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Su Becchi, sul premio di maggioranza e, soprattutto, su Norberto Bobbio

24 Settembre 2026 - di Dino Cofrancesco

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Intervenendo sul tema Democrazia e premio di maggioranza il filosofo del diritto, Paolo Becchi, se la prende col «premio di maggioranza», a suo avviso «in contrasto con l’art. 48 (secondo comma) della Costituzione che afferma che ogni voto deve avere uguale valore». «La democrazia rappresentativa, scrive, si fonda su un principio molto semplice ‘una testa, un voto’. Questo significa non solo che ciascun cittadino ha un voto a disposizione, ma che il suo voto conta come qualsiasi altro voto, per l’esito delle elezioni». Il discorso è ineccepibile però proprio Becchi, uno dei maggiori esperti italiani di Hegel, dovrebbe sapere che la rappresentatività è un valore che fa capo alla forma di governo democratica ma che, accanto, se non al di sopra delle forme di governo, ci sono gli Stati, che debbono tener conto, se liberali, delle opinioni di tutti i cittadini ma non possono dimenticare che se la rappresentatività è un valore, la governabilità è poi, ciò che tiene unite le comunità politiche. «Tot capita, tot sententiae», sì, ma quando è in gioco la ‘salus rei publicae’, le opinioni, i pareri, le idee non possono venir messi tutti sullo stesso piano, col risultato di impedire, ritardare, o arrivare a decisioni pasticciate. Occorre che a deliberare sia la maggioranza degli eletti dal popolo sovrano e che la soluzione sia abbastanza rapida, coerente, corrispondente a un progetto politico che, se impegnativo, non può essere condiviso da tutti. Il problema aperto è come assicurarsi la formazione di una maggioranza determinata: e, storicamente, alcuni hanno ritenuto di potersi affidare al collegio uninominale (corretto dalla fissazione di un quorum), altri di potersi fidare del sistema proporzionale (corretto dalla soglia del 5% che non consentirebbe ai partiti che non l’abbiano raggiunta di ottenere un seggio parlamentare).

Non entro nel merito della legge elettorale voluta dal Governo Meloni ma vorrei ricordare due eventi storici. In Italia, com’è noto, il sistema proporzionale, unito al voto universale, fu un autentico disastro nel 1919 e tra le cause di una instabilità istituzionale che avrebbe spianato la strada al fascismo. Il premio di maggioranza, invece, proposto da Alcide De Gasperi, nel 1953, respinto (anche da alcune formazioni liberali) e ‘diffamato’ come ‘legge truffa’ non passò ma avrebbe potuto assicurare una stabilità da cui il paese, uscito diviso e stremato dalla guerra, avrebbe tratto non poco beneficio.

Uno dei più profondi analisti politici italiani del secondo dopoguerra, Giuseppe Maranini, nella sua magistrale Storia del potere in Italia 1848-1967, sosteneva – lo ricorda Sergio Romano – che «la legge proporzionale servì soprattutto agli apparati dei partiti ed ebbe l’effetto di trasformare l’Italia in una democrazia pseudoparlamentare dove le Camere registrano, con qualche sporadico dissenso, le decisioni concordate fra le segreterie delle maggiori forze politiche nazionali. Per spezzare l’egemonia dei partiti sul Paese occorrono ‘leggi elettorali che affranchino i parlamentari dalla dipendenza degli apparati’».

Becchi, stranamente, si richiama, per la sua tesi, all’autorità di Norberto Bobbio. Dico stranamente perché il filosofo del diritto e della politica torinese – a differenza di altri importanti teorici del Partito d’Azione da cui proveniva – fu sempre insensibile alla necessità di conferire un potere reale all’esecutivo, a garanzia della stabilità e della governabilità dello Stato; un potere reale reso possibile, in Francia, dalle riforme istituzionali di De Gaulle, che decise di abolire il sistema proporzionale (in vigore nella Quarta Repubblica), considerandolo «il principale responsabile della frammentazione politica, del proliferare di piccoli partiti e dell’estrema instabilità dei governi dell’epoca», e sostituendolo col sistema maggioritario uninominale a doppio turno».

