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A proposito del piano Nordio – Più o meno carcere?

3 Febbraio 2026 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

Sono passati 13 anni da quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) condannò l’Italia per trattamenti “disumani e degradanti” a causa del sovraffollamento carcerario, ma le cose paiono tornate al punto di partenza. Oggi i detenuti sono circa 64 mila, circa 7500 in più di quanti erano alla fine del 2022, al momento dell’entrata in carica del governo Meloni. I posti effettivi in carcere sono circa 47 mila, con un tasso di sovraffollamento che supera il 135% (mediamente: 4 detenuti ogni 3 posti). In breve: mancano 17 mila posti, quasi il doppio di quelli che il “Piano carceri” (varato l’anno scorso) si ripropone di creare o attivare entro il 2027.

Inutile dire che, oggi come ieri, la situazione di molte carceri (per fortuna non di tutte) non è degna di un paese civile, come mostrano due indizi difficilmente equivocabili: l’alto numero di suicidi degli ultimi anni (80 nel 2025) e i risarcimenti dei detenuti cui il nostro paese è obbligato per violazione dell’articolo 3 della CEDU (“nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”).

Ma non si tratta solo di questo. La mancanza di spazi detentivi restringe gravemente l’estensione delle aree dedicate ad attività lavorative, sportive, culturali, ricreative o di cura. Un deficit amplificato dalle carenze di personale specializzato – psicologi, medici, educatori, assistenti sociali, mediatori culturali – tutte figure senza le quali diventa difficile rispettare l’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Sotto questo profilo sono benemerite, e degne di ogni attenzione, le denunce che da oltre 30 anni provengono dall’Associazione Antigone con i suoi resoconti della situazione delle carceri. Meno convincente, invece, appare l’ostilità di esponenti di Antigone e di alcune forze politiche a ogni progetto di ampliamento degli spazi di detenzione (come il recente piano carceri del ministro Nordio). L’idea che il carcere sia una misura-limite, da adottare solo in casi eccezionali, e che la lotta alla criminalità possa essere condotta avvalendosi quasi esclusivamente di misure alternative al carcere si scontra con alcune obiezioni notevoli.

Prima obiezione: il carcere non ha solo funzioni di deterrenza, punizione e rieducazione, ma anche di protezione della società, ovvero dei cittadini potenzialmente vittime di chi ha già commesso uno o più reati gravi. È quella che tecnicamente viene chiamata funzione di “incapacitazione”, ovvero rendere materialmente impossibile la commissione di altri delitti. Contrariamente a quanto credono di sapere i difensori della linea anti-carcere, non esiste alcuna prova statistica che i danni dell’incarcerazione (più recidiva domani) siano maggiori dei vantaggi dell’incapacitazione (meno reati subito). Tanto più se il confronto non viene effettuato usando come base la situazione carceraria presente (non priva di effetti criminogeni) ma usando come termine di riferimento un sistema carcerario riformato secondo il dettato costituzionale, con più spazi e più personale volto alla rieducazione. Da questo punto di vista l’opposizione all’aumento dei posti in carcere appare ben poco attenta alle esigenze materiali dei reclusi, che del sovraffollamento sono le prime vittime.

Seconda obiezione: mentre è verissimo che nelle carceri italiane ci sono troppi detenuti rispetto al numero di posti, non è vero che il numero di detenuti sia eccessivo in relazione alla popolazione. Il numero di detenuti ogni 100 mila abitanti dell’Italia (106) è sotto la media europea (116), e inferiore a quello di grandi paesi come Regno Unito, Francia, Spagna, Polonia. Solo la Germania, fra i maggiori paesi europei, ha meno detenuti per abitante di noi. Quanto ai grandi paesi extraeuropei di cultura occidentale, come Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, hanno tutti tassi di incarcerazione più elevati dei nostri.

Terza obiezione, forse la più importante: il confronto con i paesi europei più miti, in cui il tasso di incarcerazione è particolarmente basso. Se compariamo i tassi di criminalità dell’Italia con quelli dei 6 paesi europei a più bassa incarcerazione (Danimarca, Germania, Olanda, Norvegia, Finlandia, Islanda) invariabilmente osserviamo che in quel gruppo di paesi-modello furti, rapine, frodi, violenze sessuali, omicidi, femminicidi sono più e non meno diffusi che in Italia. Più in generale: nei paesi europei, tendenzialmente, il tasso medio di criminalità sale man mano che il tasso di incarcerazione scende.

È sufficiente a dimostrare che il carcere serve?

Ovviamente no, perché in questo campo non possono esistere prove assolute e definitive. Però ce n’è abbastanza per dubitare che quella della de-carcerazione possa  essere una strategia efficace.

Intervenire fin da subito sulla condizione dei detenuti, aumentando il personale addetto alla salute e alla rieducazione e favorendo i momenti di socialità interni al carcere, è urgente e doveroso (articolo 27 della Costituzione; sentenza n. 10/2024 della Corte Costituzionale), tanto più se si considera che il sollievo che potrà derivare da spazi meno angusti dovrà inevitabilmente attendere anni. Ma opporsi a un piano di edilizia carceraria volto a eliminare il sovraffollamento e garantire l’effettività delle pene è miope, perché la mancanza di posti finirebbe per danneggiare sia i detenuti  (che hanno diritto a più spazi) sia i comuni cittadini (che hanno diritto a maggiore sicurezza).

