Hume PageHume Page

Quando è la politica a “remare contro”

25 Febbraio 2026 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

Finché si parla in generale, la tesi che la magistratura non operi in sintonia con il governo, e spesso remi contro (vedi il caso Albania, o le scarcerazioni facili), ha una sua plausibilità. Secondo questo racconto l’azione del governo e delle Forze dell’ordine è spesso vanificata dalla politicizzazione di una parte dei magistrati, che tendono a essere intransigenti con i reati dei colletti bianchi (specie se sono imprenditori o politici), ma indulgenti con la criminalità comune (specie se coinvolge gli immigrati).

È questo doppiopesismo o strabismo che, quasi quotidianamente, manda ai matti la destra e gli esponenti del governo.

E tuttavia, a guardare le cose più da vicino, questo quadro richiede parecchie rettifiche. Una rettifica ovvia, ma di cui faremmo bene a non scordarci mai, riguarda la lotta alla mafia e alla criminalità organizzata. Su questo terreno la magistratura non può essere accusata di faziosità, omissioni, indulgenza verso il crimine. Sono molti i magistrati che, per la loro dedizione e integrità, in passato hanno perso la vita, o la rischiano oggi.

Ma le rettifiche più interessanti, a mio parere, ci sono fornite da due episodi di cronaca degli ultimi giorni.

Il primo è la sentenza del Tribunale civile di Roma, che ha condannato il Ministero dell’Interno a pagare un risarcimento di oltre 21 milioni di euro alla società proprietaria dell’immobile del centro sociale Spin Time Labs, occupato dal 2013. La cosa interessante è che, in questo caso, la condanna deriva dal fatto che nessun governo, dal 2020 a oggi, ha mai dato seguito all’ordine di sgombero (“sequestro preventivo”) emesso da un magistrato (il Gip di Roma). Dunque: siamo di fronte a un caso in cui la magistratura fa il suo dovere contro un’occupazione illegale, ed è il potere politico ad essere latitante. L’esatto contrario di ciò che, quotidianamente, la politica rimprovera ai giudici.

Il secondo episodio è l’uccisione, da parte di un poliziotto, di un pusher presso il bosco di Rogoredo, nota area di spaccio nei dintorni di Milano. In un primo tempo, dalle cronache dei quotidiani sembra che il pusher abbia minacciato il poliziotto con una pistola (poi rivelatasi finta) da una ventina di metri, e che il poliziotto – temendo per la propria vita – abbia reagito sparando un colpo, alla fine rivelatosi mortale.

Pochi giorni dopo si apprende che il poliziotto è indagato per omicidio volontario. Gli esponenti del centro-destra si indignano, Salvini dichiara che sta “dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma”. Dall’episodio alcuni deducono la necessità di proteggere i poliziotti dall’iscrizione automatica nel registro degli indagati nei casi in cui feriscono o uccidono compiendo il proprio dovere. Nel decreto sicurezza viene previsto un “registro separato” per i poliziotti o i cittadini che agiscano in modo violento “in situazioni di giustificazione”.

Passano i giorni e, poco per volta, emerge una storia del tutto diversa (non provata, come la prima ricostruzione). Non è chiaro se la pistola finta sia stata nelle mani del pusher ucciso, o gli sia stata messa accanto dall’uccisore. Non è chiaro perché, nonostante dopo il colpo di pistola la vittima fosse ancora viva, i soccorsi siano stati chiamati 23 minuti dopo il fatto. Soprattutto, emergono testimonianze secondo cui l’uccisore odiava l’ucciso e lo taglieggiava. Si scava nel passato del poliziotto-killer, e il quadro che emerge non è edificante.

A questo punto Salvini fa marcia indietro, e il ministro Piantedosi scarica il poliziotto, augurandosi che la giustizia faccia il proprio corso.

Anche qui la lezione che si ricava è la medesima dei due esempi precedenti: la magistratura ha fatto il proprio dovere, e semmai in difetto è la politica, che ha più volte ipotizzato uno “scudo penale” per i comportamenti controversi delle forze dell’ordine.

Ma per chi è la lezione?

