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L’avanzata di AfD in Germania – Il problema non è solo l’Europa

21 Settembre 2026 - di Luca Ricolfi

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La travolgente vittoria di Alternative für Deutschland (AfD) alle elezioni in Sassonia-Anhalt (primo partito, con il 44% dei consensi) ha suscitato preoccupazione, timore, sconforto in Germania e nel resto d’Europa. Uno smarrimento che è diventato angoscia quando il conteggio dei seggi ha rivelato che, ove stringesse un’alleanza con la BSW di Sahra Wagenknecht (partito di sinistra ma anti-migranti), la AfD potrebbe tranquillamente insediarsi al governo di quel Land, situato nella ex Germania-Est.

Lo sconforto dei progressiti è comprensibile, ma controproducente: parlare di neo-nazismo, “onda nera”, “buio sopra Berlino” è la via maestra per non capire quel che è successo. Ma anche le reazioni dei conservatori, che danno buona parte della colpa alle politiche e alle non-politiche dell’establishment europeo, sono alquanto fuori bersaglio. Certo, si può osservare che l’autolesionismo dell’Europa viene da lontano, anzi da lontanissimo (Giulio Tremonti ne fece una diagnosi spietata ben 21 anni fa nel suo libro Rischi fatali), e che il green deal – con conseguente smantellamento accelerato dell’industria europea – ha dato il colpo di grazia. E tuttavia, a mio parere, addossare tutta la colpa all’Europa e alla sua classe dirigente, è un errore di prospettiva.

L’avanzata delle destre fa parte di un fenomeno molto più generale, in atto da decenni ma esploso a partire dalla grande crisi finanziaria del 2007-2008: l’ascesa dei populismi, di destra e di sinistra. Ci sono robuste evidenze empiriche secondo cui la miccia che fa decollare i consensi ai partiti populisti è la domanda di protezione che – implacabilmente – scatta nell’elettorato quando insicurezza economica e insicurezza sociale si combinano nel medesimo cocktail, come è successo sia negli anni della crisi finanziaria (2007-12) sia in quelli della guerra in Ucraina (2022-26).  Che poi le preoccupazioni economiche portino voti soprattutto ai partiti populisti di sinistra, e quelle sociali (paura della criminalità, dell’immigrazione e del terrorismo) ai partiti populisti di destra, è meno importante dell’elemento che hanno in comune: una drammatica, intensissima domanda di protezione (detto per inciso: il partito della Wagenknecht, un partito di sinistra anti-migranti, è la perfetta illustrazione della affinità e compatibilità fra i due tipi di domanda di protezione).

Ma torniamo alla classe dirigente europea, la cui mancanza di coesione, lungimiranza, e sensibilità politica non si sottolineerà mai abbastanza. Perché, nonostante tutto ciò, è fuorviante indicarla come la causa principale del disastro?

La ragione è relativamente semplice. Se l’avanzata delle destre cosiddette estreme o radicali è innanzitutto un aspetto del problema ben più ampio dell’avanzata dei populismi – e in particolare di quelli di destra – nel cuore delle democrazie occidentali, non possiamo non notare che tale avanzata avviene anche al di fuori dell’Unione Europea. I populisti sono vivi e vegeti (e non di rado al potere) negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Norvegia, in Svizzera. Se tutta o buona parte della colpa fosse dell’Europa, nei paesi che ne sono fuori il populismo avrebbe ben poco seguito.  E invece no, i partiti ostili all’immigrazione hanno un largo seguito in tutti e quattro quei paesi.

Questo significa una cosa soltanto: i problemi dell’immigrazione sono così ardui che (quasi) nessuno Stato democratico è in grado di gestirli in modo soddisfacente, nemmeno quando è libero (o si è liberato) dai vincoli europei. Possiamo rimproverare l’Europa, la sua corte di Giustizia, i suoi regolamenti, le sue norme iper-garantiste, di aver reso ancora più ardui i problemi posti dall’immigrazione. Ma non possiamo illuderci che, fuori dell’Europa, ciò che era difficilissimo diventi miracolosamente facile.

[articolo uscito sul Messaggero il 12 settembre 2026]

Europa spaventata – Il partito dei rimpatri

17 Febbraio 2025 - di Luca Ricolfi

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Fra una settimana si vota in Germania. Travolto dai dissidi interni e da una drammatica crisi di consenso, il governo Scholz affronta la prova elettorale nelle condizioni peggiori possibili: divisioni fra gli alleati della uscente “coalizione semaforo” (Spd, Verdi, Liberali), incertezze sulla guerra in Ucraina e i rapporti con Trump, polemiche per l’attentato dei giorni scorsi a Monaco di Baviera, lacerazioni sulla questione dei rimpatri forzati.

