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La tempesta ligure. Il duello Bucci/Brambilla

17 Marzo 2026 - di Dino Cofrancesco

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Dai ferri corti il Presidente della Regione Liguria Marco Bucci e il Direttore del ‘Secolo XIX’ Michele Brambilla passano alle aule di Tribunale. Un tempo si sarebbero sfidati a duello ma da quando Ferruccio Macola ferì a morte, nel 1898, il leader dell’Estrema Sinistra Felice Cavallotti, la mania dei duelli di onore è andata decrescendo fino a scomparire. (Per la cronaca Macola si tolse la vita dodici anni dopo). Non entro nel merito della vicenda giacché non sarei imparziale: sono amico ed estimatore di Brambilla e non ho avuto mai l’occasione di incontrare Bucci. Però non posso non ricordare che ,in Italia ,il malcostume che induce i politici a mettere sotto accusa—e talora persino a minacciare– i giornali che pubblicano articoli poco graditi è antico. E diffuso sia a destra che a sinistra. Marcello Veneziani, un nemico giurato dell’agiografia di regime, in un articolo del 2020, pubblicato sulla ‘Verità’, Pertini l’impertinente, ricordava che Sandro Pertini <chiese di cacciare Massimo Fini dalla Rizzoli in seguito a un articolo su di lui che non gli era piaciuto. Così ne parlò lo stesso Fini: “Immediata rabbiosa telefonata al direttore della Domenica del Corriere Pierluigi Magnaschi, un gentleman dell’informazione, il quale ricoperto da una valanga di insulti cerca di barcamenarsi alludendo all’autonomia delle rubriche dei giornalisti, allo spirito un po’ da bastian contrario di Massimo Fini. Il “nostro” San Pertini gli latra minacciosamente: “Non credere di fare il furbo con me, imbecille!, chiamo il tuo padrone Agnelli e vediamo qui chi comanda!”>.

Bucci, stando alle chat pubblicate dal ‘Secolo XIX’ , si è ben guardato da toni così arroganti e intimidatori, limitandosi a protestare per il diverso trattamento riservato, al tempo delle elezioni amministrative comunali, dallo storico quotidiano genovese al candidato del centro-destra, Pietro Piciocchi, un giurista prestato alla politica, e alla candidata del centro-sinistra, Silvia Salis, dirigente sportiva ed ex martellista.. Non so se davvero il ‘Secolo XIX’ abbia dato più spazio al giurista o alla martellista: per stabilirlo dovrei disporre dei metodi e degli strumenti di indagine della Fondazione Hume o dell’Euromedia Research di Alessandra Ghisleri o dello staff di Riccardo Mannheimer. Forse il quotidiano—in passato, ovvero prima della direzione di Michele Brambilla, schierato decisamente a sinistra come altri del gruppo Gedi,’ La Stampa’, ’Repubblica’, etc. –non ha dato a molti genovesi  l’impressione   di essere un esempio convincente di par condicio.

La domanda da porsi, però, è un’altra :“aveva l’obbligo di esserlo?” Gli organi di stampa sono imprese di informazione che immettono sul mercato specifici prodotti culturali: ciascuno ha un pubblico di riferimento che cerca di conservare (e di ampliare), venendo incontro alle aspettative dei lettori. Certo nel codice professionale del giornalismo c’è il dovere di riferire i fatti, quelli graditi e  quelli sgraditi, come prescrive, nel film di George Seaton, Dieci in amore (1958), il navigato caporedattore, Jim Gannon (Clark Gable): sono tre le regole del buon giornalismo: fatti, fatti, fatti! Se si viola troppo il codice, però, scattano sanzioni non tribunalizie ma di edicola: il giornale si scredita e i lettori ne comprano un altro. E’ uno dei casi in cui può parlarsi –e ben a ragione–di ‘moralità del mercato’.

Tornando al ‘Secolo XIX’, può la Politica prescrivere una linea editoriale alla Stampa? Che quest’ultima venga definita ‘quarto potere’ non sta a significare la sua completa indipendenza da interferenze esterne  e il suo essere il bastione più sicuro della libertà politica di un popolo? Come scriveva Alexis de Tocqueville, quasi centottant’anni fa:< l’in­dipendenza della stampa è l’elemento capitale e, per cosi dire, costi­tutivo della libertà. Un popolo che vuole restare libero ha dunque il diritto di esigere che la si rispetti ad ogni costo>.

Se i politici non sono soddisfatti dal trattamento ad essi riservato da un giornale hanno un solo modo per farvi fronte: essere presenti su organi di stampa vicini alle loro idee e, soprattutto, favorire iniziative culturali, associazioni politiche capaci di ottenere un vasto seguito di massa che assicuri vendite certe al periodico disposto a pubblicizzarle.

Il fatto è che in molte regioni d’Italia, il centro-destra—di cui Marco Bucci è autorevole esponente—non investe un soldo bucato in tutto ciò che il vecchio Marx chiamava le ‘soprastrutture’. Per i partiti oggi al governo, come per i vecchi democristiani–almeno a livello locale: a livello nazionale le cose sono cambiate ma spesso in modo maldestro–, la presenza in un consiglio di amministrazione (di una banca, di un’impresa, di un gruppo editoriale, di un ente teatrale) conta più di una cattedra universitaria , degli enti e dei festival culturali –tutte cose che lasciano agli avversari che , peraltro, si sono mostrati ben capaci di servirsene per plasmare l’opinione pubblica. I politici del centro-destra non hanno tempo da perdere e, pertanto, preferiscono fare pressioni su ciò che già esiste in campo editoriale e massmediatico piuttosto che impegnarsi a trovare ‘vie nuove’ volte a incanalare un proprio pubblico di lettori e di sostenitori. Alle battaglie sui simboli sono del tutto indifferenti—da anni ho cercato invano di far dedicare a Genova una via o qualsiasi altro luogo pubblico al genovese, Vilfredo Pareto, uno dei più grandi sociologi del suo secolo e a Giovanni Ansaldo, il principe del giornalismo italiano del Novecento, genovese anche lui—ma ai giornalisti che li criticano o che li trascurano vorrebbero imporre una par condicio , d’accordo col direttore e con l’editore del periodico .Da buon liberale, preferisco un giornale collocato su una  sinistra che non è la mia  ma  indipendente, a un giornale “messo a norma” . Purché a tenerlo in vita siano i lettori effettivi e gli editori disposti a rimetterci del loro, non gli stanziamenti pubblici, come succede in Italia dove una parte infinitesima delle mie imposte va a giornali ispirati a ideologie che mi ripugnano in quanto nemiche della ‘società aperta’.

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Dino Cofrancesco
Dino Cofrancesco
Arce (FR), 15 novembre 1942 Laurea in Filosofia Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche, Università degli Studi di Genova.
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