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Rêverie. Il sogno non è più lui stesso

18 ottobre 2017 - di Bella Mirella Beraha

Humanities

…se tutto ciò che cambia

lentamente si spiega attraverso la

vita, ciò che cambia rapidamente

si spiega attraverso il fuoco…

 

 

 

…giunge dagli abissi della sostanza

il fuoco

e si offre come un amore…

…ridiscende nella materia e si

nasconde, latente, sopito, come

l’odio e la vendetta…

 

 

…fra tutti i fenomeni, è veramente

il solo che possa ricevere in modo

così chiaro i due valori contrari:

il Bene e il Male…

 

 

 

 

 …è un Dio tutelare terribile: buono e cattivo…

…può contraddirsi: è dunque uno

dei principi di spiegazione

universale…

 

 

 

 

 

…il fuoco è l’ultravivente…

il fuoco è intimo e

universale… …vive nel nostro

cuore…

…vive nel cielo…

 

 

 

…la prima cosa che impariamo sul

fuoco è che non bisogna toccarlo…

…il fuoco cova più in un animo che

sotto la cenere…

…il Vulcano è fuoco…

…in tutta la sua maestà ci mostra lo

spettacolo di un immenso incendio…

 

…eccomi, avvolgimi nei fiumi di

lava ardente, stringimi nelle tua

braccia di fuoco come un amante

abbraccia la sua fidanzata…

 

 

 

 

 

…l’amore la morte ed il fuoco sono

uniti in uno stesso istante; nel

fuoco la Morte non è più Morte…

 

 

 

 

 

…ho messo il mantello rosso…

mi sono ornata con i tuoi colori…

…indossa il tuo infiammato

mantello di porpora…

…copri i tuoi fianchi con queste

pieghe splendenti…

 

 

…il fuoco splende in paradiso…

…il fuoco brucia all’inferno…

…è dolcezza e tortura…

…è cucina e apocalisse…

…è benessere e rispetto…

 

 

Il problema è “la Guerra”.

E non la guerra che si fa con le armi fra popoli e continenti, quella vera per intenderci.

Il problema è la guerra fra ‘io e me’. Come il Vulcano, che fa la guerra fra l’esplodere e non esplodere. Poi esplode, ma poi rimane anche silente, poi esplode di nuovo… poi si silenzia ancora: fa la guerra.. con il Fuoco.

Perché Iddu

Ho iniziato a dipingere “Iddu”, mossa da un legame inconscio, da un bisogno non di esprimere alcunché, di riprodurre qualcosa per meglio possederla, spinta da un’energia cui sentivo di appartenere. La Guerra. Non saprei come altro definire la mia affinità elettiva a Stromboli.

Il che è tanto più vero in quanto non ho mai attribuito una particolare vocazione al mio dipingere. Nè ho mai dato molta importanza alla tecnicalità necessaria per ottenere determinati risultati espressivi. Dipingo, uso i colori e la luce del tutto spontaneamente, senza pretendere più di tanto da me. Padroneggio l’istinto… il che non esclude che, col tempo, abbia iniziato a riflettere sul significato del mio lavoro.

Perché il Vulcano? Quel vulcano, e solo quello? La prima risposta è stata semplice quanto disarmante: sono approdata alla pittura non per passione, tantomeno per passatempo e svago. L’ho fatto per mettermi alla prova in un genere di attività che assomiglia più a una qualche forma di autoanalisi che al “sacro fuoco dell’arte”.

“Frate focu”, lo chiamava San Francesco nel “Cantico delle creature”… malgrado non sia che una rapida e persistente reazione chimica di combustione, accompagnata da emissione di luce e calore. Comunque è lì che tutto ha iniziato, l’origine del mondo… il mio viaggio, la mia esperienza pittorica. Dipinto dopo dipinto, ho cercato di mettere sempre più a “fuoco”  (punto focale del sistema ottico) le colate laviche, l’esplosione dei temi rutilanti e incombenti di “Iddu”. Il coacervo di stimoli, inflessioni emotive, turbamenti che mi ha indotto a sussurrare “Fuoco sprigionati, cammina con me”, (più o meno in contemporanea con il “Twin Peaks” di David Lynch, anche se, naturalmente, avrei preferito Breaking Bad), nasce dalla mia passione per il cinema. Ma il mio debito a Emil Nolde, all’esperienza pittorica dell’espressionismo tedesco non è secondario.

