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Diseguaglianza e povertà

11 febbraio 2019 - di Luca Ricolfi

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Il reddito di cittadinanza per un singolo inoccupato ammonterà a 780 euro al mese. Ma sono moltissimi i lavoratori che, in Italia, guadagnano meno di 800 euro al mese, spesso facendo lavori molto faticosi e impegnativi. Di qui la domanda che un po’ tutti ci facciamo in questi giorni: un reddito minimo garantito di 780 euro non è un po’ troppo alto per il nostro paese? Che cosa potrà pensare, un occupato che deve sudare sette camicie per portare a casa 800 euro al mese, del suo vicino di casa che riesce a ottenere lo stesso reddito non facendo nulla?

Ma soprattutto: dopo i falsi invalidi e i falsi disoccupati, di cui sono piene le cronache (e gli studi) degli ultimi decenni, dovremo anche assistere impotenti alla crescita di un esercito di falsi poveri?

Vorrei notare subito una cosa: quasi nessuno, a livello politico, ha titolo per ergersi a giudice delle storture del reddito di cittadinanza. Il godimento indebito di un sussidio, di un’agevolazione, di uno sconto è una costante della nostra storia nazionale. Sappiamo benissimo, e da decenni, che appena si fa un controllo si scopre che una percentuale enorme (talora prossima al 50%) di soggetti che autocertifica una condizione economica disagiata non ha affatto diritto ai benefici che riceve. Sappiamo anche benissimo che, nel virtuosissimo Nord, un esercito di lavoratori “estivi” del turismo e dell’agricoltura, non appena arriva la stagione fredda, cumula salario di disoccupazione e lavoro in nero. Ma nessun partito, sindacato o associazione, che ora si indigna per il reddito di cittadinanza, ha mai veramente combattuto questo genere di fenomeni. E si potrebbe pure aggiungere, su questa linea di non demonizzazione del reddito di cittadinanza, che per certi versi lo scandalo non è che si possano guadagnare ben 800 euro non facendo nulla, ma che se ne possano guadagnare appena 800 ammazzandosi di fatica.

Detto tutto questo, però, il problema rimane. Che i censori del reddito di cittadinanza non abbiano le carte in regola per parlare, non implica che il reddito di cittadinanza – così com’è concepito – sia una misura saggia. Perché una misura non va giudicata per le sue intenzioni (in questo caso senz’altro lodevoli) ma per le conseguenze che è verosimile che produca, al di là delle illusioni più o meno sincere dei suoi proponenti.

Ma per capire le conseguenze di una misura, occorre partire dalla “realtà effettuale”, ossia dall’Italia così com’è, non come ce la raccontano i politici per blandirci ed autoassolversi. E la realtà alcune cose molto chiare ce le dice. La prima è che il costume delle autocertificazioni false non riguarda una piccola minoranza di disonesti. La seconda è che i controlli sono e non potranno che restare del tutto insufficienti, se non altro per il loro costo. La terza è che fornire ad alcuni milioni di persone piani individuali di formazione e offerte di lavoro congrue è semplicemente impossibile, anche qui già solo per il fatto che nessuno ha stanziato il volume di risorse necessario, né si è dato il tempo che un piano del genere richiederebbe (almeno un paio di anni).

La cosa più importante, però, è un’altra ancora: l’argomento secondo cui occorrerebbe alzare i salari, non abbassare il reddito di cittadinanza, è eticamente pesuasivo ma non regge a un’analisi disincantata della realtà italiana. Se i salari medi sono scandalosamente bassi, la prima ragione non è certo l’iper-sfruttamento della mano d’opera, che pure esiste (vedi la raccolta del pomodoro, o l’industria delle consegne a domicilio), ma è a causa del ristagno ventennale della produttività del lavoro, un fenomeno che – fra i paesi avanzati – è dato osservare solo in Italia, e che nessuno studioso è ancora riuscito a spiegare in modo convincente. Poiché questa è la pietrosa realtà dell’economia italiana, un salario di cittadinanza a 780 euro, introdotto in un paese in cui non ci sono margini per aumenti salariali significativi, non potrà non avere le conseguenze che la teoria e l’esperienza prevedono: una riduzione del numero di persone effettivamente disposte a lavorare, un aumento del costo unitario del lavoro per le imprese, una contrazione dei posti di lavoro. Tutti processi che l’eventuale introduzione di un salario minimo legale (caldeggiato anche dal Pd, almeno in campagna elettorale) non potrà che aggravare, perché un salario minimo legale di 8-9 euro l’ora (come quello prospettato in questi giorni) non potrà che far esplodere il lavoro nero.

Di qui un paradosso. Nato per “cancellare la povertà”, il reddito di cittadinanza potrebbe anche riuscirci, sempre che i soldi non finiscano prima del tempo (quelli stanziati ammontano a circa 1/3 di quelli necessari), ma a un prezzo paradossale: far esplodere le diseguaglianze, e l’invidia sociale, all’interno delle fasce deboli della popolazione. Diseguaglianze e invidie fra chi guadagna lavorando e chi guadagna senza lavorare, ma anche fra chi usufruisce del sussidio dove i prezzi sono alti e chi ne usufrusice dove i prezzi sono bassi, fra chi riesce a lavorare in nero senza incappare nei controlli, e chi ci prova ma finisce nella rete del fisco.

Insomma, un’Italia incattivita dalla proliferazione degli arbitri e dal dilagare del caso. Il colmo per un provvedimento che – modulato con saggezza e con misura – avrebbe una sua logica e una sua piena giustificazione, e rischia invece di rovesciarsi nel suo contrario per un fatale difetto di fabbricazione.

Pubblicato su Il Messaggero del 9 febbraio 2019
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Luca Ricolfi
Luca Ricolfi
Torino, 04 maggio 1950 Sociologo, insegna Analisi dei dati presso l'Università di Torino.
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