A proposito dello stupratore seriale – Violenza e società avanzate

Non è la prima volta che, al momento dell’arresto di un uomo con l’accusa di stupro, si scopre che aveva dei precedenti per il medesimo reato o per reati affini. La serialità, infatti, è una caratteristica sovente associata ai crimini che hanno per vittima donne: violenza domestica, stalking, molestie, stupro.

Da questo punto di vista il recentissimo caso del 26-enne muratore gambiano, autore di due stupri a Roma ai danni di due diverse donne (una di 60 anni, l’altra di 44), può sembrare nient’altro che uno fra i tanti episodi consimili (le violenze sessuali denunciate sono circa 15 al giorno). Alcune caratteristiche di questa vicenda, tuttavia, dovrebbero farci riflettere.

In primo luogo, la brevità dell’intervallo fra le due aggressioni: il giovane, dopo il primo stupro, ne ha compiuto un secondo prima ancora di esser arrestato per il primo, ossia nel giro di 48 ore. Di qui il sospetto degli inquirenti che i due episodi più recenti siano solo la coda di una catena di violenze ben più lunga.

In secondo luogo, la condizione di immigrato regolare, in Italia da quasi 10 anni, munito di permesso di soggiorno, regolarmente assunto da una azienda edile, incensurato.

In terzo luogo la confessione di aver agito sotto l’effetto di droghe, presumibilmente crack e cocaina, di cui pare si rifornisse stabilmente.

La vicenda colpisce per il contrasto fra l’immagine di un soggetto fuori controllo, al punto di consumare due stupri (e un tentativo di rapina) nel giro di 48 ore, e i dati di base della sua condizione socio-economica: occupato, assunto con un contratto a tempo indeterminato, titolare di un permesso di soggiorno, a suo tempo destinatario – grazie all’aiutato di un’avvocata italiana – di un provvedimento di protezione umanitaria. In poche parole, siamo di fronte a un caso nel quale non possiamo tirare fuori la solita spiegazione: delinque perché non è integrato. Al contrario: delinque benché non sia né irregolare, né disoccupato, né sfruttato, né abbandonato.

Ci chiediamo allora: che cosa tiene insieme queste due realtà opposte?

Un elemento importante, probabilmente, è il mercato della droga. È vero che il tasso di criminalità degli stranieri irregolari è enormemente maggiore di quello degli stranieri regolari (per gli extra-comunitari, unico dato aggiornato disponibile, il rapporto è circa 20 a 1). Ma non possiamo nasconderci il potenziale criminogeno che il circuito dello spaccio e del consumo di droghe attivano, non solo fra gli irregolari, ma anche fra gli stranieri regolari e fra gli stessi italiani. Come non possiamo continuare a glissare sul problema delle recidive, contro le quali manca del tutto una legislazione adeguata. Vista da questa angolatura, la ricetta che sovente si sente invocare – azzerare gli ingressi irregolari per combattere la criminalità – andrebbe forse ripensata con maggiore realismo, se non con scetticismo: può mitigare il problema, ma non ne va alla radice.

Ma qual è la radice?

La radice, temo, è che le nostre società, ricche, moderne e avanzate, sono da tempo entrate in una fase di devianza crescente, che sarebbe riduttivo ricondurre al sotto-problema dei flussi migratori irregolari. È vero che, nei rari casi in cui i dati ufficiali distinguono fra nativi e stranieri, sono quasi sempre gli stranieri a presentare i tassi di criminalità più elevati. Ma il problema di fondo è l’aumento complessivo dei crimini violenti, compresi quelli commessi da italiani, sia adulti sia minorenni. Un fenomeno piuttosto ben documentato dalle statistiche nazionali e internazionali, ma che si tende a occultare con vari ben collaudati artifici: usare termini di confronto ad hoc (come il 1991, anno in cui i reati avevano toccato un massimo), scegliere solo i dati che suggeriscono una diminuzione dei reati (il cosiddetto cherry picking), attribuire l’aumento di certi crimini (come le violenze sessuali) a un ipotetico, mai documentato, aumento dei tassi di denuncia.

Eppure basta lavorare su reati senza numero oscuro (gli omicidi) o su intervalli temporali corti (nel breve periodo i tassi di denuncia non possono cambiare drasticamente), per accorgersi che – in Occidente – qualcosa di grave e di profondo sta accadendo. Se prendiamo come riferimento i tre crimini più violenti (i femminicidi, gli omicidi e le violenze sessuali), e consideriamo le tendenze più recenti (gli ultimi 7 anni per cui si hanno dati), dobbiamo constatare che essi sono in preoccupante aumento. E lo sono innanzitutto nelle società più ricche, democratiche e civili. In Europa, i tre crimini violenti sono in diminuzione solo in 4 paesi su 31. E fuori dell’Europa almeno uno dei tre crimini è in aumento in Canada, Nuova Zelanda, Australia, Singapore, Stati Uniti. In generale, la percentuale di paesi a crimine crescente è poco sopra il 50% nel gruppo delle società più povere, sale al 70-80% nelle società a benessere intermedio, ma supera il 90% nelle società più ricche.

E l’Italia? L’Italia si caratterizza proprio per il dinamismo delle violenze sessuali, che sono in crescita sia fra gli adulti sia fra i minori, in particolare immigrati. Quanto agli omicidi volontari, sono in lieve aumento fra gli adulti (in passato diminuivano), ma in forte crescita fra i minori di nazionalità italiana (+ 84.2% fra il pre-Covid e oggi).

Conclusione?

Nessuna, salvo una raccomandazione: smettiamola di illuderci che il trend secolare del declino degli omicidi, iniziato nell’alto Medioevo e vanto degli Stati nazionali europei,  stia proseguendo la sua galoppata civilizzatrice. Quel trend ha esaurito la sua spinta, e nessuno sa esattamente perché.

