondo anglosassone, che rappresenta una buona parte dell’Occidente e non è certo retto da dittature fasciste, i PM non solo hanno una carriera separata dai giudici, ma non sono nemmeno magistrati: sono avvocati (gli avvocati dell’accusa) e negli Stati Uniti vengono addirittura eletti dal popolo (in genere ogni 4 anni, come i membri del Congresso). Non dico che quel sistema sia necessariamente migliore del nostro, ma di certo non è palesemente peggiore e non ha portato ad alcun asservimento della magistratura al potere politico.

b) In Francia i PM dipendono dal Ministro della Giustizia, che può emanare direttive contenenti linee guida vincolanti per la loro attività e trasferirli in qualsiasi momento anche senza il loro consenso, il che di fatto significa togliergli l’indagine che stanno conducendo. Immaginatevi cosa succederebbe se qualcuno volesse fare lo stesso da noi! Eppure, per quel che ne so neanche la Francia è una dittatura fascista e neanche questo sistema ha determinato l’asservimento della magistratura alla politica, tant’è vero che perfino un ex Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, è stato indagato, processato, condannato e mandato in carcere.

c) In quasi tutti i paesi civili, con le uniche eccezioni di Stati Uniti, Gran Bretagna e Olanda, per indagare o processare uno dei suoi membri o un membro del governo è necessaria l’autorizzazione del Parlamento, che può essere negata qualora si ravvisi un atteggiamento persecutorio o comunque non obiettivo da parte del PM. E ciò vale anche per il Parlamento Europeo, di cui l’Italia fa parte.

È vero che la riforma proposta dal governo Meloni non tocca nessuno di questi punti (e per questo ho detto che se ha un difetto è di non essere abbastanza incisiva). Ma non c’è dubbio che la sua vittoria al referendum favorirebbe un riequilibrio dei poteri dello Stato italiano, mentre una sua sconfitta accentuerebbe ancor di più il loro attuale squilibrio.