La frattura tra ragione e realtà 8 / Il fallimento degli esperti di guerra – Parte seconda: Palestina

Dalla pessima gestione del Covid i governanti occidentali e gli esperti che dovrebbero consigliarli sembrano non avere imparato nulla, tant’è vero che stanno ripetendo gli stessi errori anche nella gestione di altre emergenze cruciali, come le guerre in Ucraina e Palestina, dove, continuando così, rischiamo di far vincere i nostri nemici, con conseguenze disastrose. Alla base di tutto c’è sempre la drammatica frattura tra ragione e realtà che caratterizza il nostro strano tempo e da cui non sembrano essere immuni nemmeno gli esperti di geopolitica e gli stessi vertici militari. Nel precedente articolo ho parlato dell’Ucraina, mentre in questo mi occuperò in Palestina.

Gaza: né terrorismo né genocidio, ma guerra
Le stesse dinamiche perverse che rischiano di far precipitare la situazione in Ucraina si stanno verificando anche nella guerra in Palestina, ma in forme ancor più estreme, perché sostenendo l’Ucraina almeno stiamo dalla parte del più debole, mentre là il più forte è Israele. E, a causa del riflesso condizionato, di origine comunista, ma ormai entrato così in profondità nella nostra
mentalità da condizionare anche gran parte dei non comunisti e perfino degli anticomunisti (vedi la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti), da molto tempo ormai
noi tendiamo istintivamente a identificare i “buoni” con i più deboli, come i palestinesi, anche se sono guidati da un regime criminale come Hamas, e i “cattivi” con i più forti, come Israele, anche se si tratta dell’unico Stato democratico del Medio Oriente.

La prima distorsione dei fatti è avvenuta addirittura prima di qualsiasi reazione israeliana, quando tutti erano ancora indignati e sconvolti per l’attacco di Hamas. Infatti, date le dimensioni e le modalità di quest’ultimo, chiamarlo “attacco terroristico” è stato assolutamente improprio. Non di semplice terrorismo si è trattato, ma di un vero e proprio atto di guerra. E agli atti di guerra si
risponde con atti di guerra.

Non aver chiarito questo fin dall’inizio ha creato un profondo equivoco e bisogna riconoscere che il primo ad alimentarlo è stato Netanyahu, che ha sempre e solo parlato di terrorismo, probabilmente perché convinto che in tal modo avrebbe avuto maggiore appoggio a livello internazionale e inoltre per non rischiare di “legittimare” indirettamente Hamas, trattandolo come un governo, come di fatto è. Ma, se è così, si è trattato di un calcolo completamente sbagliato, perché a livello psicologico il concetto di azione terroristica evoca l’idea di un gruppo clandestino composto da un numero limitato di persone che si nasconde tra la popolazione civile, la quale non può essere ritenuta responsabile delle sue azioni criminali, per quanto orribili siano state (il cui ricordo, peraltro, è già sbiadito nella stanca e corta memoria dei popoli occidentali e non fa lo stesso effetto dei palestinesi morti che vediamo in diretta).

Tuttavia, la realtà dei fatti è un’altra. Da ben 18 anni Hamas non è più un’organizzazione terroristica che si nasconde in un paese governato da altri, ma è esso stesso il governo (eletto in modo tutto sommato regolare) di quello Stato di fatto che è la Striscia di Gaza, a cui manca solo il riconoscimento internazionale per esserlo anche in linea di diritto e di cui i suoi miliziani rappresentano l’esercito.

Quindi, ciò che è accaduto il 7 ottobre è stato come se la Svizzera o la Francia avessero mandato un contingente delle loro forze speciali, affiancato spontaneamente ed entusiasticamente da molti semplici cittadini, a massacrare 1400 persone e a rapirne altre 300 a Como o a Ventimiglia. È evidente che di fronte a una cosa del genere il governo italiano (qualsiasi governo, non importa da
chi guidato) potrebbe fare una sola cosa: dichiarare guerra al paese responsabile. E questo è esattamente ciò che ha fatto e sta tuttora facendo Israele a Gaza: la guerra.

Ma, a causa di questa originaria distorsione dei fatti, ciò viene percepito come una reazione eccessiva e illegittima ad un “semplice” atto terroristico, con conseguenze davvero paradossali.                                                                                                           Tutti, infatti, continuano a dire che “Israele ha tutto il diritto di difendersi, ma…”:
1) non deve bombardare;
2) non deve mandare truppe di terra;
3) non deve tagliare le comunicazioni, la luce e l’acqua;
4) non deve fare nulla che metta in pericolo gli ostaggi (anche se sono già in pericolo);
5) non deve colpire gli ospedali (anche se le basi di Hamas sono nascoste lì sotto);
6) non deve colpire le abitazioni (anche se i miliziani di Hamas sono nascosti lì dentro);
7) non deve mandar via i civili dagli ospedali e dalle abitazioni per evitare di colpirli;
8) non deve allagare i tunnel;
9) non deve puntare a distruggere Hamas;
10) non deve… (qualsiasi altra cosa vi venga in mente che implichi l’uso della forza);
È veramente difficile credere che una simile serie di condizioni possa essere stata concepita da esseri dotati di ragione. Perlopiù questi “divieti” vengono travestiti da previsioni, secondo la tecnica che ho descritto nell’articolo precedente, sostenendo che ciascuna di queste azioni “non serve” o “è destinata al fallimento” o “peggiorerà solo le cose” (in genere senza spiegare il perché, tanto la gente non è più abituata a chiederselo), ma la sostanza non cambia.

Ancor più assurda è l’affermazione, quasi universalmente condivisa, che a Gaza sarebbe in atto un genocidio. Infatti, come ha giustamente notato Ricolfi (gaza-fake-numbers), quando si parla dei morti a Gaza giornalisti ed esperti fanno riferimento
sempre e solo ai dati forniti dal Ministero della Sanità di Gaza, “dimenticando” di precisare che quest’ultimo è sotto il totale controllo di Hamas. Anche quando ciò viene detto, quasi mai si aggiunge che, considerata la fonte, tali dati non possono essere ritenuti affidabili. E anche nei rari casi in cui ciò viene detto, viene subito dimenticato e la discussione si svolge regolarmente come se invece fossero oro colato.

Ma, perfino se lo fossero, l’accusa di genocidio non starebbe in piedi. Secondo Hamas, infatti, sarebbero morti fin qui circa 40.000 palestinesi. Considerando che secondo gli israeliani (i cui dati non sono neanch’essi completamente affidabili, ma certo lo sono molto più dei loro) a fine aprile erano stati uccisi almeno 13.000 miliziani di Hamas, il che significa che oggi dovrebbero essere almeno 15 o 16 mila, i morti civili sono certamente non più di 25.000 in 9 mesi e probabilmente molti di meno. Comunque la si voglia mettere, queste non sono le cifre di un genocidio, ma –appunto – quelle di una guerra. Che è una cosa orribile, ma è un’altra cosa.

Quando una guerra è giusta?
Ricolfi ha giustamente definito «disumana» la “competizione vittimaria” in atto in Palestina, per cui, avendo sia gli israeliani che i palestinesi «ragioni solide, e perfettamente visibili, per autopercepirsi come vittime di oppressione, violenze, gravissimi soprusi […] utilizzano questa loro condizione per negare l’analoga condizione vissuta dalla parte avversa». E ha ancora ragione a dire
che «il dramma di entrambi i popoli che si contendono la terra di Palestina è così vasto e profondo che diventa immorale difendere le ragioni dell’uno senza vedere quelle dell’altro» (come-nel-68-riflessioni-sulla-competizione-vittimaria).

È però impossibile fare questo finché i palestinesi di Gaza saranno rappresentati da Hamas, il cui Statuto (statuto_hamas.htm), che tutti dovrebbero leggersi prima di parlare, si apre con una eloquente citazione di Hassan al-Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani, di cui Hamas rappresenta la filiale palestinese: «Israele sarà stabilito, e rimarrà in esistenza finché l’islam non lo ponga nel nulla, così come ha posto nel nulla altri che furono prima di lui». Il suo motto è: «Dio come scopo, il Profeta come capo, il Corano come costituzione, il jihad come metodo, e la morte per la gloria di Dio come più caro desiderio» (art 8). Quanto alla questione palestinese, questo è il suo pensiero: «Le iniziative di pace, le cosiddette soluzioni pacifiche, le conferenze internazionali per risolvere il problema palestinese contraddicono tutte le credenze del Movimento di Resistenza Islamico [cioè Hamas]. In verità, cedere qualunque parte della Palestina equivale a cedere una parte della religione. […] Non c’è soluzione per il problema palestinese se non il jihad» (art. 13).

Così stando le cose, sembrerebbe di dover concludere che l’unica soluzione al problema di Hamas è il contro-jihad, cioè fargli la guerra fino alla sua totale eliminazione, come appunto sta cercando di fare Israele. È vero che tra gli israeliani c’è anche chi vorrebbe cacciare da Gaza tutti i palestinesi e non solo Hamas, ma questi non sono la maggioranza e difficilmente prevarranno, dato che a guerra finita Netanyahu verrà certamente destituito, per le sue responsabilità nella mancata prevenzione dell’attacco del 7 ottobre, e probabilmente anche processato, per i numerosi episodi di corruzione di cui è accusato.

Ma allora perché da noi tutti continuano a (stra)parlare di risposta esagerata da parte di Israele e spesso anche di genocidio? Il motivo è che ormai in Occidente siamo disposti a considerare giusto solo un tipo di guerra: quella in cui non si uccide nessuno.
O, più esattamente, quella in cui noi non uccidiamo nessuno. Perché gli altri, cioè i vari dittatori che, con la complicità dei fanatici della ideologia woke e della cancel (in)culture, vorrebbero, appunto, cancellarci dalla faccia della Terra, siccome per definizione rappresentano i poveri sono, sempre per definizione, “buoni”. Di conseguenza, se ogni tanto (o anche ogni poco) ammazzano un
po’ di gente… beh, bisogna capirli e perdonarli, a maggior ragione se quelli che hanno ammazzato erano occidentali o loro alleati, ricchi e quindi per definizione “cattivi” (cfr. ancora la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti).

Basti pensare alla Siria, dove per molti anni sono successe atrocità indescrivibili, molto ma molto peggiori che a Gaza (si stima che in 13 anni ci siano stati oltre mezzo milione di morti e quasi 17 milioni di profughi), che continuano tuttora, anche se con intensità minore. Eppure, in Occidente tutti se ne sono sempre fregati, perché i colpevoli non eravamo noi, ma Assad, Erdogan e Putin, gli eroici Che Guevara del terzo millennio (il vero Che Guevara all’idea si starà rivoltando nella tomba, ma questo ai nostri intellettuali ovviamente non importa).

Eppure, per sconfiggere il nazismo abbiamo quasi raso al suolo la Germania e contro i fanatici giapponesi seguaci dell’Imperatore-Dio siamo arrivati a usare l’atomica, che ha causato da 103.000 a 210.000 morti (cfr. Paolo Musso, la-frattura-tra-ragione-e-realta-4-il-grande-spauracchio-parte-prima-il-nucleare-bellico; si veda anche l’articolo di Luciana Piddu, hamas-e-dintorni-il-velo-della-cecita). Anche per restare alle sole armi convenzionali, in una sola notte di bombardamenti, dal 3 al 4 febbraio 1945, a Tokyo morirono oltre 70.000 persone e quasi il doppio furono uccise la settimana seguente a Dresda.

Certo, si tratta di azioni di cui nessuno può andare fiero e alcune forse si sarebbero potute evitare, ma non per questo qualcuno si è mai sognato di accusare gli Alleati di genocidio (almeno per ora: con l’aria che tira, non mi stupirei se prima o poi succedesse). Perché cosa avrebbero dovuto fare, lasciare che vincessero Hitler e i kamikaze? In realtà se c’è qualcuno in Palestina che ha intenzioni genocide, questo è proprio Hamas, che non è migliore della Germania e del Giappone di allora, anche se per fortuna è molto meno potente.

Questi esempi ci mostrano con chiarezza che per giudicare se una guerra è giusta o sbagliata non possiamo basarci sul numero di morti o sulla grandezza delle sofferenze, perché allora ne seguirebbe che nessuna guerra è giusta, il che in un certo senso è vero, ma non ci aiuta.

Quale potrebbe essere, allora, un buon criterio? Il primo e il più ovvio mi pare sia che una guerra è giusta se è l’unico modo possibile di rispondere a un’aggressione. E ciò vale a maggior ragione se l’aggressione è portata da una dittatura contro una democrazia.

Altri criteri, come per esempio quelli che starebbero alla base della “guerra preventiva” o della “esportazione della democrazia”, sono assai più discutibili e di difficile applicazione, ma non ne abbiamo bisogno, dato che per quanto riguarda la guerra di Israele contro Hamas i primi due ricorrono sicuramente.

Cosa dovrebbe fare Israele?
Se poi passiamo da ciò che Israele “non deve” fare a cosa invece dovrebbe fare, le idee finora suggerite vanno dall’impraticabile al delirante, passando per tutte le sfumature intermedie. Poiché qui non è possibile elencarle tutte, mi limiterò a fare alcuni esempi particolarmente significativi.

L’Oscar per la proposta più stralunata va senz’altro, con ampio distacco, a Lucio Caracciolo, che una volta, rispondendo (mi pare) a Bruno Vespa, ha detto che Israele non dovrebbe colpire Hamas, che è stato solo l’esecutore materiale della strage, bensì l’Iran, che ne è il mandante. Ora, anzitutto questo è tutt’altro che certo, perché l’Iran è certamente un regime criminale e certamente sostiene Hamas, ma non ha su di esso un vero controllo come su Hezbollah, dato che si tratta di un movimento sunnita (il vero protettore di Hamas è il Qatar). Ma, soprattutto, vorrei sapere su quale pianeta crede di vivere Caracciolo: di certo non sulla Terra, comunque, dato che in nessun ordinamento giuridico conosciuto, passato o presente, è mai stato previsto che di un delitto si debba punire solo il mandante e non anche l’autore materiale.

L’idea più insidiosa è invece quella per cui Israele dovrebbe accettare la “tregua a tempo indeterminato” a più riprese proposta da Hamas, che di fatto significa la fine della guerra. Certamente è lecito (anche se a mio avviso sbagliato) che uno la pensi così, ma allora bisogna avere il coraggio di chiamare le cose col loro nome e dire che Israele deve semplicemente fermarsi, accettando la situazione attuale, con Hamas ancora in grado di colpire e gli ostaggi che resterebbero prigionieri per chissà quanti anni, come è sempre successo in passato.

Quanto all’equivoco più diffuso, è certamente quello per cui basterebbe liberarsi di Netanyahu, perché ciò che sta accadendo è tutta colpa sua. Certamente, anche a me sarebbe piaciuto che gli israeliani l’avessero cacciato subito, sull’onda dell’indignazione per il disastroso fallimento dell’intelligence nel prevenire l’attacco di Hamas, perché si tratta di un personaggio losco e
pericoloso e il fatto che in questo momento Israele sia guidato da lui non aiuta. Ma ciò non avrebbe affatto risolto il problema, perché qualsiasi premier israeliano (e, in effetti, qualsiasi premier di qualsiasi paese, come ho cercato di spiegare prima) di fronte a ciò che è accaduto il 7 ottobre avrebbe fatto la guerra.

