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Dietro i saccheggi niente

28 Ottobre 2026 - di Luca Ricolfi

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La violenza è sempre condannabile, ma dobbiamo capire le motivazioni che le stanno dietro. Il ritornello echeggia dal 1968, ma raramente è stato ripetuto con tanta petulante frequenza come nell’ultima settimana.

E allora proviamoci, a capire le motivazioni. Una interessante inchiesta del Post rivela che “pochissimi hanno saputo spiegare ai giudici per che cosa si stava protestando” e “nessuno ha dato una motivazione politica al saccheggio”. C’è chi ha rubato perché voleva “provare emozioni”, chi ha preso parte agli eventi “per curiosità e spinto dall’entusiasmo”. Quasi tutti hanno cercato di filmare e condividere sui social le loro gesta, molti erano convinti che sarebbe stato punito solo chi rompeva le vetrine, non chi si limitava a rubare la merce.

Bene, e adesso che sappiamo le motivazioni?

Adesso che le sappiamo, sarebbe opportuno che chi si è chiesto che cosa ci fosse dietro i saccheggi, e si è risposto con la solita sfilza di “cause sociali” (bassi salari, scuole fatiscenti, affitti carissimi, periferie abbandonate, sanità allo sbando), ragioni culturali (“disagio giovanile”, “futuro rubato”), motivazioni politiche (eccidi di Gaza, riarmo europeo), cominciasse a separare le cose: infiniti e perfettamente legittimi possono essere i motivi alla base delle manifestazioni pacifiche di queste settimane, ma nessuno di essi può non dico giustificare, ma nemmeno spiegare l’ondata di saccheggi che ha travolto Milano e indotto il governo all’ennesimo giro di vite securitario. Dietro quella ondata non ci sono motivazioni o rivendicazioni, e vedercele significa solo proiettare le proprie credenze politiche su un fenomeno che di politico non ha avuto nulla. Un fenomeno che, a quanto sta emergendo in queste ore, è stato artificialmente costruito da un italiano di seconda generazione, super-integrato, super-istruito, super- privilegiato rispetto alla maggior parte dei coetanei che ha voluto mandare allo sbaraglio.

Il fatto di condannare la violenza ogni volta aggiungendo quel “ma”, quel “però”, sempre alla ricerca di eventuali buone ragioni, è pericoloso anche quando le buone ragioni ci sono. Anzi, è tanto più pericoloso quanto più le ragioni sono buone. È strano che il mondo progressista non se ne renda conto, eppure il rischio dovrebbe essere chiaro: se l’esercizio della violenza fa scattare la ricerca delle buone ragioni che potrebbero starle dietro, il messaggio che si invia è che la violenza paga, perché accende un faro sulle istanze dei violenti, reali o inesistenti che siano.

Non solo, ma più si dà retta a quelle istanze, più si lasciano in ombra quelle di chi protesta pacificamente, così accreditando l’idea che la violenza sia uno strumento  efficace. Un esito tanto più iniquo in una situazione in cui le risorse pubbliche sono limitatissime, e perciò ogni rivendicazione soddisfatta toglie spazio a tutte le altre.

Molto più ragionevole, e soprattutto molto più giusto, sarebbe che la politica – tutta la politica – capovolgesse lo schema che fin qui sembra averne guidato tanti protagonisti: il ricorso alla violenza non segnala affatto l’importanza, la meritorietà o la drammaticità di una causa, ma semmai la squalifica a fronte di tutte le cause che alla violenza rinunciano.

La democrazia è anche questo. Se lo dimentichiamo, ne abbiamo già cancellato la maggiore virtù: permetterci di far valere le nostre ragioni con la parola, la scrittura  e la piazza, senza ricorrere all’uso della forza.

[articolo uscito sul Messaggero il 26 ottobre 2026]

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Luca Ricolfi
Luca Ricolfi
Torino, 04 maggio 1950 Sociologo, insegna Analisi dei dati presso l'Università di Torino.
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