Ovviamente è per il governo, e più in generale per i politici sempre pronti a cavalcare gli eventi pro domo loro. Ma in realtà è anche per noi, e quando dico noi penso ai media, e pure a me stesso come cittadino. Anch’io, come molti quotidiani e siti di notizie, lì per lì mi ero sentito dalla parte del poliziotto, e mi ero stupito dell’accusa di omicidio volontario, che sembrava avvalorare l’idea di una magistratura non imparziale, o pregiudizialmente diffidente con i comportamenti delle forze dell’ordine.

È stato un errore, a prescindere da quello che potranno concludere le indagini. Perché dovremmo saperlo che le notizie di cronaca sono quasi sempre incomplete, parziali, selettive: quindi oggettivamente tendenziose. E dovremmo regolarci di conseguenza, evitando accuratamente di trarre o suggerire conclusioni nei casi in cui i fatti non sono conosciuti o, peggio, si conosce solo una porzione selezionata dei fatti stessi.

Per una volta mi trovo pienamente d’accordo con Salvini, o meglio con il Salvini pentito, che dopo le ultime notizie provenienti dalle indagini ha dichiarato: “non entro nel merito di quello che non conosco”.

Sante parole.

[articolo inviato uscito sulla Ragione il 24 febbraio]

Il non detto del referendum – Fra garantismo e giustizialismo

18 Febbraio 2026 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

Vorrei provare a fare, in questo articolo, quello che quasi nessuno fa quando si parla del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ovvero: vedere le buone ragioni di chi non la pensa come me.

Premessa: io voterò sì. E trovo strumentali, quando non in malafede, la maggior parte degli argomenti addotti a difesa del no: ma non tutti, come proverò a spiegare fra poco.

Cominciamo dal perché voterò sì. La prima ragione è che la riforma infliggerà un colpo mortale al sistema delle correnti, che è un vero cancro della magistratura. Il sorteggio è un rimedio radicale e discutibile, ma è di gran lunga preferibile al mantenimento della situazione attuale.

La seconda ragione è che mi pare che lo strapotere dei PM abbia già rovinato troppe esistenze e distrutto troppe carriere: un riequilibrio del sistema in senso garantista mi sembra doveroso.

La terza ragione è che gli errori dei magistrati sono troppo raramente puniti, e che ciò avviene precisamente perché affidati al Consiglio Superiore della Magistratura, organismo corporativo e altamente politicizzato. Meglio puntare su un organismo che non sia espressione di coloro che debbono essere giudicati.

La quarta ragione è che la riforma non abolisce uno dei principali pregi del sistema attuale, l’articolo 358 del codice di procedura penale che obbliga il PM a ricercare anche le prove a discolpa dell’indagato.

Il fatto di propendere per il sì, tuttavia, non mi impedisce di fare qualche considerazione critica non tanto nei confronti della riforma in sé, quanto nei confronti dei suoi paladini più accaniti. A loro vorrei dire: smettiamola di illuderci, smettiamo di presentare la riforma come un rimedio miracoloso contro la mala giustizia, la politicizzazione dei magistrati, i calvari degli indagati. Tutti questi mali continueranno, ma – noi almeno lo speriamo – in forma più attenuata. La scelta non è fra il bene e il male, ma fra un male attuale certo e un male futuro verosimilmente minore, se mai la riforma passerà.

C’è però anche un’altra considerazione che mi rende scettico: il garantismo  ha un costo, e di questo costo dobbiamo essere consapevoli innanzitutto noi difensori del sì. Meno innocenti in carcere può significare anche più colpevoli in libertà. È questo che molti difensori del no temono. Nella lotta contro i reati dei colletti bianchi e dei politici (truffe finanziarie, corruzione, concussione, abuso d’ufficio, traffico di influenze) il garantismo è al tempo stesso un grave ostacolo, e un irrinunciabile principio di civiltà. Il classico motto “meglio cento colpevoli in libertà che un innocente in carcere”, tanto caro al compianto iper-liberale Piero Ostellino, non può essere portato al punto da paralizzare la lotta contro il crimine. Di questo noi liberali o garantisti dovremmo sempre essere consapevoli.