[articolo uscito sul Messaggero il 30 agosto 2025]




Lo Sato e le tragedie della vita

Ci sono vicende per le quali non si può che provare un’immensa, infinita pietà. È il caso di Sara Campanella e del suo assassino, Stefano Argentino, suicidatosi in carcere poche settimane fa, chiudendosi in bagno e impiccandosi con le lenzuola. Ed è più che mai il caso, verificatosi qualche anno fa in un ospedale di Vigevano e riemerso nelle cronache di questi giorni, della donna che, esausta dalla fatica del parto, ha involontariamente schiacciato il suo bambino appena nato, rendendolo tetraplegico e cerebroleso.

Ma non è solo la pietà ad accomunare questi casi, per tanti altri versi diversissimi. C’è anche un altro aspetto, al tempo stesso giuridico e culturale, che li accomuna e merita una riflessione: in entrambi i casi la giustizia si è mossa alla ricerca di un colpevole, in entrambi i casi il colpevole è stato individuato in un ente Ente Statale (Ministero della Giustizia a Azienda Sanitaria Locale), in entrambi i casi sono state attivate o ipotizzate procedure per i risarcimenti, in entrambi i casi l’individuazione dei beneficiari e dei non beneficiari solleva interrogativi.

Andiamo con ordine. Nel caso di Sara Campanella e del suo assassino ci sono già 7 indagati per “omessa sorveglianza” e lo Stato potrebbe essere costretto a risarcire pesantemente la famiglia dell’assassino, mentre – in base alla legge vigente – ai familiari della ragazza uccisa nella migliore delle ipotesi verrà attributo un risarcimento poco più che simbolico. Quanto all’eventualità che la famiglia della ragazza uccisa intraprenda una causa civile contro la famiglia dell’assassino, come stanno facendo i familiari di Giulia Cecchettin (oltre 2 milioni di euro la loro richiesta), si tratta di una via puramente teorica, perché occorrerebbe che il ragazzo suicida possedesse un suo patrimonio e che i parenti ne accettassero l’eredità. In breve: niente (o quasi) alla famiglia della ragazza uccisa; probabile risarcimento milionario – a carico dei contribuenti – per i familiari dell’assassino suicida in carcere; possibile condanna per 7 imputati rei di non aver previsto e impedito l’atto suicida: la direttrice e la vice-direttrice dell’istituto di pena, la responsabile del trattamento e il pool di 4 esperti – uno psichiatra e tre psicologi – che avevano in cura il giovane.

Apparentemente diverso, ma per determinati aspetti assai simile, il caso della mamma che, inavvertitamente, schiaccia il suo bambino nel letto rendendolo invalido. La Asl – dunque, ancora una volta, i contribuenti – è stata condannata a pagare un risarcimento milionario alla madre, al marito e ai loro familiari perché, così riferiscono le cronache, il giudice ha ritenuto corresponsabile della disgrazia il personale ospedaliero che: a) non avrebbe vigilato con sufficiente frequenza (ogni 10 minuti) le operazioni di allattamento; e b) non avrebbe adeguatamente istruito la neo-mamma sulle procedure e le precauzioni da seguire.

Ma il dato più sorprendente è non tanto l’entità quanto la ripartizione dei risarcimenti: 1.091.218 euro al bambino per i danni permanenti (e si può capire); 100 mila euro a ciascuno dei genitori (e forse si può capire pure questo); 25mila euro al fratello minore (mah…); 35mila euro a ciascuno dei quattro nonni (qui qualcosa mi sfugge).

Va detto, naturalmente, che in entrambi i casi – il suicidio di un assassino in carcere e l’errore di una madre esausta per il parto – è difficilissimo sapere come sono andate esattamente le cose, e se vi siano state davvero omissioni da parte di chi, secondo i protocolli e secondo la legge – avrebbe dovuto sorvegliare e vigilare. Quel che mi colpisce, però, è la completa sparizione dal nostro orizzonte mentale delle categorie con cui questi fatti sarebbero stati percepiti un tempo: come una scelta individuale (il suicidio di un assassino) e come una tragica fatalità (l’errore di una madre). In noi, ormai, prevale l’imperativo di trovare per ogni male un responsabile, e di cercarlo immancabilmente nello Stato e negli apparati pubblici. Ai quali sempre meno viene richiesto di proteggerci dal male che possono farci gli altri, e sempre più dal male che può venire da noi stessi e dai nostri errori. Con il corollario che, una volta messi alla sbarra gli apparati pubblici, da essi vengono fatti scaturire benefici ben poco comprensibili (premi alla famiglia dell’assassino) e dimenticanze scandalose (spiccioli per le famiglie delle vittime).

Forse c’è qualcosa da rivedere. Non solo nelle leggi, ma anche nel nostro modo di reagire alle tragedie della vita.

[articolo uscito sulla Ragione il 26 agosto 2025




Il mito dei “due popoli, due stati”

Due notizie, negli ultimi giorni, hanno monopolizzato l’attenzione riguardo a Israele. Da un lato, la decisione, non condivisa dai vertici dell’esercito, di completare l’occupazione di Gaza entrando a Gaza City, nella speranza di assestare il colpo finale a Hamas e nella presunzione (a mio parere poco fondata) che questo possa favorire la liberazione degli ostaggi. Dall’altro, il via libera a nuovi insediamenti in Cisgiordania, in un territorio (la cosiddetta zona E1) la cui occupazione farebbe crescere ulteriormente la frammentazione della Cisgiordania, rendendo materialmente impossibile la costituzione di uno Stato Palestinese.

