In margine all’invasione di Ceuta – Il lodo migranti

Può darsi che i saggi propositi espressi da molti governi nella recente riunione dei ministri dell’interno restino lettera morta. Però si deve riconoscere che è la prima volta che l’Europa, o meglio la maggioranza dei paesi europei, fa emergere una linea politica che non elude il problema.

Importante è l’idea degli hub esterni al territorio europeo. Importante è l’impegno a contrastare le partenze e il traffico di esseri umani. Importante è il principio dei rimpatri di quanti non hanno diritto di stare in Europa.

Ma fra tutte le dichiarazioni riportate dalle agenzie, meritano particolare attenzione quelle che hanno sottolineato la necessità di usare l’enorme potere economico dell’Unione Europea per ottenere la collaborazione dei paesi da cui provengono più migranti. Con le parole del ministro Piantedosi: “Se un Paese terzo rifiuta di cooperare sulla riammissione dei propri cittadini, l’Unione deve poter applicare forti condizionalità in ogni settore, utilizzando tutte le leve a disposizione”. Sembra un principio ovvio di reciprocità, ma la realtà è che finora l’Europa ne ha fatto uno scarsissimo uso: “Non possiamo più permetterci che la diplomazia economica viaggi su un binario separato rispetto alla cooperazione in materia di sicurezza e migrazione”.

Far viaggiare insieme la diplomazia economica e le politiche migratorie è certamente un passaggio cruciale. Ma basterà?

Su questo ho almeno due dubbi di segno opposto. Il primo è che buona parte delle cose che nei vertici europei si immaginano come fattibili, in realtà lo sono ben poco perché è il diritto europeo stesso (e in parte quello dei singoli paesi) a renderle impraticabili, o quantomeno di assai complicata attuazione. Troppe regole vigenti non sono automatiche bensì soggette alla valutazione soggettiva dei giudici, troppe procedure sono farraginose e iper-garantiste, spesso in aperto contrasto con il senso comune (è il caso delle regole che, di fatto, consentono a soggetti pericolosi e autori di gravi reati di restare nel paese che li ospita). Se questo sistema di regole dovesse restare invariato, ogni sforzo della politica di governare l’immigrazione risulterebbe vano.

Ho anche un secondo dubbio, però, questa volta pro-migranti. Quello che mi chiedo è se la prospettiva delle regolarizzazioni non dovrebbe entrare a far parte della nuova politica europea, rendendo più saggio e umano l’auspicabile nuovo corso rigorista. Naturalmente conosco l’obiezione: così si dà un segnale di debolezza, che può tramutarsi in un fattore di attrazione (il cosiddetto pull factor), come si è appena visto in Spagna. Sanatorie e regolarizzazioni rafforzano la credenza che, una volta entrati – non importa in che modo – prima o poi arriverà un provvedimento che sanerà la situazione.

Ma esiste una contro-obiezione: una eventuale regolarizzazione suonerebbe in modo del tutto differente se fosse preceduta da una rigorosa politica di rimpatrio non dico di tutti i non aventi diritto (che sono troppi), ma almeno di chi ha commesso reati. Perché quel che fa imbestialire l’opinione pubblica non è che ci siano diverse centinaia di migliaia di immigrati irregolari, ma che il loro tasso di criminalità sia 20 o 30 volte quello degli italiani, che i loro reati restino quasi sempre impuniti, che sia difficilissimo rimpatriarli.

Quello di cui l’Europa e ancora più l’Italia avrebbero bisogno è una sorta di scambio, o lodo migratorio: molti più rimpatri oggi in cambio di una grande regolarizzazione domani, che diverrebbe accettabile proprio perché nel frattempo la politica dei rimpatri avrebbe mostrato che, in Europa, si fa finalmente sul serio.

La questione migratoria è troppo grande per affrontarla con un solo registro, accoglienza indiscriminata o pugno di ferro. Il problema è “solo” che, per avere successo, il lodo migratorio avrebbe bisogno della piena cooperazione di governo e opposizione, chiunque sia al governo e chiunque sia all’opposizione. Era già successo, e aveva funzionato, ai tempi del terrorismo, che fu sconfitto proprio perché alla fine – nonostante frizioni e distinguo – tutte le forze politiche si erano ritrovate dalla medesima parte: la difesa dello Stato.

Perché non può risuccedere oggi?

