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Autoritarismo elettorale e balla spaziale

22 Aprile 2026 - di Dino Cofrancesco

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Vistodagenova

Sul forum on line di ‘Paradoxa’, la bella  rivista diretta da Laura Paoletti, Giuseppe Ieraci, scienziato politico dell’Università di Trieste, ha pubblicato un post , ‘Autoritarismo elettorale, Freedom House e ‘balle spaziali’, in cui, commentando la sconfitta di Victor Orban, ha rilevato che “nella tradizione procedurale, al centro della definizione di democrazia non starebbe ciò che i governanti fanno (o dovrebbero fare) ma semplicemente il modo come questi sono selezionati”. Il governo di Orban, pertanto, può dirsi ‘responsabile’, “nel senso minimo di un potere che periodicamente si sottopone alla competizione elettorale |…| Ha formulato politiche, le ha sottoposte all’elettorato, che le ha a lungo approvate  e infine rigettate”. Agli intellettuali di sinistra Orban non piaceva, come non piaceva a Ieraci, che non per questo ne condivide la delegittimazione:  il demos, nel loro stile di pensiero– lontano anni luce sia dal liberalismo che dalla democrazia–, è “un’entità sacrale portatrice di eticità”

e se non ha votato come auspicavano gli intellettuali progressisti,” ci dev’essere sotto qualche artificio” che trasforma il popolo , fulcro della democrazia, in ‘popolo bue’.

Ieraci ha visto  assai bene la metastasi ideologica annidata nella mente dell’intellighèntsia italiana (e, forse, non soltanto italiana), per la quale solo a sinistra si trovano  interessi e valori positivi  mentre, a  destra, albergano pulsioni tribali, qualunquismi, ignoranza, paure e fobie che ritardano la marcia del progresso. Opportunamente, nel post, ricorda il ‘fascismo eterno’ di Umberto Eco e il fascisto-metro di Michela Murgia. Purtroppo, la fascistizzazione di chi non la pensa come noi ormai è divenuto il ‘costume di casa’ di giornali, media, case editrici. Lo si è visto nel dibattito pubblico sulla ‘separazione delle carriere’ dove le ragioni del ‘sì’—alle quali si potevano contrapporre beninteso, e legittimamente, le ragioni del no—sono state liquidate come un attentato alla Costituzione e alla Resistenza antifascista.

Tutto questo, però, dimostra che la democrazia procedurale non basta, se manca una ‘comunità politica’, radicata nella storia e nelle tradizioni, che si riconosca in valori condivisi. E’ la lezione ignorata dei due più grandi storici italiani del secondo Novecento, Rosario Romeo e Renzo De Felice.

[articolo uscito su Giornale del Piemonte e della Liguria il 21 aprile]

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche, Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

Se gli intellettuali remano contro

11 Settembre 2025 - di Dino Cofrancesco

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Il nostro paese, in anni come questi di grande incertezza e di ‘perdita del centro’—non solo a livello internazionale—è sempre più caratterizzato da una forte delegittimazione degli avversari politici visti come pericoli per la democrazia. All’origine del mancato riconoscimento (e rispetto) reciproco dei protagonisti della politica italiana sta, a mio avviso, un debole senso dell’identità nazionale. Dove il patriottismo è forte e istintivo, le opposizioni cercano di conquistare il centro (ci si identifica, infatti,  con il ‘punto medio’ che riflette il modo di sentire della nazione). Dove il patriottismo è molto debole, la, battaglia di civiltà contro la barbarie. Il nesso nazione/ democrazia non è stato quasi mai al centro delle riflessioni degli studiosi della democrazia ma è di fondamentale importanza. In Italia, si può dire, non c’è scienziato politico al quale venga  in mente che tra i prerequisiti funzionali della democrazia liberale c’è una comunità che ne garantisce il buon funzionamento :a farlo rilevare si rischia essere etichettati a destra, una qualifica che si ritiene offensiva (chissà perché). Il richiamo alla comunità non si colloca sul piano destra/sinistra – che è il piano dei progetti politici, delle forme di governo, delle istituzioni – ma su quello del terreno storico su cui si erigono quelle istituzioni e quelle forme di governo. Gli intellettuali, che molto possono per creare un sentimento di comune identità e appartenenza, invece di assumersi il ruolo dei pompieri, che cercano di spegnere le fiamme delle passioni politiche, sembrano aver scelto la parte degli incendiari, fornitori di droghe ideologiche alle classi politiche. Da giovane restavo colpito dal realismo e dal buon senso di certi funzionari del PCI così lontani dal fanatismo e dalla cecità degli intellettuali ‘impegnati’, miei colleghi delle Facoltà umanistiche. Nulla è mutato da allora, a riconferma della estraneità della cultura politica italiana allo spirito del pluralismo. Pluralismo significa ritenere chi è in disaccordo con noi non un reprobo bensì un ‘compatriota’ che persegue il bene comune con strategie forse sbagliate ma che non per questo sono farina del diavolo.

Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche. Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it

[Pubblicato su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 9 settembre 2025]

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