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Commento ad Angelo Panebianco e a Sofia Ventura

2 agosto 2018 - di Dino Cofrancesco

PoliticaSocietà

«Spesso, sono i governi che bene amministrano quelli che hanno vita breve e vengono cacciati a furor di popolo. I governi che male amministrano, invece, hanno sovente vita lunga e felice. Perché? Perché mentre i primi si occupano del benessere collettivo e così facendo danneggiano e fanno inferocire potenti gruppi organizzati, i secondi sanno costruirsi, a scapito del benessere collettivo, un insieme di clientele (alcune più ristrette e potenti, altre più povere di risorse ma più ampie numericamente) le quali, per non rinunciare ai benefici che il governo elargisce loro, lo sosterranno in tutti i modi. Il buon governo può contare (e nemmeno sempre) su un consenso diffuso ma disorganizzato. Il mal governo si regge, di solito, su un consenso più ristretto ma organizzato. In politica, l’organizzazione ha sempre la meglio sulla disorganizzazione». Lo sostiene Angelo Panebianco nell’editoriale, Perché durerà. Le ingenue profezie sul governo, apparso sul Corriere della Sera il 26 luglio u.s. Confesso che le sue parole hanno lasciato molto perplesso chi, come me, da anni va sostenendo che bisogna Dimenticare Platone—è il titolo di un mio saggio di qualche tempo fa—se davvero vogliamo far prosperare anche in Italia l’albero della democrazia liberale. L’articolo dello scienziato politico bolognese riecheggia antiche critiche—da Platone, appunto, a Ugo Spirito—rivolte al governo del demos e ai suoi ludi cartacei dove prevalgono quanti votano con la pancia e non con quello che Woody Allen chiamava “il mio secondo organo preferito”. Se le cose stanno come vien detto nell’articolo non sarebbe venuto il momento di pensare a un governo di saggi (o di ‘tecnici’, per non peccare d’immodestia) imposto dall’alto, senza tener conto dei risultati elettorali che hanno premiato i Di Maio, i Salvini, gli Orban? Leggere oggi che «i governi che si occupano del benessere collettivo danneggiano e fanno inferocire potenti gruppi organizzati» fa un certo effetto. Innanzitutto perché è difficile pensare a compagini ministeriali che abbiano vinto le elezioni o comunque abbiano registrato una forte affermazione senza il consenso di “potenti gruppi organizzati”: i risultati ottenuti, nella Prima e Seconda Repubblica, da DC e PCI non avevano nulla a che fare con la Federconsorzi, Confindustria, sindacati, magistratura, amministrazioni pubbliche, etc? L’idea di una divisione tra ‘consenso diffuso’ e debole (giacché i cittadini responsabili non si organizzano) e ‘consenso clientelare’ sarebbe stata condivisa da Auguste Comte, critico implacabile dell’irrazionalità democratica, ma non trova credibili corrispondenze sul piano empirico. Panebianco, facendo l’esempio dell’attuale coalizione di governo, scrive che la benevola neutralità dell’alta dirigenza e l’appoggio incondizionato della Magistratura, di cui “i Cinque Stelle hanno sempre dichiarato la loro volontà di essere l’obbediente braccio politico” giocano a favore della sua durata. Sono d’accordo ma il potere giudiziario, chiedo umilmente, è diverso, in quanto gruppo di pressione, da quelli su cui ha potuto contare per oltre mezzo secolo la sinistra italiana, come il potere sindacale? E non è strano dover ricordare a un realista, come l’amico Panebianco, che l’espressione ‘benessere collettivo’ (quanto mai ‘equivoca’, per non dire ideologica), non è che la versione laica e secolarizzata—perché riferita a bisogni materiali e non più alla salvezza delle anime—del “bene pubblico”, dell’etica politica cognitivista, ovvero da quella filosofia che fa derivare da un fatto, da una verità, una prescrizione, un’obbligazione, contraddicendo alla ‘grande divisione’, teorizzata da Davide Hume, per la quale, dall’essere non si può dedurre nessun dover essere? Tornando al vecchio significato, cos’è il ‘bene collettivo’ se non ciò che ritengono tale, nella selva selvaggia delle opinioni e degli interessi contrastanti e spesso conflittuali che caratterizzano le moderne società ipercomplesse, i vari gruppi, classi, individui, in competizione per il potere? Del ‘bene collettivo’, per la Cirinnà, fanno parte le adozioni gay, per ‘Scienza e Vita’ il divieto del matrimonio omosessuale. La democrazia liberale non è il metodo infallibile che realizza, su questa terra, Giustizia e Virtù ma un accordo arazionale, che nelle grandi questioni che dividono la società civile, fa prevalere (fino alla prossima tornata elettorale) le opinioni del maggior numero.

