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Quant’è bella eresia L’ impresa eccezionale è restare ortodossi…

5 dicembre 2019 - di Dino Cofrancesco

Società

«Fece la fine dell’abbacchio ar forno /Perchè credeva ar libbero pensiero, /Perchè se un prete je diceva: -È vero/ Lui risponneva -Nun è vero un corno!». Questi versi dell’immortale Trilussa fanno venire in mente uno dei buchi neri del carattere nazionale, la passione inesausta per gli eretici. Basta che uno scenda in piazza per dire «non è vero un corno», per riscuotere l’ammirazione e la simpatia degli italiani o meglio dell’intellighentzia che, nel nostro paese, si ritiene lo specchio più fedele dell’opinione pubblica colta e pensante. Solo da noi, se ci si pensa bene, per esaltare qualcuno—specie post mortem—si dice che «fu un eretico!». Essere stato un «ortodosso» (il contrario, appunto, di eretico) equivale a venir accusato di conformismo se non di servilismo. L’eretico può sempre contare su una buona stampa indipendentemente dall’obbligo di rispondere a domande non retoriche come: «ribellione a chi? E perché?». Il pregiudizio positivo, tipico dei popoli immaturi, porta a esaltare gli oppositori, in virtù del principio che la critica è sempre una manifestazione di vitalità. «Sono lo spirito che sempre dice no/ Ed a ragione. Nulla/c’è che nasca e non meriti/ di finire disfatto». Si direbbe che questi siano i versi del Faust di Goethe che più hanno colpito i nostri chierici. Non si spiegano, altrimenti, l’entusiasmo di non pochi storici per gli avversari radicali di Robespierre, di Stalin, di Mao, dello stesso Hitler. Cosa importa che contestassero l’Incorruttibile perché non tagliava abbastanza teste o «l’Uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell’Umanità» (così “L’Unità” diede la notizia della morte di Stalin), di non fare abbastanza…L’importante è criticare, criticare, criticare nella certezza che dalla contestazione la libertà uscirà armata come Athena dalla testa di Zeus. Ma è proprio sempre così?

Non vorrei essere equivocato. Sappiamo tutti che senza il vento vivificatore della critica—e della stessa protesta—il lago della politica diverrebbe uno stagno malsano. In Politica in nuce, Benedetto Croce scrisse, in proposito, una delle sue riflessioni più profonde: «la vita morale abbraccia in sé gli uomini di governo e i loro avversari, i conservatori e i rivoluzionari, e questi forse più degli altri, perché meglio degli altri aprono le vie dell’avvenire e procurano l’avanzamento delle società umane. Per essa non vi sono altri rei che coloro i quali non si sono ancora elevati alla vita morale; e spesse volte loda e ammira e ama e celebra i reietti dai governi, i condannati, i vinti, e li santifica martiri dell’idea. Per essa ciascun uomo di buona volontà serve alla causa della cultura e del progresso a sua guisa, e tutti in concordia discorde». E tuttavia, come non tutte le ciambelle escono col buco, così non tutte le contestazioni dell’esistente «procurano l’avanzamento delle società umane». Anche fascisti, nazisti e comunisti rifiutavano le democrazie liberali ma non pertanto meritano la gratitudine del mal seme d’Adamo. Il 68, almeno in Italia, ha contestato scuola e università e ne ha contribuito allo sfascio irreparabile. Certo i modelli di democrazia liberale e d’istruzione pubblica, in Italia, in Germania, nella Russia di Kerensky, per molti aspetti lasciavano a desiderare ma le febbri di crescita non si guariscono con la cicuta, sopprimendo il malato tout court.

 In Italia, se si pensa ai versi commossi dedicati dalla stampa mainstream ai vari movimenti giovanili “scaturiti dal basso” —dai girotondi alle sardine—c’è un basso continuo antico che non si riesce a eliminare. Mi riferisco alla persistente contrapposizione del paese reale al paese legale. Tale contrapposizione aveva senso (eccome!) prima del suffragio universale, quando gli attori politici e sociali che contavano erano un’esigua minoranza, rispetto alla stragrande maggioranza della popolazione che non aveva voce né rappresentanza. Quando la patria era quella di lor signori richiamarsi agli ‘esclusi’ non era solo democratico ma altresì liberale, giacché significava il riconoscimento della dignità di tutti i cittadini, anche di quelli male in arnese.

Col suffragio universale, però, le cose sono radicalmente cambiate: la legalità—i rappresentanti del popolo sovrano— è diventata, piaccia o no, il fondamento della legittimità—il diritto/dovere degli eletti a governare e a fare le leggi—  e continuare a opporre la seconda alla prima ingenera il sospetto che si voglia esentare le presunte “guide della nazione”—depositarie del senso elevato dello Stato e della difesa della Costituzione antifascista— dal mettersi da parte in caso di sconfitta elettorale. Di qui l’entusiasmo nei confronti dei “giovani adulti” (come il pindarico Ilvo Diamanti chiama le sardine) che riempiono le piazze mostrando che c’è un popolo che vive, che sente, che si preoccupa, che guarda, con timore e tremore, all’ascesa dei sovranismi, delle destre nazionaliste, di quanti vogliono riportare indietro le lancette della storia, che saranno pure maggioranza ma certo ‘maggioranza silenziosa’ servile e ignorante. “A foa || favola|| a l’è sempre quella”, dice una vecchia canzonetta genovese. E la “foa”, a ben riflettere, è la longue durée dell’abito mentale azionista con la sua «vocazione alla pedagogia verso gli altri partiti e verso il paese spesso più irritante che efficace», come scrisse il compianto De Caprariis, uno dei grandi storici del cenacolo crociano.

 In un articolo pubblicato su “Il Dubbio” il 27 novembre u.s., Se fanno i girotondi 2.0 finiranno per perdersi, Zeffiro Ciuffoletti ha scritto che «bisognerebbe ricordare che non sono solo le piazze a determinare la politica, e nemmeno la piattaforma Rousseau, ma semplicemente le urne elettorali che in Italia contano sempre meno, ma tuttavia restano decisive fin che saremo una democrazia». Forse, considerando il clima attuale che si respira in certi ambienti italiani, che temono sempre AnAnibale alle porte, la “nuova eresia” è questa: credere che al di fuori della legalità democratica non ci sia nessun’altra “legittimità superiore” —almeno se si resta nella dimensione della politica ovvero della vichiana “feccia di Romolo”.

Pubblicato su Il Dubbio
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Dino Cofrancesco
Dino Cofrancesco
Arce (FR), 15 novembre 1942 Laurea in Filosofia Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche, Università degli Studi di Genova.
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