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La grande ipocrisia

25 marzo 2019 - di Dino Cofrancesco

In primo pianoPolitica

Una caratteristica costante dell’antropologia culturale italica è la grande divisione tra le cose che si possono dire in pubblico (il sapere essoterico) e le cose che si possono dire solo in privato (il sapere esoterico). Quando si tratta di vicende personali tutto ciò può avere un senso: posso fare insinuazioni, tra amici, sull’infedeltà di una donna ma non posso sbandierarla ai quattro venti; a maggior ragione, se si sospetta che abbiano commesso reati nostri conoscenti o figure pubbliche.

 Non dovrebbe esserci invece, almeno in una società aperta, nessuna censura sulle opinioni politiche o sul modo in cui vediamo il passato. Certo chi riveste un ruolo pubblico—si tratti di governanti, di parlamentari, di giudici, di militari etc.—non può tessere l’elogio di un regime liberticida, fascista o comunista che sia, e se lo fa, è legittimo che lo si chiami a risponderne. Ma posto—e solo nei casi detti—il divieto di apologia della dittatura, non c’è nulla di più assurdo della censura che colpisce quanti, dopo aver premesso, che, per loro, la peggiore delle democrazie è preferibile alla migliore delle tirannidi, riconoscono realisticamente che queste ultime possono lasciare opere e istituti utili al paese. Specialmente quando—ed è il caso della recente intervista rilasciata da Antonio Tajani a ‘La Zanzara’ (Radio 24) —si tratta di verità acquisite (e ripetute) dalla stragrande maggioranza degli italiani. Che cosa ha detto, in sostanza, il Presidente del Parlamento europeo su Mussolini? Diamogli la parola:” “Fino a quando non ha dichiarato guerra al mondo intero seguendo Hitler, fino a quando non s’è fatto promotore delle leggi razziali, a parte la vicenda drammatica di Matteotti, ha fatto delle cose positive per realizzare infrastrutture nel nostro Paese, poi le bonifiche |…| si può non condividere il suo metodo. Io non sono fascista, non sono mai stato fascista e non condivido il suo pensiero politico però se bisogna essere onesti, ha fatto strade, ponti, edifici, impianti sportivi, ha bonificato tante parti della nostra Italia, l’istituto per la ricostruzione industriale”. Ed ha aggiunto, a scanso di equivoci, “Complessivamente non giudico positiva la sua azione di governo, però alcune cose sono state fatte. Le cose sbagliate sono gravissime: Matteotti, leggi razziali, guerra. Sono tutte cose inaccettabili”. In seguito, bersagliato da ogni parte, ha chiarito ulteriormente il suo pensiero: “La dittatura fascista, le sue leggi razziali, i morti che ha causato sono la pagina più buia della storia italiana ed europea”.

E’ finita lì? Neppure per sogno! Il capogruppo dei Socialisti e Democratici all’Europarlamento, Udo Bullman, ha chiesto, sommamente indignado, dei ‘chiarimenti’ ; Romano Prodi ha parlato di ‘affermazioni molto discutibili’; l’ANPI, che ha il monopolio della vigilanza antifascista, naturalmente, è subito insorta, seguita a ruota dal M5S la cui vocazione antitotalitaria è ben nota—come dimostra la piattaforma Rousseau!:v. le dichiarazioni del sottosegretario Stefano Buffagni e del  capogruppo M5S alla Camera Francesco D’Uva); Carlo Calenda ha  scritto che Tajani ha dimostrato “una notevole dose di ignoranza e una totale inadeguatezza a ricoprire” la sua carica. E non parliamo delle sparate retoriche del segretario di “più Europa”, Benedetto Della Vedova, del sindaco di Milano Beppe Sala, del sindaco di Parma, Federico Pizzarotti; e, soprattutto, della Sissco (Società Italiana per lo Studio della Storia contemporanea) che, quasi fosse il Centro Studi dell’Anpi, in sostanza, ha accusato sul povero Tajani “di avvalorare una lettura del tutto parziale del fascismo”

 Nel nostro paese ci sono sempre eroi che si rivoltano nella tomba, martiri che si sentono umiliati, cittadini onesti e coscienze integerrime che chiedono la punizione di chi ‘parla male di Garibaldi’ anche se lo fa indirettamente, riconoscendo qualche merito ai suoi nemici.

 In realtà, tutte queste incomposte reazioni sono sconfortanti per quegli studiosi che da una vita, ‘sine ira et studio’, cercano di comprendere la natura effettiva del fascismo, la sua genesi storica, la sua eredità politica e culturale, in senso lato, e che, per le loro ricerche, non si rivolgono a Carlo Calenda ma all’officina lasciata da Renzo De Felice e da altri storici non prevenuti del ventennio. Per questa scuola, alla quale mi onoro di appartenere, Tajani non ha detto proprio nulla di scandaloso, e semmai avrebbe potuto essere meno circospetto.

 Ho trovato discutibile, invece, la sua marcia indietro ovvero il capo cosparso di cenere presentato ai suoi inquisitori europei e italiani. “Da convinto antifascista mi scuso con tutti coloro che possano essersi sentiti offesi dalle mie parole, che non intendevano in alcun modo giustificare o banalizzare un regime anti-democratico e totalitario”. Invece di rivendicare, con dignità, la libertà di esprimere un’opinione (pur se discutibile) su momenti cruciali della nostra storia, Tajani si è recato a Canossa, giustificando implicitamente Bullmann, Prodi, Della Vedova & C. per averlo esposto alla gogna mediatica: è stato come riconoscere che avrebbe dovuto essere più attento alle parole e pensare alle reazioni che avrebbero potuto provocare. Diciamoci la verità: il ‘politicamente corretto’ lo abbiamo inventato noi anche se, per un residuo senso estetico, non ne meniamo vanto. O meglio abbiamo inventato il suo coté negativo laddove negli Stati Uniti vige da tempo quello positivo: in America, il politically correct serve a ‘imbiancare’, a dare dignità (ad es.,ai neri che diventano afroamericani), in Italia serve ad ‘annerire’, a demonizzare persone, figure e simboli storici che, se estranei al mainstream buonista e universalista, vengono precipitati nella stessa ‘massa damnationis’: in entrambi i casi, troviamo la  censura del pensiero e l’umiliazione di chi si ostina a pensare con la propria testa.

D’ora in poi, si può scommettere, Antonio Tajani—politico mite, rispettoso e così diverso dalla media dei suoi colleghi—sarà più guardingo nelle sue ‘esternazioni’, ricordando che quanto si dice in privato, non può essere detto in pubblico. Le convenzioni vanno rispettate anche se imposte dalla ‘grande ipocrisia’.

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Dino Cofrancesco
Dino Cofrancesco
Arce (FR), 15 novembre 1942 Laurea in Filosofia Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche, Università degli Studi di Genova.
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La grande ipocrisia