In realtà, Bobbio era sostanzialmente estraneo, per formazione filosofica e culturale, alla democrazia nel senso dei suoi grandi teorici ottocenteschi (da Jules Michelet a Giuseppe Mazzini): il suo illuminismo, cartesiano ed egualitario, conosceva solo gli individui – titolari, per nascita, di diritti civili e politici – e i loro bisogni – i diritti sociali cui avrebbe dovuto provvedere lo stato liberalsocialista. Per lui, non solo la parola nazione ma, altresì, la parola popolo erano sospette, sapevano di prefatio ad faschismum: non esistono i popoli, esistono, appunto, solo gli individui hic et nunc le cui voci vanno ascoltate e considerate come uguali. Scriveva su ‘il Viesseux’– nell’articolo La Rivoluzione francese e i diritti dell’uomo (6 gennaio 1989) – «‘Popolo’ è un concetto ambiguo, di cui si sono servite anche tutte le dittature moderne. È un’astrazione talora ingannevole: quanta parte degli individui che vivano su un territorio il termine ‘popolo’ comprenda non è chiaro. […] Potrà sembrare ostico a chi non può pensare alla società se non come un organismo, ma, piaccia o non piaccia, la società democratica non è un corpo organico ma è una società di individui». Il principio ‘una testa, un voto’ indubbiamente si trova in linea con questo stile di pensiero così nettamente antiorganicista da non riconoscere che gli individui sono ‘persone’ reali e concrete, non esseri astraibili da famiglia, tradizioni, costumi,  e che ad essi potrebbe stare più  a cuore la salvaguardia del loro protetto spazio comunitario che non un conteggio di voti che li ponga – solo teoricamente, peraltro – tutti sullo stesso piano e indebolisca le risorse del potere preposto a  quella salvaguardia.

F.A. Hayek in Individualismo e ordine economico, contrappone lo pseudo-individualismo illuministico «che assume che la Ragione, con la R maiuscola, sia sempre completamente e ugualmente disponibile a tutti gli essere umani e che qualsiasi cosa che l’uomo abbia raggiunto sia soggetta al controllo della ragione individuale, essendone il risultato diretto», al vero individualismo liberale (di Burke, di Tocqueville) definito come  «‘approccio anti-razionalistico’, che considera l’uomo non come un essere estremamente razionale ed intelligente, ma come un essere molto irrazionale e fallibile, i cui errori individuali sono corretti solo nel corso di un processo sociale, e che punta a tirare fuori il meglio da un materiale alquanto imperfetto».

Con questi rilievi, non intendo certo perorare la causa del sistema uninominale o del ‘premio di maggioranza’ ma solo ricordare che, in questo dibattito storico e teorico, dovrebbe tenersi in somma considerazione il problema della governabilità che è affare di ragion politica non di ragion giuridica.

Personalmente credo che il sistema proporzionale abbia bisogno di grosse e sostanziali correzioni (che magari non saranno quelle che ha in mente il centro-destra). Nella Prima Repubblica, un partitino appena al disopra del 2%, poteva ottenere anche le più alte cariche di governo se sceglieva di schierarsi con la coalizione di centro piuttosto che con quella di sinistra. Ero tra quelli che non riuscivano a rassegnarsi al vantaggio conferito a piccole formazioni di essere il ‘peso determinante’ nella costituzione di un governo. Eppoi non ero affatto convinto che l’Italia di minoranza fosse l’Italia della ragione.

(22 Settembre 2026)

A proposito della nuova legge elettorale – Il miraggio della stabilità

19 Agosto 2026 - di Luca Ricolfi

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Fra meno di un mese riprende, al Senato, la discussione sulla nuova legge elettorale, che introduce una importante novità: il premio di maggioranza per la coalizione vincente. Un premio abbastanza cospicuo da assicurare una maggioranza in entrambi i rami del parlamento, ma che scatta solo se la coalizione vincente raggiunge la soglia del 42% in entrambi i rami del parlamento.

