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Verso le Politiche del 2027 – Nasce il partito liberaldemocratico?

8 Gennaio 2026 - di Luca Ricolfi

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Manca ormai solo un anno e mezzo alle elezioni politiche, che con ogni probabilità si svolgeranno nel mese di giugno del 2027. E tuttavia, al momento, mancano ancora del tutto i punti di riferimento fondamentali di quell’appuntamento. Non sappiamo se le tre riforme promesse dal centro destra – magistratura, premierato, autonomia – saranno state approvate, o rinviate al futuro. Non sappiamo se la legge elettorale verrà cambiata, e come. Non sappiamo quali saranno le alleanze dei partiti prima del voto, e neppure se ve ne saranno (un eventuale ritorno al proporzionale puro cancellerebbe la necessità di alleanze).

In compenso sappiamo perfettamente quali sono i rapporti di forza fra i due schieramenti principali, e qual è il consenso dei singoli partiti. Le recenti analisi dei sondaggi, infatti, restituiscono un quadro di immobilità perfetta che dura da almeno un anno. Fratelli d’Italia vicino al 30%, Pd al 22, Cinquestelle al 12. Forza Italia, Lega Avs fra il 6 e il 9%. Tutti i partitini, da Azione a Noi moderati, ampiamente sotto il 4%. Quanto ai due schieramenti, il centrodestra è al 48%, mentre la forza elettorale del centrosinistra è un rebus, perché tutto dipende dalle alleanze. La sinistra-sinistra (Pd+Avs) è appena al 28.6%, ma sale al 40.8% se includiamo il recalcitrante partito di Conte, e al 45% se includiamo anche Italia Viva e +Europa.

In breve: nella ipotesi più ottimistica per il centro-sinistra, ossia di un’alleanza che includa tutti eccetto Azione di Calenda, la somma aritmetica dei consensi al centro-sinistra (45%) non basta ad agganciare la coalizione di centro-destra (48%). L’aritmetica elettorale, dunque, non sembra favorevole all’opposizione, ma al tempo stesso rivela il ruolo potenzialmente determinante del partito di Calenda.

Dico “potenzialmente” per due motivi. Il primo è che al momento non sappiamo con che regole si voterà. E le regole di voto potrebbero aprire o chiudere spazi a un partito che ambisse a fungere da ago della bilancia, specie se il consenso che è in grado di raccogliere fosse prossimo alla (eventuale) soglia di sbarramento. Il secondo motivo di cautela è che non sappiamo ancora se ci sarà davvero un’offerta politica distinta da quella dei due poli di destra e sinistra, e come sarà composta. Attualmente l’unica formazione politica realmente autonoma considerata nei sondaggi è Azione di Calenda, accreditata del 3.5% dei consensi. Ma l’anno che si è appena concluso è stato caratterizzato anche, nel silenzio generale dei maggiori media, dalla nascita di due nuove formazioni politiche di ispirazione liberaldemocratica.

L’8 marzo scorso, quattro piccole realtà politico-cuturali – Orizzonti Liberali, Libdem, Nos, Liberal Forum – si sono fuse per dare vita al Partito liberaldemocratico, una formazione guidata da Luigi Morattin (ex Pd, uscito anche da Italia Viva).

Pochi mesi dopo il nuovo partito ha manifestato l’intenzione di presentarsi alle elezioni del 2027 alleato con Azione, anche se in forme tutte ancora da decidere.

Nello stesso periodo Michele Boldrin, che un anno prima aveva dato vita al movimento Drin Drin (e nel 2012 aveva aderito a Fare per fermare il declino, guidato da Oscar Giannino) fonda il partito Ora! che si colloca in una regione politica simile a quella che cercano di occupare Azione e il nascente Partito Liberaldemocratico.

Insomma, nel 2027 potrebbero essere in campo ben 3 formazioni di ispirazione liberal-riformista: Azione di Carlo Calenda, Partito liberaldemocratico di Lugi Marattin, Ora! di Michele Boldrin. Tutto sta a vedere se, avendo idee assai simili, saranno capaci di presentarsi unite, oppure, essendo formate da persone troppo intelligenti, finiranno come sempre per disperdersi e restare irrilevanti.