E non è tutto. Se guardiamo le cose da un punto di vista sociologico, la vera anomalia del fronte del sì – specie nelle sue componenti più politicizzate – è che in esso convivono due impulsi diversi, anzi opposti. Da un lato un impulso garantista, che tutela soprattutto i colletti bianchi ingiustamente perseguiti, dall’altro uno speculare impulso giustizialista contro l’indulgenza dei magistrati verso la criminalità comune, italiana e straniera. Detto crudamente: una parte non trascurabile del fronte del sì vorrebbe più garanzie in certi tipi di processi, e meno garanzie in altri. Una sorta di schizofrenia, che rende culturalmente ibrida la battaglia del sì.

Possiamo dedurne che il fronte del sì è incoerente, e quello del no non lo è?

No, non possiamo dedurlo, perché anche il fronte del no è incoerente. Il fronte del no difende lo status quo del sistema giudiziario, che a sua volta è schizofrenico. I magistrati italiani sono giustizialisti con la criminalità dei colletti bianchi, specie se perseguirli conferisce visibilità e interviste sui media, ma sono ultra-garantisti con la criminalità comune, specie se gli autori di reati sono stranieri.

La differenza fra i due fronti non è la coerenza, visto che entrambi sono giustizialisti su certi reati e garantisti su altri. La differenza vera è che al fronte del no la schizofrenia attuale della magistratura va bene, mentre il fronte del sì vorrebbe correggerla.

Vasto programma, direbbe qualcuno.

[articolo inviato alla Ragione il 15 febbraio]

Astuzie della dis-ragione – Quanti voti sposta Vannacci?

11 Febbraio 2026 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

Non so se sia frutto del caso, o ci sia lo zampino di Matteo Renzi. Certo colpisce la perfetta coincidenza temporale: da due mesi si sono fatte più insistenti le voci di un’uscita del generale Vannacci dalla Lega (uscita poi effettivamente avvenuta), e nel medesimo brevissimo arco di tempo si è consumato il completo ribaltamento della linea politica dell’opposizione sulla sicurezza. Fino a pochi mesi fa spergiuravano che era tutta una percezione, e che quelli di destra erano “imprenditori della paura”. Da un paio di mesi spergiurano che la situazione è drammatica, la violenza è esplosa, i minorenni sono fuori controllo, gli sbarchi sono aumentati, i rimpatri ristagnano, e tutto questo perché la destra non sa governare, e ha clamorosamente tradito le promesse elettorali.

Credo non sfugga a nessuno il meraviglioso assist che la sinistra tutta – non so fino a che punto imbeccata dal machiavellico Renzi – ha fornito al Generale e alle sue ambizioni. Se il governo di destra ha fallito sulla sicurezza, è logico che gli elettori siano alla ricerca di qualcuno che faccia sul serio. E chi meglio di Vannacci può interpretare la parte del cattivo, visto lo scarso mordente del trio Salvini-Meloni-Tajani?

Renzi, abbastanza spudoratamente, considera Vannacci quel plus di consenso elettorale che Schlein, campasse cent’anni, non sarà mai in grado di fornire al centro-sinistra. Se il partito di Vannacci (denominato Futuro Nazionale) prende il 5%, argomentano Renzi e alcuni strateghi progressisti, Giorgia Meloni è spacciata, perché quei voti saranno sottratti soprattutto a Fratelli d’Italia e alla Lega, e con una potatura del 4 o 5% dei consensi elettorali alle destre di governo, il centro-sinistra può superare brillantemente il centro-destra.

In effetti, secondo l’ultima super-media dei sondaggi, il centro sinistra è al 44.7%, il centro-destra è al 48%, ed è aritmeticamente vero che, se togliamo al centro-destra il 4 o il 5%, i suoi consensi scendono al 43 o al 44%, un filo sotto il livello attuale dei consensi al centro-sinistra (44.7%). Un margine esilissimo per pronosticare, a oltre un anno dal voto, una vittoria del campo largo.

Sul senso politico (e il cinismo), di questo ragionamento si potrebbe molto discutere, ad esempio osservando che è ben triste che – al solo scopo di far prevalere la propria parte – si favorisca scientemente un imbarbarimento del clima politico, assecondando la nascita di una vera destra estrema, che già esiste in Germania (Alternative für Deutschland, di Alice Weidel), in Francia (Rassemblement National, di Marine Le Pen), nel Regno Unito (Reform UK, di Nigel Farage), ma per fortuna non ancora in Italia. Sono le “astuzie della dis-ragione”, forse direbbe Hegel.