[articolo uscito sul Messaggero il 6 agosto 2026]




Perché nuove leggi non bastano – L’hardware del sistema penale

Come era ampiamente prevedibile, anche sul tema del riconoscimento facciale governo e opposizione recitano le consuete parti in commedia. Il governo ritiene che alcune libertà (a partire da quelle connesse alla privacy) possano essere limitate, se non sacrificate, in nome della sicurezza. L’opposizione contesta qualsiasi nuova norma che permetta alle forze dell’ordine di sorvegliare o schedare i cittadini, tantopiù in mancanza di specifiche autorizzazioni da parte della magistratura.

Apparentemente è il classico trade-off delle politiche securitarie: se vuoi più sicurezza devi rinunciare a qualche libertà, se vuoi più libertà devi accettare meno sicurezza.  In generale forse è così, ma in questo caso ci sono alcuni conti che non tornano.

Non torna, ad esempio, che l’indignazione per le possibili schedature e profilazioni scatti quando la loro giustificazione è la lotta al terrorismo, ma risulti assolutamente silente in tutti gli altri casi. Noi siamo continuamente osservati, registrati, schedati dalle ubique telecamere di sorveglianza, dagli algoritmi che incessantemente registrano le nostre scelte di consumatori, per non parlare delle conversazioni private che finiscono su Google. Come mai questo aspetto della privacy non sembra starci a cuore?

Ma quel che davvero non torna, a mio parere, non è il fatto che si chieda un ennesimo sacrificio ai cittadini in nome della sicurezza, ma il fatto che la quasi totalità delle misure adottate in questi anni sono sulla carta, senza un vero contraltare materiale. Si potrebbe dire, con una metafora presa dall’informatica, che in questi anni si è perlopiù agito sul software del sistema penale, senza davvero toccare l’hardware. Quando si moltiplicano le fattispecie di reato, o si introducono aggravanti, o si prevedono nuovi poteri (o maggiori tutele) per le forze dell’ordine, fondamentalmente si agisce sul software degli apparati di sicurezza. L’hardware resta invariato perché non ci sono posti in carcere, le regole di ingaggio delle forze dell’ordine sono paralizzanti, i divieti e le ingiunzioni ai violenti restano lettera morta, le espulsioni non vengono eseguite, le scarcerazioni di soggetti pericolosi sono perfettamente compatibili con le leggi.

E, quel che è peggio, lo scarto fra il software del sistema (inutilmente arcigno) e il suo hardware (tragicamente obsoleto) non fa che rafforzare, nei cittadini, la convinzione –quotidianamente rinnovata dalle cronache – che le leggi possono essere violate impunemente.

Da questo punto di vista, fare la faccia feroce, ventilando strette repressive e interventi draconiani, può essere controproducente. Perché, come sa ogni genitore, se minacci una punizione e poi non la attui, non fai che alimentare la convinzione che in realtà non stai facendo sul serio, e che le regole che proclami possono essere aggirate, violate, calpestate. Senza conseguenze.

Ecco perché agire solo sul software non solo è inutile, ma può risultare dannoso. Anche qui, esattamente come accade in campo informatico: se l’hardware è vecchio, installare un software sofisticato porta alla paralisi, non a maggiore efficienza. Nel caso delle politiche securitarie, lo scarto fra la severità delle norme e l’impossibilità di applicarle, rischia di aumentare la frustrazione delle forze dell’ordine e alimentare la rabbia dei cittadini.

E il bello è che, politicamente e culturalmente, i cittadini sarebbero pronti a una stagione di rispetto delle regole. Un sondaggio Ipsos di pochi mesi fa registrava che la maggioranza degli italiani ritiene di vivere in una società troppo permissiva, e solo una piccola minoranza (meno del 10%) è convinta di vivere in una società troppo repressiva. Il problema, per la politica, è che la maggioranza convinta di vivere in una società troppo permissiva non si aspetta regole più severe, ma regole rispettate. È per questo che cambiare il software non basta più.

[articolo uscito sul Messaggero il 1° agosto 2026]




La giustizia del Ponte Morandi: qualche riflessione critica e di sistema

All’indomani della sentenza che ha definito il primo grado del processo sul crollo del Ponte Morandi di Genova, avvenuto nell’estate del 2018, le reazioni degli organi di informazione e della politica in generale sono state sostanzialmente unanimi: al di là dei tempi (ci sono voluti 8 anni per arrivare soltanto alla pronuncia di primo grado), generalizzata è stata la soddisfazione per essere state finalmente accertate le responsabilità a fronte di un’enorme tragedia che ha visto la morte di 43 persone e che, innegabilmente, ha rappresentato una delle pagine più nere per la gestione dell’apparato infrastrutturale del nostro paese.