La maggior parte dei governi europei, compreso il nostro, ha condannato entrambe le decisioni, invitando Israele a fermarsi. Complessivamente, l’umore delle opinioni pubbliche europee volge sempre più a sfavore di Israele e pro-Palestinesi, costringendo i governi europei a prendere le distanze dal governo Netanyahu, considerato come l’ostacolo che rende impraticabile la soluzione “due Popoli due Stati”, unica via di pacificazione fra i due popoli. Di qui l’idea, agitata per parare le accuse di antisemitismo, secondo cui si dovrebbe distinguere fra popolo israeliano (buono) e Netanyahu (cattivo), così come sarebbe necessario distinguere fra popolo palestinese (buono) e Hamas (cattivo). Insomma: i due popoli non hanno colpe, i veri nemici sono i loro governanti.

Questa narrazione del conflitto ha un suo potere persuasivo, e rende molti buoni servigi a chi desidera manifestare il suo sdegno per le atrocità commesse a Gaza dall’esercito israeliano ma vuole sfuggire all’accusa di antisemitismo. Ma si può dire che sia fondata?

A metterne crudamente in dubbio la plausibilità è intervenuto pochi giorni fa lo scrittore ebreo americano Nathan Thrall, che vive a Gerusalemme Est (possibile capitale di un futuro Stato palestinese). In un’intervista a Repubblica, ha fatto notare diverse cose dimenticate dalle narrazioni prevalenti in Europa. Primo, il 79% degli ebrei israeliani “non è disturbato dalla fame a Gaza”, e i cittadini israeliani “non si stanno ribellando alle uccisioni dei civili a Gaza”. Secondo, l’opposizione all’ingresso a Gaza City è dettata dal timore di compromettere la sorte degli ostaggi, non certo da remore per i costi umani della “soluzione finale” nei confronti di Hamas. Quel che l’opinione pubblica davvero desidera è l’annientamento di Hamas, però non prima di aver recuperato gli ostaggi. Terzo, i progressisti europei si raccontano una bugia quando affermano che il problema è la destra israeliana: “due anni e mezzo fa avevamo un governo guidato dal centrista Likud e da Bennet, e le politiche nei confronti dei palestinesi non erano diverse, hanno costruito persino più insediamenti [in Cisgiordania] dei predecessori”.

Ed eccoci al punto. Oggi, a dar retta ai discorsi prevalenti in Europa, parrebbe che la strada per la pace sia non occupare Gaza City e bloccare il piano di nuovi insediamenti nella zona E1, confinante con Gerusalemme Est. Ma si sorvola sul fatto che, anche se il governo Netanyahu obbedisse pienamente alle ingiunzioni dei governi europei e delle Nazioni Unite, l’agognata soluzione dei “due Popoli, due Stati” resterebbe del tutto impraticabile, anzi per certi versi ancora più impraticabile di prima. Perché, da vent’anni, i due principali ostacoli a quella soluzione restano la sopravvivenza di Hamas e la colonizzazione della Cisgiordania (ovvero della terra fin dal 1947 destinata ai Palestinesi). Una colonizzazione che nessun governo israeliano ha ostacolato, ed ora sta lì come un macigno, e tale resterebbe se domani Netanyahu cadesse e il suo posto venisse preso da un premier di altro colore politico.

Sarò forse un po’ drastico, ma mi pare troppo comodo fare la voce grossa con Israele solo ora, dopo un ventennio in cui si è assistito senza fiatare alla crescita di Hamas a Gaza (alimentata anche dai soldi dell’Europa) e ben poco si è tentato per contrastare la proliferazione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. È allora che l’Europa avrebbe dovuto far sentire la sua voce, senza aspettare il dramma umanitario di Gaza per trovare il coraggio di criticare Israele. Perché quella palestinese è una questione politica, che in termini politici – piuttosto che in termini umanitari – avrebbe dovuto essere affrontata. Porre quella questione ora che i buoi sono scappati può lavare le coscienze, ma difficilmente toglierà Palestinesi e Israeliani dal dramma in cui sono precipitati.

[articolo uscito sul Messaggero il 22 agosto 2025]




Pax trumpiana bis – Verso la pace… o la guerra?

Anche se gli spiragli sono minimi, è comprensibile che oggi tutti si sforzino di essere ottimisti. Meno comprensibile è che nessuno sembri rendersi conto che dietro l’angolo molto probabilmente non c’è la pace, ma un’intensificazione del conflitto, che potrebbe metterci davanti a scelte difficili già nel giro di poche settimane. Ma la colpa non è di Trump, bensì dell’atteggiamento a dir poco ambiguo dei leader europei (e di Biden), che hanno sempre detto di non voler fare concessioni alla Russia, ma non sono mai stati disposti a fare l’unica cosa che permetterebbe di raggiungere questo obiettivo: aiutare l’Ucraina a vincere la guerra. Se però, come tutto lascia credere, le trattative falliranno, il problema non potrà più essere evitato. Cosa farà allora Trump? Ma, soprattutto, cosa farà l’Europa?

Un accordo che non c’è

Ci sono articoli che scrivo sperando di aver ragione e altri che scrivo sperando di aver torto. Questo appartiene alla seconda categoria (ultimamente mi sta succedendo un po’ troppo spesso e non è un buon segno).

Lo scorso 18 marzo, a conclusione di un articolo sugli inizi a dir poco problematici delle trattative di pace sull’Ucraina condotte da Donald Trump, avevo scritto quanto segue: «Putin continuerà ad approfittare (come già sta facendo) di ogni opportunità offertagli dalle trattative per rafforzare le sue posizioni, continuando nel contempo a respingere tutte le sue proposte […]. Insomma, il vero rischio che stiamo correndo non è che Trump abbia qualche diabolico e inarrestabile piano per imporre una pace ingiusta in Ucraina, ma piuttosto che non abbia nessun piano (almeno nessun piano attuabile), eppure continui a comportarsi come se ce l’avesse» (https://www.fondazionehume.it/politica/pax-trumpiana-cosa-e-successo-davvero-e-cosa-succedera/).

