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La Neolingua virale

7 Maggio 2021 - di Paolo Musso

In primo pianoSocietà

Nei miei precedenti articoli ho sottolineato più volte come nei paesi occidentali, Italia in testa, al di là della pessima gestione del virus ci sia stato anche un evidente tentativo di strumentalizzarlo a fini di potere, per rafforzare i partiti tradizionali, oggi quasi tutti in crisi, mettendo al tempo stesso all’angolo i movimenti antieuropeisti, in genere propensi a simpatizzare con le teorie complottiste e negazioniste.

Questo si può ottenere con vari metodi, ma il più efficace (e quindi il più pericoloso) resta sempre, come ci ha insegnato Orwell, il controllo del linguaggio. Di conseguenza, la creazione di una vera e propria Neolingua virale (nel doppio senso di ispirata al virus e di rapidissima diffusione) è un fenomeno estremamente preoccupante, che merita una attenta analisi.

Tale manipolazione è avvenuta ed avviene tuttora a vari livelli, il primo dei quali è rappresentato dall’uso della menzogna e della censura, che è stato particolarmente grave e diffuso soprattutto sotto il governo Conte, ma anche adesso non è certo finito. Solo per fare un esempio, proprio in questi giorni il Sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri ha dichiarato che la “mitica” app Immuni non è stata un «fallimento», ma “soltanto” una «delusione», dovuta (ça va sans dire) «all’attacco ingiustificato subito dal centrodestra», concludendo che «anche tracciando solo pochi contagi, Immuni resta utile» (La Stampa, 4 maggio 2021, p. 3). L’affermazione è semplicemente incredibile, dato che Immuni ha tracciato in totale poco più di 5000 contagi, cioè un numero assolutamente inutile o, più esattamente, ridicolo (più o meno quanti negli ultimi mesi di verificavano in sole 6 ore), il che le garantisce un posto di tutto riguardo nelle pur lunghissima hit parade di vergognosi fallimenti vantata (purtroppo) dal nostro paese. Tuttavia, di questo ho già parlato ampiamente nell’articolo Il virus dell’autoritarismo, pubblicato in questo stesso sito, a cui pertanto rimando.

Qui aggiungerò soltanto che sta diventando davvero preoccupante il fenomeno della censura dei “dissidenti” da parte dei social media, che in molti casi è giunta fino alla disattivazione dell’account. La cosa è già inaccettabile di per sé, ma lo diventa ancor più se consideriamo che si tratta di aziende private a scopo di lucro, che non hanno mai dimostrato di avere molto a cuore la verità e che, soprattutto, si assumono la responsabilità dei propri contenuti solo a intermittenza, cioè, in pratica, quando la pressione mediatica su un determinato tema è tale da mettere a rischio i loro introiti pubblicitari (un buon punto di riferimento per una riflessione al riguardo è l’articolo pubblicato su questo sito da Mark Bosshard qualche mese fa, quando il fenomeno non era ancora così grave.

La manipolazione del linguaggio in senso stretto, però, è qualcosa di più della semplice menzogna, perché riguarda il modo in cui la menzogna viene fatta passare, che è più sottile (e quindi più pericoloso) del semplice nascondere o negare la verità.

In realtà, la creazione di qualcosa di simile alla Neolingua di 1984 all’interno della nostra società si stava già verificando da diverso tempo, in parte per un processo spontaneo dovuto al progressivo imbarbarimento della società e in parte sotto la spinta di diverse istituzioni, tra cui in primo luogo le grandi burocrazie nazionali e, soprattutto, internazionali. Tuttavia, il virus ha dato un impulso formidabile a questo processo, non solo per le dinamiche che si sono create e di cui ora parleremo, ma anche perché l’esperienza dimostra che tale processo è molto favorito dalla comunicazione via Internet, che con la reclusione forzata a cui siamo stati sottoposti per oltre un anno è cresciuta esponenzialmente.