È vero che da quando Netanyahu nel 2009 è salito al potere, governando ininterrottamente fino ad oggi, c’è stata una decisa svolta autoritaria, che ha chiuso ad ogni ipotesi di trattativa con i palestinesi e ha moltiplicato gli insediamenti illegali in Cisgiordania, con annesse ripetute violenze da parte dei coloni e di ciò va tenuto conto per una valutazione globale della situazione (si veda l’ottimo articolo di Ricolfi il-non-detto-sulla-soluzione-dei-due-stati). Però è altrettanto vero che Netanyahu non è sorto dal nulla, bensì da oltre 60 anni di ostinati rifiuti di qualsiasi proposta di pace da parte dei palestinesi. E questa rimane tuttora la chiave del problema.

Hamas rappresenta o no i palestinesi?
Benché infatti gli israeliani, anche nei periodi di maggior dialogo, abbiano sempre portato avanti la colonizzazione della Palestina, accanto a questo ci sono state anche elezioni che hanno visto la vittoria di premier moderati che hanno fatto diverse proposte di pace. L’ultima di esse, offerta nel 2008 da Ehud Olmert, era così buona che il suo rifiuto (senza spiegazioni) da parte del “moderato” Abu Mazen lasciò incredulo perfino il suo più stretto collaboratore, il capo dei negoziatori Saeb Erekat.

Come egli stesso ha affermato alla televisione palestinese il 1° dicembre 2018 (il video si trova al seguente link: olmert-offri-ad-abu-mazen-piu-terra-di-quella-che-chiedeva-ma-abu-mazen-disse-no), in quella occasione Olmert offrì un territorio addirittura leggermente più grande dei territori del 1967 rivendicati dai palestinesi, più il controllo di parte di Gerusalemme, compresa la spianata del Monte del Tempio (luogo sacro per gli ebrei) e il rientro di 150.000 profughi palestinesi. Appena vide la mappa, Erekat gli disse immediatamente di accettare, ma Abu Mazen rifiutò, senza mai spiegare il perché.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 1. La proposta di pace di Olmert, rifiutata nel 2008 da Abu Mazen, ricostruita in base ai racconti dei testimoni
(olmert-offri-ad-abu-mazen-piu-terra-di-quella-che-chiedeva-ma-abu-mazen-disse-no).

Da parte palestinese, invece, ci sono stati sempre e solo porte chiuse, odio e terrorismo. E chi ha mai visto una sola manifestazione di palestinesi contro Hamas e a favore della pace? Per quanto ne so, non ce n’è mai stata neanche una, non solo a Gaza, dove oggettivamente è pericoloso (ma anche manifestare contro gli Ayatollah è pericoloso, eppure gli iraniani lo fanno), ma neanche in Europa. Contro Netanyahu, invece, in Israele c’è sempre stata una forte opposizione, non solo in Parlamento, ma anche nelle piazze.

Inoltre, non dimentichiamo che molti popoli si ritengono oppressi, a torto o a ragione, ma non tutti hanno scelto il terrorismo come metodo di lotta e anche quelli che lo hanno fatto lo hanno sempre usato esclusivamente contro lo Stato oppressore. Solo i palestinesi (fin dall’inizio, con l’OLP di Arafat) hanno ritenuto che la loro causa fosse così giusta da dar loro il diritto di compiere attentati in tutto il mondo, certo perlopiù contro ebrei (che comunque, vivendo all’estero, non erano responsabili delle politiche dello Stato di Israele), ma coinvolgendo spesso anche cittadini di altri paesi. È come se ci fosse un oscuro cuore di tenebra che avvelena la storia del popolo palestinese: che cosa sia e da dove venga è difficile dirlo, ma mi sembra altrettanto difficile negare che esista.

Altrettanto innegabile è che la situazione attuale delle colonie israeliane renda ormai molto difficile attuare la classica soluzione “due popoli, due Stati” (cfr. ancora l’articolo di Ricolfi il-non-detto-sulla-soluzione-dei-due-stati). Ma difficile non vuol dire impossibile. Anche a Gaza c’erano molti coloni israeliani, ma quando nel 2005 Ariel Sharon decise di restituire la Striscia ai palestinesi li fece sgomberare con le buone o con le cattive e quelli che si rifiutarono di andarsene con le proprie gambe vennero portati via di peso dall’esercito israeliano.

Il problema è che la risposta degli abitanti di Gaza a questo gesto di buona volontà fu votare in massa per Hamas. E il peggio è che probabilmente sarebbero pronti a rifarlo.

È molto istruttivo al proposito leggere questa inchiesta (i-musulmani-italiani-e-la-guerra-a-gaza) della Fondazione Oasis, creata dal cardinal Angelo Scola quando era vescovo di Venezia, che non può certo essere accusata di islamofobia (semmai il contrario). Nel mese di gennaio Oasis ha intervistato a proposito degli attacchi del 7 ottobre e della guerra a Gaza i leader di 7 organizzazioni islamiche italiane, di cui fanno parte anche quasi tutti i palestinesi che vivono in Italia.

Di essi, soltanto uno, lo sceicco Yahya Pallavicini della COREIS, ha esplicitamente condannato Hamas. Un altro, Mader Akkad, imam della moschea di Roma, ha rimandato a un’intervista concessa al Corriere della Sera in cui si esprimeva a favore della pace, rifacendosi alla Dichiarazione di Abu Dhabi, che condanna la violenza perpetrata in nome di Dio, ma comunque senza mai nominare esplicitamente Hamas e il terrorismo palestinese. Uno, Massimo Abdallah Cozzolino della CII, ha preferito non rispondere.

Gli altri quattro (Brahim Baya di PSM; Yassine Lafram della UCOII; Davide Piccardo, direttore del quotidiano online La Luce; Izzedin Elzir, imam di Firenze), che insieme rappresentano la grande maggioranza dei musulmani italiani, anche se con sfumature diverse hanno sempre premesso che non si devono uccidere persone innocenti, ma… c’era sempre un “ma” per cui alla fine hanno giustificato Hamas o almeno non l’hanno condannato e anzi lo hanno tutti considerato un movimento di resistenza legittimo, nonché legittimo rappresentante di una parte cospicua del popolo palestinese. Tutti e quattro hanno parlato di “genocidio” da parte di Israele e hanno sostenuto che la soluzione dei due Stati è stata accettata dai palestinesi, ma non dagli israeliani. Piccardo ha addirittura avuto la faccia tosta di affermare che la soluzione è creare un unico Stato laico (!) in cui ebrei e palestinesi possano vivere insieme in pace.

Per quanto delirante, la posizione di quest’ultimo (figlio di Hamza Roberto Piccardo, co-fondatore della UCOII) è particolarmente interessante perché in base ai suoi sondaggi sarebbe condivisa dalla maggior parte dei musulmani italiani, che vuol dire anche dei palestinesi italiani. Certo, questi numeri vanno presi con cautela e sono probabilmente “gonfiati”, ma è difficile che siano completamente inventati.

D’altronde, il fatto stesso che la maggior parte dei musulmani italiani appartenga a queste organizzazioni significa che essi sono sostanzialmente d’accordo con le posizioni espresse dai rispettivi leader. Se fossero davvero contrari ad Hamas, infatti, confluirebbero tutti nella COREIS, l’unica associazione che l’ha esplicitamente condannato, che invece è così piccola da essere
presente in appena 8 Regioni italiane (cfr.chi-siamo), mentre l’UCOII, per esempio, riunisce ben 153 divere organizzazioni islamiche e gestisce 80 moschee e oltre 300 luoghi di culto non ufficiali in tutta Italia (/).

Sembra quindi davvero difficile sostenere che “Hamas non rappresenta i palestinesi”, come tutti continuano a ripetere, a cominciare, di nuovo, da Netanyahu, che ha così commesso un altro grave errore di comunicazione. La verità, purtroppo, è che Hamas rappresenta eccome gran parte del popolo palestinese, anche se (ovviamente) non tutto. E non solo per quanto riguarda l’atteggiamento aggressivo verso Israele, ma anche lo stile di vita, che è caratterizzato da un integralismo islamico molto chiuso e intollerante, soprattutto verso le donne.

Da questo punto di vista è davvero paradossale che tra i più ferventi sostenitori di Hamas ci siano i movimenti per i cosiddetti “diritti civili” e, in particolare, proprio quelli per i diritti delle donne, fino al punto che una ragazza (di sinistra) che durante le manifestazioni dello scorso 8 marzo è scesa in piazza con un cartello che denunciava gli “stupri etnici” di Hamas è stata cacciata dal corteo, nella totale indifferenza del mondo progressista. Paradossale, ma non sorprendente, perché la cosa ha una sua logica ben precisa, benché perversa.

Come ha spiegato ancora Ricolfi, infatti, «il nucleo del femminismo attuale», profondamente influenzato dalla ideologia woke, sembra essere «una forma di neo-razzismo, di cui l’antisemitismo è solo un aspetto, anche se forse il più detestabile. Il razzismo classico era basato sulla distinzione fra i bianchi e gli altri, il neo-razzismo è molto più ambizioso: pretende di stabilire una precisa
gerarchia fra le molteplici condizioni delle donne, e di farlo in base a caratteri ascritti o non modificabili. E nemmeno di fronte a una tragedia come quella del 7 ottobre trova una parola di pietà, se non di solidarietà e di condivisione, per le donne israeliane uccise, né per quelle ancora prigioniere dei loro carnefici» (dal-femminismo-al-neo-razzismo; su ciò si veda anche il mio articolo, già citato, la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti).

I timori sull’allargamento del conflitto
Un altro aspetto paradossale è l’insistenza quasi ossessiva con cui si è discusso (e in parte si continua ancora a discutere) del possibile allargamento del conflitto. È comprensibile che questa prospettiva faccia paura, ma il compito degli esperti è precisamente quello di dirci se le nostre paure sono o no fondate. Naturalmente nessuno pretende che i loro ragionamenti siano infallibili in una situazione così caotica, ma non sembra una richiesta eccessiva pretendere che almeno non ignorino i più elementari dati di fatto. Eppure, questo accade con allarmante frequenza.

Prendiamo per esempio il caso più dibattuto: quello del possibile coinvolgimento dell’Iran. Ebbene, spesso viene da chiedersi se qualcuno degli esperti in questione si è mai preso il disturbo, prima di esporci le sue profonde riflessioni in merito, di dare un’occhiata alla carta geografica, esposta in bella vista in ogni talk show. È vero che ignorare ciò che si ha sotto il naso sembra ormai diventato uno sport di massa, ma come si fa a non rendersi conto che l’Iran non potrebbe attaccare Israele neanche se lo volesse, perché per farlo, qualunque strada scelga, dovrebbe far passare il suo esercito attraverso almeno due Stati sovrani

L’unico modo in cui potrebbe darsi uno scontro diretto tra Iran e Israele è attraverso lanci di missili e droni, come infatti è accaduto ad aprile, il che però ha un’efficacia limitata, anche a causa dell’ottimo sistema antimissilistico israeliano. Una guerra vera e propria, con battaglie di terra che coinvolgano i rispettivi eserciti, sembra invece difficilmente immaginabile.

A parte questo aspetto pratico, va poi anche considerato che per un qualsiasi Stato mediorientale attaccare direttamente Israele sarebbe un suicidio, perché l’esercito israeliano è tuttora molto più forte e inoltre in tal caso gli Stati Uniti non potrebbero fare a meno di intervenire. Inoltre, non va dimenticato (anche se, stranamente, lo facciamo sempre) che Israele, pur non avendolo mai
dichiarato ufficialmente, possiede almeno un centinaio di testate nucleari e il giorno in cui fosse seriamente minacciato non si farebbe scrupolo ad usarle, perché, diversamente da qualsiasi altro paese, nel suo caso non sarebbe in gioco soltanto la sua sopravvivenza politica come Stato, ma anche quella fisica dei suoi abitanti. Tanto più, poi, dopo l’attacco di Hamas, che ha tolto ogni dubbio, se mai ancora ce n’erano, su cosa accadrebbe il giorno in cui l’esercito di un paese islamico riuscisse a invadere Israele.

Per essere chiari: prima che ciò possa accadere, quel paese verrebbe cancellato dalla carta geografica. E, diversamente da noi, i leader mediorientali ne sono perfettamente consapevoli. Per questo, al di là della retorica, da decenni non hanno più mosso un dito per aiutare i “fratelli palestinesi”. Eppure, ci sono voluti oltre un mese e il fallimento della prima conferenza di pace
perché i nostri esperti di geopolitica cominciassero a capire che non avrebbero fatto nulla neanche stavolta.

Ma c’è anche un altro motivo, molto più meschino, ma non meno importante, per cui i leader islamisti in realtà non hanno alcun interesse a far finire il conflitto in Palestina, né favorendo la pace né cercando di distruggere Israele: ed è che Israele è la perfetta “arma di distrazione di massa” su cui far sfogare le frustrazioni e i malumori dei loro sudditi, così distraendoli (appunto) dalle pessime condizioni in cui i loro pessimi regimi li costringono a vivere. Insomma, la “questione palestinese” è per loro l’equivalente dei “due minuti d’odio” che in 1984 di George Orwell il Grande Fratello usa per lo stesso scopo. E, guarda caso, anche lì il capro espiatorio scelto dal regime, Goldstein, presunto leader dei ribelli, è ebreo…

Per le stesse ragioni anche un coinvolgimento indiretto dell’Iran attraverso Hezbollah è estremamente improbabile. Eppure, di nuovo, fino al discorso del 3 novembre 2023 con cui il loro leader Nasrallah ha praticamente “scaricato” Hamas, ripetendo per ben cinque volte in due ore che l’attacco del 7 ottobre «è al 100% il risultato di una decisione palestinese», praticamente tutti si
aspettavano che avrebbe annunciato una intensificazione dello scontro con Israele, restando un dubbio solo sul livello di intensità, da un semplice aumento degli attacchi missilistici fino alla guerra aperta. E ciò ha spiazzato a tal punto i commentatori, che molti sul momento non l’hanno neanche capito (o hanno finto di non averlo capito, per salvare la faccia…).

Il fatto è che Nasrallah sa perfettamente che il suo, anche se può contare su decine di migliaia di uomini, non è realmente un esercito, come i nostri esperti continuano invece a ripetere: gli Hezbollah non hanno aviazione né carri armati, hanno pochi cannoni e pochi veicoli blindati, per cui in uno scontro in campo aperto verrebbero sterminati. Per questo, così come Hamas, hanno scelto la tattica della guerriglia, che permette loro di nascondersi fra le montagne o, meglio ancora, fra le case, in luoghi che conoscono come le loro tasche e dove possono contare sulla complicità di buona parte della popolazione e usare come ostaggio la parte restante, lanciando in territorio nemico soltanto rapidi attacchi “mordi e fuggi” e un sacco di missili, il che permette loro di valorizzare al massimo le sole cose di cui abbondano: veicoli leggeri, kalashnikov e, appunto, missili.

Naturalmente, questo tipo di guerra è molto difficile da vincere non solo per chi la subisce, ma anche per chi la fa. Non dimentichiamo però che, quando durante i colloqui di pace alla fine della guerra del Vietnam gli americani fecero notare ai nordvietnamiti che non li avevano mai veramente sconfitti, il generale Giáp, che condusse la celebre offensiva del Têt, rispose: «Non ne avevamo bisogno», intendendo che a loro bastava resistere e lasciare che l’opinione pubblica americana, sempre più ostile alla guerra col passare del tempo, facesse il resto. E questo è ancor più vero oggi, con un’opinione pubblica ormai composta in gran parte da persone viziate (la “società signorile di massa” di Ricolfi) e abituate ad avere “tutto e subito” senza dover mai fare nessun vero sacrificio.