Purtroppo, temo che questa sia ancora la migliore descrizione di ciò che sta accadendo. Siccome però cerco sempre di guardare la realtà prima di parlarne, non posso negare che ci siano alcuni segni che autorizzano a sperare in un miracolo. Su tutti, il fatto che Zelensky si sia dichiarato «molto soddisfatto» dell’incontro con Trump.

Ciò detto, le probabilità che la sua iniziativa possa avere successo restano bassissime. E anche la ragione è sempre la stessa: «Come ripeto fin dall’inizio di questa guerra, ciò che ha impedito, impedisce e sempre impedirà di fare la pace con Putin è una questione psichiatrica: lui è uno psicopatico e con gli psicopatici non si può trattare, perché ciò è contrario alla loro natura. Punto e basta» (vedi ancora l’articolo di cui sopra). E l’incontro di Anchorage l’ha confermato.

Trump, infatti, gli aveva dato esattamente ciò che voleva davvero quando aveva iniziato la guerra: non l’Ucraina, ma il rispetto. Quel rispetto che l’Occidente gli aveva tolto da un pezzo e che aveva trovato espressione emblematica il 25 marzo 2014 nella infelicissima uscita di Barack Obama (almeno in politica estera il peggior Presidente USA della storia, tant’è vero che tutte le crisi internazionali che oggi ci affliggono sono iniziate durante il suo mandato) secondo cui la Russia era ormai soltanto «una potenza regionale» e non più una delle due massime superpotenze del pianeta, che decideva i destini del mondo insieme agli USA.

È per avere di nuovo questo ruolo che Putin ha deciso di passare dalla nostalgia (mai sopita) per la gloriosa Unione Sovietica al tentativo di ricostruirla, come ha pure fatto scrivere esplicitamente nei libri di storia che ha imposto in tutte le scuole russe (e come la sua propaganda è riuscita a far riportare, in tono favorevole, anche in molti libri usati nelle scuole italiane, il che è molto inquietante: https://www.istitutogermani.org/wp-content/uploads/2025/05/Di-Pasquale-Kashchey-Narrazioni-strategiche-russe-nei-libri-di-testo-delle-scuole-secondarie-di-primo-grado-italiane-Paper-Maggio-2025-Istituto-Germani.pdf).

E di certo non è né un caso né un dettaglio che il suo tirapiedi Lavrov sia arrivato ad Anchorage indossando una maglietta con la scritta CCCP, cioè URSS in cirillico (a proposito, adesso come la mettiamo con l’immaginario Putin “fascista” inventato dal PD per non dover ammettere con i suoi membri e il suo elettorato, entrambi in gran parte ancora comunisti, che stava sostenendo la guerra contro un comunista, quale Putin sempre è stato e sempre sarà?).

Ora, proprio questo rispetto Trump gli aveva offerto, accogliendolo con tutti gli onori: una cosa di per sé disgustosa, ma che obiettivamente era l’unica strategia che poteva funzionare. Ma Putin, purtroppo, ha dimostrato ancora una volta di essere uno psicopatico incapace di dominare le proprie ossessioni. Infatti, nella conferenza stampa finale, dopo avere descritto per alcuni minuti l’antica amicizia (in realtà mai esistita) tra USA e URSS e il mondo meraviglioso che la sua nuova URSS avrebbe costruito insieme ai nuovi USA trumpiani, gli restava solo una cosa da fare per rendere quel sogno realtà: presentare al mondo una proposta di pace decente.

Invece, come un bambino capriccioso (o, appunto, uno psicopatico) che non sa rinunciare a nulla, neanche in cambio di qualcosa di meglio, di colpo, cambiando faccia e tono, come se fosse scattato in lui un interruttore, il dittatore russo ha cominciato a ripetere per l’ennesima volta la lezioncina sulla necessità di «rimuovere le cause profonde della guerra» e «ascoltare le ragioni della Russia» (cioè, tradotto dal putinese, ridurre l’Ucraina a Stato vassallo di Mosca). Dopodiché ha minacciato l’Europa, ha rifiutato il cessate il fuoco e ha continuato a bombardare l’Ucraina.

Che non ci fosse nessun accordo era così evidente che l’hanno riconosciuto perfino i nostri giornali (tranne i soliti mentitori seriali e filoputiniani del Fatto Quotidiano). Ma allora perché entrambi continuano a comportarsi come se ci fosse?

Una rischiosa partita a poker

Per quel che riguarda Putin la risposta è semplice: come ho già detto, finge di trattare per guadagnare tempo e per cercare di dare la colpa all’Ucraina e all’Europa quando farà fallire le trattative.

Quanto a Trump, stavolta credo che un piano ce l’abbia, ma resta da vedere se è attuabile e temo di no. La mia convinzione, infatti, è che “The Donald” abbia deciso di giocare una difficilissima e rischiosa partita a poker, in cui non ha realmente in mano tutte le carte che dice di avere. In particolare, non credo che Putin gli abbia mai detto che avrebbe accettato uno scambio di territori e ancor meno un contingente di pace europeo e/o americano, come lui invece sostiene.

Credo quindi che Trump stia bluffando, dicendo a Zelensky che Putin è disposto ad accettare queste condizioni, in modo da ottenere da lui la disponibilità a fare un certo numero di concessioni, con la speranza che, a fronte di esse, Putin si convinca ad accettare davvero le condizioni di cui sopra. È un gioco molto azzardato, ma con una sua logica e d’altronde dopo il pessimo risultato dell’incontro in Alaska non c’erano alternative. Tuttavia, le possibilità che abbia successo sono pochissime.