Un primo tipo di manipolazione è l’uso di termini tecnici di per sé del tutto “neutrali”, come “pandemia”, Covid-19”, “SARS-CoV2” e simili, come se fossero una sorta di “parola d’ordine”, che viene ripetuta (spesso senza neanche sapere cosa significa esattamente) solo per dimostrare la propria lealtà al sistema, come aveva magistralmente spiegato già nel 1978 Václav Havel, il più celebre dissidente della Cecoslovacchia, di cui poi divenne Presidente dopo la caduta del regime comunista: «Il direttore del negozio di verdura ha messo in vetrina, fra le cipolle e le carote, lo slogan: “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”. Perché l’ha fatto? Cosa voleva far sapere al mondo? […] Il motivo […] non è […] la speranza che qualcuno lo legga o l’idea di convincere qualcuno di qualcosa, ma quello di creare, insieme con migliaia di altri slogan, proprio quel panorama che tutti conoscono bene. Panorama che ha anch’esso il proprio significato occulto: ricorda all’uomo dove vive e cosa ci si aspetta da lui; gli comunica cosa fanno gli altri e cosa deve fare anche lui se non vuole essere escluso, cadere nell’isolamento, dividersi dalla società, violare le regole del gioco e rischiare quindi la perdita della propria tranquillità e della propria sicurezza» (Il potere dei senza potere, La Casa di Matriona – Itacalibri, Milano – Castel Bolognese, 2013, pp. 37 e 48). Non è forse una descrizione esattissima anche di ciò che sta accadendo oggi? È per questo che, come forse qualcuno avrà notato, io cerco il più possibile di evitare questi termini, preferendo altri più generici e di per sé meno precisi, come “epidemia”, “virus”, ecc.

La creazione della Neolingua in senso stretto inizia tuttavia solo con l’uso improprio o addirittura insensato di termini di uso comune o con la loro sostituzione con altri creati artificiosamente a tavolino. Per esempio, “distanza sociale” in italiano indica la distanza tra ricchi e poveri, mentre qui viene usata per indicare quella che andrebbe chiamata “distanza di sicurezza”. “Sanificare” o “igienizzare” non sono, a rigore, termini scorretti, ma sono comunque termini del burocratese che sostituiscono il più normale “disinfettare”, così come i termini DPI (“dispositivi di protezione individuale”) al posto di “mascherine” e “tute” e la famigerata DAD (“didattica a distanza”) al posto di teledidattica.

Questo potrebbe non sembrare ancora troppo grave, ma, come sempre Orwell ci ha magistralmente spiegato, per i creatori di Neolingue la sostituzione dei termini del linguaggio naturale con barbarismi creati a tavolino rappresenta di per sé stesso un progresso verso l’obiettivo del controllo totale, perché allontanare le persone dall’espressione naturale del loro pensiero significa allontanarle da sé stesse, confondendole e riducendo la loro capacità di pensare in modo autonomo.

Una riprova indiretta della correttezza della sua intuizione è rappresentata dall’esperienza della Università UCSS-Nopoki di Atalaya, nell’Amazzonia peruviana, con cui collaboro da molti anni, che è nata dall’idea che per preservare l’identità dei popoli amazzonici occorre in primo luogo preservare i loro linguaggi: la cosa sta funzionando, il che significa non solo che l’ipotesi è vera, ma che è vero anche l’inverso, cioè che distruggendo un linguaggio si distrugge anche l’identità del popolo che lo parla (tra parentesi, anche se non c’entra: prima o poi sarebbe il caso di cominciare a riflettere su quanto le differenze linguistiche pesino sulla difficoltà di creare una vera Unione Europea, in cui tutti sentano intimamente di appartenere a uno stesso popolo).

Comunque, l’ultimo e più preoccupane livello è quello in cui il cambio o l’uso improprio della terminologia portano con sé anche una distorsione o addirittura una falsificazione della realtà, il che con il Covid si è verificato con allarmante frequenza.

Comincio da un esempio che trovo particolarmente irritante, cioè l’uso della parola “ristori” al posto di “risarcimenti”, di cui distorce sottilmente il significato, comunicando subliminalmente l’idea che si tratti non di un atto dovuto che deve essere calibrato in base al danno subito, ma piuttosto di una generosa concessione che ha lo scopo, assai più limitato, di dare un po’ di respiro e la cui entità è decisa in base alla benevolenza del governo (il che, in effetti, era esattamente quel che Conte & C. avevano in mente).

