A proposito di gender gap – Le ragazze e la matematica

16 Dicembre 2023 - di Luca Ricolfi

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Non è la prima volta che, da quando esistono i test internazionali PISA sul livello degli apprendimenti degli studenti, viene denunciato il gender gap in matematica, ossia il fatto che il punteggio delle ragazze sia sistematicamente inferiore a quello dei ragazzi. Una denuncia che ha preso ulteriore vigore quest’anno, quando si è appreso che in nessun altro paese avanzato il gender gap è alto come in Italia. Legioni di commentatori e soprattutto commentatrici si sono esercitate a denunciare gli stereotipi di genere, i luoghi comuni, i pregiudizi che, convincendo le ragazze di non essere portate per la matematica, alimenterebbero vissuti di insicurezza, ne aumenterebbero l’ansia di fronte ai test, le convincerebbero ad evitare le carriere scientifiche (lauree STEM), e le indirizzerebbero verso percorsi di studio svalutati e alla fine poco gratificanti, come l’insegnamento.

Io trovo tutto questo abbastanza umiliante per le studentesse, e per le donne in generale. Alla radice di queste analisi vi è, infatti, una idea della donna come soggetto passivo, condizionabile, e in definitiva privo di autonomia. Una visione non nuova nelle scienze sociali, dove un’intera disciplina (la sociologia) è cresciuta nel segno della “concezione ultrasocializzata dell’uomo”, una teoria che sottolinea il potere dei condizionamenti dell’ambiente sociale, lasciando ben pochi gradi di libertà all’agire umano. Ma una visione nuovissima nell’accanimento con cui, forse anche sotto la spinta emotiva del dibattito sui femminicidi, si ostina a descrivere le giovani donne come vittime dell’educazione (patriarcale) ricevuta, incapaci di perseguire i propri interessi e di effettuare scelte veramente libere.

Se fossi una donna, non dico che mi sentirei offeso (sono già troppe, e troppo stupide, le ragioni per cui quotidianamente ci offendiamo), ma certo mi sentirei mal descritto, e trattato con poco rispetto. E questo per diverse ragioni.

Primo, è abbastanza umiliante che, ogniqualvolta una donna compie una scelta tradizionale, come sposarsi, avere figli, fare l’insegnante, lavorare part-time o non lavorare, scatti il pregiudizio per cui tale scelta sarebbe frutto di condizionamenti, a partire dai ruoli appresi nei primi anni di vita attraverso i giochi ricevuti, gli abiti indossati, i modelli trasmessi dalla famiglia. È vero, la sociologia – maschile e conservatrice – della tradizione funzionalista la mette proprio così, ma ci sono robuste evidenze che le cose possano stare diversamente, e che certe scelte delle donne spesso riflettano le loro genuine preferenze, in parte legate a ovvi fattori biologici (segnalo in particolare i lavori della sociologa Catherine Hakim sulle preferenze femminili). Un conto è battersi per rimuovere i vincoli (ad esempio la carenza di asili nido) che limitano la libertà delle donne, un conto è rappresentare la donna come una vittima-succube-marionetta, le cui credenze, preferenze e scelte di vita avverrebbero nel segno di pesanti condizionamenti culturali. Perché non si prende mai in considerazione l’ipotesi più semplice, e cioè che a tante donne certe attività, certe professioni, certe carriere (ad esempio quella politica), interessino meno che agli uomini?

Secondo, è strano che lo stigma dell’handicap, dell’inadeguatezza, e della necessità di ri-orientamento, sia riservato alle donne, e che i maschi ne siano sostanzialmente esenti. Perché drammatizziamo il gap in matematica, sfavorevole alle ragazze, e non diciamo nulla sul gap in lettura, in cui sono i ragazzi a essere molto indietro rispetto alle ragazze?

Ma direi di più: come mai nessuno tematizza il drammatico ritardo culturale globale dei maschi, che abbandonano gli studi prima delle ragazze, faticano a laurearsi, e hanno quasi sempre risultati di apprendimento inferiori? È forse perché i maschi non sono considerati una categoria protetta?

C’è anche una terza ragione, però, per cui – se fossi una donna – sarei molto arrabbiata. Ed è che nessuno ha preso in considerazione l’ipotesi che il nostro (di noi donne) handicap in matematica sia dovuto al fatto che né i test Pisa né i test Invalsi misurano davvero la capacità matematica, che è innanzitutto capacità di astrazione e deduzione.

Basta esaminare il contenuto (e il formato a quiz!) delle batterie di domande, per rendersi conto che misurano prevalentemente altre abilità, di tipo più pratico, tecnico, calcolistico. Se misurassero davvero l’abilità matematica, forse l’handicap sparirebbe.

Forse?

No, non “forse”, ma quasi certamente. Grazie al Ministero dell’Istruzione e del Merito ho potuto analizzare i dati degli esami di 3a media, e il risultato è sconcertante per i teorici del gender gap: il gap esiste, ma è a favore delle ragazze, che vanno meglio dei ragazzi in tutte le materie, compresa la matematica. E la superiorità in matematica si ripete regione per regione, a tutti i livelli della scala sociale, fra studenti italiani e stranieri, nelle scuole pubbliche e nelle scuole paritarie, negli scrutini e nell’esame finale di licenza media.

Possibile che gli insegnanti, che conoscono i loro allievi e li seguono lungo tutto l’anno, siano giudici meno capaci di un test computerizzato somministrato una volta soltanto?