Sul piano tecnico-sondaggistico, però, non posso non segnalare l’erroneità del ragionamento renziano, almeno finché i calcoli sono effettuati ipotizzando un consenso elettorale che resta al di sotto del 4 o 5% (nessun sondaggio, al momento, gli assegna di più).

Ebbene, intanto non è vero – come molti titoli di giornale hanno fatto credere – che Vannacci inciderebbe soprattutto sul consenso a Fratelli d’Italia. Il ragionamento non tiene conto del fatto che Fratelli d’Italia ha quasi il quadruplo dei consensi della Lega, e solo per questa semplice ragione potrebbe cedere leggermente più consensi di quanti ne dovrebbe cedere il partito di Salvini. Se si prendono in considerazione non il numero assoluto di voti perduti da FdI e Lega a favore di Futuro Nazionale ma le emorragie di voti dei due partiti fatto 100 il loro consenso attuale, le cifre rilevate dai sondaggi suggeriscono che, nel caso peggiore possibile per il centro-destra di governo (Vannacci al 4%), Fratelli d’Italia perderebbe circa il 3% dei suoi consensi e la Lega più del 10%.

Quanto all’indebolimento complessivo del centro-destra classico (senza Vannacci), si dimentica che – anche ipotizzando che Vannacci riesca a drenare il 4% dei consensi – la perdita per il centro-destra classico nel suo insieme sarebbe minima. Basandoci sui dati pubblicati dai sondaggi dei giorni scorsi, si può calcolare che Fratelli d’Italia passerebbe dall’attuale 29.9% al 29.0%, la Lega dall’8% al 7.2%, Forza Italia e Noi moderati potrebbero perdere un paio di decimali, passando dal 10.1% al 9,9%. In sintesi, il centro-destra nel suo insieme arretrerebbe dal 48% al 46.1%. Dunque ancora un punto e mezzo sopra l’attuale consenso del campo largo.

Dove stava l’errore? Fondamentalmente nel trascurare il fatto che, secondo gli stessi sondaggi dei giorni scorsi, solo metà dei voti di Vannacci arriverebbero dal centro-destra, mentre l’altra metà potrebbe arrivare dal non voto e soprattutto dalle cosiddette “Altre liste” che, lo ricordiamo, nelle ultime elezioni politiche avevano assorbito quasi il 7% dei consensi.

Senza contare un’incognita di cui avevo già parlato sulla Ragione qualche settimana fa, prima che Vannacci scendesse in campo: il fattore Calenda. Che potrebbe correre da solo, ma anche stringere un patto con un centro-destra “devannaccizzato”.

[articolo uscito sulla Ragione il 10 febbraio]

Pacchetto sicurezza – Una goccia nel mare?

8 Febbraio 2026 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

Sia il decreto legge sia il disegno di legge varati ieri dal Consiglio dei Ministri sono due testi estremamente articolati, con misure che riguardano anche temi apparentemente laterali, come l’organizzazione delle Forze dell’ordine o il disagio giovanile. Le misure principali del Decreto sicurezza sono tre: il fermo preventivo fino a 12 ore, nell’imminenza di una manifestazione, dei sospettati di preparare disordini; la non iscrizione automatica nel registro degli indagati di chi in modo evidente ha esercitato il legittimo diritto di difesa; varie restrizioni e sanzioni, per minori e genitori,  riguardo a possesso e acquisto di coltelli. Niente di spettacolare, niente di inquietante (pare anche per l’intervento moderatore del Presidente della Repubblica).

Ma il decreto sicurezza è solo un assaggio di quel che potranno riservarci i prossimi mesi non solo con il disegno di legge sicurezza, ma anche con l’arrivo di un più ampio pacchetto di norme sull’immigrazione e gli sbarchi (giornalisticamente evocate come “blocco navale”). È lì che troveranno posto le misure più complesse e controverse, che prima di entrare in vigore dovranno misurarsi con gli emendamenti e superare lo scoglio del voto finale in Parlamento.

Mentre a livello politico imperversa il dibattito sulla giustezza di queste misure (Stato di polizia o difesa del cittadino?), quello che l’opinione pubblica si domanda è, piuttosto, se saranno efficaci. Io temo che la risposta a questa domanda possa essere più negativa che positiva. E questo non perché le misure di cui si parla siano in sé sbagliate o inefficaci, ma per due ragioni molto più ampie e generali.