Un altro esempio è l’uso di un linguaggio “militare”, che non solo è fuori luogo, ma spesso serve a giustificare comportamenti e provvedimenti in realtà assurdi. Si va dai paragoni con le guerre, tesi a suggerire che siamo di fronte a un’apocalisse (dimenticando che le malattie hanno sempre fatto molti più morti delle guerre: per esempio, senza Covid ogni anno in Italia muoiono 600.000 persone, quanto in tutta la Prima Guerra Mondiale) e che perciò “non dobbiamo dividerci e criticare” (il che nelle guerre vere ha senso, perché un esercito unito può vincere anche se non sta seguendo la strategia migliore, ma nella “guerra” al virus no), fino alla grottesca vicenda del “coprifuoco”, che in guerra significa innanzitutto spegnimento delle luci durante la notte (da cui il nome) per impedire di essere visti dagli aerei nemici, mentre qui è sinonimo di “divieto di uscire di notte”, il che non serve assolutamente a nulla, giacché le probabilità di contagio all’aria aperta è molto bassa (cfr. Ricolfi) e lo diventa ancor più di notte, quando il numero di persone in circolazione è in ogni caso molto inferiore, mentre danneggia tanto gravemente quanto insensatamente bar e ristoranti (qualcuno è mai stato in grado di spiegare in modo intelligibile perché cenare in un locale dovrebbe essere sicuro alle 21,59 e pericoloso alle 22,01?).

E con questo arriviamo all’aspetto in assoluto più pericoloso della Neolingua virale, ovvero all’uso di termini tecnici in senso distorto, in modo tale da determinare convinzioni e, di conseguenza, comportamenti errati.

Il primo di questi equivoci è senza dubbio relativo al concetto di “paese più colpito”, che viene sempre determinato in base al valore assoluto dei contagi e (meno frequentemente) dei morti, il che ha permesso di perpetuare per mesi delle vere e proprie leggende urbane, come quella che l’Italia avrebbe fatto meglio degli USA del “cattivo” Trump solo perché aveva meno morti in assoluto, ma con una popolazione 6,5 volte inferiore, per cui in rapporto ad essa ne ha sempre avuti di più. E l’esperienza non ha insegnato nulla, perché l’equivoco si sta ripetendo tale e quale in questi giorni con l’India: certo, 350.000 contagi e 3.500 morti al giorno fanno impressione, ma, considerando che la popolazione dell’India è 23 volte la nostra, in realtà i valori relativi sono addirittura inferiori ai nostri, anche se è vero che la nostra situazione è in sia pur faticoso miglioramento, mentre la loro è in rapido peggioramento, ma questo non giustifica che in tutti i giornali e telegiornali per l’India si parli di “catastrofe” e se ne ritenga responsabile il governo, mentre nulla del genere accade per l’Italia.

Segue a ruota l’equivoco relativo ai mitici “assembramenti”, che da sempre vengono indicati come la principale causa della diffusione del virus, il che ha portato il governo Conte e tutti gli altri che lo hanno stolidamente imitato a concentrarsi quasi esclusivamente sulle attività all’aperto e sui locali aperti al pubblico, in particolare quelli legati alla non meno mitica “movida” (che la maggior parte di coloro i quali oggi se ne riempiono continuamente la bocca prima non sapeva neanche cosa volesse dire).

Questa convinzione si è formata in gran parte per caso, a causa di uno di quei cortocircuiti politico-mediatici che fanno sì che certe idee buttate lì senza troppo riflettere si diffondano a tal punto da diventare dogmi indiscutibili prima ancora che si abbia il tempo di valutarle scientificamente. La cosa incredibile, però, è che in questo caso non c’era affatto bisogno di nuovi studi, giacché era chiarissimo fin dall’inizio che questa idea era completamente sbagliata, sia in base ai primi studi sui dati di Wuhan, forse l’unica cosa buona fatta dalla OMS in tutta questa disgraziata vicenda, sia, soprattutto, ragionando per analogia con altri virus simili, cosa che però nessuno ha fatto perché a causa del clima di terrore che si era creato nessuno voleva correre rischi (cfr. Dyani Lewis, Covid-19 rarely infects through surfaces. So why are we still deep cleaning?, “Nature”, 590, 26-28).

