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Federalismo fiscale addio – Intervista a Luca Ricolfi

9 Febbraio 2023 - di fondazioneHume

Politica
  1. Il Sacco del Nord, Federalismo addio. Cosa è cambiato in Italia da quando ha scritto quel testo?

Impossibile dare una riposta rigorosa. Il sacco del Nord, che è una radiografia degli squilibri territoriali, è stato scritto nel 2009, e ha richiesto un anno di lavoro a tempo pieno a me a alle mie collaboratrici. Per aggiornare la radiografia, ci vorrebbe un altro anno di lavoro, che peraltro fotograferebbe la situazione del 2020, stante la lentezza con cui escono i dati necessari. Quindi le rispondo lo stesso, ma avverto che nessuno ha i dati e gli strumenti per dare una risposta circostanziata.

Bene, data la lentezza con cui si modificano gli squilibri territoriali, la cosa più probabile è che poco sia cambiato. Probabilmente, se potessimo aggiornare Il sacco del Nord, ritroveremmo squilibri simili.

1bis. E cioè?

Che il Nord stacca ogni anno un assegno di 50 miliardi (che nel frattempo saranno alquanto lievitati, causa inflazione) a favore delle regioni del Sud, ma anche di alcune regioni inefficienti del Centro e del Nord. E che quell’assegno, oltre a coprire l’eccesso di spesa pubblica corrente del Sud (che è “solo” di 12 miliardi), copre le inefficienze nella erogazione dei servizi (20 miliardi) e il mancato gettito fiscale (18 miliardi), dovuto all’abnorme tasso di evasione della maggior parte delle regioni meridionali.

La vera differenza rispetto al 2010, quando uscì il mio libro, è che mentre allora si poteva temere che la Lega avrebbe tradito il progetto federalista (un dubbio che espressi allora, perché gli indizi c’erano tutti), ora è evidente che alla Lega quel progetto non interessa più. Molti l’hanno dimenticato, ma secondo le promesse di allora, oggettivate nella legge 42 del 2009, il federalismo avrebbe dovuto decollare entro 5, massimo 10 anni. Qualcuno lo ha visto?

Del resto è stato il Parlamento stesso, nel 2019, a certificare che quella legge è rimasta largamente inattuata, nonostante i partiti che l’avevano proposta siano stati quasi sempre al governo.

  1. Ha sempre la stessa idea sull’Autonomia?

Sì e no. Penso, come pensavo allora, che – in teoria – il federalismo fiscale sarebbe un’ottima via per far ripartire la crescita, che in Italia è ferma da quasi 30 anni. Ma, a differenza di allora, penso che ormai sia troppo tardi e che i politici non abbiano la minima intenzione di attuare quel progetto. Il che si vede anche dalla domanda che lei mi ha posto: come mai mi parla di autonomia, dopo trent’anni di discorsi sul federalismo fiscale?

La ragione è semplice: il ceto politico attuale del federalismo fiscale se ne infischia, perché comporterebbe un costoso (elettoralmente) richiamo alla responsabilità dei territori, e preferisce assecondare la spinta del ceto politico locale ad espandere la propria sfera di intervento. E, di conseguenza, le proprie possibilità di acquistare consenso con la spesa pubblica e l’aumento dei propri poteri regolativi e autorizzativi. Un progetto politico che, giustamente, viene portato avanti in nome dell’autonomia, senza alcun riferimento al federalismo fiscale.

  1. La riforma proposta dal ministro Calderoli può funzionare?

Certo. Dal momento che non stabilisce nulla, nessuno può affermare che non funzionerà.

  1. Condivide le proteste dei governatori del Sud?

Le capisco, più che condividerle. È possibile che, nell’attuazione dell’Autonomia, i territori che più dissipano risorse e meno contribuiscano al gettito fiscale, possano essere costretti a subire qualche ridimensionamento. Ma secondo me lo scenario più verosimile è quello di un ulteriore aumento della spesa pubblica in tutti i territori, compresi quelli che dovrebbero ridurla.

