Hume PageHume Page

La politica è donna?

12 Novembre 2025 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

A destra non c’è partita: nessun politico maschio ha un carisma anche lontanamente comparabile a quello di Giorgia Meloni. Ma a sinistra, come stanno le cose? Apparentemente la situazione è più equilibrata: Elly Schlein ha fatto fuori Bonaccini con le primarie, ma tutto il resto del centro-sinistra è dominato dai maschi: maschio è il capo dei cinque stelle, Giuseppe Conte; maschio è il leader dei Verdi Angelo Bonelli; maschio è il leader di sinistra italiana Nicola Fratoianni; maschi sono i leader del Terzo Polo Matteo Renzi e Carlo Calenda. Maschi, infine, sono quasi tutti i “grandi vecchi” – Franceschini, Bettini, Prodi, Bersani, Veltroni – che da dentro o da fuori ancora influenzano la vita del Partito Democratico.

Tutto questo fino a poco fa. Ora però il vento sta cambiando. Nel giro di pochissimo tempo la palude progressista è stata investita da un triplice ciclone femminile. A livello europeo, Pina PiciernoP, eletta nelle liste del Pd e vicepresidente del Parlamento Europeo, si è distinta – nell’ambito della sinistra italiana – come una delle voci più chiare e risolute nel sostegno all’Ucraina, in sintonia con il gruppo dei socialisti europei ma in aperto dissenso con le direttive del Partito Democratico. È uno dei rari casi in cui una donna di sinistra si contrappone duramente e a viso aperto ai vertici del suo partito.

In Italia, invece, a sfidare l’establishment progressista hanno provveduto altre due giovani donne, Silvia Salis e Chiara Appendino. Eletta sindaco di Genova con il sostegno di Elly Schlein, Silvia Salis non ha atteso molto prima di lanciare – sia pure in modo alquanto obliquo – il suo guanto di sfida alla segretaria del Pd come candidata premier della coalizione di sinistra. Quanto a Chiara Appendino, è di pochi giorni fa una sua lettera a Libero in cui sferra un durissimo attacco a tutta la sinistra per la sua incapacità di affrontare il problema della sicurezza.

Le buone ragioni politiche delle due “ragazze terribili” sono più che comprensibili. A favore della renziana Silvia Salis gioca il fatto che, con una candidata premier sbilanciata a sinistra come Elly Schlein, le probabilità di battere Giorgia Meloni sono minime. E tuttavia colpisce la sua improvvisa, repentina popolarità, ovvero il fatto che a lei – con pochissima esperienza politica, e un passato di campionessa di lancio del martello – sia riuscito in pochi giorni quello che da oltre un anno non sta riuscendo a nessuno dei maschi, da Manfredi a Onorato, da Ruffini a Prodi, che vengono ripetutamente indicati come possibili federatori di un centro sinistra ampio e inclusivo. È come se l’essere donna, giovane, sportiva e di bell’aspetto fosse diventato sufficiente a bruciare tutte le tappe di una normale carriera politica.

Il caso di Appendino è diverso, perché il suo curriculum politico è molto più ricco, a partire dalla guida della città di Torino (dal 2016 al 2021), prima donna sindaco nella storia della città. Però anche qui colpisce il modo repentino con cui ha saputo mettere nell’angolo Giuseppe Conte, finora leader indiscusso del movimento Cinque Stelle. Le è bastato dimettersi da vicepresidente del movimento, e subito dopo mettere il dito nella piaga del centro-sinistra, accusato di avere rimosso il tema della sicurezza. Un problema che cova da tempo sotto le ceneri nel M5S, ma che Conte era riuscito abilmente a tenere nascosto persino in occasione dell’incontro-intervista di un anno fa con Sahra Wagenknecht, leader di un partito (la BSW) di sinistra ma chiaramente anti-migranti.

Non sappiamo se, alla fine, il triplice assalto di Picierno, Salis, Appendino all’establishment progressista sarà coronato da successo, e quale potrà essere alla fine il ruolo di Schlein. Ma se l’assalto dovesse riuscire, le prossime elezioni ci riserverebbero uno spettacolo inedito: lo scontro tutto al femminile fra una donna al comando – Giorgia Meloni – e un manipolo di donne che aspirano a prenderne il posto. Una novità assoluta in Italia, e forse non solo in Italia.

