Hume PageHume Page

Celebrities e politica – L’affaire Buttafuoco

13 Maggio 2026 - di Luca Ricolfi

In primo pianoPoliticaSocietà

Non faccio il retroscenista, quindi non ho la minima idea dell’intricato groviglio di giochi di potere, conflitti fra istituzioni, pressioni economiche, beghe personali, antipatie e rivalità di ogni tipo che, verosimilmente, stanno dietro le tormentate vicende della Biennale di Venezia. Né ho un’opinione personale sui meriti e (eventuali) demeriti dei due protagonisti della saga, il ministro della cultura Alessandro Giuli e il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. Insomma non faccio il tifo per l’uno o per l’altro.

Però la vicenda mi interessa per il valore universale del problema che solleva: ci sono ambiti della vita culturale che dovrebbero essere considerati zone protette, da cui la politica e le sue passioni hanno il dovere di tenersi alla larga?

Io penso di sì, e lo penso non solo riguardo all’arte in generale (musica, pittura, scultura, letteratura…), ma anche riguardo allo sport e alla scienza in senso proprio (matematica, fisica, chimica, ecc.). Per questo, dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina, mi è capitato di criticare l’esclusione degli atleti paralimpici russi e bielorussi dalle paralimpiadi del 2022, e al contrario di rallegrarmi del fatto che – nonostante quel conflitto – astronauti americani (NASA) e cosmonauti russi (Roscosmos) continuino a cooperare strettamente a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS). E ovviamente ho a suo tempo trovato assurdo che il Teatro La Scala annullasse ogni collaborazione con il maestro Valerij Gergiev , e ancor più che l’Università Bicocca di Milano  cancellasse un corso su Dostoevskij dello scrittore Paolo Nori.

Per me arte-sport-scienza dovrebbero restare enclave protette, in cui le persone si incontrano e si parlano nel completo rispetto reciproco. Questo lo penso per due ragioni distinte. La prima, indubbiamente un po’ romantica o idealista, è che ritengo che la causa della pace abbia tutto da guadagnare dall’esistenza di uno spazio sottratto all’odio. Ma c’è anche una ragione razionale, o realistica, che mi fa inclinare per le enclave protette, ed è che – non appena si pretende di stabilire chi può entrare e chi deve restare fuori – si va incontro a un problema insolubile: che decide che le ragioni di un paese sono valide e quelle di un altro non lo sono?

Il caso della Biennale di Venezia illustra il problema nel modo più chiaro possibile: c’è chi avrebbe voluto escludere i russi, ma non gli israeliani; c’è chi avrebbe voluto escludere gli israeliani, ma non i russi; c’è chi avrebbe voluto escluderli entrambi (la Giuria Internazionale); e c’è chi avrebbe volto ammetterli entrambi (Buttafuoco). Il punto essenziale è che ognuna di queste quattro posizioni ha robuste (ancorché discutibili) ragioni dalla propria parte. E il bello è che questa indeterminazione e polarizzazione dei giudizi affligge anche coloro che, in generale, la pensano allo stesso modo. Ne abbiamo avuto due riprove in questi giorni, che hanno visto – nel campo dei liberali – affrontarsi a singolar tenzone su Israele e Russia due studiosi come Corrado Ocone e Dino Cofrancesco, e due giornalisti come Claudio Cerasa (direttore del Foglio) e Nicola Porro (conduttore di Quarta Repubblica).

La ragione profonda di tutto ciò risiede in una circostanza tanto ovvia quanto ignorata dai più: nella maggior parte delle tragedie dell’umanità, prime fra tutte le guerre, quasi mai le ragioni stanno tutte da una parte, ma la maggior parte di noi si comporta come se invece fosse sempre possibile individuare una vittima (sostanzialmente innocente) e un colpevole (del tutto inescusabile). Ma questa operazione, di fissazione dei ruoli di vittima e colpevole, è possibile solo se chi pretende di compierla cancella o deforma una porzione rilevante dei fatti storici pertinenti, e lo fa con un’attitudine moralistico-ideologica, anziché con umiltà e spirito di ricerca della verità.

Di qui il triste destino delle manifestazioni culturali, anche di quelle in linea di principio meno esposte ai veleni della politica. Un destino di ingiustificate esclusioni, che penalizza artisti, sportivi, letterati, scienziati, di volta in volta messi alla porta per le loro appartenenze nazionali.