La questione cruciale—ben nota ai liberali classici, alla cui fonte Panebianco, come il suo Maestro Nicola Matteucci, si è senza dubbio abbeverato– è che lo spazio della politica sia ben circoscritto, che un Parlamento e un Governo non abbiano la libertà e l’autorità di invadere tutti gli ambiti dei rapporti umani, di ‘poter fare tutto’ (tranne che trasformare un uomo in una donna, come sostenne ironicamente quel deputato di Westminster, che non poteva certo prevedere i miracoli dell’ingegneria genetica). Purtroppo —per ragioni storiche e culturali che, a spiegarle, ci vorrebbero non saggi ma interi tomi–sappiamo che non è così—e non solo in Italia—e che lo ‘stile politico limitato’—che distingue le democrazie dalle dittature—da noi non ha mai preso stabile alloggio.

Nei primi decenni del nuovo millennio, una civic (sic!) culture che ha insegnato a decine di generazioni  che ‘tutto è politica’, che non esistono competenze oggettive—giacché i diversi codici professionali sono sempre ideologicamente condizionati—reagisce sgomenta davanti all’invasione degli Hyksos, si chiede come sia stato possibile, rimette (inconsapevolmente) in discussione il principio di maggioranza, riattualizza le vecchie diagnosi dei grandi conservatori dell’Ottocento e del Novecento sulla ‘ribellione delle masse’, sulla fine delle ‘mediazioni politiche’, sul tramonto delle elite. A ben riflettere, però, ci troviamo di fronte a uno sgomento che nasce dalla falsa coscienza, dalla messa sotto accusa del corpo sociale malato non accompagnato da alcuna autocritica né, tanto meno, dalla consapevolezza che è l’ambiente malsano a far insorgere la malattia.

In nome dei diritti, del Welfare, della ‘tutela delle fasce deboli’, si è accresciuto, per citare Panebianco,”il controllo politico sull’economia”, si sono messe “a disposizione della politica risorse da distribuire alle clientele”, si sono creati enti, uffici, associazioni che hanno fatto quasi avverare la profezia del Tocqueville della seconda Democrazia in America: “Al di sopra di costoro si erge un potere immenso e tutelare, che si incarica da solo di assicurare loro il godimento dei beni e di vegliare sulla loro sorte. E’ assoluto, minuzioso, sistematico previdente e mite. Assomiglierebbe all’autorità paterna se, come questa, avesse lo scopo di preparare l’uomo all’età virile, mentre non cerca che di arrestarlo irrevocabilmente all’infanzia; è contento che i cittadini si svaghino, purché non pensino che a svagarsi. Lavora volentieri alla loro felicità, ma vuole esserne l’unico agente e il solo arbitro; provvede alla loro sicurezza, prevede e garantisce i loro bisogni, facilita i loro piaceri, guida i loro affari principali, dirige la loro industria, regola le loro successioni, spartisce le loro eredità; perché non dovrebbe levare loro totalmente il fastidio di pensare e la fatica di vivere?». La profezia si è realizzata un po’ dappertutto, ma specie in Italia dove si è creata una pericolosa (per le libertà civili) cabina di comando politico e di monitoraggio sociale, mai pensando che degli strumenti messi a disposizione degli ‘amici del progresso’ si sarebbe potuta impadronire la progenie di Cleone e di Catilina.

Suscita un sorriso amaro, pertanto, l’union sacrée contro i populisti e i sovranisti al governo che dovrebbe includere proprio quelli che hanno instaurato lo stato assistenziale in Italia e i loro ideologi, filosofi e giuristi, che, paladini dei ‘diritti sociali’, dichiaravano candidamente che un partito con un programma thatcheriano da noi sarebbe incostituzionale? Gli attuali governanti saranno pure “amici della Cgil”, certo non lo sono degli eserciti in rotta della vecchia sinistra.