Tuttavia, per quanto preoccupante, anche questa situazione punta nella direzione opposta a quella di un allargamento del conflitto. Un attacco di eserciti regolari di Stati islamici contro Israele renderebbe infatti impossibile continuare il gioco di “Davide contro Golia” che funziona così bene con le opinioni pubbliche occidentali e sarebbe praticamente l’unica cosa che potrebbe far risorgere un forte sostegno a Israele anche in casa nostra. Quindi non ci sarà. Eppure, i nostri esperti sembrano non averlo ancora capito…

La guerra delle dittature contro le democrazie
Il loro errore in assoluto più grave è però un altro: quello di credere e farci credere che la guerra più importante e più pericolosa sia quella che si combatte a Gaza, il che ha fatto sì che negli ultimi mesi la guerra in Ucraina sia stata quasi dimenticata.

Ma è vero esattamente il contrario. La guerra a Gaza è certamente una tragedia ed è giusto che ce ne occupiamo, anche se la probabilità di riuscire a influire in modo soddisfacente sul corso degli eventi sembra molto piccola. Ma non è a Gaza, bensì in Ucraina che si decide il nostro futuro (e anche quello di Gaza). E per capirlo bene bisogna avere chiaro il quadro generale.

A tal fine mi rifarò di nuovo a quanto scritto da Garri Kasparov, l’ex campione mondiale di scacchi da sempre nemico giurato di Putin, in un esemplare articolo che ho già citato la volta scorsa (dallucraina_al_medio_oriente_i_passi_falsi_di_biden_in_politica_estera-13838505). Ecco le sue parole:
«Il motivo per cui Burns [direttore della CIA] e Sullivan [consigliere di Biden per la sicurezza nazionale] sono in torto così spesso è che ancora adesso non riescono a rendersi conto che siamo in guerra, un’unica guerra contro dittature e terroristi. Proprio quando le forze armate russe stavano iniziando a perdere terreno in Ucraina, Hamas ha attaccato Israele e il venezuelano Nicolas Maduro ha indetto un referendum per reclamare i territori di buona parte della vicina Guyana. […] In una manifestazione a Istanbul del 28 ottobre, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha definito “combattenti per la libertà” gli uomini di Hamas e ha chiamato Israele “criminale di guerra”. […] Mosca accoglie le delegazioni di Hamas e si vanta del fatto che i russi presi in ostaggio stanno ricevendo un trattamento di favore. Il motore di ricerca cinese Baidu ha rimosso il nome di Israele dalle sue mappe online, inquietante eco delle minacce islamiste di spazzare via Israele dalle carte geografiche. […] Putin combatte ancora la sua guerra e i suoi sodali combattono l’ordine globale dal Niger al Nilo e dalla Bielorussia al Venezuela. Il ministro degli esteri iraniano viene a New York e minaccia le vite dei cittadini americani. La Cina si prepara a invadere Taiwan, in attesa del momento giusto per colpire. […] Io credo nelle coincidenze, ma credo anche nel KGB. Fino a quando non sconfiggeremo Vladimir Putin, continueremo ad aprire nuovi fronti in questa sua guerra contro l’America e l’ordine mondiale globale di cui essa è alla guida, distogliendo attenzione e risorse dall’Ucraina».

Questo si chiama avere le idee chiare! E si noti che Kasparov ha scritto proprio “KGB”, dimostrando così di avere le idee molto chiare anche sulla sostanziale continuità che c’è tra il regime sovietico e quello di Putin, che prima di diventare presidente era appunto un alto ufficiale del KGB: altroché l’immaginario Putin “fascista” di cui straparla la sinistra nostrana (cfr. il mio precedente articolo la-frattura-tra-ragione-e-realta-1-su-mosca-sventola-bandiera-rossa).

Quello che sta accadendo oggi nel mondo è infatti parte di un processo secolare, iniziato con la Seconda Guerra Mondiale, che vede le democrazie occidentali opporsi a dittature che si basano in gran parte su ideologie nate anch’esse in Occidente (per la serie “facciamoci del male”: l’autodemolizione dell’Occidente non è nata oggi, ma ha alle spalle una storia molto lunga…).

Nella Seconda Guerra Mondiale ci hanno attaccato le dittature di destra, figlie dell’idealismo tedesco, in particolare quello di Fichte e di Hegel (cfr. il mio libro La scienza e l’idea di ragione, Mimesis 2019, e il mio articolo la-frattura-tra-ragione-e-realta),
che abbiamo sconfitto, benché a prezzo di sofferenze terribili, in gran parte dovute all’esserci mossi troppo tardi.

Ora la storia si ripete con le dittature di sinistra, nate anch’esse dalla stessa radice (il marxismo è figlio legittimo dell’hegelismo). E fin dal tempo di Khomeini, che per preparare la sua rivoluzione si era esplicitamente ispirato al marxismo imparato alla Sorbona di Parigi, al club si sono iscritte anche le dittature islamiste, che per legittimarsi usano la scusa di lottare per i poveri, vittime delle ingiustizie del capitalismo globale.

E non è che queste ingiustizie non ci siano. Ma non saranno certo Putin, Xi Jinping, Erdogan, gli Ayatollah, i Talebani o Hamas a porvi rimedio, dato che dei poveri non gliene frega niente e li stanno soltanto strumentalizzando, con la colpevole complicità dei nostri intellettuali.

Almeno per una volta vogliamo chiamare le cose col loro nome, senza ipocriti eufemismi?

Le nostre democrazie, soprattutto in questo frangente storico, hanno difetti orribili e hanno mostrato più volte preoccupanti tendenze autoritarie (vedi di nuovola-frattura-tra-ragione-e-realta). Ma sono pur sempre meglio – infinitamente meglio – di questi criminali, che ci incolpano di tutti i mali del mondo, che in gran parte sono causati proprio da loro e per l’altra parte, quella davvero causata da noi, soltanto da noi possono essere curati. Non è detto che ci riusciremo, ma almeno possiamo provarci. Loro, invece, no.

Abbattere Putin per ammonire gli altri: perché tutto si gioca in Ucraina
Oggi tutti citano la frase di Papa Francesco sulla “Terza Guerra Mondiale a pezzi” e l’altra, più recente, sui “pezzi che si stanno saldando”. Questa è indubbiamente la verità, ma non è tutta la verità: occorre infatti aggiungere che si tratta di una Terza Guerra Mondiale a pezzi delle dittature contro le democrazie. E “i pezzi che si stanno saldando” sono appunto le diverse dittature che
stanno iniziando a cooperare tra loro. Con la Russia a fare da regista.

Oltre che dagli esempi citati da Kasparov, ciò si vede chiaramente anche dalla collaborazione, nonostante la loro storica rivalità, tra Russia e Turchia, non solo rispetto all’Ucraina (dove Erdogan, nonostante le balle che racconta sul suo ruolo di “mediatore”, sta sostanzialmente con Putin), ma anche in altre precedenti occasioni, come in Libia e in Siria, benché al tempo stesso cerchino anche di fregarsi a vicenda, come sempre succede nelle alleanze tra criminali.

E non si tratta solo di una saldatura in termini di alleanze: se Putin vincesse in Ucraina, quest’ultima rischierebbe di trasformarsi anche in una saldatura territoriale. L’Ucraina, infatti, confina con la piccola Moldavia, che Putin si annetterebbe subito senza troppe difficoltà (al suo interno si trova già un forte contingente russo) e con l’Ungheria, che a sua volta confina con la Serbia, paesi che già adesso sono entrambi filo-russi e che in una simile situazione potrebbero diventarlo ancor di più, trasformandosi in suoi alleati a tutti gli effetti. Si creerebbe così un gigantesco “fronte del male” che, dal Baltico al Golfo Persico, vedrebbe schierate nell’ordine Russia, Bielorussia, Ucraina (sotto occupazione russa), Ungheria, Serbia, Turchia e Iran. E una volta di più viene da chiedersi se i nostri esperti di geopolitica guardino mai una cartina geografica, visto che finora nessuno sembra essersene reso conto.

A interromperlo, per poco più di 400 chilometri, resterebbe solo la debole Bulgaria, con appena 6 milioni di abitanti e 36.000 soldati, perlopiù armati con ferrivecchi sovietici, che potrebbe decidere di sottomettersi volontariamente, non considerando una garanzia sufficiente la sua appartenenza alla NATO, se quest’ultima non avesse saputo aiutare adeguatamente l’Ucraina. E lo stesso potrebbe fare la Romania, che a quel punto si troverebbe completamente circondata.

Dobbiamo perciò assolutamente spezzare questo perverso meccanismo prima che sia troppo tardi: cioè, in sostanza, prima che anche la Cina entri nel gioco. Per fortuna la sua tradizionale prudenza ci lascia ancora un po’ di margine, ma non possiamo più permetterci di perdere altro tempo, dato che negli ultimi tempi i cinesi hanno iniziato a vendere armi ai russi sottobanco e stanno solo aspettando di vedere come reagiremo (o non reagiremo) prima di cominciare a farlo anche alla luce del sole. Ma soprattutto dobbiamo avere ben chiaro in mente che quelli con cui abbiamo a che fare non sono persone civili, magari un po’ stronze, ma con cui si può comunque ragionare. Sono criminali psicopatici con tendenze genocide, che capiscono un solo linguaggio: quello della forza.

Non si tratta soltanto del fatto che tradiscono regolarmente gli accordi che stringono. Ben più radicalmente, la forza è l’unica cosa che rispettano o almeno temono, mentre per la loro logica essere disposti a trattare non è segno di nobiltà d’animo, bensì di debolezza.

Non è certo un caso che tutto questo sia iniziato dopo la nostra vergognosa fuga dall’Afghanistan, decisa da Biden in base all’accordo stretto da Trump con i fantomatici “talebani moderati”, che, come si è poi visto, semplicemente non esistono. Ciò. infatti, ha convinto tutti i dittatori del mondo che potevano fare impunemente tutto quel che volevano, perché tanto il “vile Occidente” non avrebbe reagito. Se fossimo fuggiti anche davanti a Putin, come era già pronto a fare Biden, sarebbe
stata la fine: tutti ci sarebbero saltati alla gola.

Il coraggio e la determinazione di Zelensky e degli ucraini ci hanno salvati (per ora) dal baratro, ma non basta. Dobbiamo colpire in modo durissimo (ma veramente durissimo) almeno uno di questi regimi criminali, in modo che gli altri capiscano che potremo anche essere lenti a reagire, ma quando lo facciamo siamo ancora noi i più forti.

Dopo si potrà e si dovrà cercare di correggere le ingiustizie e gli squilibri che il nostro assurdo stile di vita ha causato nel mondo e che portano acqua al mulino di questi delinquenti. Ma dopo. Perché non è possibile cercare di attuare profonde riforme globali mentre siamo continuamente sotto attacco. “Colpirne uno per educarne cento”, come si diceva una volta: solo così si fermeranno.

E,per quanto possa sembrare paradossale, il bersaglio più facile è proprio quello più grosso: la Russia.

Putin, infatti, si è andato a cacciare nella trappola perfetta, se solo avremo il coraggio di farla scattare. Schierato nella immense pianure dell’Ucraina, prive di difese naturali, scenario perfetto perché le nostre armi ipertecnologiche possano dispiegare al meglio tutto il loro devastante potenziale e con un intero popolo che non vede l’ora di usarle, l’esercito russo è il bersaglio ideale. Purché ci decidiamo a dare al più presto agli ucraini tutto quello di cui hanno bisogno: non per fermarlo, ma per distruggerlo, fino all’ultimo bullone dell’ultimo carro armato.

Se lo faremo, ciò segnerà inevitabilmente la caduta (e, di conseguenza, la morte) di Putin: un evento clamoroso e oggi quasi inimmaginabile, che renderebbe tutti gli altri dittatori molto più prudenti, facendo perciò scendere la tensione un po’ dovunque, Medio Oriente compreso, almeno per qualche anno. Distruggere Hamas, invece, è molto più difficile e non avrebbe lo stesso impatto. Non che non si debba fare anche questo, se possibile, ma è la testa della piovra che va tagliata, non uno dei suoi tentacoli.

Certamente la cosa non è esente da rischi, perché di fronte alla rovina incombente Putin potrebbe reagire in modo incontrollato, benché l’ipotesi più preoccupante, quella di un attacco atomico, sia molto improbabile (cfr. il mio articolo e-se-sulla-no-fly-zone-avesse-ragione-zelensky, nonché il già citato la-frattura-tra-ragione-e-realta-4-il-grande-spauracchio-parte-prima-il-nucleare-bellico). Ma ci sono altre opzioni che purtroppo non si possono del tutto escludere, come per esempio una serie di attacchi con droni e missili convenzionali contro le città europee, che non sono adeguatamente attrezzate per proteggersi.

Tuttavia, non ci sono alternative, perché Putin non si fermerà finché qualcuno non lo costringerà a farlo. E per ottenere questo risultato ci sono solo due modi: il primo è che lo facciano gli ucraini adesso; il secondo è che lo facciamo noi tra qualche anno (il che, a scanso di equivoci, non significa fra venti o trent’anni anni, ma fra due o tre al massimo). Quale dei due vi sembra preferibile?

Forse penserete che questa sia un’esagerazione, perché la Russia non sarebbe comunque in grado di attaccare altri paesi dopo una guerra così sanguinosa. Ed è vero. Non subito. Ma Putin ha approfittato della guerra per trasformare la sua “democratura” in una dittatura vera e propria, dove potrà fare quello che vuole finché non verrà abbattuto. E quello che vuole ce lo ha dimostrato
chiaramente: rafforzare il suo potere militare a qualunque costo, anche quello di ridurre il suo popolo alla fame, come già sta facendo. Continuerà a farlo, finché non si sentirà di nuovo forte, se gliene daremo il tempo.

Inoltre, se Putin dovesse vincere in Ucraina potrebbe non presentarsi da solo alle nostre frontiere.
Che a loro volta, come abbiamo visto, potrebbero non essere più le stesse.

Per chi non lo sapesse, dal punto più occidentale dell’Ungheria al punto più orientale della frontiera italiana, che è in Friuli, vicino a Tarvisio, ci sono circa 200 chilometri: più o meno quanto c’è tra Milano e Bologna. Che effetto vi fa l’idea di un esercito di uno o due milioni di russi, ceceni, turchi, iraniani, ungheresi e serbi, con armamenti cinesi, nordcoreani e magari pure indiani, schierato ad appena due ore di auto dai nostri confini?

Lo so che istintivamente uno scenario del genere ci sembra fantascienza. Ma quanti scenari da fantascienza abbiamo già visto realizzarsi negli ultimi anni, dalle Torri Gemelle alla pandemia al riscaldamento globale? La verità è che l’anomalia siamo noi, la prima generazione della storia a non avere conosciuto la guerra. Ma non c’è nessuna garanzia che questo durerà per sempre.