D’altra parte, si è trattato di una sentenza ampiamente annunciata: non è ammissibile che nel 2018 un ponte autostradale crolli da un momento all’altro.

La tesi della Procura di Genova è stata fin da subito che l’improvviso cedimento della struttura fosse da mettere in relazione a gravi e reiterati deficit di manutenzione del viadotto, per buona parte da ricondurre alla volontà di contenere i costi e massimizzare i profitti da parte del soggetto concessionario. Parallelamente, il capitale di Autostrade per l’Italia è nel frattempo passato sotto il controllo di Cassa Depositi e Prestiti, segnando il ritorno della rete autostradale italiana in mano pubblica.

In questo contesto, non ha suscitato particolare sorpresa neppure la condanna a 12 anni inflitta a Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia.

Ora, le motivazioni della sentenza usciranno fra qualche tempo, ma è possibile provare a fare qualche riflessione di carattere generale.

A Genova tutti sapevano – ingegneri e tecnici che praticamente da subito si erano professionalmente occupati del ponte e della sua manutenzione, amministratori pubblici, organi di stampa, e l’intera cittadinanza – che il viadotto sul Polcevera era stato progettato e realizzato seguendo una tecnica che non è più stata seguita negli anni a venire, ovvero quella del calcestruzzo armato precompresso, in cui gli stralli di acciaio di sostegno delle campate erano interamente rivestiti e sigillati dal cemento.

Uno dei principali difetti del ponte riguardava la mancanza di ispezionabilità dei cavi d’acciaio, e la difficoltà di procedere alla loro manutenzione. Inoltre, contrariamente a quanto originariamente ipotizzato, il calcestruzzo non proteggeva la struttura dagli agenti atmosferici subendone invece gli effetti, con la formazione di crepe e fessurazioni.

Inoltre, la mole di traffico veicolare inizialmente prevista, inclusi i mezzi pesanti, era negli anni aumentata esponenzialmente, gravando sulle strutture in maniera importante.

Di fatto, negli ultimi 30/40 anni il Ponte Morandi era diventato una sorta di cantiere permanente, oggetto di continui interventi di manutenzione.

Nel frattempo, incessante in città era il dibattito riguardante la realizzazione di ipotesi di viabilità alternativa per sgravare, almeno parzialmente, il viadotto; o per demolirlo e sostituirlo integralmente (come proposto, tra gli altri, dall’architetto Calatrava nel 2006).

In particolare, tutti i genovesi ricordano senz’altro le infinite polemiche relative alla realizzazione della cd. Gronda, ovvero dell’ipotesi di raddoppio autostradale che avrebbe dovuto anche alleggerire il transito sul Ponte Morandi promossa dalla stessa società concessionaria. Addirittura, a fronte della forte contrarietà dei comitati dei residenti, l’allora Sindaco Vincenzi promosse nel 2008 un debat public (mai nome fu più infausto), che ha avuto come esito lo stallo dell’iniziativa.

Ma, è bene precisarlo a scanso di equivoci, fino al crollo dell’estate del 2018 nessuno aveva mai esplicitamente evidenziato criticità strutturali del ponte, almeno tali da poter mettere in conto un suo cedimento. Ed anzi, quando si era discusso del progetto alternativo della Gronda, da più parti se ne era contestata la necessità affermando che il viadotto sul Polcevera non presentava criticità particolari (e molti ricorderanno che in un comunicato dei Comitati No Gronda del 2013, poi pubblicato anche sul blog di Beppe Grillo e sul sito del Movimento 5 Stelle, si era utilizzata l’espressione “la favoletta dell’imminente crollo del ponte Morandi”, su cui nessuno, all’epoca, aveva avuto da ridire).

Quello era il contesto prima dell’improvviso cedimento della struttura, in cui ogni progetto alternativo al viadotto era pesantemente osteggiato dai residenti ed ogni intervento di manutenzione del ponte reso particolarmente complesso dalle sue caratteristiche costruttive, oltre che dalle pesanti ricadute sul traffico autostradale e cittadino che ogni interruzione, anche parziale, comportava.