  1. Sono legate probabilmente al fatto che ci sono Regioni che in questo particolare momento hanno maggiori difficoltà economiche rispetto ad altre?

No, sono legate alla consapevolezza che – con l’Autonomia – il paradigma vittimario con cui il Mezzogiorno ha finora negoziato il proprio rapporto con lo Stato centrale potrebbe subire un’incrinatura, perché la gestione della riscossione e dei servizi pubblici del Sud è indifendibile. E, prima o poi, quel paradigma potrebbe dover competere con il paradigma responsabilista di Dambisa Moyo, la coraggiosa scrittrice zambiana che – giusto nel 2009, anno in cui in Italia veniva approvata la legge 42 sul federalismo fiscale – pubblicava Dead Aid, il suo libro più famoso (La carità che uccide. Come gli aiuti dell’Occidente stanno devastando il Terzo mondo).

Una delle lezioni di quel libro è che gli aiuti ai territori sotto-sviluppati, se prolungati, privi di controllo e meccanismi di mercato, possono favorire la nascita di una classe politica inefficiente e priva di senso di responsabilità, con il risultato di bloccare lo sviluppo anziché promuoverlo.

  1. Si è parlato anche di macroregioni. Potrebbe essere la strada da seguire?

E’ la vecchia e saggia idea della Fondazione Agnelli, ma il ceto politico locale si opporrà con tutte le sue forze: macroregioni significa anche riduzione dei poteri dell’immensa rete di vassalli, valvassori e valvassini che si spartiscono il potere locale. Contrariamente a quanto sembra credere Bonaccini (e con lui tanti altri governatori e sindaci) gli amministratori locali – anche quando governano bene – sono una delle forze più ostili alla razionalizzazione e semplificazione della Pubblica Amministrazione.

  1. Altro tema il presidenzialismo. L’Italia è matura?

La maturità degli italiani è fuori discussione. E’ il ceto politico che non è maturo per varare una riforma delle regole del gioco senza mettere in primo piano gli interessi egoistici delle forze politiche coinvolte.

  1. Cambiando argomento, oggi tornano gli anarchici. Cosa sta succedendo nel Paese?

Sta succedendo che, come sempre, un piccolo problema gestibile (un terrorista che fa lo sciopero della fame) è stato trasformato in un grande problema ingestibile per la miopia delle forze politiche. E qui mi riferisco sia al duo Delmastro-Donzelli, sia al quartetto Orlando-Serracchiani-Verini-Lai.

  1. Considerando la crisi attuale, possiamo e dobbiamo temere qualcosa, considerando che più di qualcuno non condivide la linea troppo atlantista del governo, secondo i più assoggettata agli Stati Uniti?

Certo che dobbiamo temere qualcosa! Dobbiamo temere la terza guerra mondiale, che la classe politica occidentale sta rendendo ogni giorno più probabile. E questo non perché mandiamo armi all’Ucraina, ma perché – come ha spiegato nei giorni scorsi il generale Fabio Mini – non abbiamo alcuna ipotesi seria su come far terminare questa guerra. Non esiste un end state, un obiettivo finale che si cerca di raggiungere. Dire che l’unica soluzione è la resa della Russia, con il ritiro integrale dall’Ucraina, significa preferire il rischio di una guerra nucleare piuttosto che accettare un compromesso sui territori occupati. E il fatto che l’opinione pubblica sia poco preoccupata per la guerra è pericolosissimo, perché favorisce e alimenta l’irresponsabilità dei governanti. Zelensky a Sanremo è il simbolo perfetto di tutto ciò: l’orchestra europea continua a suonare mentre il Titanic affonda.

 

[intervista al quotidiano L’identità, 7 febbraio 2023]

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L. Ricolfi e staff Hume
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