[articolo uscito sulla Ragione l’11 novembre 2025]

Follemente corretto (13) – Parentesi e intimidazioni

24 Gennaio 2023 - di fondazioneHume

In primo pianoSocietà

La parola ‘donna’ sta diventando incandescente. Se la usi, rischi di bruciarti. Specie se sei una donna. Ne sa qualcosa Joanne Rowling, l’autrice di Harry Potter, che nel 2020 si beccò ogni sorta di improperio (a partire da TERF: Trans Exclusionary Radical Feminist) per aver ironizzato sull’espressione “persone che hanno le mestruazioni”, usata per non pronunciare la parola ‘donna’, che agli occhi degli attivisti trans sarebbe escludente.

Da allora, l’uso della parola donna è diventato sempre più controverso: una parte del mondo femminista lo rivendica, ed esige che la parola sia riservata a chi è biologicamente di sesso femminile (e tale rimane), mentre una parte del mondo LGBT+ lo contesta, e pretende che si usino espressioni – come persona con le mestruazioni – che possono riferirsi anche a transessuali FtM (da femmina a maschio), che non si riconoscono come donne.

Ma non basta. Ultimamente, il termine donna è diventato controverso anche perché una parte del mondo LGBT+ contesta il cosiddetto binarismo, ossia la distinzione stessa fra maschi e femmine. Secondo questo modo di vedere, può risultare impossibile riconoscersi univocamente in uno dei due generi, e comunque gli “stati di genere” possibili, ossia i modi di autopercepirsi, sarebbero infiniti e cangianti nel tempo. Di qui la continua ricerca, nella pubblicità, sui media, nelle grandi corporation, di formulazioni inclusive, capaci di venire incontro alle suscettibilità di chiunque (salvo irritare chi non avesse speciali suscettibilità).

Poca attenzione, finora, è stata rivolta alle conseguenze che questa ossessiva vigilanza sugli usi della parola donna produce sulla qualità della scrittura delle donne stesse. Terrorizzate dalle guardie rosse della lingua corretta, timorose di incorrere in anatemi e scomuniche come quelle che hanno colpito la più celebre Rowling, molte giornaliste, studiose e scrittrici stanno perdendo la capacità di esporre limpidamente il loro pensiero.

Ed ecco che, in un articolo che parla d’altro, ci si sente in dovere di spiegare perché non si usa la schwa, che pure sarebbe una cosa bellissima e giustissima. Oppure ci si scusa di usare la parola donne, e si perde tempo con penose parentesi giustificatorie, piene di banalità.

Esempi?

Se ne potrebbero fare diversi, ma ne basta uno a illustrare il meccanismo.

Ecco tre parentesi, tutte inserite nel medesimo articolo di giornale, firmato da una nota studiosa di filosofia:

Vorrei tanto che le donne della mia generazione (anche se dire “le donne” non mi piace, è un’espressione che non ha senso, non esiste alcuna entità omogenea capace di riassumere le mille sfumature dell’esistenza femminile) bla-bla…

E se le donne (sebbene ritenga opportuno finirla con quest’opposizione binaria fra gli uomini e le donne) bla-bla…

Noi donne (anche se la genericità del temine non mi piace) bla bla…

Che cosa aggiungono le parentesi? La spaventosa banalità secondo cui qualsiasi termine generale – non solo le donne, ma anche gli uomini, i giovani, gli operai – non può che riferirsi a uno spettro di condizioni molto diverse? Qualcuno non lo sapeva già? E poi, perché ripetere tre volte che sì, uso l’espressione ‘le donne’, ma in realtà non la vorrei usare proprio?

La ragione è semplice. Si chiama “mettere le mani avanti”. Proteggersi dal rischio che una esponente del mondo LGBT+, ancora più follemente corretta dell’autrice dell’articolo, possa chiamarla sul banco degli imputati, chiedendole conto dell’uso troppo disinvolto della parola donne. Dietro le inutili parentesi ci sono due cose soltanto: il potere intimidatorio dei guardiani della lingua, la mancanza di libertà di chi scrive.

Ironia della sorte: il titolo dell’articolo è “meglio donne libere che donne di potere”.

image_print
© Copyright Fondazione Hume - Tutti i diritti riservati - Privacy Policy