In quegli anni, è bene ribadirlo, le diverse amministrazioni pubbliche genovesi hanno tenuto un atteggiamento di basso profilo, subendo l’atteggiamento dei vari comitati anziché indirizzare l’opinione pubblica e promuovere nuove soluzioni.

Poi arriva il crollo del 14 agosto 2018, una tragedia immane per Genova e per l’intero paese.

E’ certamente verosimile che il ponte abbia ceduto per essere stati omessi i necessari interventi di manutenzione. E’ normale pensare che i ponti non debbano cedere da un momento all’altro.

La tesi della difesa di ASPI e di Castellucci è quella secondo cui c’era un vizio costruttivo occulto, come tale impossibile da individuare, da mettere in relazione alla particolare tecnica utilizzata per la realizzazione del viadotto. La questione è eminentemente tecnica e non è certo possibile che ci si sostituisca ai periti incaricati dal tribunale.

In questa sede ci si limita ad alcune considerazioni di carattere generale che forse vale la pena di tenere in considerazione.

E’ certamente vero che l’ipotesi del crollo di un viadotto autostradale è una circostanza del tutto eccezionale, e che deve rimanere tale. Ma eccezionale non vuol dire che non può materialmente succedere. Solo che negli ultimi anni si sono registrati analoghi cedimenti strutturali di ponti, che hanno comportato molte vittime, a Taiwan, in Cina, Messico, negli Stati Uniti, in Francia.

In alcuni casi si è trattato con buona probabilità di eventi dovuti a specifica negligenza e/o imperizia. In altri non pare che sia così semplice individuare con sufficiente certezza la causa del crollo, cumulandosi spesso diverse concause verificatesi anche a distanza di tempo (potendo realizzarsi un mix tra vizi di progettazione, difetti costruttivi, utilizzi impropri e carenze di manutenzione).

Inoltre, come nel caso del Ponte Morandi, tutt’altro che irrilevante ai fini della effettiva messa in sicurezza del viadotto (o della percorribilità di soluzioni alternative, inclusa – si è detto – la sua demolizione) è stato l’atteggiamento di sostanziale inerzia, se non di intralcio, tenuto nel corso degli anni da parte delle amministrazioni pubbliche (oltre che della stessa cittadinanza).

E tuttavia, nell’opinione comune si è fatta ormai strada la convinzione che di qualunque evento tragico debba essere comunque individuato uno specifico responsabile, anche quando non è così facilmente ravvisabile un giudizio di responsabilità personale in termini di colpa.

In termini di civiltà giuridica, è opportuno tenere presente che attribuire responsabilità a soggetti a cui in realtà non dovrebbero essere imputate significa aggiungere ingiustizia ed arbitrio alle disgrazie, con l’ulteriore grave conseguenza di deresponsabilizzare per il futuro i comportamenti anziché provare – nei limiti del possibile – a migliorarli.

In ogni caso, è bene sapere che nel mondo non è affatto comune che l’amministratore delegato (il CEO) di una grande società subisca una condanna penale – ovvero a titolo di responsabilità personale – per ritenuta carenza di manutenzione su infrastrutture pubbliche. Nella gran parte degli ordinamenti giuridici dei paesi democratici, la responsabilità penale si ferma in genere ai dirigenti operativi.

L’Italia rappresenta una eccezione significativa rispetto a questo principio, per un’applicazione rigorosa – in sede giurisprudenziale – del concetto di “posizione di garanzia” del vertice aziendale. Solo qualche settimana fa è arrivata a conclusione la vicenda giudiziaria dell’incidente ferroviario di Viareggio, che ha visto la condanna in via definitiva dell’ex amministratore delegato di FS ed RFI, che si inserisce nello stesso filone.

Generalmente, i capi azienda rischiano il carcere solo se viene dimostrato che hanno dato – intenzionalmente – indicazioni od istruzioni contra legem o fraudolente. Negli ordinamenti anglosassoni così come in molti paesi europei, se l’amministratore delegato ha firmato una regolare delega di funzioni a tecnici competenti per la sicurezza e la manutenzione, la responsabilità penale per i guasti operativi ricade interamente su di questi. In Italia la giurisprudenza adotta un approccio molto più severo verso il vertice aziendale. Anche in presenza di deleghe, i giudici italiani tendono a ritenere che l’amministratore delegato conservi un generale dovere di vigilanza, specialmente sulle scelte macroeconomiche (come i budget per le manutenzioni) che possono avere un’influenza – anche se spesso indiretta – in termini di sicurezza.