Secondo i sondaggi i socialdemocratici hanno perso 10 punti rispetto alle ultime elezioni (2021), Liberali e Verdi ne hanno persi quasi altri 10, il tutto a beneficio di tre formazioni fortemente ostili all’immigrazione irregolare: i popolari della CDU-CSU, in salita di circa 5 punti, il nuovo partito di sinistra anti-migranti di Sahra Wagenknecht (BSW), dato vicino al 5%, e soprattutto la temutissima AFD (Alternative für Deutschland) di Alice Weidel, che dovrebbe passare dal 10 al 21% dei consensi.

In queste condizioni prevedere che governo si formerà è impossibile per tre ordini di ragioni. Primo, la composizione del parlamento dipenderà in modo cruciale da quali partiti non passeranno la soglia di sbarramento del 5% (tre partiti piccoli ma importanti, ossia Liberali, Linke e BSW, rischiano di non farcela). Secondo, se la composizione riflettesse abbastanza fedelmente le risultanze dei sondaggi, il partito maggiore (la CDU-CSU) potrebbe, almeno sulla carta, dar luogo a tre diversi tipi di coalizioni, differenti tra loro innanzitutto per il grado di adesione alla politica dei rimpatri (remigration). In ordine di severità, dalla coalizione più blanda alla più ostile: alleanza con verdi e socialdemocratici, alleanza con socialdemocratici e BSW, alleanza con la sola Afd, In quest’ultimo caso cadrebbe il “muro spartifuoco” (brandmauer) che dalla fine della seconda guerra mondiale – non solo in Germania – ha sempre tenuto fuori del governo le formazioni di estrema destra, più o meno arbitrariamente tacciate di simpatie naziste.

Difficile pensare che l’attentato di Monaco (auto che piomba sulla folla, 28 feriti e un bimbo in fin di vita) non sospinga ulteriormente verso destra gli equilibri parlamentari. Nessun paese più della Germania, negli ultimi 12 mesi, è stato scosso da tanti attentati e aggressioni: un attentato analogo, ma ancora più grave (6 morti e 200 feriti) era avvenuto poco più di un anno fa a Magdeburgo. Da allora si sono susseguiti, con impressionante progressione, gli episodi di accoltellamento: Aschaffenberg (gennaio), Mannheim (maggio e giugno), Stoccarda (giugno), Wolmirstedt (giugno), Solingen (agosto). E, cosa fondamentale per comprendere lo stato d’animo dell’opinione pubblica, in tutti i casi precedenti l’attentatore era straniero, e talora più o meno connesso a terrorismo e islam. Di qui la stretta connessione, nella mente di in una parte cospicua dell’opinione pubblica, fra immigrazione irregolare, sicurezza, terrorismo, divenuti poco per volta fili di una matassa indistricabile.

Faccenda solo tedesca, che non ci riguarda?

In parte è così, per almeno due motivi. In primo luogo, il numero totale degli immigrati in Germania, dopo il “wir schaffen das” della Merkel nel 2015, ha assunto dimensioni abnormi, non eguagliate da nessun grande paese europeo (circa il 20%, il doppio che da noi). In secondo luogo, in Italia non esiste, anzi non è mai esistito, un partito di massa ostile all’immigrazione e confinato all’opposizione dalla conventio ad excludendum da parte di tutti gli altri partiti.

Per certi versi, invece, quel che accade in Germania non è una faccenda solo tedesca. La richiesta che gli immigrati irregolari, specie se commettono reati violenti, vengano prontamente rimpatriati come sta cercando di fare Trump negli Stati Uniti, attraversa l’intera Europa, ed è tutt’altro che marginale in Italia. Anzi, ho l’impressione che, specie nel mondo progressista, non ci si renda conto appieno di quanto quella richiesta sia estesa, intensa e trasversale. Per farcene un’idea, basta consultare i risultati di un recentissimo sondaggio Eumetra condotto da Renato Mannheimer. Fatto 100 il numero di persone che hanno preso posizione pro o contro i rimpatri, la percentuale di favorevoli alle espulsioni è del 65% in generale (quasi 2 italiani su 3), sale intorno all’80% fra gli operai e le persone con un basso titolo di studio, sfiora il 90% fra gli elettori di destra, ma è oltre il 50% persino in alcune forze di opposizione (Cinquestelle e Terzo polo). Quanto agli elettori del Pd, sono quasi 1 su 3 i favorevoli alle espulsioni di massa.

Di qui, per la sinistra, un’amara (quanto ovvia) verità: se vuole governare, in Italia come in Germania, non può continuare a eludere o minimizzare il problema dei migranti irregolari. Quel che le è riuscito in passato, vincere le elezioni senza prendere di petto il problema migratorio, non sembra più possibile nell’Europa spaventata di oggi.

[articolo uscito sul Messaggero il 16 febbraio 2025]

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