 

Lo scambio secondo Putin

Contrariamente a quanto continuano a dire esperti e mass media (Wikipedia inclusa, che su questo è piena di errori e omissioni), dopo la vittoriosa controffensiva ucraina del settembre 2022 non c’è mai stata un’avanzata russa altrettanto significativa.

Nel 2023 le posizioni sono rimaste sostanzialmente immutate e nel 2024 i russi hanno conquistato, allo spaventoso prezzo di oltre 100.000 uomini tra morti e feriti, appena 4000 chilometri quadrati (https://www.ilpost.it/2025/05/30/dati-soldati-russi-uccisi-ucraina/), equivalenti allo 0,6% del territorio ucraino: un po’ meno della provincia di Grosseto e molto meno di quello che gli ucraini avevano riconquistato nel 2022. Dato che il fronte è lungo quasi 1000 chilometri, ciò significa che i russi sono avanzati di 4 km in un anno, cioè di appena 10 metri al giorno. Di questo passo, per occupare tutto il Donbass ci metterebbero 5 anni, perdendo almeno mezzo milione di soldati.

È falsa anche l’altra affermazione, che tutti ripetono senza verificare (tanto ormai è un’abitudine generale…), che i russi controllino oltre il 20% del territorio ucraino. Questa percentuale corrisponde effettivamente alla somma degli Oblast di Crimea, Kherson, Zaporizia, Donetsk e Lugansk (gli ultimi due formano il famoso Donbass). Ma i russi non controllano completamente nessuno di essi, a parte la Crimea, che peraltro è il più piccolo di tutti. La percentuale vera, pertanto, è intorno al 17%, di cui quasi la metà (tutta la Crimea e una parte del Donbass) era stata occupata già nel 2014. Perciò i territori conquistati dai russi dall’inizio della guerra non superano il 10% del territorio ucraino e sono complessivamente inferiori a quelle in loro possesso prima della controffensiva del 2022.

La situazione sarebbe insoddisfacente per chiunque e a maggior ragione per uno come Putin, che è incapace di riconoscere i propri limiti. Per questo è altamente improbabile che sia disposto a cedere anche solo un centimetro quadrato dei territori che controlla: per lui “scambio” vuol dire che gli ucraini devono cedergli la parte del Donbass ancora in loro possesso senza avere in cambio niente.

Ma altrettanto improbabile è che un simile “scambio” possa essere accettato dagli ucraini. Anche perché, come ha ben spiegato al TG3 (purtroppo a notte fonda) Nona Mikhelidze, una delle poche voci sensate ascoltate in questi giorni, la parte del Donetsk rivendicata da Putin non è una zona qualsiasi, poiché lì ci sono le fortificazioni che proteggono tutto il nord dell’Ucraina. Accontentarlo, quindi, sarebbe un po’ come dare a un ladro le chiavi di casa nostra in cambio della promessa che non le userà per derubarci.

L’ipotesi di gran lunga più probabile, pertanto, è che Zelensky (che non è affatto il sempliciotto che credono i nostri spocchiosi intellettuali, ma è molto intelligente, oltre che molto coraggioso) si sia messo anche lui a bluffare, fingendo di essere disposto a discuterne perché è sicuro che Putin non accetterà mai l’altra condizione e così sarà lui a fare la parte del “cattivo” che ha rovesciato il tavolo.

Articolo Quinto: chi ha i soldati in campo ha vinto

Quando andavo a scuola c’era un modo di dire molto popolare tra gli studenti: “Articolo Quinto: chi ha i soldi in mano ha vinto”. Visto che si sta considerando di garantire la futura sicurezza dell’Ucraina con l’estensione ad essa della stessa tutela dell’Articolo Quinto della NATO, proposta da Giorgia Meloni, potremmo parafrasarlo così: “Articolo Quinto: chi ha i soldati in campo ha vinto”.

Infatti, il “tabù” di uno scontro diretto fra superpotenze nucleari fa sì che la prima che schiera i suoi uomini in un determinato territorio se lo aggiudica, perché l’altra non oserà mai attaccarli. Per questo, se si dovesse davvero fare un accordo del genere, oltre al trattato sulla carta sarebbe necessario avere anche gli uomini sul terreno, come del resto succede in tutti i paesi della NATO, dove ci sono sempre basi militari in cui sono presenti soldati dei paesi alleati, a cominciare dagli americani. Altrimenti, se Putin invadesse di nuovo l’Ucraina non credo proprio che avremmo il coraggio di sparare per primi contro i russi.

Ma, allo stesso modo, se lì ci fossero soldati europei (e, a maggior ragione, americani) ben difficilmente Putin avrebbe il coraggio di sparargli contro per primo. Proprio per questo, però, non ne vuol sapere, il che svuota di significato la sua (supposta) accettazione dell’estensione dell’Articolo Quinto. E sarà difficile fargli cambiare idea.

La peggior pace possibile

Non basta. Anche se, per miracolo, Trump dovesse avere successo, l’unico aspetto positivo sarebbe la fine del massacro. Da qualsiasi altro punto di vista, questa sarebbe la peggior pace possibile.

Infatti, come avevo scritto 3 anni fa, subito dopo la vittoriosa controffensiva ucraina di settembre, «anche nell’improbabile eventualità che Putin accettasse di negoziare […] non si avrebbe una vera pace, ma solo una tregua, che sarebbe ancor più pericolosa della guerra, perché gli darebbe modo di riorganizzarsi per poi ricominciare tutto come prima, anzi, peggio di prima. E che questa non sia solo una mia opinione lo dimostra il fatto che Putin ha già annunziato un enorme aumento delle spese militari, fino al 40% del bilancio dello Stato russo» (https://www.fondazionehume.it/politica/la-prevedibile-caporetto-di-putin-e-quella-inquietante-degli-esperti/).