In altre parole: altrove ad essere processata e condannata a sanzioni miliardarie in sede civile ed amministrativa è generalmente la società nel suo complesso, in ragione di scelte e decisioni superindividuali e di variabili che difficilmente sono totalmente controllabili, privilegiandosi l’aspetto risarcitorio e di indennizzo nei confronti delle vittime dei guasti e dei cattivi funzionamenti; nel nostro paese, pur a fronte di un sistema mediamente più farraginoso anche a causa degli standard di scarsa efficienza della nostra pubblica amministrazione, si ritiene che un colpevole, a titolo personale, debba comunque essere trovato.

Al di là delle implicazioni di ordine giuridico e morale, svincolarsi da una logica panpenalistica nei riguardi di organizzazioni complesse come le grandi aziende moderne (per quanto già per i romani valeva il principio per cui societas delinquere non potest) significa porre maggiormente l’attenzione sulle soluzioni e sull’efficienza complessiva del sistema.

E’ infatti quantomeno da mettere in conto che – al di là delle valutazioni del caso concreto (e sempre con il massimo di rispetto dovuto a chi in tragedie come quella del crollo del Ponte Morandi ha perso incolpevolmente la vita) – la nostra impostazione di partenza porti fatalmente alla conseguenza che sempre meno saranno quelli che in futuro vorranno ricoprire ruoli di responsabilità in grandi aziende: e questo vuole dire vivere in un mondo, oltre che meno civile, anche meno sicuro.

Genova, 27 luglio 2026




La nuova legge elettorale – Attentato alla democrazia?

Non è stato un bello spettacolo quello andato in scena martedì alla Camera, né da parte dei partiti di governo né da parte di quelli di opposizione. Sul versante governativo, è apparsa alquanto bizantina l’idea di proporre una legge elettorale con il retropensiero di correggerla un minuto dopo con un emendamento: non potevano mettersi d’accordo prima, come erano sempre riusciti a fare sulle ben più spinose questioni della politica estera e della guerra in Ucraina?

Sul versante dell’opposizione è apparsa del tutto fuori luogo l’esultanza per un voto che, di fatto, toglieva agli elettori quel poco che l’emendamento di Fratelli d’Italia aveva tardivamente provato a concedere (circa un quarto di parlamentari eletti con le preferenze). Evidentemente, la faziosità e l’odio per l’avversario politico possono far smarrire ogni senso della misura.

Ma andiamo alla sostanza. È una buona legge elettorale quella che è stata proposta, e ieri ha ottenuto il primo via libera dalla Camera?

Per molti aspetti, alcuni tecnici, altri politici, il cosiddetto Stabilicum non lo è affatto, o perlomeno contiene diversi aspetti discutibili, primo fra tutti la scelta dei candidati, di fatto affidata alle segreterie dei partiti.

E tuttavia non è questo che le rimprovera l’opposizione, che anzi ha scompostamente gioito precisamente quando questo aspetto anti-democratico è stato ripristinato (la bocciatura dell’emendamento di Fratelli d’Italia ha riconsegnato alle segreterie dei partiti l’intero potere di scelta dei candidati, con gaudio di tutti).

Quello che alla nuova legge elettorale più frequentemente si rimprovera è il suo impianto per così dire presidenzialista-plebiscitario, in quanto obbliga partiti e coalizioni a indicare il candidato presidente del Consiglio, e al contempo prevede un cospicuo (105 seggi) “premio di governabilità” al vincitore in caso di superamento del 42% dei consensi.

Le perplessità su questo aspetto sono naturalmente più che legittime, come legittima è la nostalgia per la  Repubblica dei partiti, con il suo Parlamento-fotocopia del Paese. Quello che risulta meno comprensibile, invece, è che la nuova legge venga accusata di incostituzionalità in quanto il premio di maggioranza violerebbe l’articolo 48 (“il voto è personale ed eguale, libero e segreto”). Se questa obiezione fosse fondata, la Corte Costituzionale avrebbe dovuto bocciare anche il Rosatellum e il Mattarellum in quanto una quota dei seggi (addirittura il 75% nel caso del Mattarellum) veniva assegnata con sistema maggioritario in collegi uninominali, con ovvi e inevitabili effetti distorsivi. E soprattutto non avrebbe a suo tempo chiarito che il problema dell’Italicum (la legge proposta da Renzi) non era il premio di maggioranza in sé, bensì l’assenza di una soglia minima per ottenerlo.