La prima ragione è che l’efficacia non dipende solo dalle leggi che il Parlamento voterà, ma anche da come si comporteranno le due opposizioni, ovvero le forze politiche di sinistra e i magistrati. La violenza nelle piazze è facilmente debellabile se tutte le forze politiche concorrono all’isolamento dei violenti, ma è inestirpabile se la sinistra si balocca con i distinguo e il compito viene scaricato su forze dell’ordine e servizi segreti. Quanto alla criminalità comune, responsabile di aggressioni, stupri, rapine,  furti, è impensabile contenerne l’avanzata finché tanti magistrati non attenuano la propensione  a minimizzare le sanzioni.

Ma supponiamo per un momento che le due opposizioni collaborino, che una grande manifestazione nazionale di tutti i partiti contro la violenza di piazza isoli e neutralizzi definitivamente i cosiddetti antagonisti, e che i magistrati comincino ad applicare la legge in un modo meno sbilanciato. Ebbene, avremmo risolto – o almeno mitigato – i nostri problemi di sicurezza?

Io penso di no, e qui veniamo alla mia seconda ragione di pessimismo. Ci sono problemi che né una maggiore “concordia anti-violenza” fra le forze politiche,  né una magistratura più equilibrata sono in grado di risolvere. Due su tutti, tra loro strettamente connessi: gli ingressi irregolari via mare e via terra, e il sovraffollamento delle carceri. Anzi, paradossalmente, proprio l’auspicabile maggiore rigore da parte dei magistrati avrebbe l’effetto perverso di aggravare la drammatica situazione delle carceri (che verosimilmente è fra le ragioni dell’indulgenza dei magistrati).

Ma andiamo avanti con le congetture, e immaginiamo che – nel giro di 5 anni – un piano di edilizia carceraria renda possibile ciò che buona parte dell’opinione pubblica auspica, e cioè che i colpevoli di gravi reati e i recidivi scontino le loro pene in carcere (la cosiddetta incapacitazione). Anche in quel caso avemmo un problema, anzi due. Il primo è la norma della riforma Cartabia che impedisce di perseguire d’ufficio (senza querela di parte) numerosi reati, dalla violenza privata al furto. Il secondo è l’assenza, nell’ordinamento italiano, di norme che penalizzino in modo adeguato la recidiva. Senza norme di questo tipo, lo Stato si rassegna a tollerare che vi siano persone che, pur ripetutamente individuate, restano ibere di esercitare una o più professioni di tipo criminale.

Resta infine la annosa questione degli sbarchi e dei rimpatri. È un problema che chiama in causa un po’ tutti – ministeri, forze di polizia, giudici – ma è aggravato dai pronunciamenti della corte di Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) avversi ai trasferimenti in Albania, e soprattutto dalla lentezza con cui procede l’entrata in vigore del nuovo Patto di Migrazione e Asilo.

Ecco perché sono pessimista. Il governo fa benissimo a mettere qualche toppa, ma mi pare che manchi, in molti, la consapevolezza che quello della sicurezza è un problema come quello del dissesto idrogeologico: la sua soluzione richiede anni di interventi, ed è impossibile senza la collaborazione di tutti.

[Articolo uscito sul Messaggero il 6 febbraio 2026]

Dopo gli scontri di Torino – Sinistra al bivio

5 Febbraio 2026 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

1. La sinistra non riesce a fare i conti con la sicurezza, che pure è sempre in testa tra le priorità degli elettori. Perché? Da cosa deriva questo bias?

Non sarei così drastico, per due ragioni. Innanzitutto, a non saper fare i conti con la sicurezza non è la sinistra come tale, ma la sinistra massimalista. La sinistra riformista talora ha saputo farli, quei conti (con i governi Renzi-Gentiloni, grazie al ministro Minniti), talora non ne è stata capace, anzi ha fatto disastri (ai tempi del primo governo Prodi, con l’indulto).

In secondo luogo c’è una parte della sinistra, ovvero i Cinque Stelle, che sulla sicurezza di aperture ne ha fatte e continua a farne spesso (con Chiara Appendino, ad esempio). Il loro giustizialismo, che in generale non mi piace, può anche condurre a scelte ragionevoli, come quella di ristabilire la procedibilità di ufficio per reati come violenza sessuale e furto, sciaguratamente abolita dalla riforma Cartabia.