E ciò vale a maggior ragione oggi, visto che nel frattempo Putin dagli annunci è passato ai fatti, trasformando l’economia russa in un’economia di guerra, dedicata quasi esclusivamente alla produzione di armi, anche a costo di affamare il suo popolo, di cui non gli è mai importato nulla.

La balla cosmica della guerra-che-non-si-può-vincere

Chiarito ciò, bisogna però aggiungere che se ci troviamo in questa pessima situazione la colpa non è di Trump, che è al potere da pochi mesi e che comunque almeno un tentativo di sistemare le cose lo sta facendo. La colpa è dell’atteggiamento a dir poco ambiguo dei leader europei (e di Biden), che hanno sempre detto che non si devono fare concessioni alla Russia, ma non sono mai stati disposti a fare l’unica cosa che permetterebbe di raggiungere questo obiettivo: aiutare l’Ucraina a vincere la guerra. In una trattativa, infatti, per definizione si devono fare delle concessioni e se hai un esercito nemico che occupa parte del tuo territorio è inevitabile che gliene dovrai concedere almeno una parte. Se non vuoi farlo, non devi trattare, ma buttarlo fuori a calci.

La contraddizione è così clamorosa che, se i nostri leader politici e intellettuali sono in buona fede, allora significa che sono una massa di stupidi. Temo però che siano invece una massa di ipocriti.

La giustificazione standard che di tale ingiustificabile comportamento viene in genere data è infatti l’insopportabile ritornello della “guerra-che-non-si-può-vincere”. Va perciò detto chiaro e tondo che questa è UNA BALLA COSMICA e che chi continua a ripeterla o non sa quello che dice o mente sapendo di mentire. E su questo le responsabilità di esperti e intellettuali vari, compresi molti miei colleghi docenti universitari, sono perfino più gravi di quelle dei politici.

A questi sapientoni bisognerebbe regalare un bel cartello, da appendere davanti alla propria scrivania, con su scritto “73Easting”. È il nome, poco affascinante ma non per questo meno importante, della più grande battaglia di carri armati della storia, combattuta il 26 e 27 febbraio 1991 durante la Guerra del Golfo, in cui gli Abrams americani affrontarono i vecchi T-72 iracheni di fabbricazione sovietica, gli stessi che stanno usando i russi in Ucraina. Numericamente le forze in campo erano all’incirca pari, ma gli iracheni persero 1350 carri armati, mentre gli americani appena 4.

La morale è semplice: nella guerra moderna la superiorità numerica non conta nulla, di fronte alla superiorità tecnologica. E questo si è visto chiaramente anche in Ucraina nell’unica occasione in cui le abbiamo fornito delle armi davvero avanzate: i micidiali missili Himars, che hanno permesso la spettacolare controffensiva dell’autunno 2022, in cui i russi furono ricacciati indietro di centinaia di chilometri in appena 4 giorni (https://www.fondazionehume.it/politica/la-prevedibile-caporetto-di-putin-e-quella-inquietante-degli-esperti/). Eppure, l’unico che ha avuto il coraggio di dirlo è stato l’ex-sindaco di Milano Gabriele Albertini (a 4 di sera news del 18 agosto; naturalmente, nessuno gli ha fatto caso).

Non volete credere a me? Ascoltate allora cosa ha scritto Federico Rampini nel suo ultimo libro Grazie, Occidente! (che parla anche di molte altre cose e che consiglio vivamente a tutti di leggere):

«L’Unione Europea aveva promesso un milione di munizioni di artiglieria. Prima che mantenesse l’impegno, con grave ritardo, la Corea del Nord aveva già fornito altrettante munizioni alla Russia. Che un piccolo paese sull’orlo della carestia come la Corea del Nord riesca a produrre più munizioni e più velocemente di un gigante ricco come l’Unione Europea dà l’idea dello stato di disarmo in cui il Vecchio Continente si trova. Perfino gli Stati Uniti hanno un’industria bellica sottodimensionata e un altro dato lo conferma: nella Russia di Putin le industrie fabbricano munizioni in quantità sette volte superiore alla produzione dell’intero Occidente. […] Noi occidentali non abbiamo cambiato quasi nulla delle nostre abitudini e priorità: stiamo facendo finta di appoggiare l’Ucraina, purché questo significhi zero sacrifici. […] Di fronte all’aggressione di Putin in Ucraina, il presidente americano [Biden] non ha mai “aizzato” gli ucraini, non li ha affatto usati in una “guerra per procura”. Prima ha proposto a Zelensky di fuggire in esilio. Poi ha proclamato urbi et orbi i due principi fondamentali che avrebbero guidato l’azione di Washington: “Mai scarponi americani sul terreno, mai un confronto diretto con la Russia”. Le armi all’Ucraina, quando arrivavano, erano sempre in ritardo, sempre in quantità e qualità inferiori rispetto alle necessità, a lungo vincolate da restrizioni pesanti» (pp. 145 e 185, corsivi miei).

Tuttavia, se all’inizio ciò poteva dipendere dal sottodimensionamento della nostra industria bellica giustamente denunciato da Rampini, dopo tre anni e mezzo questa motivazione non vale più. È certo molto più difficile creare da zero un nuovo vaccino che aumentare la produzione di armi già esistenti, eppure, la prima cosa l’abbiamo fatta (in poco più di un anno), mentre la seconda no (dopo oltre tre anni), il che evidentemente significa che non abbiamo voluto farla. E lo confermano le idiozie continuamente ripetute dai nostri leader sulle armi “solo difensive” (che semplicemente non esistono), poco nobile sport in cui si sono particolarmente distinti i nostri ministri Tajani e Crosetto.