Ancora meno comprensibile è il fatto che nessuno dei contendenti sia pronto a riconoscere quello che per gli studiosi di politica è ovvio e non controverso: qualsiasi legge elettorale è criticabile, perché un sistema che garantisca sia la rappresentatività sia la governabilità semplicemente non esiste. Chi pensa che la rappresentatività sia l’essenza della democrazia, dovrebbe riflettere su quel che accade nel Regno Unito, dove Keir Starmer governa con il 63% dei seggi avendo ottenuto appena il 34% dei voti: uno squilibrio enormemente superiore a quello (55 a 42) che – nella peggiore delle ipotesi – potrebbe determinarsi con lo Stabilicum.

I difetti della nuova legge elettorale sono evidenti, anche se minori di quel che vorrebbero farci credere gli esponenti dell’opposizione. Molto meno sottolineati sono i pregi. Non tanto e non solo la stabilità del futuro governo, o il fatto che la sera stessa delle elezioni si sappia chi ha vinto, ma la chiarezza sui nomi dei candidati premier. Esaurito il tempo delle ideologie, gli elettori non vogliono solo conoscere i programmi delle coalizioni, ma anche – forse ancor più – sapere chi guiderà il Paese. È un elementare principio di chiarezza e di democrazia.

Strano che a battersi contro di esso siano gli stessi che si stracciano le vesti per la democrazia tradita.

[articolo uscito sul Messaggero il 17 luglio 2026]




Progresso e democrazia stanno divorziando?

vistodagenova

Risale a Platone l’idea che democrazia e buon governo siano incompatibili. Perché, si chiedeva, quando siamo malati ci rivolgiamo al medico, quando dobbiamo fare un viaggio per mare ci affidiamo a un esperto capitano mentre a capo del  governo mettiamo  il primo venuto? Se Karl Popper considerava il filosofo ateniese un nemico della ‘società aperta’ non aveva tutti i torti. L’illusione che le decisioni politiche debbano venir prese da chi sa è dura a morire e ogni tanto ricompare: col positivismo di Auguste Comte nell’Ottocento, con la tecnocrazia o l’Intelligenza Artificiale oggi. In un’intervista sul suo saggio L’anima nera della democrazia (Ed. L’Orma) – vedi ‘La Lettura’ del Corriere della Sera del 5 luglio – il sociologo francese  Geoffroy de Lagasnerie afferma che “il difetto della democrazia è il relativismo delle idee”, il voler mettere sullo stesso piano quanti (i progressisti) sulla base di rigorose ricerche scientifiche sanno come risolvere i grandi problemi del nostro tempo – clima, ambiente, protezione dalle malattie, immigrazione – e quanti (i conservatori) si servono di ideologie menzognere – la meritocrazia, la tradizione neoliberale, la difesa dell’ordine pubblico, il razzismo – al fine di perpetuare il loro dominio sulla società. Lo Stato dovrebbe sganciarsi dalla logica della maggioranza e vincolarsi alla scienza, che tutela la vita degli individui. Lagasnerie, pensa, in analogia con le Corti Costituzionali, “che censurano le norme che violano le libertà fondamentali”, a una sorta di Accademia, che conferisca agli scienziati un “potere di orientamento”: quali  siano poi i limiti di tale potere non è dato sapere dal momento che, bontà sua, non pensa a “un organismo che individui e rimuova dal dibattito le fake news”.

In realtà, la democrazia non è il buongoverno ma è solo lo strumento che ci libera dall’incubo di un malgoverno stabile: se il mondo umano fosse regolabile in base alle conoscenze scientifiche acquisite, potremmo pure farne a meno. Il fatto è che viviamo nell’ampio regno della complessità, in cui , via via che si allarga lo sguardo, si passa dalle ‘verità’ scoperte dagli scienziati alle ‘opinioni’–congetture più o meno  ragionevoli – influenzate da speranze, timori previsioni legate ai valori etici di ciascuno. Viene un sospetto: che il discorso di Lagasnerie sia l’ideologia di una sinistra progressista che ritiene di avere il diritto di governare anche senza maggioranza.

[articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 14 luglio 2026]

 

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche Università degli Studi di Genova

dino@dinocofrancesco