E comunque, anche senza arrivare alla guerra vera e propria, la formazione di un blocco del genere, guidato dalla Russia, sarebbe già di per sé sufficiente a stravolgere tutti gli equilibri geopolitici, ricreando una situazione simile a quella che esisteva ai tempi dell’Unione Sovietica. Cioè, guarda caso, esattamente il sogno di Putin. Con in più la non piccola differenza che allora le democrazie europee erano forti, mentre adesso sono deboli.

Putin, pertanto, potrebbe cercare di attirarle nella sua orbita un poco alla volta, senza colpo ferire, usando ora il bastone della minaccia militare, ora la carota dell’immenso mercato che una simile alleanza rappresenterebbe. Mentre noi a quel punto non potremmo più colpirlo senza scatenare davvero una guerra mondiale.

Quanto tempo credete che resisterebbe la stanca e scettica Europa in una situazione simile?

Pensateci, la prossima volta che sentirete i nostri “esperti” straparlare della guerra-che-non-si-può-vincere.
E cominciate invece a riflettere sulla guerra che si deve vincere.




La frattura tra ragione e realtà 7 / Il fallimento degli esperti di guerra – Parte prima: Ucraina

Dalla pessima gestione del Covid i governanti occidentali e gli esperti che dovrebbero consigliarli sembrano non avere imparato nulla, tant’è vero che stanno ripetendo gli stessi errori anche nella gestione di altre emergenze cruciali, come le guerre in Ucraina e Palestina, dove, continuando così, rischiamo di far vincere i nostri nemici, con conseguenze disastrose. Alla base di tutto c’è sempre la drammatica frattura tra ragione e realtà che caratterizza il nostro strano tempo e da cui non sembrano essere immuni nemmeno gli esperti di geopolitica e gli stessi vertici militari. Qui parlerò dell’Ucraina, mentre in un prossimo articolo mi occuperò della Palestina.

Covid, una lezione non appresa

La quarta di copertina di Covid, la lezione del Pacifico, libro che ho scritto insieme a Silvia Milone e Loredana Parolisi raccogliendo gli articoli più significativi da noi pubblicati su questo tema nel sito della Fondazione Hume, si chiudeva spiegando che riflettere su quanto era accaduto era importante «non solo per capire gli errori commessi, ma soprattutto per non ripeterli quando dovremo affrontare problemi ben più gravi come quelli ecologici, che potrebbero portare alla fine della nostra civiltà».

Ciò continua ad essere vero e negli ultimi articoli ho iniziato a documentarlo, ma nel frattempo si è aggiunto un altro fattore di rischio allora difficilmente prevedibile: la guerra in Ucraina, a cui negli ultimi mesi si è aggiunta quella in Palestina.

Era invece (purtroppo) prevedibile che anche in questo caso gli esperti o presunti tali non ci avrebbero aiutato, come è puntualmente accaduto, se possibile in misura ancor più ampia che col Covid (con poche lodevoli ma isolate eccezioni, come per esempio Vittorio Emanuele Parsi). Ma che fosse prevedibile non lo rende meno grave, né, soprattutto, meno preoccupante, in particolare per quanto riguarda l’Ucraina: perché in Ucraina (e non in Palestina) ci stiamo giocando la pelle e per quel che si vede sembra che nemmeno ce ne rendiamo conto. È quindi fondamentale cercare di capire cosa sta succedendo nella testa di quelli che dovrebbero aiutarci a fare le scelte giuste e invece continuano a portarci sistematicamente fuori strada.

Premesso che alla base di tutto c’è sempre la frattura tra ragione e realtà a cui è dedicata questa serie di articoli, essa però a seconda delle situazioni si manifesta in modi diversi, che andremo ora a discutere. Tuttavia, per molti aspetti anche nelle due guerre in corso si stanno ripresentando dinamiche già viste con il Covid, la cui lezione evidentemente non è stata affatto appresa.

Gli errori sul Covid sono stati causati essenzialmente da cinque fattori:

1) anzitutto le regole perverse del sistema mediatico, che sceglie i suoi ospiti fissi principalmente in base alla loro disponibilità a spararle grosse e ad alimentare la rissa anziché il dialogo;

2) quindi il desiderio di visibilità, che ha spinto molti pseudo-esperti ad accettare di occuparsi di cose che non conoscevano bene e molti veri esperti a piegarsi alle regole del sistema suddetto;

3) la pessima lettura, quando non addirittura la completa non considerazione, dei dati statistici;

4) la conseguente tendenza a trattare come eventi naturali ineluttabili fenomeni che erano in realtà mere conseguenze delle nostre scelte;

5) infine, la non comprensione del fondamentale principio enunciato da Ricolfi per cui «se vuoi fare qualcosa, più tardi lo fai, più costerà caro a tutti» (La notte delle ninfee, p. 21), che ci ha portato a rincorrere gli eventi anziché anticiparli.

Oggi le stesse perverse dinamiche si stanno ripetendo anche nelle altre crisi che ci troviamo ad affrontare, a cominciare dalla guerra in Ucraina, ma in forme, se possibile, ancor più sconcertanti.

Le assurdità sulla guerra in Ucraina

Per esempio, così come era successo col Covid, anche sull’Ucraina ci sono stati diversi casi di presunti “esperti” che in realtà non erano affatto tali, ma come tali sono stati presentati e hanno detto cose che non stavano né in cielo né in terra. Neanche col Covid, però, ricordo di avere mai assistito a uno spettacolo così assurdo come quello andato in scena il 30 ottobre 2022 a Mezz’ora in più, quando Paolo Garimberti e Duilio Giammaria, presentati da Lucia Annunziata come grandi esperti del tema, hanno candidamente ammesso di non avere la minima idea di quale sia il raggio dell’esplosione di un’atomica tattica (cioè di potenza limitata, anche se la sua esatta definizione è in realtà più complicata: vedi Paolo Musso, https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-4-il-grande-spauracchio-parte-prima-il-nucleare-bellico/).

Ora, di questo nessuno avrebbe potuto far loro una colpa, giacché, pur avendo entrambi una grande esperienza come cronisti di politica estera (e Gianmaria anche di guerra), non hanno nessuna preparazione scientifica. È invece una colpa (molto grave) che abbiano accettato di parlare di qualcosa che non conoscevano, senza nemmeno fare lo sforzo di dare un’occhiata a Wikipedia, che almeno un’idea di massima su questo punto te la dà. I due, invece, hanno buttato lì un’ipotesi inventata sul momento, ovviamente del tutto sballata (10 km di raggio, mentre non si arriva neanche a 2: vedi l’articolo appena citato), dopodiché si sono messi a discutere su di essa (cioè sul nulla) per almeno dieci minuti, senza il minimo imbarazzo e senza che la Annunziata avesse nulla da ridire, dichiarandosi anzi grata ed entusiasta della grande competenza (!) da loro dimostrata.

Un caso analogo è quello del recentemente defunto Andrea Purgatori, il quale, durante una puntata del suo programma Atlantide su LA7 (credo quella del 29 marzo 2022, ma non sono sicuro), per illustrare le conseguenze di un possibile incidente nella centrale nucleare di Zaporizhzhya ha trasmesso un documentario in cui si ripeteva per ben due volte che a Chernobyl si era verificata un’esplosione atomica, il che non solo è falso, ma è fisicamente impossibile, perché le centrali nucleari usano un tipo di uranio diverso da quello delle bombe (su ciò si veda Paolo Musso, https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-5-il-grande-spauracchio-parte-seconda-il-nucleare-civile/).

Un’altra cosa veramente incredibile – e che la dice lunga su come (non) funziona l’informazione dell’era digitale – l’ho scoperta cercando su Wikipedia notizie sui carri armati. Come d’uso ormai da un po’ di tempo, all’inizio della pagina dei risultati appare automaticamente una “tendina” intitolata Le persone hanno chiesto anche, che si aggiorna, sempre automaticamente, in base a quello che uno sta cercando. In essa al quinto posto compare la domanda: «Chi ha i carri armati più potenti al mondo?», a cui viene data la seguente risposta: «Graduatoria nella quale la Russia guarda tutti dall’alto, Stati Uniti compresi. Non soltanto perché l’esercito del Cremlino è l’unico a disporre di due dei migliori dieci tank al mondo, ma anche perché può contare sul migliore, il mezzo che rappresenta l’eccellenza del settore: il T90-MS».

Sono andato a cercare la fonte e ho scoperto che è un articolo del Messaggero del 22 aprile scorso (https://www.ilmessaggero.it/mondo/carri_armati_russia_classifica_mezzi_piu_potenti_t_14-6651976.html#:~:text=Graduatoria%20nella%20quale%20la%20Russia%20guarda%20tutti%20dall’alto%2C%20Stati,settore%3A%20il%20T90%2DMS.), scritto dal giornalista sportivo (!) Gianluca Cordella, il quale a sua volta afferma di basarsi su «una classifica dei carri armati più potenti al mondo pubblicata da Hot Cars», di cui non conoscevo neanche l’esistenza. Sono andato a cercarla e ho scoperto che si tratta di una rivista online sulle automobili (https://www.hotcars.com/) con tendenza al sensazionalismo, visto che la maggior parte dei suoi articoli sono dedicati a “qual è il più … (qualsiasi cosa) … del mondo”. Insomma, una fonte del tutto inattendibile.

In effetti, pure il giornalista qualche dubbio lo avanza, notando che in Ucraina stanno combattendo principalmente vecchi T-72 di fabbricazione sovietica, mentre questi fantomatici super carri armati russi (dopo due anni) non si sono mai visti. Ma poi si adegua a ciò che afferma la classifica suddetta (fatta non si sa da chi né con quali criteri) secondo la quale gli Abrams americani, cioè il modello di punta prodotto dalla prima superpotenza del pianeta, sono appena al nono posto.

Ora, che un singolo giornalista scriva una stupidaggine è un problema suo, ma che Google la faccia propria e la proponga in evidenza come la risposta migliore trovata dai suoi algoritmi è un problema di tutti. Che diventa ancor più grave se si considera che i suddetti algoritmi sono più o meno gli stessi che stanno alla base dei tanto strombazzati programmi di Intelligenza Artificiale e che, funzionando esclusivamente su base statistica, non ci propongono affatto la risposta migliore, bensì la più frequente tra quelle che si trovano su Internet (giacché per la IA ciò che non è su Internet semplicemente non esiste) o, come in questo caso, quella che usa le parole più simili a quelle della loro ricerca, anche se la risposta in questione è stupida.

Ma ancor più preoccupante è che assurdità colossali sono state dette con allarmante frequenza anche da veri esperti di cose militari.

Ho già citato l’incredibile “show” di Andrea Margelletti a Porta a porta, in cui pretendeva che bastasse una sola atomica tattica per spazzare via l’intero esercito ucraino, dispiegato in una zona grande quanto l’intera pianura padana, quando invece ci vorrebbe almeno un quindicesimo dell’intero arsenale atomico russo (vedi ancora https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-4-il-grande-spauracchio-parte-prima-il-nucleare-bellico/). Ma non si è certo trattato di un caso isolato. Sul rischio atomico, sia come conseguenza di un possibile uso di armi nucleari che di possibili danni alle centrali nucleari ucraine, è stata detta una quantità di sciocchezze da parte un po’ di tutti (su tutto ciò si veda ancora l’articolo appena citato).

Anche su altre questioni tecniche sono state prese cantonate notevoli. Solo per fare un esempio, per parecchio tempo si è continuato a ripetere che i missili ipersonici Iskander, che all’inizio della guerra hanno effettivamente causato danni gravissimi alle città ucraine, erano praticamente impossibili da abbattere. Invece, è bastato fornire agli ucraini dei sistemi antimissile efficaci e degli Iskander non si è più sentito parlare.

Tutto ciò però non è nulla di fronte ai due clamorosi errori di fondo che abbiamo commesso: la sopravvalutazione della reale forza della Russia e la sottovalutazione della reale entità dell’aiuto da dare all’Ucraina.

La sopravvalutazione del nemico

Fin dall’inizio della guerra c’è stata da parte di tutti, militari compresi, una clamorosa quanto irragionevole sopravvalutazione della reale forza dell’esercito russo, che, inspiegabilmente, dura tuttora, a dispetto di tutte le evidenze contrarie.

Per esempio, il generale Claudio Graziano, già capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano nonché presidente del Comitato Militare della UE, intervistato da Lucia Annunziata, ha affermato: «Oggi non abbiamo più paura delle forze convenzionali russe. Se ne avessimo parlato a novembre [del 2021] ne avremmo avuto paura. […] Nessuno si aspettava la resistenza che hanno messo in campo gli ucraini» (Mezz’ora in più, 20/11/2022). E addirittura il generale Ben Hodges, ex comandante delle forze USA in Europa, ha confessato stupito: «Non credevo che la Russia avrebbe fatto così male»(Mezz’ora in più del 06/11/2022).

Ora, come è possibile che perfino quelli che avevano la responsabilità diretta della difesa militare dell’Europa (e che quindi avevano anche accesso alle migliori informazioni disponibili, comprese quelle supersegrete) si siano sbagliati così clamorosamente nel valutare la forza di quello che, nonostante le relazioni relativamente pacifiche che si erano stabilite negli ultimi anni, restava pur sempre, almeno potenzialmente, il nostro più pericoloso nemico?

Oltretutto, non era difficile capire che l’esercito russo era in realtà una tigre di carta e che con solo un po’ di aiuto da parte nostra gli ucraini avrebbero potuto fermarlo. Io, per esempio, senza avere accesso a nessuna informazione riservata, ma con una semplice analisi di pochi dati basilari facilmente reperibili su Internet, lo avevo detto già dopo un paio di settimane (si veda il mio articolo https://www.fondazionehume.it/reality-check/e-se-sulla-no-fly-zone-avesse-ragione-zelensky/). Era infatti evidente che, se l’esercito russo era dieci volte più grande di quello italiano, ma spendeva per il suo mantenimento appena il 50% in più, doveva necessariamente essere obsoleto, dato che la tecnologia avanzata costa.

E non era solo la tecnologia ad essere obsoleta, ma anche la strategia, che era ancora basata su quella messa a punto nell’URSS degli anni Settanta, guarda caso proprio quando Putin serviva come ufficiale del KGB. Quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina ho avuto un fortissimo senso di “dejà vu”, ma non riuscivo a ricordare dove l’avessi visto. E poi ho capito: non era qualcosa che avevo visto, ma qualcosa che avevo letto.

Infatti, il modo in cui l’esercito russo si muoveva sembrava tratto di peso dal libro La terza guerra mondiale, scritto nel 1978 dal generale inglese John Hackett, ex comandante delle Armate del Nord della NATO, insieme ad altri ufficiali e analisti americani ed europei. Benché scritto in forma di romanzo, è in realtà un saggio poderoso (435 pagine), basato su documenti segreti sovietici trafugati dal nostro controspionaggio e pensato per convincere i paesi europei a ridurre il preoccupante gap rispetto all’URSS nelle armi convenzionali (l’obiettivo venne almeno in parte raggiunto e, anche se non lo sapremo mai con certezza, ciò potrebbe essere stato decisivo per dissuadere i sovietici dall’attaccarci).

Nel libro Hackett spiegava come nel 1975 la dottrina militare russa, da sempre incentrata su attacchi in massa di carri armati, a seguito della comparsa di efficaci armi anticarro era stata integrata con «una combinazione di tiro di distruzione di artiglieria e di attacchi aerei al suolo […] e […] azioni ad alta velocità, […] in grado di eliminare, con un attacco preventivo, la minaccia dei missili guidati e dei pezzi controcarro per i carri dell’ondata successiva». Per questo si prevedeva di usare delle colonne miste, composte da carri armati, pezzi di artiglieria leggera e mezzi blindati per il trasporto di unità di fanteria, con un limitato supporto aereo.