Sofia Ventura, una scienziata politica non meno seria e documentata di Panebianco, in una breve, densa intervista, concessa a ‘La Stampa’, Il popolo non è saggio. La politica vuole le élite, (24 luglio 2018), dove a ragione critica la ‘democrazia diretta’ dei sedicenti neo-rousseauiani, scrive giustamente: «occorre più mediazione politica, non meno» ma poi aggiunge «Se noi abbiamo un problema, oggi, è che il ceto politico assomiglia troppo al popolo per povertà di esperienza, di background, di capacità». “È la democrazia di massa, bellezza!” Ma non è un processo irreversibile? Il problema è quello di capire perché tale trend nei sistemi politici stabili e liberali non ne minacci le fondamenta istituzionali mentre nelle democrazie senza salda legittimazione nell’immaginario e nell’etica collettiva finisca per lastricare la via per l’Inferno.

«L’errore di fondo, per Sofia Ventura, è credere che nel popolo risieda una saggezza universale, invece non è così». Già, non è così ed è ben per questo che, a fondamento della democrazia liberale c’è lo scetticismo di Montaigne e di Hume, non l’ottimismo antropologico di Rousseau. Poiché nessuno di noi ha la verità in tasca ma esprimiamo tutti opinioni più o meno caduche —a guidarci è la doxa non l’aleteia—non è arbitrario stabilire che debbano prevalere quelle della maggioranza. La democrazia liberale nasce dalla diffidenza verso l’uomo, segnato dal peccato originale, non verso il popolo, entità vaga e misteriosa alla quale apparteniamo tutti, o verso questa o quella classe o razza. Ritengo anch’io assurda la sostituzione della democrazia diretta alla democrazia rappresentativa che consegnerebbe il potere di far e le leggi quell’incompetenza, che ci investe tutti, fingendo di dimenticare che «chiunque di noi, chiamato ad esprimersi su argomenti difficili che non conosce, ha reazioni simili a quelle di un bambino». Sennonché, chiarito questo punto, ci si dovrebbe poi rendere conto che la politica è, sostanzialmente, mercato, sia pure sui generis, dove gli elettori sono i consumatori dei prodotti messi in vendita da vari imprenditori, che offrono le loro diverse merci, i programmi di governo. Se qualcuno vende più degli altri significa che viene incontro a bisogni di cui la concorrenza non tiene alcuna considerazione. Le élite sono quelle scelte dal popolo sovrano—ovvero dall’insieme dei cittadini iscritti nelle liste elettorali—: un politico militante, un intellettuale impegnato, potranno sentirsi in dovere di pesarle sul bilancino della loro ‘cultura superiore’ ma il dato inoppugnabile è che esse portano sul mercato i prodotti più ricercati. E se questi ultimi—è il timore fondato della politologa– comportassero la fine delle libertà politiche e dei diritti? «Pensiamo solo a che cosa può accadere, se un demagogo|…| convincesse la maggioranza che le donne sono esseri inferiori. Seguirebbero leggi a sancirne l’inferiorità». Certo è quanto potrebbe capitare in una democrazia progressiva come la nostra dove il controllo pubblico sempre più totale della società civile nelle mani di chi vuol cambiare tutto potrebbe passare in quelle di chi vuol tornare indietro. Nei paesi liberali, però, nessuno potrebbe farlo. Come scriveva Tocqueville, nella Democrazia in America: «la maggioranza, di per sé stessa, non è onnipotente. Al di sopra di essa, nel campo morale, si trovano l’umanità, la giustizia e la ragione; nel campo politico, i diritti acquisiti. La maggioranza riconosce queste due barriere e, se le capita di superarle, è perché essa ha delle passioni, come ogni uomo, e perché, come lui, essa può fare il male pur discernendo il bene».

