Quando condannare non ha senso – Scelte tragiche
In primo pianoPoliticaSocietàNon so se è solo una mia impressione, ma mai come di questi tempi ho ascoltato tante, così frequenti, e così perentorie richieste di condannare qualcuno o qualcosa. A voler stare dietro alla pioggia di richieste che inonda quotidianamente i media, partiti e ministeri dovrebbero istituire uffici stampa appositi, attrezzati per incanalare il flusso delle intimazioni e rispondere a ciascuna di esse.
Il format della richiesta di condanna è spesso del tipo: o condanni “senza se e senza ma” il misfatto X, oppure di quel misfatto sei complice o corresponsabile. Ma ha senso questo gioco?
Talora sì. Ci sono situazioni nelle quali si può deplorare l’eccesso di richieste di condanna, ma la richiesta ha senso. Si tratta dei casi nei quali la richiesta avviene in nome di valori generalmente condivisi, ma di cui una delle parti politiche in causa non sembra preoccuparsi abbastanza. Per esempio: ha senso che, di fronte all’assalto alla CGIL (9 ottobre 2021), promosso da membri di una forza di estrema destra (Forza Nuova), la sinistra chieda alla destra di condannare quell’azione. La richiesta si basa sulla comune adesione ai valori della democrazia e della non violenza. Allo stesso modo, e per le medesime ragioni, ha senso che la destra chieda alla sinistra di condannare le violenze al corteo per Askatasuna, che pochi mesi fa hanno devastato Torino.
Queste richieste, se non diventano quotidiane e pretestuose, hanno senso perché richiamano al rispetto di valori condivisi, ma che una delle due parti accetta con qualche riserva mentale. È il caso, ad esempio, del mancato sgombero di Casa Pound (che imbarazza la destra), e delle decine di episodi di antifascismo militante, spesso diretti a impedire la libera manifestazione del pensiero (che imbarazzano la sinistra). La richiesta di condanna, in casi come questi, ha l’importante funzione di combattere il doppio standard, per cui certi comportamenti vengono stigmatizzati quando sono messi in atto dagli altri, ma tollerati o addirittura promossi se a metterli in atto è la nostra parte politica. Molto scivolosa, in particolare, è la prassi in base a cui violenza e prevaricazioni sono tollerate se messe in atto in nome di una (presunta) buona causa.
Fin qui, tutto bene. La richiesta di condanna è una sorta di check-up di democrazia, che serve a rassicurarci sul fatto che – sui valori primari: non violenza, libertà di espressione, libere elezioni – siamo tutti concordi. Possiamo dividerci su alcune scelte di fondo, ma le regole di base tengono, in quanto accettate dalla stragrande maggioranza dei cittadini.
C’è un caso, tuttavia, in cui la richesta di condanna è insensata, e anzi è pericolosa per la democrazia. Ed è quando si esige da tutti un posizionamento univoco in materie o situazioni che non lo consentono. Queste materie e situazioni, nelle scienze sociali, hanno ricevuto un nome preciso – tragic choices, o scelte tragiche – da quando due grandi giuristi americani, Guido Calabresi e Philip Bobbit, dedicarono loro un libro fondamentale. E dopo l’uscita di quel libro (nel 1978) hanno attirato l’attenzione di psicologi, filosofi, persino matematici, che si sono dedicati a studiare la logica delle situazioni in cui si sbaglia quale che sia la scelta che si compie.
L’archetipo di queste situazioni è ovviamente la tragedia greca, nella quale l’eroe è costretto a scegliere e qualsiasi scelta compia avrà conseguenze fatali per lui o per la sua gente; ma la circostanza interessante è che, secondo Calabresi e Bobbit, queste situazioni – nelle società moderne – sono destinate a moltiplicarsi. Le società moderne hanno un “eccesso di valori”, e proprio per questo sono sempre meno in grado di proteggere simultaneamente tutti i loro valori più profondi. Succede nella lotta al terrorismo (torturare un terrorista per evitare una strage imminente?), è successo con il Covid (limitare la libertà di movimento per proteggere la salute?), ma succede più che mai nelle relazioni internazionali, che pongono continuamente i decisori politici di fronte a scelte tragiche.
Hanno fatto bene la Nato (e D’Alema) a bombardare Belgrado per proteggere i musulmani in Kosovo? E che dire della destituzione a suon di bombe del dittatore Gheddafi? E degli interventi americani in Afghanistan e Iraq, che illusero per poi deluderle le donne di quei paesi? E la reazione di Israele ad Hamas? E il nostro tiepido sostegno all’Ucraina?
Sono tutte situazioni in cui, qualsiasi cosa si faccia, si paga un prezzo a qualche principio – la pace, la democrazia, la libertà di espressione, il diritto internazionale – ritenuto fondamentale. È del tutto naturale che ciascuno di noi, secondo la sua storia e la sua sensibilità, ritenga più prezioso un principio rispetto a un altro. E il caso dell’Iran è paradigmatico: anche lì non esiste una scelta che preservi tutti i valori in gioco.
Possiamo preferire che donne e studenti iraniani siano perseguitati dal regime, piuttosto che prenderci la briga di violare il diritto internazionale. Ma possiamo anche, come la maggior parte dei giovani iraniani in esilio, preferire la caduta di un regime sanguinario al mero rispetto del diritto internazionale. Possiamo sostenere la resistenza del popolo ucraino all’invasione russa, o abbandonarlo al suo destino in nome dei nostri nobili valori pacifisti. E così per tante altre questioni che ci pongono di fronte a dilemmi tragici, ossia tali che qualsiasi scelta compiamo è sbagliata.
Ecco perché, in queste situazioni, la richiesta di condannare una scelta altrui è illogica: quando sono in gioco due valori fondamentali, non c’è modo di stabilire quale è più importante dell’altro. Possiamo, quella scelta, non condividerla, criticarla, combatterla, ma senza mai dimenticare la sua natura: quando le scelte sono tragiche, non ci sono buoni e cattivi.
[articolo uscito sul Messaggero il 14 marzo 2026]