Ebbene, l’invasione dell’Ucraina si è svolta esattamente così. Ma questa nuova dottrina non era mai stata testata sul campo e (per fortuna) alla prova dei fatti si è dimostrata inefficace: i russi non sono riusciti a distruggere i missili anticarro nemici in misura significativa e così gli ucraini hanno fatto il tiro al bersaglio sulle lente e pesanti colonne russe, facendole letteralmente a pezzi (non dimentichiamo che il territorio a nord di Kiev è stato interamente liberato dagli ucraini usando solo le armi che già avevano prima dell’inizio della guerra, moderne, certo, ma non modernissime: quelle più avanzate sono arrivate solo alcuni mesi dopo).

Di fronte a questa disfatta, ancor più grave in quanto totalmente inattesa, i russi hanno reagito nel solo modo che conoscono, secondo una tradizione ancestrale che risale addirittura al tempo dei primi Zar: con la forza bruta, triplicando la massa di truppe sul terreno. Per un po’ questo ha funzionato, ma, siccome seguivano sempre la stessa strategia antiquata, non appena abbiamo fornito agli ucraini un po’ di tecnologia davvero avanzata i russi hanno subito un’altra disfatta, ancor più grave, perdendo in pochi giorni, nell’estate del 2022, gran parte dei territori che avevano conquistato in mesi di sanguinosi combattimenti e a prezzo di perdite terribili.

Eppure, incredibilmente, questa irragionevole sopravvalutazione della forza militare della Russia è continuata, così come è continuata questa sorprendente cecità mentale, per cui molti sembrano incapaci di riconoscere per quello che è ciò che sta accadendo proprio sotto il loro naso.

Così, per oltre due mesi, quasi tutti gli esperti di geopolitica e di strategia militare avevano ironizzato sulla controffensiva ucraina “che non partiva mai”, senza rendersi conto che quello a cui stavano assistendo era esattamente lo stesso che avevano fatto gli americani all’esercito di Saddam Hussein durante la prima Guerra del Golfo: prima una lunga opera di distruzione delle infrastrutture logistiche e poi una rapidissima avanzata contro un esercito ormai non più in grado di combattere (anche i tempi, tra l’altro, sono stati abbastanza simili: 5 settimane di bombardamenti e 4 giorni di offensiva terrestre). Ma neanche questo è bastato a smuoverli dalle loro posizioni preconcette.

Per fare solo un esempio particolarmente clamoroso, a un Porta a porta del giugno 2023 (non ricordo esattamente quale) ancora Margelletti, Lucio Caracciolo e Dario Fabbri hanno reiteratamente sostenuto che il prolungamento della guerra favorisce la Russia perché avendo una popolazione più numerosa poteva mettere in campo più soldati e più mezzi di quanti noi possiamo fornire all’Ucraina. E a nulla valeva che un sempre più stranito Bruno Vespa cercasse vanamente di far loro notare come fino ad allora la realtà aveva mostrato esattamente il contrario.

Un altro esempio, molto più recente, è quello di Avvenire online del 22 febbraio scorso. In un articolo introdotto in sommario dalla roboante affermazione che «tra gli analisti c’è una certezza: nessuno potrà mai vincere la guerra in Ucraina», Giorgio Ferrari, che pure ha una lunghissima esperienza come cronista di guerra, sosteneva che «non è solo questione di munizioni, di armamenti, ma di un elementare calcolo che ogni professionista con le stellette sa fare: per ogni colpo sparato dai cannoni ucraini, la Russia ne spara dieci».

Ora, di queste due affermazioni la seconda è vera ma fuorviante, mentre la prima è semplicemente priva di senso. Cosa vuol dire, infatti, quel “mai”? C’è forse qualche legge di natura che lo impedisce? Non c’è nulla di ineluttabile in ciò che sta accadendo in Ucraina. La situazione attuale è stata determinata dalle nostre scelte: cambiandole, cambierà anche la situazione. Il problema è se si vuole cambiarle.

Quanto alla seconda affermazione, per fare il calcolo in realtà basta un bambino delle elementari. Il “professionista con le stellette” servirebbe invece per spiegare che, contrariamente a ciò che pensa Ferrari, il calcolo in questione è irrilevante, perché sparare dieci o anche cento colpi contro uno non serve a niente se il nemico ha cannoni con una gittata di molto superiore ai tuoi e quindi può distruggerti prima ancora che tu possa inquadrarlo nel mirino. Questo è appunto il caso degli Abrams rispetto ai carri armati russi, checché ne pensi Hot Cars. Il problema è che finora di Abrams (e, più in generale, di carri armati moderni) agli ucraini ne abbiamo fornito solo una manciata: se gliene avessimo dati qualche centinaio, la guerra starebbe andando ben diversamente.

Su questa base di pessima comprensione si innesta poi l’articolo di Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale della Azione Cattolica, e Sandro Calvani, presidente dell’Istituto Toniolo, due pezzi da novanta del laicato cattolico italiano (https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/dopo-due-anni-di-guerra-in-europa-venuta-lora-di-negoziati-di-pace). Dopo avere anch’essi diligentemente ripetuto il mantra circa il presunto «flusso senza precedenti di aiuti militari occidentali» e avere ribadito che «allo stato attuale delle cose, risulta estremamente improbabile un’affermazione militare di uno dei due contendenti», i due si chiedono che fare (dando per scontato che provare a cambiare “lo stato attuale delle cose” non rientri fra le opzioni). E quale geniale soluzione tirano fuori dal cappello? Ma è ovvio: «L’apertura di negoziati ufficiali presso la sede ONU di Ginevra»! Eh, già, chissà come abbiamo fatto a non pensarci prima…

Dopodiché i due si dilungano a illustrare tutte le meravigliose opportunità che questa «buona pratica» offrirebbe (si noti la terminologia presa di peso dall’insopportabile burocratese politically correct, una “cattiva pratica” che il Covid ha contribuito moltissimo a diffondere). Purtroppo, però, non dicono una sola parola sui mezzi che andrebbero usati a tale scopo, senza la definizione dei quali i fini proposti restano parole vuote (dire che si «potrebbero offrire forti incentivi economici e politici per convincere Russia e Ucraina» non chiarisce nulla, perché sono parole così generiche da risultare anch’esse vuote).

Infine, dopo aver riconosciuto che «forse tali negoziati potrebbero durare anni», concludono che «ciononostante sono sempre preferibili allo status quo, in cui parlano solo le armi», senza però spiegare (anzi, senza neanche chiedersi) che cosa si dovrebbe fare nel frattempo, dato che, quand’anche per miracolo i negoziati iniziassero davvero, fino a quando non si giunga a un accordo continuerebbero comunque a parlare le armi. Se questo è il meglio che sa esprimere il mondo cattolico italiano (e, temo, non solo italiano), siamo davvero messi male…

Ora, anche da questa breve ma abbastanza rappresentativa rassegna mi pare evidente che quello che si continua a non capire (o a far finta di non capire) è che nella guerra moderna la superiorità numerica non conta nulla: quella che conta è la superiorità tecnologica, che per fortuna è ancora a nostro favore. Per capire fino a che punto, possiamo guardare alle ultime guerre “tradizionali” (cioè contro un esercito e non contro la guerriglia) combattute dalla NATO, in particolare la Guerra del Golfo, perché l’esercito iracheno era più o meno delle stesse dimensioni e usava più o meno gli stessi armamenti, in gran parte ancora di fabbricazione sovietica, del contingente russo in Ucraina.

La coalizione guidata dagli americani aveva un numero di soldati (640.000) di poco superiore al mezzo milione schierato da Saddam Hussein e solo 250.000 vennero effettivamente impiegati nella campagna di terra. Ciononostante, l’esercito iracheno venne completamente distrutto nel giro di appena cento ore. La coalizione perse in combattimento meno di 200 uomini, mentre le perdite irachene sono tutt’oggi molto controverse, ma anche secondo le stime più prudenti furono almeno 20.000 e secondo altre arrivarono addirittura a 200.000, con un rapporto che anche nel caso più favorevole è di oltre cento contro uno e in quello più sfavorevole addirittura di mille a uno.

Quanto ai carri armati, in quella che fu la più grande battaglia di mezzi corazzati della storia, nota come 73Easting, gli USA persero appena 36 veicoli, di cui solo 4 Abrams, distruggendo 1350 carri armati iracheni dei circa 2000 mandati da Saddam a combattere nel deserto (perlopiù vecchi T-72 di fabbricazione sovietica, proprio come quelli che agiscono in Ucraina), più migliaia di altri mezzi militari di vario tipo, per un totale di 4193: di nuovo, cento a uno (cfr. Stephen Biddle, Victory misunderstood, https://doi.org/10.2307/2539073).

Comunque la si voglia mettere, è chiaro che non fu una guerra, ma una rapida ed efficiente campagna di annientamento di un nemico del tutto impotente. E più o meno lo stesso rapporto di (almeno) cento a uno lo troviamo anche nel 1999 nella guerra contro la Serbia (1031 morti contro 2) e nel 2003 nell’invasione dell’Iraq (da 30 a 45 mila morti contro 238).

Si obietterà che da allora gli altri paesi hanno fatto dei progressi. Ed è vero. Ma questo non vuol dire che abbiano ridotto le distanze in maniera significativa, perché noi ne abbiamo fatti altrettanti, se non di più. Solo la Cina è riuscita ad avvicinarsi, anche se resta ancora lontana (per fortuna, data la natura criminale del suo regime, che troppo spesso dimentichiamo). Ma non certo la Russia, che è sostanzialmente un paese sottosviluppato: basti dire che il bilancio della NATO del 2023 è stato di 1100 miliardi di dollari (www.nato.int/nato_static_fl2014/assets/pdf/2024/3/pdf/sgar23-en.pdf), che equivale a circa la metà dell’intero PIL russo dello stesso anno.

Di conseguenza, se la guerra fosse davvero troppo costosa per noi, come sostengono i suddetti esperti o presunti tali, lo sarebbe a maggior ragione per la Russia. È vero che, essendo un dittatore, Putin, a differenza di noi, può permettersi di finanziarla anche a costo di affamare il suo popolo, ma le sue risorse sono incomparabilmente minori: neanche usando tutto il denaro dello Stato per la guerra (cosa che, per ovvie ragioni, neppure lui può fare) sarebbe in grado di tenere il nostro passo. Inoltre, non è solo questione di soldi: serve anche tempo. Per ricuperare un ritardo tecnologico come quello accumulato dalla Russia ci vogliono decenni, anche investendo una fortuna.

A questo punto mi immagino che molti si staranno chiedendo come è possibile, se quello che sto dicendo è vero, che la guerra non sia ancora finita.

È una domanda giusta, perché in effetti è esattamente così: la guerra poteva – e quindi doveva – finire già un anno fa, con la totale distruzione dell’esercito russo, la liberazione di tutta l’Ucraina e la caduta (e conseguente morte) di Putin. E allora perché non è successo?

Qui viene in ballo il secondo, gravissimo errore che abbiamo commesso e che, purtroppo, continuiamo a commettere: la sottovalutazione dell’aiuto da dare all’Ucraina.

La sottovalutazione dell’aiuto

La risposta alla domanda di cui sopra è infatti tanto semplice quanto sconcertante: la guerra non è ancora finita perché quella che abbiamo speso finora per l’Ucraina non solo non è affatto una cifra enorme, ma è una cifra semplicemente ridicola.

In genere si ritiene che nei primi due anni di guerra abbiamo fornito aiuti militari per circa 70 miliardi di dollari. Può sembrare tanto, ma si tratta di appena la metà di quanto è costata la Guerra del Golfo (61 miliardi di dollari di allora, equivalenti a 137 miliardi di oggi), che durò solo sei settimane (dal 17 gennaio al 28 febbraio 1991), mentre due anni equivalgono a centoquattro settimane.

Ciò significa che in proporzione abbiamo fornito agli ucraini un aiuto 35 volte inferiore, anche se in realtà sarebbe bastato molto meno, purché dato subito, perché in tal caso la guerra sarebbe stata vinta rapidamente e sarebbe quindi durata molto meno. Pur con questa precisazione, tuttavia, è evidente che gli aiuti che abbiamo fin qui dato all’Ucraina sono di gran lunga insufficienti e a volte addirittura surreali: per esempio, è di questi giorni la notizia che il Belgio si è impegnato a fornirle 30 cacciabombardieri F-16 per… il 2028!

Inoltre, la gran parte di questi soldi (intorno ai 50 miliardi) sono stati messi dagli USA. Considerando che gli altri paesi membri sono 28 (escludendo i neoarrivati Svezia e Finlandia e la Turchia, che nella NATO ormai ci sta solo nominalmente), ciò significa che in due anni ciascun paese membro ha speso in media poco più di 700 milioni, ovvero circa 360 milioni all’anno. E infatti il 28 marzo scorso, durante il question time alla Camera, il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato che nel 2023 l’Italia ha dato all’Ucraina 417 milioni di euro di aiuti militari (non sono riuscito a trovare il dato del 2022, ma è ragionevole pensare che sia simile). In altre parole, finora per fermare Putin abbiamo speso appena un decimo di quello che ci è costato il reddito di cittadinanza. E gli altri paesi europei hanno fatto più  o meno lo stesso.

Confesso che quando mi sono finalmente deciso, dopo mesi di crescente disagio, ad andare a vedere le cifre ho sperimentato di nuovo lo stesso senso di rabbiosa incredulità che avevo provato quando ero andato a vedere per la prima volta i dati della OMS sul Covid, rendendomi conto che raccontavano una storia diametralmente opposta a quella che ci andava propinando la stessa OMS insieme a (quasi) tutti i governi del pianeta, senza che nessuno sentisse il bisogno di andare a controllare. Ma stavolta è stato anche peggio, perché allora almeno i dati erano molti e qualche calcolo, sia pur elementare, bisognava farlo, mentre in questo caso basta cercare pochi numeri (che si trovano in cinque minuti) e metterli a confronto così come sono, senza nessuna elaborazione, per capire come stanno le cose. Eppure, una volta di più, sembra che nessuno l’abbia fatto né abbia intenzione di farlo.

E così, proprio come col Covid, non guardare i numeri impedisce di capire la reale dimensione delle cose di cui si parla. È chiaro infatti che con cifre del genere i rifornimenti di armi davvero ad alta tecnologia (contro cui i russi sono impotenti, quale che sia la loro superiorità numerica) non possono essere stati molti. Ed è proprio così. Oltre ai sistemi antimissile, gli unici che gli abbiamo finora fornito sono stati i micidiali Himars, missili teleguidati a lungo raggio che hanno permesso agli ucraini di colpire i depositi di armi e munizioni e le linee di rifornimento nelle retrovie russe, consentendo loro di lanciare la spettacolare controffensiva dell’estate 2022, che ha liberato gran parte dei territori conquistati a partire dal 24 febbraio.

