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Il ritorno delle pellicce

3 gennaio 2018 - di Paola Mastrocola

Humanities

Tutto è cominciato quando una sera, camminando per le vie di una certa città, noto un negozio che in vetrina espone cappotti di pelliccia. Pellicce, classiche: visoni, marmotte, castori, castorini… Mi dico: ma guarda come siamo arrivati ad imitarle bene! Invece no, leggo meglio un cartello e scopro che sono pellicce vere. Molto mi stupisco.

Nei giorni seguenti, giorni molto freddi qui al nord, comincio a incontrare per strada gente con la pelliccia; trattandosi di signore di una certa età, mi dico: normale, fa parte del mondo com’era una volta, difficile smettere certe abitudini. Poi però incontro anche ragazze impellicciate, e allora non ho più dubbi: stanno tornando le pellicce.

Ma non eravamo animalisti, ambientalisti? Non era profondamente scorretto, riprovevole e scandaloso addobbarsi con il pellame di poveri animali debitamente scuoiati per diventare caldi cappottini? Non eravamo fieramente avversi alla caccia? Quale rivoluzione (o controrivoluzione…) si è prodotta nel mondo? Che cosa ci ha così profondamente cambiati, negli ultimi mesi? Ci siamo forse stufati dei piumini d’oca? Ci fanno ora più pena le oche spennate che i castori scorticati?

Comunque, mi sento ora autorizzata a far riemergere ricordi che tenevo accuratamente affondati in me. Per primo, un colletto di marmotta che bordava un mio cappottino; avrò avuto sei o sette anni, e andavo fiera di quel colletto: gli altri bambini avevano, al massimo, colletti smilzi e spelacchiati di castorino. La marmotta era una rarità. Così come, parlando di penne stilografiche, era comune avere l’Aurora (anzi, l’Auretta, per chi faceva le elementari), ed era invece molto esclusivo avere la Pelikan. Io avevo la Pelikan, quella verde e nera. Pelikan più marmotta: una fuoriclasse…

Il secondo ricordo è che tra le colleghe-amiche di mia madre, c’era la pellicciaia. Mia madre, essendo sarta, faceva i cappotti; poi, se la cliente lo chiedeva, li portava dalla pellicciaia che gli aggiungesse un collo, un bordo, uno scialle di pelliccia su misura.

A volte mia madre mi portava con sé dalla pellicciaia. Era una fortuna, mi piaceva moltissimo entrare in quella specie di officina dove si tagliavano, con maestria, le pelli. C’era un odore caldo, strano, un po’ da ospedale, se ricordo bene. Mi sedevo e stavo a guardare. Avevo la sensazione di essere ammessa in una specie di tempio, il “tempio delle signore con pelliccia”. Andava molto “aggiungere” la volpe: una stola di volpe che a un capo terminava con le due zampine posteriori e all’altro capo col musino dell’animale (vero? Impagliato?), con tanto di occhi (finti, quelli sì, era evidente: di vetro!). Ricordo certe signore che se ne andavano in giro poggiando la stola con nonchalance sui loro cappotti. Ricordo soprattutto gli occhietti vitrei della bestiola che mi guardavano spaesati e muti.

Il terzo amarcord riguarda mia madre, ed è il più doloroso. Mia madre desiderò tutta la vita la pelliccia (“la pelliccia” era il visone per antonomasia), ma non la ebbe mai. Credo costasse troppo. Un giorno riuscì a comprarsi, dalla pellicciaia amica, uno strano giaccone color latte, tutto ricciolini. Non era una pelliccia per niente pregiata, credo fosse un agnellino. Sembrava un orsetto di peluche. Era buffa, mia madre, quando se lo metteva. Ma mi sembrava, in qualche modo, contenta. Deve aver pensato: meglio che niente.

Fu un po’ come quando decisi di pubblicare il mio primo libro di poesie. Non l’aveva voluto nessuno (gli editori mi dicevano che pubblicavano solo poesie di autori noti; ricordo che pensavo: ma come farò a diventare nota se nessuno mi pubblica?). Così, ritenendomi già “vecchia” (avevo 35 anni), accettai l’idea di pubblicarlo a mie spese. Meglio che niente, pensai. Invece no. Fu uno sbaglio, di cui mi pento ancor oggi. Meglio niente, direi adesso, anche a mia madre. Meglio stare senza pelliccia tutta la vita, che accontentarsi di un agnellino sbiadito.

Resterebbe da capire perché oggi torniamo a portar pellicce. Non so. Non mi viene nessuna illuminazione sull’argomento, se non il pensiero che alla fine tutto ritorna.

Ma per fortuna, giorni fa, incontro una mia giovane amica: anche lei indossa una splendida giacchetta di non so quale pelo, color orso bruno. Le chiedo se è finta, mi risponde di no, che è vera e apparteneva a sua nonna. La indossa con naturalezza, non fa una piega, non si scusa, non balbetta alcuna giustificazione; si limita ad aggiungere, con aria serena: Non hai idea di quanto caldo tenga! ecco perché le nostre nonne portavano sempre la pelliccia…

E allora capisco. Forse non è poi così grave. Forse dovremmo dismettere certe rigidità mentali tipiche del nostro tempo. Portare la pelliccia della propria nonna è un gesto affettuoso, è continuare il dialogo tra generazioni, è non buttar via i ricordi.

Leggi qui la seconda storia delle feste

Articolo pubblicato il 31 dicembre 2017 su Il Sole24Ore
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Paola Mastrocola
Paola Mastrocola
Torino, 30 settembre 1956 Laurea in Lettere. Scrittrice.
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Il ritorno delle pellicce