Come padroneggiare il mio rapporto con Iddu, con il suo valore di “verità” se non col fuoco che, secondo misura si accende e si spegne, produce ordine dal disordine universale e tutto trasforma? Il guaio l’ha fatto  Prometeo. Chi gliel’ha fatto fare di rubare il fuoco da Efesto?

E io? Mi sono detta, vado dentro il Vulcano, quello che tengo dentro, e gli rubbbbo il fuoco. Ma ahimè, più facile dirlo che farlo.

Il fuoco da sempre invade l’immaginazione dell’uomo così in profondità che, dalla sua materia incandescente, scaturisce l’incontro col divino. Il fuoco è il mediatore fra gli uomini e gli déi, il garante del creato. Mosè riconosce Dio in un roveto ardente. Il popolo d’Israele fugge verso la terra promessa al seguito di una colonna di fuoco. Il Fuoco, la mia ossessione.

Se l’opera è il fine di chi dipinge, dipingere è il mezzo. Mi è tornata alla mente la distinzione di Aristotele fra l’architetto e il danzatore. Il primo progetta un palazzo affinché sia abitato, il ballerino dissipa nel proprio corpo l’armonia della sua gestualità.

Ora, non è il bello fine di se stesso? E la contemplazione del bello non somiglia allo sguardo di Narciso, incapace di possedere se stesso? Non è questa ricerca assurda la stessa che si esaurisce nelle pieghe di un gioco? So perfettamente che ogni mio dipinto è destinato a “vivere” fuori di me. Ma, lo dico senza esagerare, ciò che ho ottenuto sulla tela, non finisce mai di apparirmi estraneo. Che sia soddisfatta o no del mio lavoro, non mi ritrovo mai del tutto in un quadro, quanto nell’atto stesso di dipingere. Il mio gesto pittorico, una volta liberato dalla sua relazione funzionale a un fine, il quadro, mostra, senza mai esaurirle il mio vero sentire: un gesto è pura libertà. Se così non fosse, dovrei credermi un’artista, mentre, lo ripeto senza alcun compiacimento, io aspiro solo al gioco. In questo senso, il mio modo di essere ‘pittrice’ potrebbe farmi apparire un’esponente del movimento concettuale. Ma non è il caso di esagerare. Negli anni Sessanta/Settanta lo scarto tra l’esecuzione di un’opera e la pura performance è stato uno dei principali terreni di sperimentazione delle avanguardie artistiche, con l’esplicito intento di combattere la crescente mercificazione dell’arte. Il mercato, si diceva, non aveva alcun diritto di appropriarsi delle opere dell’ingegno, scambiarle come merci qualsiasi. Per contrastare alla radice questa tendenza, s’è ritenuto che non vi fosse arma più efficace che quella di spostare il nocciolo dell’esperienza artistica dall’opera all’operazione come tale, alla prassi creativa in se stessa. Il guaio è che la logica performativa si è rivelata congeniale al carattere convenzionale del mercato. Dalla padella alla brace. Il che mi ha spinto a chiedermi: “Che fare”? Non so se sia la strada giusta, ma la mia via di fuga è stata diventare un’eremita. Sotto il vulcano. O dentro.

Gli intermezzi in cor­sivo sono tratti da “L’intuizione dell’istante: la psicanalisi del fuoco”, di Gaston Bachelard.
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Bella Mirella Beraha
Bella Mirella Beraha
Napoli, 29 maggio 1952. Laurea in Lingue e Letterature Straniere. Esperta di Marketing. Dipinge.
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