Da allora, i russi sono stati costantemente costretti a difendersi e hanno continuato a perdere terreno, anche se molto più lentamente. Come è logico, dato che nel frattempo gli ucraini non hanno più ricevuto nessuna fornitura militare in grado di produrre un nuovo salto di qualità e a causa di ciò i russi hanno avuto il tempo di fortificare a dovere le zone ancora sotto il loro controllo. Solo nelle ultime settimane hanno ricominciato ad avanzare, benché di poco, guarda caso proprio in coincidenza con il blocco degli aiuti USA da parte dei repubblicani.

Ma anche questo dato, come tutto il resto, viene sempre presentato in modo gravemente distorto, perché si parla sempre della percentuale di territorio ucraino oggi controllato dai russi, ma non si spiega mai che gran parte di esso (tutta la Crimea e la maggior parte del Donbass) era già in mano loro prima dell’inizio della guerra, essendo stato annesso nel 2014. Al contrario, di quello che avevano conquistato nella fase iniziale dell’invasione del 2022 gli è rimasto ben poco. Alimentare la confusione su questo punto fa apparire l’azione degli ucraini molto meno efficace di quanto sia, il che induce nella nostra opinione pubblica dubbi ingiustificati sull’utilità degli aiuti militari.

Tutto ciò è stato spiegato molto chiaramente da Garri Kasparov, l’ex campione mondiale di scacchi che dal 2005 è diventato uno dei pochi oppositori democratici di Putin, contro il quale si candidò alle presidenziali del 2008, vedendosi però costretto a rinunciare per le intimidazioni del regime. Recentemente Putin lo ha addirittura inserito nell’elenco dei terroristi (!) ricercati dalla Russia per le sue dichiarazioni che lo incolpavano per la morte di Navalny. In un articolo del 6 novembre  2023 (https://www.lastampa.it/esteri/2023/11/06/news/dallucraina_al_medio_oriente_i_passi_falsi_di_biden_in_politica_estera-13838505/) Kasparov scriveva: «Il temporeggiare dell’Amministrazione Biden ha avuto pesanti conseguenze. Se gli Stati Uniti avessero procurato all’Ucraina il sistema missilistico Atacms, gli F-16 e i carri armati fin dal primo giorno, avrebbero sconfitto l’esercito russo sul campo e vinto la guerra prima che i soldati russi si barricassero. Adesso, dopo due anni di combattimenti e dopo mezzo milione di morti, la Russia si è arroccata in profondità e ogni avanzata ucraina avverrà a carissimo prezzo».

Cionondimeno, è vero, purtroppo, che il prolungarsi della guerra rischia di favorire la Russia, ma per un motivo molto diverso da quello addotto dai presunti (e presuntuosi) “esperti”. Il vero problema è che col passare del tempo il nostro già timido appoggio all’Ucraina sta diventando sempre più timido.

Ora, questo si deve anzitutto a un’opinione pubblica composta in gran parte da persone viziate e immature (la “società signorile di massa” di Ricolfi), abituate ad avere tutto e subito, senza dover mai fare nessun vero sacrificio e ideologicamente avverse all’idea stessa che possa esistere una guerra giusta. Ma ancor di più si deve a discorsi irresponsabili di questo tipo, che inculcano negli ascoltatori l’idea che abbiamo già fatto uno sforzo economico gigantesco che non possiamo più reggere a lungo, onde per cui, se neppure questo è bastato a vincere la guerra, allora vuol dire che ciò non è possibile e che bisogna rassegnarsi a trattare con Putin (benché – piccolo ma non trascurabile dettaglio – lui non abbia nessuna intenzione di trattare con noi).

Parafrasando Agatha Christie, potremmo dire che una previsione sbagliata è solo una previsione sbagliata, due previsioni sbagliate sono solo due previsioni sbagliate, ma tre o più, soprattutto se vengono da fonti ritenute autorevoli, fanno una tendenza. In altre parole, abbiamo qui a che fare con la classica profezia che si autoavvera – o quantomeno rischia di farlo, se andiamo avanti così: l’opinione pubblica diventa sempre più scettica, i governi riducono il loro impegno, le cose sul campo peggiorano, ciò viene addotto come prova che la guerra non si può vincere, e così via, in un cortocircuito logico micidiale che stravolge il corretto rapporto tra teoria e realtà.

E qui c’è un punto su cui dissento in parte da Ricolfi. Condivido pienamente la sua preoccupazione per l’intolleranza che sta crescendo un po’ da tutte le parti, così come sono d’accordo con lui che se si invita qualcuno a parlare in televisione poi non ha senso pretendere che non dica ciò che pensa. Ma il problema è appunto questo: è accettabile che si inviti a parlare in televisione anche chi sostiene idee che se fossimo formalmente in guerra con la Russia verrebbero considerate disfattismo e comporterebbero conseguenze molto pesanti (una volta c’era addirittura la fucilazione)?

È vero che formalmente non siamo in guerra con la Russia e che quindi formalmente ognuno ha il diritto di dire ciò che vuole al riguardo. Però la libertà di pensiero non include il diritto di manifestarlo in televisione, che è invece un privilegio, riservato a pochissime persone e spesso neanche meritatamente. Pertanto, a mio giudizio, diversamente dal Covid, che era un problema scientifico e che perciò richiedeva la discussione critica più ampia possibile, non sarebbe così scandalosa un po’ di censura preventiva nei confronti di chi rischia oggettivamente di favorire un nostro mortale nemico, tanto più, poi, se dice cose manifestamente false. Il problema, semmai, è che, se facessimo davvero così, in televisione rischierebbe di non andarci più nessuno, a cominciare dai conduttori…

Comunque, qualsiasi cosa si pensi di ciò, il punto centrale della questione è che, se perfino aiuti così inadeguati come quelli fin qui forniti agli ucraini sono stati sufficienti a ribaltare completamente il corso della guerra, sarebbe bastato (e basterebbe tuttora) un altro sforzo, relativamente piccolo, per chiuderla del tutto.

Ma allora perché non lo si è ancora fatto?

Perché tutto questo: la politica

Per quanto riguarda i politici, purtroppo, non c’è da stupirsi. Da tempo, infatti, in Occidente c’è un drammatico vuoto: di idee, di leadership, di autorevolezza, di tutto. Per capire quanto siamo messi male basta guardare i due candidati alle prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti: un ultraottantenne mezzo rincoglionito e un quasi ottantenne mezzo matto. È già sorprendente che il suddetto ultraottantenne e gli imbelli leader della (dis)Unione Europea abbiano deciso di aiutare l’Ucraina, sarebbe stato stupefacente se l’avessero fatto anche in modo intelligente.

Non dimentichiamo che quando ci fu l’invasione (a cui fino al giorno prima nessuno credeva – o meglio, nessuno volevacredere, nonostante i continui e dettagliatissimi avvertimenti della intelligence americana), al di là delle solite parole di condanna e della rituale minaccia di sanzioni economiche, che non hanno mai fermato nessun dittatore, non sembrava affatto esserci una reale volontà di sostenere l’Ucraina, anche perché tutti credevano che non ci sarebbe neanche stato il tempo, essendo convinti che la Russia avrebbe vinto nel giro di un paio di settimane.

Biden, in particolare, dopo aver già regalato l’Afghanistan ai Talebani, con le catastrofiche conseguenze che abbiamo sotto gli occhi, era pronto a fare lo stesso con l’Ucraina, offrendo al Presidente Zelensky e al suo governo un esilio dorato negli USA, senza rendersi conto che questo sarebbe stato interpretato da tutti i nostri nemici come un ulteriore invito ad attaccarci, visto che ormai basta fare la faccia cattiva per farci battere in ritirata (non è certo un caso che tutti – ma proprio tutti – i regimi anti-occidentali siano diventati molto più aggressivi dopo la nostra vergognosa fuga dall’Afghanistan).

Le cose cambiarono solo quando Zelensky rifiutò l’offerta con le celebri parole (spero destinate a passare alla storia come l’inizio della fine della minaccia russa in Europa): «Non mi serve un taxi, mi servono armi».

Oltre ad ottenere il sostegno (quasi) convinto degli USA e della UE, per qualche tempo il Presidente ucraino, con il suo mix di coraggio, fermezza ed equilibrio (davvero notevole per uno che rischia la pelle tutti i giorni), riuscì perfino nel miracolo di far sì che quest’ultima si ricompattasse intorno ai suoi valori fondativi, anziché pensare solo ai soldi e accapigliarsi su ridicole questioni ideologiche, tipo l’auto elettrica (ne parleremo presto) o la teoria di gender. Di fatto, oggi Zelensky è l’unico vero leader che abbia l’Occidente e, soprattutto, l’unico che creda ancora «nell’Europa dei popoli e delle culture, dall’Atlantico agli Urali» (per usare due celebri espressioni di Giovanni Paolo II) e non solo nell’Europa dell’euro e della BCE, oltretutto gestita in modo orribile da quando al posto di Draghi è arrivata quella inetta di Christine Lagarde (anche di questo parleremo a breve).

Ma la luna di miele è durata troppo poco. Di fatto, dopo il clamoroso successo della controffensiva del 2022 è diventato presto evidente che i nostri leader credevano (o volevano credere) che ormai gli ucraini potessero farcela da soli. Certo, continuando a rifornirli delle munizioni per le armi che già avevano (impegno, peraltro, anch’esso clamorosamente disatteso, visto che gli abbiamo dato appena il 30% di quanto promesso), senza però bisogno di ulteriori salti di qualità, come la fornitura di carri armati Abrams e cacciabombardieri F-16, più volte richiesti da Zelensky ai suoi riottosi alleati, che non si sono mai mostrati troppo entusiasti dell’idea.

L’Oscar della discussione più delirante sul tema spetta senz’altro alla distinzione tra armi offensive e armi difensive, che semplicemente non esistono. Ciò che rende una guerra difensiva è il fine a cui tende (la liberazione del proprio paese e non la conquista di quello nemico), non i mezzi con cui la si combatte, che sono sempre gli stessi e hanno sempre lo stesso obiettivo: l’uccisione dei nemici e la distruzione dei loro armamenti. Ma provate a dirlo in pubblico e si scatenerà il finimondo (in effetti, molti europei non ritengono nemmeno che abbiamo dei nemici). Che non si riesca neanche più a riconoscere l’elementare verità che le armi servono a uccidere e che a volte ciò è purtroppo necessario la dice lunga sul livello di alienazione dalla realtà a cui siamo arrivati.

Tuttavia, va anche detto che questa in gran parte è una scusa, con cui i nostri governi cercano di nascondere i veri motivi di tale resistenza a fornire armamenti avanzati in grandi quantità, che sembrano essere essenzialmente due.

Anzitutto, lo si giudica un costo eccessivo, senza rendersi conto di quanto maggiormente ci costerebbe, non solo in termini di soldi, ma anche di devastazioni e di vite umane, una vittoria russa in Ucraina. In secondo luogo, molti temono che una vittoria troppo netta degli ucraini possa indurre Putin a usare le armi nucleari, senza rendersi conto di quanto improbabile sia in realtà questo rischio (vedi ancora il mio già citato https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-4-il-grande-spauracchio-parte-prima-il-nucleare-bellico/) e di quanto più plausibile e più grave sia invece il rischio che la vittoria ucraina non sia abbastanza netta da provocare la caduta di Putin. O, peggio ancora, che non ci sia una vittoria ucraina.

Tuttavia, queste motivazioni sono forse più comprensibili di quella ufficiale, ma non meno preoccupanti, perché questo errore rischiamo di pagarlo carissimo. E benché stavolta la colpa sia innanzitutto dei politici, non per questo gli esperti ne escono innocenti: quasi tutti, infatti, hanno giustificato questa scellerata decisione ricordandoci che in ogni caso per addestrare adeguatamente i piloti di questi mezzi ci vorrebbe un anno. Peccato solo che la guerra stia andando avanti ormai da due anni, per cui se glieli avessimo forniti subito sarebbero entrati in azione già un anno fa.

Ma la cosa più assurda è che aver commesso questo errore fatale all’inizio del conflitto viene spesso usato come giustificazione per continuare a ripeterlo. Se, per esempio, questi armamenti glieli avessimo forniti l’anno scorso, al posto delle poche decine di vecchi carri armati che gli abbiamo elemosinato di malavoglia, certo si sarebbe dovuta rimandare la controffensiva di primavera (che peraltro non ha dato risultati troppo brillanti, proprio per la carenza di mezzi adeguati), ma almeno adesso gli ucraini sarebbero adeguatamente equipaggiati e non dovremmo temere che i russi possano tornare a prendere il sopravvento. Ora, come si possa pensare che l’Ucraina (o qualunque altro paese) possa vincere una guerra senza aerei e senza carri armati, è un mistero.

O forse no. Perché in effetti molto spesso si è avuta l’impressione che anche queste siano scuse e che in realtà i nostri cari leader non vogliano affatto che l’Ucraina vinca e che, invece di levarsi dai piedi Putin una volta per tutte, preferirebbero indurlo ad accettare (benché – sempre lo stesso fastidioso dettaglio – nessuno sappia come) una qualche sorta di spartizione dell’Ucraina stile guerra fredda, in cui lui si prenderebbe la Crimea e parte del Donbass, come anche la maggior parte degli esperti da sempre suggerisce. Perché mai, però, una soluzione del genere dovrebbe convenirci più dell’altra, che porterebbe alla sua eliminazione, è a sua volta un mistero.

Una spiegazione, che qualcuno ha effettivamente proposto, potrebbe essere che i nostri governi non trovino molto tranquillizzante l’idea di dover convivere in futuro con una Ucraina col morale alle stelle per la vittoria sulla Russia e dotata, grazie al nostro aiuto, di un esercito tecnologicamente all’altezza di quelli delle principali potenze europee, ma di essi molto più numeroso e agguerrito.

Non mi sento di escludere questa ipotesi, ma, se è vera, allora significa che i nostri governanti sono ancora più stupidi di quel che sembrano. Dopo una guerra del genere, infatti, l’ultima cosa che potrebbe venire in mente agli ucraini sarebbe minacciare o anche solo infastidire i loro alleati, di cui continuerebbero ad avere bisogno a lungo, sia per ricostruire il paese, sia per mantenere in efficienza gli armamenti che gli avremo fornito, che ancora per molto tempo non saranno in grado di produrre e riparare da soli. I loro sforzi militari sarebbero invece concentrati nel tenere a bada la Russia, onde evitare che possa cercare una rivincita, il che converrebbe a tutti.

Converrebbe agli USA, che avrebbero finalmente all’interno della NATO un alleato politicamente fedele, militarmente forte e geograficamente collocato nella posizione più strategica che si possa immaginare, sicché per molti decenni potrebbe fare, molto meglio degli imbelli paesi europei, da “cane da guardia” nei confronti della Russia, ma anche di un eventuale tentativo turco o cinese di espandersi nelle repubbliche ex sovietiche attualmente controllate da Putin.

Ma converrebbe ancor di più a noi, che di spendere i nostri soldi o (non sia mai!) le nostre vite per difenderci proprio non ne abbiamo nessuna voglia: meglio quindi lasciare che se ne occupino i più battaglieri ucraini. Eppure, non pare che sia questo il modo in cui ragionano i nostri leader politici, sia di maggioranza che di opposizione.