Si potrebbe pensare, sulla base di questa analisi, che in questa triste storia le uniche vittime siano, appunto, artisti, sportivi, letterati, scienziati, arbitrariamente vessati dagli arbitrî della politica. Ma anche questa conclusione sarebbe assai parziale. Non possiamo dimenticare che, da decenni, manifestazioni pubbliche di ogni tipo – dai festival del Cinema a quello di Sanremo – sono utilizzati come palchi per promuovere concezioni politiche, per posizionarsi in una battaglia culturale, per testimoniare a favore di cause più o meno giuste ma che nulla hanno a che fare con arte, scienza, sport. E che a questa folle corsa all’autopromozione spesso partecipano le stesse celebrities, non solo ospiti, conduttori, sponsor vari. Se oggi è tanto difficile proteggere le star dalle indebite ingerenze della politica, è anche perché – per troppo tempo – sono state loro stesse usare la politica come mezzo per brillare di più.

[articolo uscito sulla Ragione il 12 maggio 2026]

Il caso Venezi

16 Luglio 2023 - di Luca Ricolfi

In primo pianoSocietà

Marzo 2021. Beatrice Venezi, al Festival di Sanremo, dichiara che preferisce essere chiamata direttore d’orchestra (piuttosto che direttrice o direttora). Laura Boldrini, ex presidente della Camera, trova il tempo e la voglia di montare una polemica: la presa di posizione della Venezi “è un problema serio”, e “dimostra poca autostima”.

Che dire?

Se uno pensa a quanti e quali problemi veri ha l’Italia, viene il mal di mare a constatare che ci sia qualcuno, a sinistra, che pensa che il fatto di preferire direttore a direttrice costituisca un “problema serio”. Quanto alla scarsa autostima, vien da ridere: la Boldrini ha visto il curriculum della Venezi? Si è accorta che è la più giovane direttrice d’orchestra italiana?

Ma andiamo avanti. 10 luglio 2023, Beatrice Venezi, incorre nell’ira di 14 associazioni (sedicenti) democratiche e anti-fasciste francesi. Alla fine del 2023 dovrebbe dirigere l’orchestra filarmonica per i tradizionali balletti di Natale e per il concerto di Capodanno. Ma le associazioni democratiche e anti-fasciste non ci stanno, e lanciano una petizione in cui chiedono al sindaco di Nizza e al direttore generale dell’Opera Nice Côte d’Azur di annullare l’invito. Motivi: le idee politiche di Venezi, la sua partecipazione alla Convention di Fratelli d’Italia la primavera dell’anno scorso, il suo ruolo di consigliere del ministro della Cultura Sangiuliano.

Non è finita. Due giorni dopo, il 12 luglio, a Lucca si svolge il Summer Festival dedicato al centenario pucciniano. Venezi dirige l’orchestra e include fra i brani l’Inno a Roma di Puccini, scritto nel 1919, ma successivamente usato dal fascismo e dal Movimento Sociale Italiano. Per protesta, diversi membri del Comitato promotore delle celebrazioni pucciniane, fra cui alcuni sindaci e un presidente di provincia, disertano l’evento (peraltro dimenticandosi che il medesimo inno, cantato da Bocelli al Colosseo due anni fa, non aveva suscitato la benché minima protesta o contestazione).

Beatrice Venezi giustamente tiene il punto, e rivendica l’assoluta autonomia dell’arte rispetto alla politica (lo stesso, peraltro, dovrebbe valere per scienza, letteratura, sport). Respinge fermamente l’idea che un’opera o un autore possano essere cancellati per il solo fatto che sono piaciuti ai soggetti sbagliati. L’esempio di Richard Wagner è perfetto: non dovremmo più ascoltare la musica del grande compositore tedesco solo perché quella musica piaceva a Hitler?

Poi respinge l’accusa di essere neo-fascista, o che lo sia l’attuale governo. E accusa i suoi accusatori di misoginia, perché attaccano una giovane donna per le idee del padre (che era stato dirigente di Forza Nuova).

Tutto ineccepibile, ma forse manca qualcosa. Venezi è stata troppo soft. La petizione in cui si chiede di toglierle la direzione dei concerti di fine anno a causa delle sue idee politiche andrebbe considerata per quel che è: un incitamento a compiere un atto di discriminazione.

Sia nella Costituzione italiana (art. 3), sia nel diritto europeo (art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea; art. 14 della CEDU), le idee politiche sono indicate esplicitamente fra le ragioni sulla base delle quali è inammissibile effettuare discriminazioni.

Viste le cose da questa angolatura, diventa del tutto irrilevante stabilire quali siano le idee politiche di Beatrice Venezi. Perché il punto non sono le sue convinzioni, ma come mai, nel 2023, una parte della sinistra considera normale, anzi dovuto, discriminare una giovane donna a causa delle sue idee.

Non era, la lotta contro ogni discriminazione, uno dei cardini del politicamente corretto?

image_print
© Copyright Fondazione Hume - Tutti i diritti riservati - Privacy Policy