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Una riflessione controcorrente sulla Prima Guerra Mondiale

30 novembre 2018 - di Dino Cofrancesco

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Negli articoli e saggi scritti durante gli anni della grande guerra, Max Weber, così giustificava lo scatenamento del conflitto da parte della Germania imperiale: «Un popolo di 70 milioni di abitanti, posto tra le potenze conquistatrici del mondo, aveva il dovere di diventare uno stato di grande potenza. Dovevamo essere una grande potenza, e per poter far sentire anche il nostro peso nelle grandi decisioni del mondo, dovevamo arrischiare questa guerra. Avremmo dovuto farlo anche se avessimo potuto temere di soccombere. L’imponeva l’onore del nostro patrimonio etnico-culturale. Non è in gioco solo la nostra esistenza. Solo l’equilibrio reciproco delle grandi potenze garantisce la libertà dei piccoli stati. Se non avessimo voluto arrischiare questa guerra, ebbene, allora avremmo potuto rinunziare alla creazione del Reich e avremmo potuto continuare ad esistere come un popolo di piccoli stati».

Oggi queste sembrano a noi «parole di colore oscuro». Se pensiamo all’inferno delle trincee—evocato in film come Orizzonti di gloria di S. Kubrick o La Grande guerra di M. Monicelli—alle devastazioni di territori un tempo fertili, alle vittime di strategie militari che sottovalutavano la potenza delle nuove tecnologie, alle lacerazioni sociali, morali e culturali di un  dopoguerra che vide la nascita di opposti totalitarismi e di movimenti politici radicali responsabili, col terrore, di carneficine quantitativamente ben superiori a quelle belliche, alla irrimediabile finis Europae e all’ascesa di Grandi Potenze extraeuropee, ci è difficile non dare ragione al Papa che, nel 1917, avrebbe voluto mettere fine all’«inutile strage». Sennonché, come ha avvertito Rosario Romeo, uno storico la cui altezza d’ingegno era pari soltanto alla sua probità morale, col metro di Benedetto XV, non si comprende il passato. In una visione ispirata all’assolutismo etico, non solo la Prima Guerra Mondiale ma «le rivoluzioni nazionali del ’48 e la stessa rivoluzione francese con le successive guerre napoleoniche, per non parlare delle guerre di religione o delle crociate», diventano inutili massacri. Anzi  l’intera vicenda umana finirebbe per «apparire assurda e grottesca: se a fermarci su questa strada non intervenisse il ricordo di quale somma di valori sta invece intrecciata a quel grottesco, e se non fosse doverosa una generale riserva metodica di fronte al patente anacronismo di giudizi  nei quali idea­li interessi e aspirazioni del nostro presente vengono as­sunti a criterio di valutazione di epoche e di uomini che  non li conobbero e che si mossero invece sulla scia di al­tri interessi aspirazioni ed ideali». L’unico scienziato politico italiano che si sia occupato dell’azzardo del 1915, Gian Enrico Rusconi, è arrivato a conclusioni non dissimili. «È tempo, ha scritto, di riprendere e rivisitare i paradigmi classici della politica’ e della guerra e di ripercorrere con essi il processo decisionale che ha portato l’Italia dentro alla ‘ca­tastrofe originaria’ del secolo passato — mentre poteva non entrarci o entrarci in altro modo. Per noi oggi è facile criticare la predominanza dei paradigmi dello ‘stato di potenza’ che influenzano il ceto dirigente italiano del 1915, soprattutto quando si esprimono in modo esclusivo nella dimensione militare. Ma non possiamo proiettare antistoricamente i nostri attuali criteri di giudizio etico-politico—che si sono formati proprio sulle esperienze negative di quel passato—in contesti politici che vanno giudicati secondo altri criteri.».

Riportandoci ai “contesti”, la “guerra civile europea” non nacque da impulsi irrazionali e tribali ma da logiche specifiche e tipiche del tempo, da un ‘gioco del potere’ finito in maniera catastrofica per vinti e per vincitori apprendisti stregoni incapaci di tenere sotto controllo un rischio che si voleva calcolato. Non pertanto le loro motivazioni erano campate in aria. E ciò valeva non solo per la Germania che, nel 1913, avendo superato come potenza industriale, l’Inghilterra, rimasta tuttavia signora degli Oceani, se ne sentiva il fiato sul collo ma anche per l’Italia. Come rilevò il principe della storiografia liberale britannica, George Macaulay Trevelyan, che aveva trascorso più di tre anni al fronte italiano: la nazionalità d’Italia era «incompleta, e la sua indipendenza politica minacciata». Perciò essa doveva unirsi alla guerra comune contro quella Potenza che, vincendo, avrebbe «distrutto la sua indipendenza e che da lungo tempo» aveva «minato con la pene­trazione pacifica le fondamenta della sua «nazionalità incompleta». Non a caso «gli idealisti della Penisola, quasi senza eccezione, divennero il partito della guerra, poiché videro nella guerra contro le Potenze Centrali l’unica via per salvare l’indipendenza, le tradizioni, l’anima della Patria».

Anche per l’Italia valeva la domanda: quale senso avrebbe avuto l’unificazione delle sue membra sparse se non si fosse tradotta nell’accesso al club di Stati che decidevano i destini del mondo? Protesa nel Mediterraneo, la penisola sarebbe rimasta terra di conquista per i paesi affacciati sul mare nostrum ¸tirata da una parte o dall’altra da quanti non avrebbero esitato a seminar zizzania e a resuscitare i vecchi “partiti” o, meglio i vecchi partigiani di questo o quel governo straniero.

È fuori di dubbio che l’Italia avrebbe avuto tutto da guadagnare senza il tuono dei cannoni di agosto, ma il fatto è che la conflagrazione era scoppiata e che si trattava per le sue classi dirigenti di decidere su quale piatto della bilancia porre il suo peso decisivo. Per Gaetano Salvemini, storico insigne e interventista convinto, la vittoria degli Imperi Centrali avrebbe ridotto il paese a stato vassallo e va ricordato che del suo avviso era gran parte della società civile colta.

Oggi ripeto quel mondo—eserciti, “peso determinante”, egemonie politiche, zone mediterranee d’influenza– ci è divenuto del tutto estraneo: abbiamo messo tanti fiori nei nostri cannoni da renderli irriconoscibili. E tuttavia, a ben riflettere, siamo diventati devoti della Dea Pace e della Dea Umanità perché non siamo più noi a dover sopportare il peso della difesa e degli armamenti né siamo più in grado di condizionare gli eventi e le relazioni internazionali. È come se la perdita netta di potere—dovuta alla catastrofe bellica—ci avesse privato della facoltà di intenderne la dura necessità. Una felice incoscienza in un sistema internazionale bipolare ma sempre più pericolosa nel mondo dei Trump, dei Putin, dei Xi Jinping, dei Ram Nath Kovind, leader di stati continentali oceanici che giocano oggi le partite che ieri furono mortali per la vecchia Europa.

Pubblicato su Il Giornale del 29 novembre 2018
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Dino Cofrancesco
Dino Cofrancesco
Arce (FR), 15 novembre 1942 Laurea in Filosofia Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche, Università degli Studi di Genova.
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