Un’altra ipotesi, avanzata ancora da Kasparov, è che gli Stati Uniti «temevano il caos potenziale di una sconfitta della Russia più di quanto temessero la distruzione dell’Ucraina». Ma, se è così, allora gli americani sono stati ancora più stupidi di noi, giacché in questo modo «stanno ottenendo proprio quello che paventavano maggiormente: dittatori ringalluzziti e caos dilagante » (si veda ancora l’articolo citato in precedenza, così illuminante che consiglio a tutti di leggerlo per intero: https://www.lastampa.it/esteri/2023/11/06/news/dallucraina_al_medio_oriente_i_passi_falsi_di_biden_in_politica_estera-13838505/).

Ma forse la spiegazione più vera del comportamento ondivago e incerto dei nostri leader va cercata, ancora una volta, nella tragicomica vicenda del Covid. Infatti, la “legge di Ricolfi” («se vuoi fare qualcosa, più tardi lo fai, più costerà caro a tutti») non vale solo per le pandemie, ma per tutte le situazioni di crisi, compresa questa. Se avessimo fatto subito quello che andava fatto, certamente ci sarebbe costato più caro sul momento, ma la guerra sarebbe stata vinta rapidamente e quindi il saldo finale sarebbe stato ampiamente positivo, da tutti i punti di vista. Ma purtroppo, come già ai tempi del Covid, sembra proprio che questo i politici non riescano a capirlo. E così, ancora una volta, invece di anticipare gli eventi, li rincorrono.

Speriamo solo che la piega preoccupante che stanno prendendo gli eventi serva a dar loro la sveglia e che gli aiuti necessari per vincere la guerra vengano forniti al più presto, ovviamente insieme ad altri aiuti più urgenti che servono per consolidare il fronte in attesa che i mezzi più moderni siano pronti a entrare in azione. Lo sblocco degli aiuti americani è già qualcosa, ma è ancora ben lungi dall’essere sufficiente. Timor Dei initium sapientiae, dicevano gli antichi: a volte la paura può anche essere buona consigliera…

Perché tutto questo: gli esperti

Più difficile è capire perché non solo gli pseudo-esperti, ma anche gli autentici esperti di cose militari continuino a ripetere come un disco rotto le assurdità che abbiamo visto e molte altre ancora. È mai possibile che davvero non si rendano conto che sono assurdità? Oppure ci sono altre spiegazioni?

Certamente anche qui, come già col Covid, pesa molto l’indisponibilità a riconoscere i propri errori. Praticamente tutti, all’inizio, avevano previsto che la Russia avrebbe vinto facilmente e ora sembra quasi che molti sperino che ci riesca, solo per avere l’amara soddisfazione di dimostrare che avevano ragione (mentre ad altri, più modestamente, sembrerebbe bastare che la Russia, se proprio non può vincere, almeno non perda). Capire fin dove arriva la malafede e in che misura invece si tratta di una vera e propria incapacità di abbandonare convinzioni troppo radicate è probabilmente impossibile e sicuramente inutile: quale che sia il motivo, infatti, resta che si sta facendo prevalere la teoria sulla realtà e che questo rappresenta la negazione più radicale che si possa immaginare del metodo scientifico e, più in generale, di qualsiasi forma di conoscenza degna di tal nome.

Ma c’è anche un altro fattore da tenere in conto, che col Covid non era molto rilevante, mentre qui, trattandosi di guerra, lo è: il peso delle motivazioni ideologiche, che condizionano anche gli esperti. E ciò accade assai più spesso di quanto sembra. Non dimentichiamo, infatti, che il più efficace metodo di propaganda consiste nel travestire le proprie opinioni soggettive da previsioni oggettive.

Così, se uno ritiene che non si debba aiutare l’Ucraina in nome del pacifismo, per difendere gli interessi dei nostri imprenditori che esportano in Russia o, peggio ancora, perché sotto sotto parteggia per Putin, anziché manifestare apertamente le proprie idee, che difficilmente sarebbero accettate, potrebbe trovare più conveniente cercare di convincere i suoi interlocutori che aiutare gli ucraini è inutile o addirittura contro il loro stesso interesse, perché servirebbe solo a prolungare le loro sofferenze senza impedire la “inevitabile” vittoria finale russa. Discorsi del genere si sono effettivamente sentiti molte volte (soprattutto nella prima parte della guerra, quando le cose andavano peggio, ma anche dopo) e venivano sempre da persone che notoriamente condividevano l’una o l’altra delle suddette posizioni ideologiche.

L’ideologia più micidiale di tutte, però, non ha un preciso colore politico, anche se storicamente è figlia del comunismo, ma ormai ha contagiato un po’ tutti: è quella del dialogo-che-risolve-tutti-i-problemi (cfr. Paolo Musso, https://www.fondazionehume.it/politica/la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti/). Essa infatti, mescolandosi al sempre più dilagante (e sempre più delirante) complottismo, ha già convinto milioni di persone che l’unica via di uscita dalla guerra sono le mitiche “trattative di pace” e che se queste non sono ancora iniziate è solo perché “manca la volontà politica”, con il che in realtà si intende che manca la nostra volontà politica, perché secondo questa mentalità per definizione i “cattivi” siamo noi.

Questa idea, inoltre, è condivisa anche da molti “liberal” non di sinistra e perfino da molti “comunitari” (destra più frange di marxisti ortodossi; per questa distinzione vedi l’articolo appena citato), che ne respingono la versione “buonista” di cui sopra, tipica della sinistra e del mondo cattolico, ma ne accettano un’altra che proclamano essere una semplice questione di realismo: siccome le guerre, come qualsiasi altra cosa, sono dovute agli interessi (ultimamente economici) delle parti in causa, l’unico modo di farle finire è mettere da parte le questioni morali e trovare un bilanciamento degli interessi in gioco che lasci tutti ugualmente soddisfatti (o tutti ugualmente insoddisfatti, secondo la celebre battuta di Henry Kissinger).

Ora, nessuno più di me è favorevole al realismo, ma già a priori è evidente che questo ragionamento è piuttosto una forma di cinismo amorale. Il realismo autentico, infatti, consiste nel cercare di seguire le indicazioni della realtà, per cui già il fatto in sé di identificarlo a priori con una specifica soluzione è contraddittorio. Inoltre, è falso che le guerre (o qualsiasi altra cosa) siano sempre dovute a questioni di interesse, come ho cercato di illustrare ancora nell’articolo sulle Dodici idee comuniste, a cui perciò rimando.

Ma, soprattutto, la storia dimostra che (tranne quando, come per esempio nella guerra Iran-Iraq, i contendenti giungono contemporaneamente all’esaurimento delle forze) non è mai l’inizio delle trattative a determinare la fine della guerra, ma è piuttosto la fine della guerra (determinata dalla vittoria di una parte e dalla sconfitta dell’altra) a permettere l’inizio delle trattative. Ed è facile capirne il motivo.

Nessuno, infatti, neppure un dittatore psicopatico come a suo tempo Hitler e oggi Putin o i capi di Hamas, inizia una guerra a cuor leggero, se non altro perché non può farla da solo e ha quindi bisogno che almeno un certo numero di persone lo sostengano per convinzione e non solo per paura, perché la guerra può fare più paura di qualsiasi dittatore. Inoltre, una guerra si può perdere e quando a perderla è un dittatore ciò in genere ne determina la caduta e spesso anche la morte. La guerra, quindi, è certamente una tragedia, ma non è affatto una follia, come continua purtroppo a ripetere Papa Francesco, evidentemente anche lui molto mal consigliato dai suoi “esperti” (una volta o l’altra dovrò scrivere qualcosa sulle stranissime idee del cattolicesimo contemporaneo circa la politica internazionale), bensì una scelta accuratamente ponderata che ha sempre una sua logica, perfino quando è la logica di un folle.

La famosa frase di Von Clausewitz per cui «la guerra non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi» non è soltanto una battuta brillante e un po’ cinica, ma una precisa descrizione di ciò che accade. Alla guerra, infatti, si arriva quando almeno una delle parti in causa ritiene che la situazione che si è creata non le permetta più di raggiungere i propri obiettivi attraverso le vie della politica: perché mai, quindi, tale parte dovrebbe accettare di tornare a trattare prima che qualcosa di sostanziale sia cambiato? Pretendere poi che ciò possa accadere addirittura il giorno dopo l’apertura delle ostilità (come quasi tutti hanno fatto, sia per l’Ucraina che per Gaza) non è soltanto ingenuo, ma semplicemente stupido.

Ma forse c’è anche un altro motivo, stavolta non ideologico, anche se si tratta comunque di un pregiudizio infondato. Ed è che dopo l’11 settembre tutti gli scontri tra noi e le varie dittature nostre nemiche non sono avvenuti nella forma di guerre tradizionali, bensì di “guerre asimmetriche” contro la guerriglia, a parte la seconda guerra con l’Iraq (che però si è presto trasformata anch’essa in una guerra di questo tipo) e l’intervento in Serbia (troppo breve per fare testo).

Questo tipo di guerra, infatti, riduce notevolmente il peso della nostra superiorità tecnologica, creando la sensazione che i nostri nemici siano diventati più forti e che anche in uno scontro tradizionale avremmo delle difficoltà a spuntarla. Ma questa è, appunto, solo una sensazione, priva di qualsiasi fondamento nella realtà dei fatti. In Ucraina non si combatte tra le montagne, ma in una vastissima pianura quasi completamente priva di ripari naturali, che rappresenta lo scenario ideale perché le nostre armi ad alta tecnologia possano dispiegare tutto il loro potenziale. E, di fatto, così è già accaduto con quelle che fin qui abbiamo dato agli ucraini. Non c’è quindi nessuna ragione di pensare che le cose vadano diversamente con quelle che (si spera) gli daremo in futuro.

Ciò che è sorprendente è che questa falsa impressione abbia contagiato anche buona parte degli analisti e degli stessi vertici militari. Eppure, è accaduto. E forse non è neanche tanto sorprendente.

Siamo noi, infatti, che tendiamo a mitizzare gli esperti, come se fossero persone dotate di una razionalità superiore e immuni alle debolezze della gente comune. Ma in realtà studiosi di geopolitica, professori universitari, politici e generali (sì, anche loro) sono esseri umani come noi, anch’essi figli del nostro tempo. Un tempo in cui l’apparenza e l’emotività tendono a prevalere sulla conoscenza e sulla razionalità, fino al punto di generare delle vere e proprie forme di “bispensiero” orwelliano, per cui si è convinti che una certa cosa è vera, eppure al tempo stesso si nutre anche una convinzione contraddittoria con la prima, senza nemmeno accorgersi che è contraddittoria.

E tuttavia dobbiamo accorgercene. Perché se non lo faremo al più presto, liberandoci di queste forme sbagliate di pensiero, in Ucraina finirà col vincere Putin. Che non si fermerà certo lì: e allora, oltre ai soldi, dovremo metterci anche i soldati. Che però non abbiamo, perché da noi nessuno ha più voglia di morire per la libertà (o per qualsiasi altra cosa).

Molto meglio per noi, quindi, che a fare il lavoro sporco siano gli ucraini, che non sono ancora così rammolliti e, soprattutto, hanno ancora abbastanza senso della realtà da capire che le pallottole non si fermano con le chiacchiere.

Se non per generosità, aiutiamoli almeno per egoismo.




L’Università di Zurigo si ribella alla dittatura degli “indicatori”

Il 13 marzo scorso l’Università di Zurigo ha annunciato ufficialmente la sua decisione di abbandonare il sistema internazionale di valutazione delle università, usualmente chiamato THE perché pubblicato dalla rivista inglese Times Higher Education.

Ne parlo solo adesso perché solo adesso l’ho saputo, grazie alla segnalazione di un collega, che a sua volta ha ripreso un post pubblicato sulla pagina Facebook di un amico, che a sua volta riprendeva un trafiletto apparso sul sito svizzero swissinfo.ch, che a sua volta riprendeva il breve comunicato apparso sul sito dell’Università (https://www.news.uzh.ch/en/articles/news/2024/rankings.html). Un percorso quasi clandestino per una notizia che è stata quasi totalmente ignorata dai media (l’unica notizia in italiano che ho trovato su Internet è apparsa su Ticinonline ed era una semplice traduzione del trafiletto suddetto).

A prima vista tale disinteresse potrebbe apparire giustificato: perché infatti questa notizia dovrebbe importarci, in un momento in cui ben altri e ben più gravi sembrano essere i problemi?

La risposta è: esattamente perché così sembra, ma così non è. La decisione presa dall’Ateneo svizzero è potenzialmente rivoluzionaria, non solo rispetto al problema (comunque gravissimo) che affronta, ma soprattutto per la visione del mondo che vi sta dietro, che è diametralmente opposta a quella che sta alla radice di molti dei suddetti problemi apparentemente più gravi e più importanti.

Anzitutto, a scanso di equivoci, va detto che l’Università di Zurigo non ha preso questa decisione perché oggetto di una valutazione negativa: nell’ultima classifica si trovava infatti all’80° posto, che è un’ottima posizione, considerando che nel mondo esistono oltre 7000 università.

La ragione è che, come dice seccamente il comunicato, «la classifica non è in grado di riflettere l’ampio spettro di attività di insegnamento e ricerca intraprese dalle università». E questo perché «le classifiche generalmente si focalizzano su risultati misurabili, che possono avere conseguenze indesiderate, ad esempio portando le università a concentrarsi sull’aumento del numero di pubblicazioni invece che sul miglioramento della qualità dei loro contenuti».

Confesso che la cosa mi ha stupito, perché non credevo che in Europa ci fosse ancora qualcuno capace di prendere una posizione così forte e di dire parole così chiare e così controcorrente. Eppure, la cosa davvero sorprendente non dovrebbe essere la decisione degli svizzeri, ma piuttosto che ci sia voluto così tanto per arrivarci: da molti anni, infatti, tutti gli addetti ai lavori sanno perfettamente che le cose stanno così, ma ciononostante accettano supinamente questo sistema demenziale.

Giusto per dare l’idea a quelli che addetti ai lavori non sono, farò solo un esempio tra i tanti possibili: quello delle citazioni, che è particolarmente significativo perché a prima vista può sembrare sensato.

Nell’attuale sistema di valutazione si ritiene infatti che un buon indicatore del valore di un articolo, almeno nel campo delle scienze sperimentali, che hanno un metodo estremamente efficace per verificare la bontà delle teorie proposte, sia il numero delle volte che tale articolo è stato citato in altre pubblicazioni. Come ho detto, ciò può sembrare sensato, ma in pratica non lo è affatto e porta ad effetti gravemente distorsivi.

Anzitutto, c’è il problema delle autocitazioni. Un autore, infatti, può citare in ciascuna sua pubblicazione anche le proprie pubblicazioni precedenti e non solo quelle dei colleghi. Tuttavia, siccome il sistema funziona in automatico, gestito da computer che non sono in grado di distinguere, anche le autocitazioni vengono considerate valide.

Si potrebbe pensare che per rimediare basterebbe creare programmi più sofisticati che possano riconoscere e non considerare le autocitazioni, ma non è così: l’autocitazione individuale sta infatti cedendo il passo a quella di gruppo, che è praticamente impossibile da contrastare.

La scienza moderna, infatti, soprattutto in certi campi, come emblematicamente la fisica, può ormai avanzare solo grazie a esperimenti di estrema complessità, che coinvolgono decine o perfino centinaia di persone. Di conseguenza, quando alla fine si pubblica l’articolo che rende conto di tale esperimento vengono (giustamente) considerati coautori tutti quelli che vi hanno preso parte e non solo chi materialmente l’ha scritto, perché costui non ha fatto altro che presentare il risultato che tutti hanno concorso a produrre.