Detto questo è vero, in generale, che un bias o tabù verso il tema della sicurezza fa parte della mentalità di sinistra. Ma le radici di questo tabù sono tanto ramificate quanto vaghe: buonismo, fiducia nella mitigazione del sistema penale,  garantismo a senso unico, giustificazionismo verso la criminalità comune (è sempre “colpa della società”).

E questo atteggiamento mentale, quasi un riflesso pavloviano, effettivamente riguarda la cultura di sinistra nel suo insieme, inclusa quella riformista. Non so se ricorda, ma nell’ultima campagna elettorale per le Politiche fu il moderato Enrico Letta a coniare, contro alcune ragionevoli idee di Giorgia Meloni, lo slogan “viva le devianze”.

2. Lei conosce bene Torino. Che cosa sta succedendo? Askatasuna è stato sottovalutato a lungo, ci sembra… 

Sottovalutato, dopo decenni di illegalità? No, fu valutato esattamente, ma accettato in nome di una precisa visione politica. Perfettamente incarnata dal sindaco Pd Stefano Lo Russo, che in nome dell’inclusione non ha esitato a legittimare gli attivisti di Askatasuna. Che sono stati violenti sempre, prima, durante, e dopo le aperture del sindaco.

Che non si tratti di sottovalutazione, ma di valutazione esatta, del resto si capisce dal fatto che – anche dopo le devastazioni di qualche giorno fa – le valutazioni a sinistra non sono cambiate. Dopo l’ovvia condanna delle violenze, riparte la prevedibile filastrocca delle giustificazioni, spiegazioni, precisazioni, distinzioni più o meno sottili.

3. Quale sarebbe, professor Ricolfi, la sua soluzione per i cortei violenti? L’idea dell’indennizzo la convince? Il fermo preventivo è praticabile?

Nessuna delle misure di cui si parla è decisiva, e alcune sono pure discutibili. Ma ci sarebbe una misura che, da sola, avrebbe un effetto dirompente, e ridurrebbe quasi completamente il potere dei violenti.

4. Quale misura?

È semplice: una grande manifestazione nazionale, indetta da tutti i partiti che hanno a cuore la democrazia e la legalità, contro l’uso della violenza e della sopraffazione come armi politiche. Perché la realtà è che nessuna rete, neanche la più fine e ampia, potrà mai intrappolare tutti i pesci-delinquenti, ma il togliere loro l’acqua in cui nuotano basterebbe a neutralizzarli.

5. Meloni ha aperto a un decreto condiviso, ha chiesto larghe intese sulle nuove misure. Il centrosinistra appare restio, sbaglia?

Il centro-sinistra farebbe benissimo a dare una mano, anche egoisticamente. Perché – se vogliono ottenere la fiducia degli italiani – Schlein e Conte hanno più che mai bisogno di apparire credibili, e questa è una formidabile occasione.

6. Ucraina, ddl antisemitismo, sicurezza. Le prove di maturità, il centrosinistra, le sta fallendo tutte?

Dipende da che cosa intendiamo per passare una prova. Se il metro è riuscire a diventare una sinistra moderna, direi che non ci siamo: incertezze sull’Ucraina (e su Maduro), timidezza verso l’antisemitismo montante, indulgenza verso gli episodi di censura e sopraffazione nella università, confusione totale sul tema della sicurezza, sono tutti segnali di una sinistra che continua ad avere un deficit di maturità democratica.

Se però il metro è la possibilità di vincere le prossime elezioni politiche, i giochi sono molto più aperti. Nella mente dell’elettore medio l’Ucraina è un tema secondario, e l’antisemitismo non è fonte di preoccupazioni (anzi: un recente sondaggio di Mannheimer ha rivelato l’ampiezza e la profondità dei sentimenti antisemiti). Per l’elettore medio i temi importanti sono solo sicurezza, salari, sanità. E su questi temi la partita è ancora tutta da giocare. Dopo Askatasuna, Schlein ha un’ottima occasione per scegliere fra l’autolegittimazione e il suicidio politico.

(intervista rilasciata al Riformista, 4 febbraio 2026)

image_print
1 2 3 124
© Copyright Fondazione Hume - Tutti i diritti riservati - Privacy Policy