O meglio, nessuno tranne il sottoscritto: perché se c’è una cosa che davvero mi sento di rivendicare con orgoglio è proprio di aver detto fin dall’inizio che tutta questa fissazione sugli assembramenti era una solenne idiozia. Eppure, perfino adesso che finalmente si comincia ad ammetterlo non si chiede mai scusa per un errore così grave e clamoroso, che, deviando su strade sbagliate le strategie di contenimento, ha causato la morte di migliaia di persone che potevano essere salvate e la rovina di migliaia di locali che non c’era ragione di chiudere.

Perfino Antonella Viola, da sempre una delle scienziate più aprioristicamente schierate a difesa del governo, ha recentemente riconosciuto che «il rischio di contagio all’aperto, sappiamo che è bassissimo: circa 1 contagio ogni 1000 si verifica in queste condizioni, verosimilmente in presenza di assembramenti» (editoriale di La Stampa del 28 aprile 2021). Peccato però che l’illustre immunologa non spieghi perché fino (letteralmente) all’altro ieri non l’avesse mai detto, né perché diavolo abbia sempre difeso a spada tratta (e in parte difenda ancora: vedi coprifuoco) regole che, avendo come unico scopo quello di evitare i suddetti assembramenti, incidono sul contagio totale per appena lo 0,1%, cioè, in pratica, per nulla.

Altro esempio è l’uso dei termini “picco” e “ondata”. Il primo, infatti, suggerisce l’idea che ci sia qualcosa come un Gran Premio della Montagna al Giro d’Italia, che “sta lì” e che noi dobbiamo solo raggiungere e superare, dopodiché (e solo dopo) le cose inizieranno a migliorare. Anche il concetto di “ondata” suggerisce l’idea che l’epidemia sia un fenomeno naturale, in questo caso una specie di tsunami, le cui onde si formano indipendentemente da quel che facciamo e sono già in marcia verso di noi prima che le vediamo, per cui non possiamo far nulla per impedire che ci colpiscano, ma solo cercare di limitare i danni quando questo accadrà. Al contrario, le “ondate” di un’epidemia, così come i suoi “picchi”, non sono la causa delle nostre azioni, bensì il loro effetto: tant’è vero che in molti paesi non si è verificata o la prima o la seconda ondata e in alcuni addirittura nessuna delle due (cfr. Ricolfi, La notte delle ninfee).

Altrettanto fuorviante è il modo in cui in genere si parla della necessità di “rafforzare il sistema sanitario” per non farci più trovare “impreparati”, il che suggerisce irresistibilmente l’idea che si debbano assumere più medici e costruire più ospedali e più terapie intensive. Ora, in parte ciò può anche essere vero, ma in questo modo si evita di affrontare la domanda davvero importante: per che cosa, esattamente, dovremmo essere “preparati”?

Infatti, noi dovremmo innanzitutto prepararci per evitare che la prossima volta sia necessario avere più ospedali e più terapie intensive, il che si può ottenere solo adottando (finalmente) le giuste strategie di prevenzione e non rafforzando quelle sbagliate, tra cui vi è certamente l’aver puntato esclusivamente sulle cure ospedaliere, ignorando completamente o addirittura ostacolando quelle domiciliari (così come, ovviamente, le altre strategie di prevenzione di cui abbiamo parlato ripetutamente su questo sito).

È vero che si è parlato più volte di “potenziare la medicina territoriale”, ma, a parte il fatto che spesso ciò si è fatto per pure ragioni ideologiche, in polemica col sistema sanitario lombardo che risulta ancora indigesto a gran parte della nostra sinistra, ancora una volta questa terminologia suggerisce che il problema sia essenzialmente quello di assumere più medici di base. E ancora una volta bisogna rispondere che in parte ciò può anche essere vero, ma il vero problema è culturale, perché è da almeno vent’anni che i medici, salvo poche eccezioni, hanno smesso di andare a visitare i pazienti a casa, il che ovviamente spinge questi ultimi a rivolgersi sempre più spesso agli ospedali, anche quando non sarebbe necessario. Se non cambia innanzitutto la mentalità, più assunzioni serviranno solo ad avere più studi medici presenti sul territorio, ma non più pazienti assistiti adeguatamente a casa propria.

