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I potenziali consensi per il Futuro Nazionale di Vannacci

13 Febbraio 2026 - di Paolo Natale

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Come sempre, quando si affaccia alla ribalta una nuova forza politica, si vuole conoscere al più presto quanto potrà valere in termini di consenso elettorale, per iniziare a prefigurare un ipotetico parlamento futuro e le possibili alleanze tra questo novello partito e quelli già presenti nell’arena politica.

Le prime indagini demoscopiche, che testano il favore dei cittadini nei suoi confronti, restano ovviamente molto imprecise: gli elettori non sanno molto bene, e a volte non sanno per nulla, la materia su cui vengono interrogati. Rispondono giusto perché interrogati, un pochino superficialmente, magari per non sembrare digiuni di informazione. Ma le loro risposte aggregate, diffuse dai media, tendono a fornire i primi risultati del potenziale di quella nuova forza politica, creando talvolta false aspettative.

È capitato quindici anni orsono con Gianfranco Fini, reduce dal litigioso divorzio con Berlusconi (quel “che fai, mi cacci?” rimasto famoso), che uscì dal PdL e fondò un suo partito, Futuro e Libertà (FLI). I primi mesi successivi alla scissione, al FLI vennero accreditati consensi vicini al 4-5%, grazie ad una quota significativa di coloro che avevano votato Alleanza Nazionale prima della unificazione con Forza Italia. Ma alle successive elezioni amministrative e soprattutto alle politiche del 2013 il partito di Fini non arrivò nemmeno allo 0,5% dei voti, sciogliendosi dunque poco dopo e decretando la fine politica dello stesso Fini.

L’attuale situazione che riguarda Roberto Vannacci ha dei tratti simili a quella che ha caratterizzato il FLI di allora: rottura con il proprio partito di provenienza, accusato di non agire politicamente come aveva dichiarato di fare, e fondazione di una nuova formazione politica (Futuro Nazionale-Vannacci) per ora “indecisa” se stare dentro o fuori dal perimetro governativo, formazione che in Parlamento ha per ora l’appoggio di tre deputati.

Ma i cittadini, ci si chiede, cosa pensano di questa nuova forza della destra italiana? Le recenti indagini demoscopiche ci informano innanzitutto che il livello di conoscenza spontaneo di questi accadimenti è ristretto a non più del 25-30% della popolazione. Se sollecitati, gli intervistati dichiarano di prendere in considerazione Futuro Nazionale alle prossime consultazioni per un 10-15% del campione.

Infine, il dato che più sta a cuore ai politici tutti: quanto prenderebbe in termini di voti reali? E quanto toglierebbe alle attuali forze politiche? Qui, ovviamente, occorre andare con i piedi di piombo nel fornire qualche cifra attendibile. Scarsa conoscenza, come abbiamo visto, attesa di quali possano essere le mosse future di Vannacci: corsa autonoma o pungolo interno alla coalizione di centro-destra? Alternativa completa alla Lega o possibile coabitazione su alcuni punti?

Tanti punti interrogativi, che non permettono stime molto attendibili, ma che possono darci già un quadro di massima, con il rischio capitato al partito di Fini. Con una differenza: le elezioni nel suo caso avvennero ben tre anni dopo la nascita di FLI, mentre oggi sono molto più vicine, tra circa un anno. La cosa migliore per Vannacci sarebbe stata quella di attendere ancora qualche mese, per essere maggiormente a ridosso della consultazione elettorale.

Le profezie dei diversi Istituti di ricerca sul risultato di Futuro Nazionale si situano oggi tra un minimo del 2% ed un massimo di poco più del 4%. Diciamo 3%. Ma da dove provengono i suoi voti potenziali? Per quasi la metà da ex-elettori di Fratelli d’Italia, per un altro 25% dalla Lega e per il resto da astensionisti e altre forze politiche.

Con due possibili conseguenze: se Vannacci decidesse di correre separatamente, il quadro generale per il centro-destra non sarebbe positivo, perché perderebbe come abbiamo visto una buona fetta di consensi; se al contrario rimanesse all’interno della coalizione, non sarebbe invece negativo, quanto meno dal punto di vista meramente elettorale, perché amplierebbe la propria offerta politica anche ad una fascia di elettorato più simile alla destra estrema di Casa Pound o di Vox, che oggi non si identifica nel governo Meloni, troppo europeista.

Quest’ultima soluzione sarebbe peraltro politicamente piuttosto problematica poiché spingerebbe troppo in direzione di quella svolta sovranista che, in questi anni, Meloni ha cercato di evitare, per non inimicarsi i partner europei.

Un’altra opzione aperta, per l’attuale governo, per “rimpiazzare” i voti dei neo-Vannacciani, sarebbe quella di aprire al partito di Calenda, che attualmente vale più o meno quello di Vannacci. Una soluzione che spingerebbe la coalizione verso un’area più centrista, tagliando i ponti con le ali più nostalgiche, e che probabilmente le permetterebbe di vincere più facilmente le prossime elezioni politiche del 2027, oltre ad essere un buon viatico per arrivare ad un’alleanza più solida con i popolari europei.

Staremo a vedere gli sviluppi futuri, per capire meglio l’evoluzione di un centro-destra ancora in cerca della sua maturità politica.

Astuzie della dis-ragione – Quanti voti sposta Vannacci?