[articolo uscito sul Messaggero il 1° febbraio 2026]

Se 68 suicidi vi sembran pochi… – Sulla politica carceraria

13 Gennaio 2024 - di Luca Ricolfi

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Lunedì 1° gennaio 2024. L’anno nuovo inizia con un femminicidio, o meglio con l’uccisione di una donna (una definizione rigorosa e condivisa di femminicidio ancora non esiste). Otto giorni dopo, il 9 gennaio, i casi sono già saliti 6, quasi 1 al giorno. Se le cose andassero avanti a questo ritmo, alla fine dell’anno le donne uccise sarebbero circa 250, più del doppio di quelle (113) dell’anno appena terminato. Ma l’opinione pubblica, ultra-mobilitata per il caso di Giulia Cecchettin, è già in sonno.

Quello delle donne uccise non è l’unico tema su cui andiamo presto in sonno. Ci sono drammi su cui l’opinione pubblica, più che andare in sonno, è in letargo perpetuo. Il più clamoroso, probabilmente, è quello dei suicidi in carcere, l’ultimo dei quali risale a pochissimi giorni fa. Ogni tanto i quotidiani riferiscono di un caso, specie se ci sono indizi sufficienti a ipotizzare responsabilità penali nel comportamento di giudici, medici o personale carcerario. Ma raramente si tenta un bilancio o si apre una discussione.

Eppure i numeri, ormai, sono paragonabili a quelli delle donne uccise. Negli ultimi 30 anni, i suicidi in carcere sono stati quasi sempre dell’ordine di 1 alla settimana, quali che fossero i governi in carica, ma negli ultimi 6-7 anni hanno mostrato una inquietante tendenza all’aumento. Fino al 2017 la media era dell’ordine di 50 casi all’anno, ma negli ultimi anni è salita intorno a 65, con un picco di 84 casi (massino storico) nel 2022, regnante Draghi. Nell’ultimo anno i casi sono stati 68, il valore più alto degli ultimi 30 anni dopo quello del 2022.

Una differenza importante con le uccisioni di donne è che, nel confronto internazionale, la situazione dell’Italia è di gran lunga più grave sui suicidi in carcere che sulle uccisioni di donne. A livello europeo, ad esempio, siamo fra i paesi meno pericolosi in materia di femminicidi, ma fra i più insicuri in materia di suicidi in carcere (solo 5-6 paesi su 27, in particolare Francia e Portogallo, hanno valori nettamente peggiori dei nostri).

Ma c’è una seconda differenza importante fra il dramma dei femminicidi e quello dei suicidi in carcere, ed è che le cause dei femminicidi sono estremamente complesse, diffuse e difficili da decifrare in termini scientifici (anche se facilissime da denunciare in termini ideologici), mentre quelle dei suicidi in carcere sono chiarissime, ben localizzate, e proprio per questo relativamente neutralizzabili. Fra esse:  sovraffollamento carcerario (in forte aumento negli ultimi 2 anni), carenze di personale (guardie e operatori sociali), inadeguatezza delle strutture che dovrebbero occuparsi dei detenuti con problemi psichiatrici, insufficienza dei programmi di rieducazione, professionalizzazione e accompagnamento al lavoro.

La controprova ce la forniscono i paesi scandinavi, dove il tasso di suicidio della popolazione generale è ampiamente superiore al nostro, ma quello della popolazione carceraria è più basso: indizio evidente del fatto che trattamenti più umani possono incidere fortemente sui tassi di suicidio dei detenuti.

Come e perché si sia arrivati a questa situazione è abbastanza noto. Di fronte alle sacrosante e meritorie denunce della situazione carceraria da parte di associazioni e gruppi (Antigone, Ristretti Orizzonti, Nessuno tocchi Caino…), di fronte alla storica sentenza della Corte Europea di Strasburgo contro il sovraffollamento carcerario in Italia (2013), la maggior parte delle forze politiche hanno preferito puntare su amnistie, indulti, decreti svuota-carceri, misure alternative alla detenzione, depenalizzazioni, piuttosto che sostenere i costi di una umanizzazione delle carceri. È così che siamo arrivati alla situazione attuale, in cui le omissioni dei governi passati si vengono pericolosamente a sommare alle scelte securitarie del governo in carica.

Si può essere favorevoli o contrari alla linea attuale, che punta molte delle sue carte su moltiplicazione dei reati, inasprimento delle pene, misure di “incapacitazione” (mettere in condizione di non nuocere) verso gli autori dei crimini di maggiore allarme sociale, come risse, rapine, aggressioni, reiterati furti e borseggi. Ma, proprio perché la via imboccata dal nuovo esecutivo è securitaria, e inevitabilmente porterà a un aumento del numero di detenuti, credo che oggi meno che mai si possa chiudere gli occhi di fronte alla situazione delle carceri, di cui il dramma dei suicidi è il segnale.

Rendere, se non più sopportabile, almeno più umana la condizione di chi è in carcere, avrebbe dovuto essere uno degli imperativi categorici dei numerosi governi progressisti che si sono succeduti negli ultimi decenni. L’aver rimosso il problema non lo ha cancellato, ma lo ha consegnato al nuovo governo.

È paradossale, ma è così: della umanizzazione delle carceri dovrà occuparsi il governo di Giorgia Meloni.

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