La ratio della nuova legge – non a caso battezzata “Stabilicum” – è chiara, ed è stata ben esplicitata da diversi esponenti della maggioranza: la cosa più importante non è chi vince, ma che – in Parlamento – il vincitore abbia i numeri per formare un governo stabile. L’alternativa da evitare non è che vincano “gli altri”, ma che non vinca nessuno, e nascano governi pasticciati e instabili, sottoposti ai ricatti di chiunque risulti decisivo per assicurare la maggioranza dei seggi in parlamento. In breve: la nuova legge nasce per evitare la palude, i governi tecnici, le larghe intese, eccetera.

Apparentemente, il ragionamento non fa una grinza. Ci sono due però grandi come una casa, tuttavia. Il primo è che la legge è scritta in modo tale da rendere particolarmente difficile il raggiungimento della soglia del 42%. Nel conteggio dei voti che concorrono al raggiungimento della soglia, infatti, sono escluse tutte le forze politiche che non superano lo sbarramento del 3%, eccetto la prima sotto-soglia. Allo stato attuale, ad esempio, sono a rischio di restare sotto-soglia Italia Viva, +Europa, Noi Moderati. E lo sarebbero pure Azione e il Partito Liberaldemocratico, ove decidessero di coalizzarsi con uno dei due schieramenti. Insomma: in ciascuna delle due coalizioni maggiori, c’è un solo posto per i piccolini.

Questo non è un problema per il centro-destra, sia che includa Vannacci, sia che lo escluda (solo Noi Moderati andrebbe sotto il 3%, e si salverebbe in quanto primo piccolino sotto-soglia).  Ma è un enorme problema (o una succulenta opportunità) per il Campo largo, dove i partitini sotto-soglia sono già 2 (Italia Viva e +Europa) e potrebbero diventare molti di più se i vari aspiranti “federatori” (Onorato, Ruffini, Sala, ecc.) avessero la malaugurata idea di presentare proprie liste. Molto meglio, per la coalizione di sinistra, un listone unico riformista, con Italia Viva, + Europa, e i vari aspiranti federatori, in modo da non disperdere voti (di qui la succulenta opportunità). Senza la gamba riformista, infatti, il centro-sinistra (Pd + Cinquestelle + Avs) è un pelo sotto il 42%, come del resto il centro-destra senza Vannacci. Insomma, entrambi gli schieramenti, per sperare di acciuffare il 42%, sembrano aver bisogno dei loro alleati più irrequieti e discussi (Vannacci a destra, i riformisti a sinistra).

E qui arriva il secondo però. Ammettiamo che almeno una delle due coalizioni, grazie all’apporto dei suoi “irrequieti”, raggiunga il 42%, e ottenga il premio di maggioranza. Ne risulterebbe un governo stabile?

In base all’esperienza storica della seconda Repubblica è lecito dubitarne. I governi di centro-sinistra guidati da Romano Prodi sono stati sempre terremotati dall’interno, una prima volta da sinistra (Bertinotti, 1998), una seconda volta dal centro (Mastella, 2008). Quanto ai governi di centro-destra, sono durati un’intera legislatura solo quando a guidarli sono stati leader forti e partiti coesi (Berlusconi nel 2001-2006, Meloni nel 2022-2026). Da questo punto di vista ben si comprende l’esitazione di Meloni a imbarcare Vannacci, ma anche quella di Schlein e Conte a imbarcare Renzi e i suoi. La mina che fa esplodere un governo, infatti, può venire dall’ala estrema della coalizione (Bertinotti, Vannacci), ma altrettanto da quella moderata (Mastella, Renzi).

Di qui il paradosso della nuova legge elettorale: il miraggio del premio di maggioranza induce ad allargare il perimetro delle coalizioni, ma l’ingresso di forze non omogenee al resto della coalizione pone una seria ipoteca sulla durata del governo che verrà. Forse è il caso di prenderne atto: la stabilità è un valore, ma non c’è legge elettorale che possa garantirla.

[articolo uscito sul Messaggero il 18 agosto 2026]

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