[articolo uscito sulla Ragione il 6 gennaio 2026]

Schlein e l’Albania

14 Luglio 2025 - di Luca Ricolfi

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Come pensa, Elly Schlein, di presentarsi alle prossime elezioni politiche? Mi sono fatto questa domanda qualche giorno fa, quando il Parlamento Europeo ha approvato la relazione sui rapporti con l’Albania, un paese che da oltre un decennio dialoga con l’Europa in vista di un futuro ingresso nella UE. In quella relazione c’era un passaggio delicato, nel quale il Paramento Europeo “riconosce la più stretta cooperazione tra l’Albania e l’Ue nella gestione dei flussi migratori e nei processi di controllo delle frontiere: in particolare attraverso la nuova strategia nazionale sulla migrazione per il 2024-2026 e la cooperazione con Frontex. E prende atto del memorandum d’intesa Italia-Albania”.

Ebbene, è bastato l’accenno al controllo delle frontiere, ma soprattutto al memorandum Italia-Albania, per far scattare il voto contrario dei parlamentari del Pd, che come si sa afferiscono al gruppo dei Socialisti e Democratici.

La relazione è stata approvata da tutti i gruppi politici europei, compresi i Socialisti e Democratici, con le sole eccezione della Sinistra, dei Verdi e, appunto, dei deputati italiani del gruppo dei Socialisti e Democratici. Un esito paradossale: la linea del governo italiano piace persino ai socialisti degli altri paesi, ma incontra la dura opposizione dei socialisti interni, i deputati del partito di Elly Schlein.

Questo episodio, in realtà, contiene due notizie distinte. La prima è che in Europa, sul fronte dell’immigrazione, qualcosa si sta muovendo. Già più di un anno fa, ben 15 paesi (più della metà dei pasi UE) avevano inviato alle autorità europee una lettera congiunta in cui si invocavano nuove soluzioni per la gestione dell’immigrazione irregolare in Europa. Fra loro anche paesi con premier progressista, come la Danimarca e la Polonia. E tutto fa pensare che, dopo le recenti elezioni tedesche, del gruppo possa far parte anche la Germania del cancelliere Merz. Ora il voto del Parlamento europeo sulla “relazione Albania” non fa che mostrare che il fronte rigorista non solo si sta ampliando, ma è già maggioranza nel Parlamento Europeo. Il nuovo “Patto di migrazione e asilo”, che dovrebbe entrare in vigore l’estate prossima, non potrà che riflettere il nuovo clima politico, sempre più sensibile alle istanze italiane.

La seconda notizia è che il partito che Elly Schlein sta costruendo in Italia è qualcosa di completamente anomalo, che ha sempre meno a che fare con i partiti cugini del gruppo dei Socialisti e Democratici. Per la verità ce ne eravamo già accorti in passato, quando una parte dei deputati europei del Pd si era trovato a votare come la sinistra estrema, in dissenso con il proprio gruppo europeo. Ma allora ci era risultato più facile intenderne le ragioni: guerra e riarmo sono temi delicati e divisivi, un po’ come l’aborto e l’eutanasia. Si capisce perfettamente che un partito progressista e pacifista abbia le proprie esitazioni.

Qui invece no. Votare con la sinistra estrema sulle migrazioni significa fare una ben precisa scelta politica, che amplia enormemente il solco con la sinistra riformista. Significa dire: noi non solo siamo contro Renzi e il Jobs Act, come si è visto con i referendum della CGIL, ma siamo contro Minniti e il contrasto alle migrazioni irregolari, come si è visto con il voto europeo di qualche giorno fa.

Naturalmente si può obiettare che questa, per l’appunto, era la missione che Elly Schlein si era prefissa: rinnegare i governi riformisti Renzi e Gentiloni, e far capire all’elettorato che il Pd è cambiato davvero.

Se è così, e temo che sia proprio così, viene da chiedersi perché il Pd non cambi gruppo in Europa, ed entri in quello della sinistra, dove già lo aspettano i Cinque Stelle. Ma soprattutto sorge la domanda da cui siamo partiti: come pensa Elly Schlein di vincere le prossime elezioni politiche?

Mettersi di traverso a qualsiasi tentativo concreto di affrontare il problema dell’immigrazione irregolare, come l’accordo con l’Albania o il nuovo patto di migrazione e asilo, non può che portare nuovi consensi alla coalizione di centro-destra. Se vuole avere qualche chance di successo, il centro-sinistra ha un’unica strada: togliere il tema migratorio dal centro dello scontro politico accettando le buone ragioni dei conservatori, ormai comprese e in parte condivise dalla maggior parte dei partiti socialisti democratici. Come il voto del Parlamento Europeo sulla relazione Albania ha appena certificato.

[articolo uscito sul Messaggero il 13 luglio 2025]

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