Ma la prova più chiara che la guerra si poteva (e quindi si doveva) vincere già due anni fa è il fatto stesso che non sia ancora finita e che, dopo tre anni e mezzo, sia ancora in sostanziale equilibrio. È evidente che questo significa che sarebbe bastato un piccolo sforzo in più per far pendere la bilancia dalla parte dell’Ucraina. Perciò, di nuovo, se non l’abbiamo fatto, è perché non abbiamo voluto farlo.

Del resto, già due anni fa, in occasione del famoso scherzo dei due comici russi che si erano fatti passare per un politico africano, Giorgia Meloni aveva praticamente ammesso che i governi europei non puntavano alla vittoria, ma allo stallo e alla conseguente “pace per stanchezza”: una strategia tanto cinica quanto stupida, perché è da stupidi pensare che uno come Putin, che nella violenza ci sguazza da sempre come un pesce nell’acqua, possa stancarsi della guerra.

Morale della favola: contrariamente a quanto si continua a ripetere, non è il tempo che gioca a favore dei russi, ma il tempo perso dall’Occidente nell’armare adeguatamente gli ucraini. Eppure, tutti continuano a parlare della “situazione sul campo” come se fosse un fenomeno naturale che sfugge al loro controllo e non invece l’esito delle loro scelte miopi, che pertanto poteva (e potrebbe ancor oggi, benché con più difficoltà) essere ribaltata da scelte più lungimiranti.

La doppia ipocrisia della sinistra

Ciò però non giustifica affatto gli attacchi della sinistra, in particolare di quella italiana, che accusa l’odiato Trump di voler imporre una pace iniqua al “povero” Zelensky (questa falsa compassione è quasi peggiore degli attacchi aperti) e anzi quasi spera, cinicamente, che lo faccia davvero, pur di poter continuare ad attaccarlo. E ciò benché sia evidente già da un po’ che il suo atteggiamento è molto cambiato, anche grazie alla lezione che il “povero” Zelensky gli aveva dato nel precedente incontro del 28 febbraio alla Casa Bianca (https://www.fondazionehume.it/politica/pax-trumpiana-cosa-e-successo-davvero-e-cosa-succedera/). Al contrario: l’ipocrisia della sinistra è addirittura doppia.

In primo luogo, infatti, anch’essa, quando è stata al governo, ha condiviso l’atteggiamento ambiguo degli altri leader italiani ed europei verso l’Ucraina. Inoltre, da quando non sono più al governo, 5 Stelle e PD (in particolare da quando è guidato da Elly Schlein) ripetono ossessivamente ad ogni occasione che l’attuale governo è disposto a spendere solo “per le armi”, affermazione volutamente generica e che non viene mai precisata, perché altrimenti dovrebbero ammettere che le armi che contestano sono proprio quelle destinate all’Ucraina o comunque alla difesa in funzione anti-russa.

Se si dovesse decidere oggi sulle armi all’Ucraina, sia i 5 Stelle che il PD voterebbero certamente contro e a maggior ragione se si trattasse di armi più potenti, con funzione chiaramente offensiva. Eppure, ipocritamente (appunto), continuano a presentarsi come i suoi unici veri difensori.

Che farai, Europa?

Anche se gli spiragli sono minimi, è comprensibile che oggi tutti si sforzino di essere ottimisti. Meno comprensibile è che nessuno sembri rendersi conto che dietro l’angolo molto probabilmente non c’è la pace, ma il suo esatto opposto, cioè l’intensificazione del conflitto. E ciò potrebbe costringerci a prendere delle difficili decisioni al riguardo, non fra mesi o anni, ma già entro poche settimane.

Se infatti, come è assai probabile, alla fine Putin manderà tutto a monte, questa sarà la pietra tombale su ogni tentativo di soluzione diplomatica, cosicché tutti i comodi sotterfugi dietro i quali ci siamo fin qui nascosti non saranno più praticabili e resteranno soltanto due alternative: la vittoria o la resa.

Cosa farà Trump in tal caso? Con ogni probabilità andrà su tutte le furie e cercherà di punire severamente l’ex-amico, ma solo con sanzioni economiche, che non sono inutili come molti affermano, ma non sono decisive e comunque di certo non sul breve periodo. Difficilmente invece manderà armi all’Ucraina, perché il suo elettorato è fortemente contrario. Forse potrebbe farlo usando l’escamotage (già ventilato) di venderle anziché regalarle, ma anche così l’Ucraina non ce la farà mai a comprarne in quantità sufficiente senza un sostanziale aiuto dell’Europa.

Così in ogni caso ci troveremo di fronte a una drammatica decisione: o abbandonare l’Ucraina al suo destino o prenderci finalmente le nostre responsabilità e aiutarla a vincere.

L’ultima volta che l’Europa ha dovuto fare una scelta simile fu nel 1938, quando Adolf Hitler pretese il riconoscimento dell’annessione dell’Austria e di gran parte della Cecoslovacchia da parte della Germania nazista. I leader politici di allora lo accontentarono, sperando che si sarebbe fermato lì, nonostante il profetico avvertimento di Winston Churchill: «Dovevate scegliere fra il disonore e la guerra. Avete scelto il disonore e avrete anche la guerra».

Aveva ragione. Hitler non si fermò, invase la Polonia e scatenò la Seconda Guerra Mondiale.

Neanche Putin si fermerà, se gli daremo ciò che vuole. E potrebbe scatenare la Terza, per esempio attaccando i Paesi Baltici, che fanno parte della NATO. Perché gli psicopatici non si fermano mai da soli: devono essere fermati.

