Hume PageHume Page

Abbiamo davvero pochi laureati?

21 Aprile 2026 - di Marco Seeber

In primo pianoSocietàSpeciale

In Italia è diffusa l’idea che il numero di laureati sia insufficiente. Ma è davvero così?

A sostegno di questa tesi si cita spesso il fatto che la quota di persone con un livello di istruzione elevato sia tra le più basse d’Europa. Tuttavia, questo confronto è in parte fuorviante: molti paesi europei raggiungono percentuali elevate affiancando alle università altre istituzioni di istruzione superiore, spesso a orientamento tecnico-professionale. Inoltre, non è detto che ciò che fa la maggioranza dei paesi rappresenti necessariamente la soluzione migliore, né in generale né per l’Italia.

Alcuni dati aiutano a inquadrare meglio la questione. In primo luogo, il divario con gli altri paesi europei si è quasi del tutto azzerato negli ultimi decenni. La figura sottostante riporta tre serie storiche: (i) immatricolati per anno, (ii) laureati per anno (triennali, a ciclo unico e del vecchio ordinamento) e (iii) numero di neo-diciottenni. Emergono alcuni trend di lungo periodo: nonostante il calo dei diciottenni per oltre quarant’anni, il numero di immatricolati è cresciuto o è rimasto stabile, grazie all’aumento progressivo del tasso di accesso. Oggi circa la metà dei diplomati si iscrive all’università, un valore in linea con la media europea. La quota di studenti che consegue una laurea si aggira intorno all’80%, mentre circa un terzo dei 25-34enni possiede un titolo universitario; questa percentuale è destinata a salire fino al 40%, allineandosi alla media europea.

Figura 1 – Evoluzione temporale nel numero di immatricolati, laureati e neo diciottenni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È utile interrogarsi sul «valore» generato dall’istruzione superiore. Da un lato, essa contribuisce ad accrescere le competenze — in senso ampio — producendo un beneficio evidente per la società e gli individui. Dall’altro, secondo la teoria economica, la laurea svolge anche una funzione di segnale: consente di individuare individui più capaci e motivati, ai quali affidare compiti più complessi e maggiori responsabilità.

Tuttavia, il titolo di studio è spesso richiesto come requisito formale o legale per l’accesso a determinate posizioni, non sempre con solide giustificazioni pratiche. In questi casi può trasformarsi in un costo per la collettività. Numerosi studiosi hanno infatti evidenziato fenomeni di «inflazione dei titoli dei studio» e «overqualification», per cui si investono risorse crescenti in una costosa “gara di titoli”, con effetti complessivamente assimilabili a un gioco a somma zero. Come osserva la filosofa Agnes Heller, nelle società moderne «si è assistito a una crescente tendenza a vincolare molti impieghi e posizioni lavorative al possesso di una laurea (…): diverse occupazioni oggi non possono essere esercitate senza tale requisito, benché questi titoli non dimostrino necessariamente una maggiore capacità. Molti giovani, hanno semplicemente bisogno di un pezzo di carta per essere assunti».

L’espansione dell’istruzione superiore può dipendere anche da una sottovalutazione dei suoi costi. Per lo Stato, uno studente universitario comporta una spesa annua di circa 8-10 mila euro, a cui si aggiungono 3-4 mila euro di mancato gettito fiscale. Dal punto di vista individuale, il costo include circa 1 mila euro di tasse e 12-15 mila euro di reddito non percepito. Nel complesso, il costo — pubblico e privato — di una laurea triennale si aggira intorno agli 80-90 mila euro, mentre con una laurea magistrale 130-150 mila euro. Non è scontato che i maggiori livelli di produttività associati al titolo riescano, nel corso della vita lavorativa, a compensare pienamente questo investimento, soprattutto nei casi in cui la laurea rappresenta soprattutto un requisito formale o legale.

La crescita del numero di laureati è stata a lungo un pilastro delle politiche dei paesi occidentali — e non solo — fondata sull’assunto che l’innalzamento del livello di istruzione sia una leva fondamentale per lo sviluppo economico. In questa visione vi è certamente un fondo di verità. Tuttavia, è plausibile che oltre una certa soglia si rischi di invertire il rapporto tra mezzi e fini, mettendo il carro davanti ai buoi.

Un’espansione dell’istruzione superiore non accompagnata da un’adeguata capacità del sistema produttivo di mettere a frutto competenze elevate può generare inefficienze sul piano collettivo — proprio come un motore non riesce a sfruttare efficacemente un eccesso di carburante — e frustrazione su quello individuale, spingendo molti giovani a cercare opportunità all’estero. In questo contesto è particolarmente preoccupante l’aumento del numero di giovani laureati che lasciano il Paese, quasi triplicato nell’arco di un decennio. Negli ultimi anni, i laureati hanno rappresentato oltre la metà degli emigrati in questa fascia d’età.

Figura 2- Movimenti migratori con l’estero dei giovani italiani laureati di 25-34 anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alla luce di questi dati, si può formulare un interrogativo controcorrente: il numero di studenti universitari e’ davvero insufficiente?

Il persistente fenomeno della “fuga dei cervelli” segnala come insistere esclusivamente sull’aumento dei numeri – come fatto gli ultimi trent’anni – potrebbe non solo rivelarsi inefficace, ma persino contribuire ad aggravare il problema.

La figura 1, richiamata in precedenza, mostra come a partire dal 2028 il numero di neo-diciottenni sia destinato a diminuire di circa un terzo nell’arco di un decennio. È plausibile che anche le immatricolazioni tenderanno a ridursi, soprattutto nelle aree del Paese più colpite dall’emigrazione, a meno di un sensibile aumento della quota di diplomati che proseguono gli studi universitari. Ma non è detto che questa sia la direzione auspicabile. Al contrario, la contrazione demografica potrebbe rappresentare un’opportunità per ripensare almeno in parte il sistema: riducendo il carico didattico, migliorando e diversificando l’offerta e le istituzioni di istruzione superiore, direzionando maggiori risorse a ricerca e innovazione.

image_print


Marco Seeber
Marco Seeber
© Copyright Fondazione Hume - Tutti i diritti riservati - Privacy Policy
Abbiamo davvero pochi laureati?