11 Febbraio 2026 - di Luca Ricolfi

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Non so se sia frutto del caso, o ci sia lo zampino di Matteo Renzi. Certo colpisce la perfetta coincidenza temporale: da due mesi si sono fatte più insistenti le voci di un’uscita del generale Vannacci dalla Lega (uscita poi effettivamente avvenuta), e nel medesimo brevissimo arco di tempo si è consumato il completo ribaltamento della linea politica dell’opposizione sulla sicurezza. Fino a pochi mesi fa spergiuravano che era tutta una percezione, e che quelli di destra erano “imprenditori della paura”. Da un paio di mesi spergiurano che la situazione è drammatica, la violenza è esplosa, i minorenni sono fuori controllo, gli sbarchi sono aumentati, i rimpatri ristagnano, e tutto questo perché la destra non sa governare, e ha clamorosamente tradito le promesse elettorali.

Credo non sfugga a nessuno il meraviglioso assist che la sinistra tutta – non so fino a che punto imbeccata dal machiavellico Renzi – ha fornito al Generale e alle sue ambizioni. Se il governo di destra ha fallito sulla sicurezza, è logico che gli elettori siano alla ricerca di qualcuno che faccia sul serio. E chi meglio di Vannacci può interpretare la parte del cattivo, visto lo scarso mordente del trio Salvini-Meloni-Tajani?

Renzi, abbastanza spudoratamente, considera Vannacci quel plus di consenso elettorale che Schlein, campasse cent’anni, non sarà mai in grado di fornire al centro-sinistra. Se il partito di Vannacci (denominato Futuro Nazionale) prende il 5%, argomentano Renzi e alcuni strateghi progressisti, Giorgia Meloni è spacciata, perché quei voti saranno sottratti soprattutto a Fratelli d’Italia e alla Lega, e con una potatura del 4 o 5% dei consensi elettorali alle destre di governo, il centro-sinistra può superare brillantemente il centro-destra.

In effetti, secondo l’ultima super-media dei sondaggi, il centro sinistra è al 44.7%, il centro-destra è al 48%, ed è aritmeticamente vero che, se togliamo al centro-destra il 4 o il 5%, i suoi consensi scendono al 43 o al 44%, un filo sotto il livello attuale dei consensi al centro-sinistra (44.7%). Un margine esilissimo per pronosticare, a oltre un anno dal voto, una vittoria del campo largo.

Sul senso politico (e il cinismo), di questo ragionamento si potrebbe molto discutere, ad esempio osservando che è ben triste che – al solo scopo di far prevalere la propria parte – si favorisca scientemente un imbarbarimento del clima politico, assecondando la nascita di una vera destra estrema, che già esiste in Germania (Alternative für Deutschland, di Alice Weidel), in Francia (Rassemblement National, di Marine Le Pen), nel Regno Unito (Reform UK, di Nigel Farage), ma per fortuna non ancora in Italia. Sono le “astuzie della dis-ragione”, forse direbbe Hegel.

Sul piano tecnico-sondaggistico, però, non posso non segnalare l’erroneità del ragionamento renziano, almeno finché i calcoli sono effettuati ipotizzando un consenso elettorale che resta al di sotto del 4 o 5% (nessun sondaggio, al momento, gli assegna di più).

Ebbene, intanto non è vero – come molti titoli di giornale hanno fatto credere – che Vannacci inciderebbe soprattutto sul consenso a Fratelli d’Italia. Il ragionamento non tiene conto del fatto che Fratelli d’Italia ha quasi il quadruplo dei consensi della Lega, e solo per questa semplice ragione potrebbe cedere leggermente più consensi di quanti ne dovrebbe cedere il partito di Salvini. Se si prendono in considerazione non il numero assoluto di voti perduti da FdI e Lega a favore di Futuro Nazionale ma le emorragie di voti dei due partiti fatto 100 il loro consenso attuale, le cifre rilevate dai sondaggi suggeriscono che, nel caso peggiore possibile per il centro-destra di governo (Vannacci al 4%), Fratelli d’Italia perderebbe circa il 3% dei suoi consensi e la Lega più del 10%.

Quanto all’indebolimento complessivo del centro-destra classico (senza Vannacci), si dimentica che – anche ipotizzando che Vannacci riesca a drenare il 4% dei consensi – la perdita per il centro-destra classico nel suo insieme sarebbe minima. Basandoci sui dati pubblicati dai sondaggi dei giorni scorsi, si può calcolare che Fratelli d’Italia passerebbe dall’attuale 29.9% al 29.0%, la Lega dall’8% al 7.2%, Forza Italia e Noi moderati potrebbero perdere un paio di decimali, passando dal 10.1% al 9,9%. In sintesi, il centro-destra nel suo insieme arretrerebbe dal 48% al 46.1%. Dunque ancora un punto e mezzo sopra l’attuale consenso del campo largo.

Dove stava l’errore? Fondamentalmente nel trascurare il fatto che, secondo gli stessi sondaggi dei giorni scorsi, solo metà dei voti di Vannacci arriverebbero dal centro-destra, mentre l’altra metà potrebbe arrivare dal non voto e soprattutto dalle cosiddette “Altre liste” che, lo ricordiamo, nelle ultime elezioni politiche avevano assorbito quasi il 7% dei consensi.

Senza contare un’incognita di cui avevo già parlato sulla Ragione qualche settimana fa, prima che Vannacci scendesse in campo: il fattore Calenda. Che potrebbe correre da solo, ma anche stringere un patto con un centro-destra “devannaccizzato”.

[articolo uscito sulla Ragione il 10 febbraio]

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