Avremo il coraggio di essere più saggi, se ci toccherà la stessa scelta?

Cominciamo a pensarci, perché è probabile che ci resti molto meno tempo di quel che ci piace credere.




Veltroni e le certezze sulla sicurezza

“È un dato di fatto che gli italiani, dopo anni di governo di destra, si sentono più insicuri”.

“Credo di poter dire che mai la percezione di insicurezza su tutti i fronti sia stata così alta, anche in Italia”.

Sono due fra le molte affermazioni perentorie che si possono leggere in un recente intervento di Walter Veltroni sul Corriere della Sera.

All’articolo di Veltroni ha replicato Maurizio Belpietro su La Verità, opponendogli i dati del consueto Rapporto di Ferragosto del Viminale, da cui risulta che nei primi 7 mesi del 2025, rispetto al corrispondente periodo del 2024, sono diminuiti i reati totali (-9%), le violenze sessuali (-17.3%), le rapine (-6.7%), i furti (-7.7%), mentre sono aumentati leggermente gli omicidi (+3.4%).

Sono due esempi perfetti di come non si dovrebbe parlare di sicurezza. Veltroni presenta come “dato di fatto” una sua personale sensazione di aumento dell’insicurezza percepita, che nessuna indagine demoscopica ha finora confermato. Le poche indagini rigorose finora pubblicate, anzi, mostrano semmai il contrario. L’ultima ricerca di questo tipo dell’Istat, pubblicata meno di un anno fa e relativa ai primi mesi del governo Meloni, titola “Migliora la percezione di sicurezza dei cittadini”. Nulla esclude che indagini più recenti rovescino il giudizio, e diano ragione al pessimismo veltroniano, ma il punto è che per ora sappiamo solo che l’ultima rilevazione ufficiale ha registrato un aumento e non una diminuzione della percezione di sicurezza. Quanto poi alla affermazione che “mai” la percezione di insicurezza sarebbe stata così alta, ci soccorrono le indagini annuali dell’istituto Demos&Pi, che rivelano che il picco dell’insicurezza fu toccato nel 2012 (regnante Monti), con il 50% di cittadini preoccupati per la criminalità, mentre nel 2023 (ultima indagine disponibile, e primo anno del regno Meloni) l’insicurezza era al 33%”, ossia molto più bassa e, ironia della sorte, vicinissima al minimo storico (32%) toccato nel 2009, regnante Berlusconi. Anche qui non sappiamo ancora che cosa sia successo poi, ossia nel 2024 e nel 2025, ma supporre – e affermare perentoriamente – che si sia superato il picco del 2012 appare quantomeno avventuroso.

Meglio allora rivolgersi al Viminale e ai dati (rassicuranti) riportati da Belpietro?

Peggio che mai. Ci sono ottime ragioni per prendere con scetticismo anche i dati del rapporto di Ferragosto del Viminale, non solo le percezioni di Veltroni.

Innanzitutto, il rapporto ha un chiaro intento propagandistico. Il suo scopo (più che legittimo) è chiaramente quello di mettere in evidenza l’attivismo e i successi delle Forze dell’ordine.

In secondo luogo, i suoi dati sono pochissimo informativi, sia perché si limitano a rilevare le tendenze dell’ultimo anno (primi 7 mesi del 2025 contro primi 7 mesi del 2024), sia perché riguardano un piccolo e selezionato numero di reati, sia perché – inevitabilmente – sottostimano il numero di delitti del periodo più recente (per normali ritardi nella trasmissione dei dati). Presumibilmente, l’unico dato affidabile è quello degli omicidi, che sono quasi del tutto privi di “numero oscuro” (casi non denunciati) e difficilmente sono registrati e comunicati con grande ritardo, ma che – malauguratamente – risultano invece in aumento: +3.4%.

Che fare, dunque?

Per quanto riguarda la percezione di insicurezza, aspettiamo che l’Istat pubblichi i risultati della indagine multiscopo, condotta nei mesi scorsi. Per quanto riguarda la realtà, è essenziale usare dati consolidati, ossia non soggetti ad eccessive revisioni, prendere in considerazione un periodo di almeno 4-5 anni, scegliere in modo non furbesco l’anno di appoggio, rispetto al quale calcolare le variazioni. In concreto, questo significa ignorare gli anni 2020-2021, anomali causa Covid, e puntare su due confronti cruciali: 2022 contro 2019 (era Conte-Draghi) e 2023 su 2022 (primo anno dell’era Meloni).

Ed ecco i risultati: su 33 categorie di delitti considerate nelle statistiche ufficiali, 18 hanno avuto il medesimo andamento (aumento o diminuzione) nell’era Meloni e nell’era Conte, 6 sono aumentati nell’era Meloni e diminuiti nell’era Conte-Draghi, 8 sono aumentati nell’era Conte-Draghi e diminuiti nell’era Meloni. Riguardo al numero totale di delitti, il bilancio non è favorevole per nessuno: i furti sono aumentati nel 2022-2023 e diminuiti nel 2019-2022 (forse anche per gli strascichi della pandemia), ma l’insieme degli altri delitti è aumentato in entrambi i periodi a un ritmo simile (circa 2% l’anno).

Se poi ci rivolgiamo ai delitti di maggiore allarme sociale, il punto debole dell’era Conte-Draghi sono le violenze sessuali, aumentate del 28.8% in tre anni, mentre quello dell’era Meloni è l’aumento di alcuni crimini violenti commessi da minori, come le rapine e le lesioni dolose (un dato che risulta chiaramente da altre fonti ufficiali, inspiegabilmente trascurate).

Come si vede, appena si mette mano ai dati, ogni certezza ideologica vacilla.

[articolo uscito sulla Ragione il 19 agosto 2025]