Ma c’è un’altra domanda che ho spesso rivolto agli amici analisti della politica e che non ha trovato risposta: se la maggioranza sceglie, nel supermercato della politica, le merci cosiddette ‘sovraniste’ e ‘populiste’ è a causa della sua naturale irrazionalità o perché quelle merci appagano bisogni—ad es. di sicurezza e di identità—che le altre non sono in grado di appagare? Continueremo a lungo a concentrarci sulla paranoia di Hitler e sulla misteriosa fascinazione da lui esercitata sulle masse tedesche senza considerare minimamente quali buone ragioni esse avevano per rivolgersi a un leader politico che con gli occhi del poi, sembrò vomitato dall’Inferno.

Tornando a Panebianco, il suo discorso fa pensare più a un ideologo liberista che non a uno scienziato sociale alle prese con la ‘realtà effettuale’: «Innalzare dazi, protegge certe industrie inefficienti scaricandone i costi sui consumatori. Il protezionismo, in altri termini, colpisce il benessere dei più per favorire il benessere di pochi. Ma i più (i consumatori) sono disorganizzati e quindi hanno scarso peso politico mentre i pochi (gli addetti all’industria inefficiente) sono organizzati. I dazi li ‘fidelizzano’: una volta ottenuto il dazio essi non smetteranno mai di appoggiare il governo che glielo ha concesso (per timore che altri governanti lo tolgano di mezzo).|….|Più in generale, puntare su una economia chiusa in nome di un preteso neo-nazionalismo provoca danni economici (l’economia langue) ma genera vantaggi politici che tendono a protrarsi oltre il breve termine: assicura il consenso senza riserve al governo della parte più inefficiente del mondo della produzione, accresce il controllo politico sull’economia, mette a disposizione della politica risorse da distribuire alle clientele. Si capisce perché né i Cinque Stelle né la Lega apprezzassero Sergio Marchionne: era il simbolo di una economia aperta, efficiente e dinamica. Il loro ideale economico (come quello dei loro amici della Cgil) è l’opposto».

Avrei qualche obiezione di metodo da fare, dal momento che c’è protezionismo e protezionismo e talora si confonde il protezionismo col dirigismo e con la socialdemocrazia—come hanno mostrato gli studi di insigni storici come i compianti Rosario Romeo, Giuseppe Are e mostra oggi Guido Pescosolido nei suoi magistrali saggi sulla questione meridionale e sull’arcicalunniata Cassa per il Mezzogiorno—ma rimando la riserva ad altra sede. Quello che vorrei ribadire, invece, è che la politica è l’arte della mediazione per antonomasia, non la realizzazione di ricette astratte, per quanto ragionevoli, di economia. Se la globalizzazione provoca delle vittime, cosa si dirà a chi se ne trova male: chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato? sicché non resta che rassegnarsi alla legge del mondo fatto a scale dove c’è chi scende e c’è chi sale? E se il rottamato dal progresso trova chi fa mostra di comprendere le sue esigenze e il suo dramma per la perdita di status e di reddito? Lo considereremo una zavorra di cui liberarsi al più presto per consentire al pallone aerostatico del progresso di volare liberamente nei cieli azzurri della globalizzazione? E se la questione sicurezza e la difficoltà di convivenza interetnica nei quartieri popolari delle nostre città fa vincere i populisti diremo che, come gli untori manzoniani, sono loro ad aver creato un clima di diffidenza per trarne beneficio? O ripeteremo agli irresponsabili elettori che gli arrivi dall’Africa sono in calo e che Tito Boeri (citato da Panebianco come un’autorità indiscussa) ha invitato a fare entrare quanta più gente è possibile in Italia giacché sono i nuovi lavoratori che pagheranno le nostre pensioni e la loro esuberante vitalità a rimediare al nostro regresso demografico?

