La frattura tra ragione e realtà 12 / (Dis)connessi da morire

3 Febbraio 2026 - di Paolo Musso

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C’è una cosa nella tragedia di Crans Montana che mi ha colpito in modo particolare: vedere che diversi ragazzi all’interno del locale quando è iniziato l’incendio, anziché correre subito fuori, si sono messi a filmarlo con i cellulari mentre continuavano a ballare, come se si trattasse di un effetto speciale o di una curiosità da mostrare agli amici.

Il fatto è stato così impressionante che stavolta l’hanno notato anche molti opinionisti, solitamente troppo persi nelle loro sofisticate teorie per guardare la volgare realtà. Nessuno però ha voluto approfondire, per paura di “colpevolizzare” i ragazzi morti o comunque di “profanarne” in qualche modo la memoria. Eppure, è un discorso che va fatto.

Questo, infatti, non è solo l’ennesimo caso in cui la disconnessione dal mondo reale causata dall’eccesso di connessione col mondo virtuale produce gravi danni o addirittura la morte. Stavolta c’è di più, perché fuggire davanti al fuoco è un istinto primordiale, profondamente radicato nella natura di tutti gli esseri senzienti.

Che molti ragazzi oggi rimangano apatici davanti agli stimoli esterni, che rinuncino a socializzare, che non capiscano l’importanza di studiare anziché farsi fare i compiti da ChatGPT, che fatichino a distinguere tra finzione e realtà per quel che riguarda il sesso, la violenza, il bullismo o la disonestà – tutto ciò è indubbiamente grave, ma ci si può ancora illudere che si possa rimediare insegnando loro a “usare bene” la tecnologia digitale.

Ma quando la disconnessione dalla realtà arriva al punto di anestetizzare addirittura l’atavica paura del fuoco e l’istinto di conservazione, fattori così basilari per la sopravvivenza che li condividiamo perfino con gli animali, significa che l’alienazione da smartphone sta cominciando a modificare la nostra stessa biologia. E questa non è più una cosa che si possa risolvere solo a parole: non certo con i predicozzi o i “corsi di educazione a…” che infestano la scuola (https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-6-distruggere-la-scuola-in-nome-della-rieducazione/), ma nemmeno con una autentica educazione, che pure è necessaria, ma non basta.

Come ha detto lo psicologo Alberto Pellai in un’intervista che gli ho fatto un anno fa a margine di una tavola rotonda tanto bella quanto inquietante (Social e intelligenza artificiale: non serve lo schermo per crescere smart, https://www.youtube.com/watch?v=Pt89jIehTCE): «Si può educare a gestire bene una dipendenza? La risposta è no: la dipendenza va curata, non può essere educata» (https://www.ilsussidiario.net/news/scienzscuola-non-cosi-smart-tutti-i-danni-dellinternet-precoce/2833991/). E per curare una dipendenza il primo passo è sempre l’astinenza da ciò che la causa: in questo caso, lo smartphone.

Ciò però non significa affatto colpevolizzare i nostri ragazzi perché lo usano troppo. Infatti, per dirla con una delle più grandi pensatrici del Novecento, Jessica Rabbit, “loro non sono cattivi, è che li disegnano così”. O meglio: è che li disegniamo così, perché questo è il mondo che noi gli abbiamo costruito.

Se vogliamo renderlo migliore, per loro e anche per noi, dobbiamo quindi innanzitutto capire che non sempre basta “usare bene” la tecnologia.

O, se preferite, che in certi casi usarla bene significa non usarla affatto.