Altra affermazione estremamente fuorviante è che si deve poter “operare in sicurezza”, il che, per come viene detto, significa di fatto “a rischio zero”, che nel mondo reale semplicemente non esiste. Fermo restando che, come abbiamo più volte spiegato in questo sito e altrove, i danni più gravi sono stati causati da errori su come e quando chiudere e non su come e quando riaprire, non c’è dubbio che questa pretesa irragionevole abbia ritardato riaperture possibili, ma anche, paradossalmente, favorito riaperture a rischio, perché in ogni caso impedisce di ragionare lucidamente in termini di rapporto costi-benefici, cosa che richiede di aver chiaro che il costo non può mai essere zero.

Soprattutto, però, questo ha avuto gravi conseguenze rispetto alla medicina territoriale, di cui abbiamo appena parlato: perché se è vero che in molti casi ai medici di base non sono state fornite le protezioni adeguate, è altrettanto vero che, anche qualora le avessero, in nessun caso il rischio potrà essere azzerato. La verità è che, per quanti sforzi (giustamente) si facciano per renderla più sicura, la professione medica è intrinsecamente pericolosa e bisogna tornare a dirlo chiaramente, perché chi la sceglie dev’esserne consapevole, altrimenti sarà inevitabile che si tiri indietro proprio quando c’è più bisogno della sua opera. E lo stesso vale per i capi degli Ordini dei Medici, che è certamente giusto criticare per avere osteggiato anziché sostenuto quei pochi che visitavano i pazienti, ma un po’ vanno anche capiti, perché è difficile agire diversamente sapendo che non ti viene concesso il minimo margine di errore.

L’ultimo esempio che faccio (ma non certo l’ultimo possibile: individuare gli altri lo lascio come esercizio ai lettori) è quello del celeberrimo slogan “La salute vale più dei soldi”, a cui affianco l’affermazione, tanto cara al Ministro Speranza, per cui “bisogna smetterla di considerare la spesa per la Sanità come una spesa improduttiva”. Qui l’inganno sta nell’intendere il termine “improduttivo” come valutativo e non come meramente descrittivo. “Spesa improduttiva” significa infatti “che non produce utili” e in questo senso la spesa per la sanità è certamente improduttiva, anzi, è addirittura controproducente, poiché facendo vivere più a lungo le persone fa aumentare la spesa per le pensioni e facendone vivere molte con patologie croniche fa aumentare la stessa spesa sanitaria, in una spirale che tende a crescere indefinitamente.

Dire questo non significa però sostenere che tale spesa sia cattiva o superflua: significa solo riconoscere realisticamente che essa, diversamente da altre, non si finanzia da sola e che quindi se la si vuole aumentare lo Stato dovrà trovare altre fonti di introiti. La dura realtà, infatti, è che senza soldi non c’è neanche la salute, non solo perché le cure mediche costano (e molto), ma anche perché, come dimostra la storia, il benessere economico è in sé stesso la più efficace difesa della salute che esista. E poiché in ogni caso le risorse dello Stato non potranno mai essere infinite, ne segue che è giusto (in generale, non solo per il Covid) spendere tutto quel che è possibile per salvare più persone possibile, ma, appunto, solo ciò che è possibile senza arrivare al punto di mandare in bancarotta il paese: perché in un paese in bancarotta morirebbero molte più persone di quelle che potrà mai uccidere il virus.

P.S. Un esempio di spesa non improduttiva, cioè di investimento, è quella per l’Università, che porta dei ritorni già sul breve periodo (in termini di più bandi vinti e quindi di più fondi per la ricerca ottenuti) e ne porta ancor di più sul lungo periodo, grazie ai brevetti, alle applicazioni tecnologiche e al miglioramento del livello culturale medio del paese, il che a sua volta porta a miglioramenti un po’ dovunque. Il fatto che in genere si ritenga invece che quella per l’Università sia una spesa improduttiva e quella per la Sanità un investimento la dice lunga sul livello di confusione mentale in cui si trova la nostra società, anche senza bisogno che ci si metta Speranza a peggiorarlo.

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Paolo Musso
Paolo Musso
Roma, 13 novembre 1964. Professore associato di Filosofia Teoretica presso l'Università dell'Insubria (Varese-Como).
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