A scanso di fraintendimenti, anch’io credo che le politiche neonazionaliste non facciano bene alla nostra economia e che l’uscita dall’euro sarebbe un disastro per l’Italia ma il vero problema, ripeto, è un altro: che ne facciamo di chi non condivide il mio liberalismo condito di liberismo con juicio? Gli diremo come il dignitario ecclesiastico, nel terribile sonetto del Belli, ‘avanti alò chi more more’? In un paese ci sono individui e classi sociali, regioni e aree economiche, che hanno interessi e prospettive di vita molto diversi: lo Stato nazionale era sorto anche allo scopo di trovare un modus vivendi che non garantisse il benessere collettivo (vaste programme!) ma riuscisse, ad ogni crisi, a ricucire quella ‘collaborazione sociale’ senza la quale i governi restano sempre esposti a sommosse e a potenziali rivoluzioni. A volte questo può comportare il sacrificio dell’efficienza sull’altare di un compromesso sociale che non soddisfa interamente le parti in conflitto ma riesce a tenerle buone per un certo periodo. A volte non ce né bisogno grazie al fattore ‘spazio’, che la retorica antifascista ha fatto relegare tra i ferri vecchi della storia. L’Inghilterra vittoriana spediva i poveri, i ribelli, gli asociali nelle più lontane terre dell’Impero dove poteva accadere che ex forzati creassero, come in Australia, una società civile oggi non meno raffinata di quella scandinava. Gli Stati Uniti avevano a disposizione la frontiera per rovesciarvi irregolari e scontenti che non si trovavano bene sulla costa orientale.

In Italia Giovanni Giolitti, uno statista che in fatto di pragmatismo non era secondo a nessuno, non arretrava dinanzi a ‘protezioni’ e favoritismi atti a riconciliare con lo Stato risorgimentale le masse cattoliche e socialiste per mezzo secolo estranee ed ostili. La politica è questa: la capacità di registrare attese, paure, speranze della gente comune per trovare il modo di portarle alla luce e metterle sul tavolo della grande, incessante, ’transazione collettiva’, dissinnescandone la carica potenziale. Le Group Mind Fiction—globalizzazione vs protezionismo, sovranismo vs europeismo etc. etc.—non sono di aiuto. Ci troviamo dinanzi ad antitesi troppo radicali e assolute, che   rischiano di riportarci ai climi ideologici infuocati di passate stagioni della storia italiana, il 1948, il 1968 etc. In un articolo uscito sul ‘Messaggero’ del 19 luglio u.s., Se il diritto di critica sfocia nell’incitamento all’odio la costituzionalista Ginevra Cerrina Feroni ha messo in guardia dall’uso di un linguaggio politico manicheo, volto a demonizzare gli avversari «Preoccupa che questa metodologia di attacco, combinata alla crescente deculturazione dell’uditorio, possa avere effetti dilanianti sulla dialettica democratica e possa istigare qualche sprovveduto alla violenza». Negli anni di piombo, gli ‘effetti dilanianti’ si videro bene, con gli attentati della destra a esponenti e a sedi di partiti e di sindacati e della sinistra ai militanti del MSI e di Forza Nuova—v. l’episodio dei fratelli Mattei, su cui è calato uno spesso velo di silenzio. E, tuttavia, se gli ‘eccessi polemici’ sono ancora comprensibili in bocca ai politici—ma anche qui con juicio –essi diventano armamenti retorici ai quali dovrebbe essere vietato l’ingresso nei laboratori della ricerca e dell’analisi sociale e politica. Altrimenti la Wertfreiheit—la neutralità della scienza–prescritta da Max Weber e richiamata da tutti i politologi (persino da quelli che, a differenza di Panebianco, non hanno alcuna pratica di liberalismo) diventa un mero omaggio verbale.

Ancora un’ultima (perfida) annotazione. Leggendo Panebianco si tira un sospiro di sollievo. «La classe politica oggi al potere—scrive—può contare sull’appoggio delle più potenti corporazioni del paese». Se si considera, però, che i maggiori quotidiani nazionali—da ‘La Stampa’ al ‘Corriere della Sera’, da ‘Repubblica’ al ‘Fatto quotidiano’, senza contare i ‘cespugli’ come ‘Avvenire’ e ‘Il Foglio’— pubblicano, in fatto di sovranismo, populismo, emigrazione, editoriali intercambiabili, rivolti a quell’opinione pubblica ‘disorganizzata’ ma capace di ragionare nella cabina elettorale, se ne deduce: o che non c‘è nessuna ‘potente corporazione’ dietro quei giornali o che abbiamo una stampa libera che non prende ordini da alcuna centrale di potere. Nel secondo caso, ci troveremmo davvero dinanzi a un nuovo ‘miracolo italiano’.

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Dino Cofrancesco
Dino Cofrancesco
Arce (FR), 15 novembre 1942 Laurea in Filosofia Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche, Università degli Studi di Genova.
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