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Tasse, spese, debito: il triangolo aritmetico ineludibile del voto di marzo

31 dicembre 2017 - di Luca Ricolfi

Politica

Sciolte le Camere, fissata la data del voto (4 marzo 2018), siamo entrati in campagna elettorale anche ufficialmente. È il tempo delle promesse, o forse sarebbe meglio dire dei sogni, perché la maggior parte di quel che viene promesso è tanto meraviglioso quanto inattuabile.

Prima di volgersi alle promesse, allora, forse è meglio partire dalle premesse, e chiederci quali sono i problemi, o meglio i gruppi di problemi, che questa legislatura lascia aperti. A me pare che siano sostanzialmente tre.

Il primo (non necessariamente il più importante) è quello dei diritti, primo fra tutti quello della cittadinanza per gli stranieri. Pur avendo affrontato molti nodi (fine vita, unioni civili, caporalato, femminicidio, stalking, autismo), la XVII legislatura lascia completamente aperta la questione della cittadinanza italiana agli stranieri (i cosiddetti ius soli e ius culturae). Una questione su cui le opinioni sono divise, ma che andrà affrontata, anziché rimandata sine die per evitare conflitti.

Il secondo gruppo di problemi è quello delle riforme istituzionali. La vittoria del fronte del no al referendum del 4 dicembre 2016 ha bocciato (a mio parere non senza buone ragioni) la proposta di Renzi, ma non ha soppresso la necessità di ammodernare e correggere la Costituzione, un’esigenza peraltro più volte riconosciuta da esponenti del no. Un’esigenza, vale la pena sottolinearlo, che non riguarda solo i limiti del bicameralismo, ma anche il pessimo assetto dei rapporti fra Stato centrale ed Enti locali: il tipo di federalismo imposto dal centro-sinistra nel 2001 con la riforma del titolo V ha condotto sia a una dilatazione della spesa pubblica sia a un rallentamento dei processi decisionali. Dopo quasi vent’anni, è venuto il momento di correre ai ripari.

Ma il gruppo di problemi più importante è, a mio parere, il terzo, ovvero quello delle riforme economico-sociali. Qui non si può dire che nulla sia stato fatto in questa legislatura: 80 euro in busta paga, decontribuzione, Jobs-Act, (lieve) alleggerimento della pressione fiscale su alcune categorie. E tuttavia i problemi fondamentali del Paese sono ancora lì, tutti quanti: il tasso di crescita del Pil e il tasso di occupazione, pur in miglioramento grazie al Quantitative Easing e alla ripresa dell’economia europea, restano fra i più bassi d’Europa; il numero di famiglie che versano in condizione di povertà assoluta è in continuo aumento, anche negli ultimi anni; il debito pubblico resta fra i più alti del mondo, e non ha ancora iniziato a scendere.

Di fronte a questi nodi, tutti e tre i principali schieramenti avanzano le loro proposte per risollevare le sorti del Paese. In materia di lotta alla povertà e di sostegno del reddito si fronteggiano tre formule: reddito di cittadinanza (Cinque Stelle), reddito di inclusione (Pd), imposta negativa e aumento delle pensioni minime (Forza Italia). In materia di tasse, se lasciamo da parte l’estrema sinistra, sempre attratta dall’idea di “far piangere i ricchi”, tutti promettono riduzioni fiscali: flat tax al 15% (Lega), flat tax al 23% (Forza Italia), 30 miliardi di tasse in meno (Renzi), revisione delle aliquote Irpef a favore delle fasce dei contribuenti medio-basse (Cinque Stelle).

Se si prova a fare qualche addizione, non si arriva alle cifre denunciate da Renzi nei giorni scorsi, secondo cui il programma del centro-destra costerebbe 157 miliardi e quello dei Cinque Stelle 84, se non altro perché mancano troppi dettagli per fare calcoli attendibili. Però si arriva almeno a capire una cosa: che i conti non tornano, e non possono tornare.

Già nel 2018 l’Italia avrà il problema di disinnescare 20 miliardi di clausole di salvaguardia, ossia di minacciati aumenti dell’Iva. Ci sono poi gli impegni, già assunti con la Commissione europea, di mantenere l’indebitamento netto in prossimità dell’1.6%, un obiettivo che secondo alcuni potrebbe richiedere una manovra correttiva già nella primavera prossima, ovvero appena insediato il nuovo governo.

In una situazione del genere, il fatto che le varie forze in campo promettano di tutto, sia in termini di sussidi a poveri e pensionati, sia in termini di minori tasse, dimostra una cosa soltanto: che, sia pure in misura diversa, un po’ tutti stanno ignorando l’invito del Presidente della Repubblica a fare proposte “realistiche”. E invece quell’invito andrebbe preso molto sul serio. Perché almeno un punto dovrebbe essere chiaro: se vogliono essere una cosa seria, riduzione delle tasse e nuovi sussidi sono possibili solo aumentando ancora, e di molto, il debito pubblico. E, viceversa, se si vuole iniziare a ridurre il debito pubblico, o perlomeno a non farlo ancora aumentare, quelle promesse di nuove spese e minori tasse sono insostenibili.

La realtà è che le tasse, le spese e il debito sono i vertici di un triangolo aritmetico ineludibile: non si possono ottenere risultati su un punto senza pagare un prezzo sugli altri due. Chi lo nasconde, o finge che il problema non sussista, sta ingannando gli elettori. E forse non merita il nostro voto.

Articolo pubblicato da Il Messaggero il 30 dicembre 2017
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Luca Ricolfi
Luca Ricolfi
Torino, 04 maggio 1950 Sociologo, insegna Analisi dei dati presso l'Università di Torino.
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