Tuttavia, è chiaro che ciò dà ai ricercatori che partecipano a tali esperimenti un enorme e ingiustificato vantaggio rispetto ai loro colleghi che lavorano da soli o in gruppi più piccoli. Infatti, ogni volta che uno dei coautori citerà l’articolo in un lavoro successivo, tutti gli altri “guadagneranno” una citazione. Di conseguenza, quanto più grande è il gruppo, tanto maggiore sarà (in media) il numero di citazioni che l’articolo otterrà, senza che ciò abbia la minima relazione con il suo valore.

Di nuovo, si potrebbe pensare che il problema si possa risolvere non ritenendo valide neppure le citazioni dei propri coautori, ma in realtà ciò non è possibile, perché si scontra con un’altra difficoltà, stavolta insormontabile.

Perlopiù, infatti, i coautori del primo articolo non lo citeranno in una pubblicazione individuale, ma in un’altra pubblicazione di gruppo, insieme ad altri coautori che non facevano parte del gruppo che ha scritto il primo articolo, il che impedisce di considerarla un’autocitazione, benché molto spesso lo sia. È chiaro, infatti, che, se uno dei coautori insiste per citare un articolo precedente di cui era coautore, anche se non è molto pertinente, ben difficilmente gli altri si opporranno, perché a loro volta avranno qualche altro articolo poco pertinente di cui sono coautori da citare.

Ma dovrebbe essere ormai altrettanto chiaro che tale perversa dinamica non dipende di per sé dall’esistenza (peraltro inevitabile) degli articoli di gruppo, ma dall’usare il numero di citazioni come metodo di valutazione.

Ciò, infatti, in primo luogo dà una rilevanza ingiustificata agli articoli scritti da molte persone e favorisce ingiustamente chi ha l’unico “merito” di far parte di grandi gruppi di ricerca. Inoltre, spinge inevitabilmente i ricercatori a usare il trucco delle autocitazioni di gruppo sopra descritto, il che è sì scorretto, ma spesso indispensabile per “sopravvivere” accademicamente.

Ma c’è di più. Ciò spinge anche i ricercatori ad aumentare il più possibile il numero di coautori, a volte inserendo anche colleghi che non hanno realmente contribuito (i quali, ovviamente, ricambieranno il favore alla prima occasione), perché questo, come abbiamo appena visto, aumenta le possibilità di essere citati (inoltre, la presenza di coautori, specie se internazionali, vale per un altro degli indicatori del valore di un articolo, ancora una volta a prescindere dal suo contenuto).

Infine, il sistema induce a pubblicare il maggior numero possibile di articoli, spesso parlando di cose insignificanti o “spezzettando” in varie parti un articolo interessante ma lungo, perché, di nuovo, così aumenta sia la possibilità di autocitarsi che la probabilità di essere citati da altri (senza contare che anche il numero di articoli pubblicati, indipendentemente dal loro valore, vale per un altro indicatore e quindi spinge nella stessa direzione).

Non ci vuole un genio per capire che tutto ciò alla lunga non può che causare una progressiva diminuzione della qualità della ricerca, cioè l’esatto opposto di quel che si voleva ottenere. Eppure, il numero delle citazioni è uno degli indicatori più sensati: se dunque anch’esso produce effetti perversi di questa portata, figuriamoci gli altri! E in effetti è proprio così. Ma, anziché insistere sugli effetti (su cui potrei andare avanti per ore, senza però aggiungere nulla di concettualmente nuovo), vorrei ora mettere in luce le cause.

O meglio, “la” causa, giacché alla base di tutto ciò sta un’unica idea: la pretesa di ridurre il giudizio qualitativo a un giudizio quantitativo, nella sciocca convinzione che solo quest’ultimo possa essere “oggettivo”, fraintendendo così completamente il vero senso del metodo scientifico. Pretendere di misurare ciò che per sua natura non è misurabile non è infatti segno di rigore, ma di stupidità.

Come ciononostante (e nonostante i suoi palesi effetti perversi) questa idea abbia potuto diffondersi così tanto è una domanda a cui si può rispondere o con un discorso molto lungo o con uno molto breve. Riservandomi quello lungo per un’altra occasione, qui risponderò nella forma breve.

In estrema sintesi, si può dire che da molti anni è in corso in Occidente una pericolosissima svalutazione del giudizio personale, che sempre più persone considerano irrimediabilmente “soggettivo”, non solo nel senso di “fallibile”, ma anche e soprattutto nel senso di “fonte inevitabile di corruzione e di discriminazione”, le due parole che più ossessionano gli uomini (e le donne) del nostro tempo, facendogli progressivamente perdere ogni capacità di ragionare.

Ma, ancor più in profondità, dietro a tutto questo si ritrova ancora e sempre la malattia mortale della modernità, ovvero il rifiuto radicale del rischio, di cui ho parlato molte volte sia in questo sito che nelle mie pubblicazioni. Perché è chiaro che il giudizio personale è un rischio. Ma è un rischio che non si può eliminare. O meglio, si può, ma a prezzo di eliminare con esso anche la libertà e quindi la creatività umana. Come infatti sta accadendo.

Per questo, come accennavo all’inizio, la presa di posizione dell’Università di Zurigo ha una portata potenzialmente rivoluzionaria, che va ben al di là del pur grave problema che l’ha provocata. Basti dire che la pretesa di sostituire il qualitativo con il quantitativo sta, fra l’altro, alla base di sistemi inaffidabili e potenzialmente deleteri come ChatGPT e i suoi “fratelli” (cfr. Luca Ricolfi, https://www.fondazionehume.it/societa/chatgpt-limpostore-autorevole/ e Paolo Musso, https://www.fondazionehume.it/societa/chatgpt-io-e-chat-lo-studente-zuccone/), che sarebbe bene cominciare a chiamare col loro giusto nome, che non è Intelligenza, bensì Stupidità Artificiale (cfr. Paolo Musso, A.S. – Artificial Stupidity, in “Bioethics Update” n. 2/2023, pp. 90-102, https://www.bioethicsupdate.com/frame_eng.php?id=57).

In particolare, mi ha colpito il fatto che gli svizzeri nel loro comunicato affermino che, «sebbene le classifiche pretendano di misurare in modo completo» le attività umane come l’insegnamento e la ricerca, in realtà «non possono farlo» («they cannot do so») e non semplicemente che “non devono farlo”, secondo l’atteggiamento oggi imperante che io chiamo “riduzionismo etico”. Nel nostro tempo scettico e stanco, infatti, qualsiasi affermazione che avanzi una pur minima pretesa di essere oggettivamente vera è di solito molto male accolta, mentre l’etica, anche se non è molto simpatica, è almeno tollerata, perché qualche regola di convivenza dobbiamo pur darcela.

Non che l’etica non sia importante, beninteso, ma il problema è che affrontare le sfide che abbiamo davanti solo dal punto di vista etico finisce inevitabilmente per ridurne (appunto) la portata, anche dallo stesso punto di vista etico (“bad science, bad ethics”, come dicono gli americani – anzi, come dicevano, prima di essere travolti dallo tsunami del rincoglionimento woke). Per questo quel «they cannot do so» è come una ventata d’aria fresca di straordinaria importanza.

Ma ancor più importante è che il comunicato affermi esplicitamente che il fallimento delle classifiche si verifica «perchéesse si incentrano su criteri quantitativi» («as they focus on quantitative criteria»), il che, in un momento storico in cui tutti cercano di convincerci che invece proprio questa è la strada da seguire, è davvero una rivoluzione

Una rivoluzione in cui «si privilegia la qualità piuttosto che la quantità» («the emphasis is on quality over quantity») e che perciò rimette al centro l’essere umano, con la sua rischiosa ma insostituibile libertà.

Una rivoluzione di cui il nostro mondo ha un disperato bisogno e in cui tutti devono decidersi a fare la loro parte, piccola o grande che sia.

Un primo, importantissimo passo sarebbe che altre Università, soprattutto le meglio posizionate nel ranking, lo abbandonassero, come ha fatto Zurigo.

Mai come in questo caso si può dire che il complimento più sincero è l’imitazione.




La frattura tra ragione e realtà 6 / Distruggere la scuola in nome della (ri)educazione

Sull’onda dell’emotività suscitata dal terribile assassinio di Giulia Cecchettin da parte del fidanzato tutte le forze politiche hanno approvato all’unanimità l’istituzione in tutte le scuole d’Italia di un corso obbligatorio di “educazione alle relazioni”. A parte l’obiettivo specifico, clamorosamente sbagliato, della lotta al “patriarcato” (che in realtà non c’entra nulla), a preoccupare è la logica di fondo di questi corsi, che stanno distruggendo la scuola in nome della (ri)educazione. Un’idea perversa che ancora una volta nasce da un pregiudizio comunista inconsapevolmente condiviso da molti non comunisti, ma stavolta pure da un pregiudizio liberista che piace molto anche a sinistra.

Quando ho fatto l’elenco delle idee comuniste che si sono così diffuse in Occidente da essere spesso condivise anche dagli anticomunisti (https://www.fondazionehume.it/politica/la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti/) ne ho dimenticata una, oltretutto della massima importanza, perché, almeno a giudicare dalle vicende di questi giorni, è condivisa veramente da tutti: è quella della rieducazione del popolo.

I comunisti, infatti, hanno sempre avuto tra i loro dogmi indiscutibili che, essendo per definizione “dalla parte giusta della storia”, chi non è d’accordo con loro non è semplicemente uno che ha idee diverse, ma uno che ha, sempre per definizione, delle idee sbagliate. Esse perciò, nel suo stesso interesse, devono essere estirpate e sostituite con quelle giuste attraverso un opportuno processo di rieducazione.

Naturalmente, c’era una distinzione tra i “borghesi”, cioè i membri delle classi dirigenti, che di tali idee sbagliate erano i creatori e i promotori (allo scopo di proteggere i propri interessi economici, che per il marxismo sono sempre la spiegazione ultima di qualsiasi evento storico), e i “proletari”, cioè i membri delle classi popolari, che invece ne erano le vittime. Perciò nei regimi comunisti i primi venivano “rieducati” con metodi brutali, nei gulag o nelle cliniche psichiatriche, mentre per i secondi si puntava essenzialmente sulla scuola.

Ma questa attitudine è stata condivisa anche dai partiti comunisti che si sono trovati ad agire nei paesi democratici, che hanno sempre cercato di tradurla in pratica ogniqualvolta ne hanno avuto l’opportunità. Naturalmente, qui non era possibile spedire gli avversari politici nei gulag (anche se si è cercato più volte di spedirli almeno in galera: vedi per esempio Mani Pulite), per cui questo metodo è stato sostituito dalla gogna mediatica. Per il “popolo”, invece, il mezzo di indottrinamento privilegiato anche in Occidente è rimasto la scuola.

È un dato di fatto innegabile, di cui tutti abbiamo fatto esperienza, direttamente o indirettamente, che gli insegnanti di sinistra sono in media molto più determinati (e anche più abili) degli altri nel far passare la propria visione del mondo attraverso l’insegnamento ordinario delle proprie materie. In Italia, poi, questo fenomeno è stato ulteriormente accentuato dal patto non scritto, ma tuttavia ferreamente rispettato per decenni, stretto fra DC e PCI dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale per permettere la loro coesistenza pacifica, per il quale (semplificando un po’, ma neanche tanto) i democristiani si sarebbero presi le istituzioni e i comunisti la società.

Sul breve e medio periodo questo patto ha favorito la DC, ma sul lungo periodo il conseguimento dell’egemonia culturale di gramsciana memoria all’interno della società italiana da parte del PCI ha finito per erodere, fino a farlo saltare, il controllo della DC sulle istituzioni. È per questo che in Italia la sinistra negli ultimi decenni ha sempre avuto un peso politico nettamente superiore alla sua consistenza elettorale, che non è mai arrivata ad essere maggioritaria.

Negli ultimi vent’anni o giù di lì, però, a ciò si è aggiunto un altro fenomeno, molto più grave e (purtroppo) anche molto più ampio, che ha contribuito a devastare la scuola come poche altre cose. Infatti, ogni volta che si manifesta qualche grave problema sociale che non sappiamo come risolvere, accanto all’immancabile ritornello “qui ci vuole una legge” parte subito l’ormai altrettanto immancabile “qui ci vuole un corso a scuola”, condiviso ormai non solo dalla sinistra, ma da tutta l’area liberal e a volte perfino dai suoi oppositori. L’ultimo esempio è quello del corso di “educazione alle relazioni” che dovrebbe risolvere il problema della violenza sulle donne, deciso sull’onda emotiva del terribile assassinio di Giulia Cecchettin.

Questa legge mostra con particolare evidenza l’assurdità e, di conseguenza, la dannosità di questo approccio. Per questo lascerò da parte tutta la questione  delle presunte colpe del “patriarcato”, che è già stata ampiamente discussa negli articoli di Ricolfi apparsi su questo sito (su ciò si vedano soprattutto i seguenti due: https://www.fondazionehume.it/societa/patriarcato-alle-radici-dei-femminicidi/ e https://www.fondazionehume.it/societa/il-singhiozzo-delluomo-maschio-a-proposito-di-violenza-sulle-donne/), giacché è specifica di questo caso, per concentrarmi su quegli aspetti più generali che sono invece diretta conseguenza di questo modo di affrontare i problemi.

1) Anzitutto, è davvero difficile capire come una persona sana di mente possa credere sul serio che chiunque abbia ucciso una ragazza (o abbia commesso qualsiasi altro crimine) l’abbia fatto solo perché nessuno gli aveva mai detto che è sbagliato.

2) Altrettanto difficile è capire come una persona sana di mente possa credere sul serio che gli studenti accettino di sentirsi dire che in campo sentimentale (o in qualsiasi altro campo) devono essere disposti ad accettare serenamente le avversità dalle persone che gestiscono la scuola odierna, dove tutto (ma proprio tutto) funziona in base al principio diametralmente opposto, cioè quello di proteggerli da ogni minima avversità.

3) Infine, è inquietante che questi corsi debbano essere tenuti da insegnanti opportunamente “formati” da psicologi (o da esperti di qualsiasi altro tipo). Anzi, è doppiamente inquietante. Anzitutto, infatti, ciò suppone implicitamente l’idea che solo degli “esperti” siano in grado di spiegare come ci si deve rapportare correttamente agli altri (il che implica che non solo gli insegnanti, ma anche le famiglie non siano ritenute in grado di farlo). In secondo luogo, come verranno scelti tali “esperti”? La psicologia non ha standard di giudizio oggettivi come la scienza naturale, per cui esistono scuole di pensiero molto diverse tra loro e quelle che si impongono come maggioritarie nella società lo fanno assai più per i propri “meriti” ideologici che per il proprio valore intrinseco. Di conseguenza, questa legge rischia di diventare il cavallo di Troia che la sinistra da molti anni cercava per introdurre definitivamente l’ideologia di gender nella scuola italiana, cosa che non le era riuscita nemmeno quando era al potere e che ora, in modo davvero paradossale, le è stata servita su un piatto d’argento dal primo governo di destra della nostra storia (tant’è vero che all’inizio tra le persone che dovevano sovrintendere al progetto era stata scelta Anna Paola Concia, ex deputata PD e nota esponente di tale ideologia, anche se poi il Ministro ha fatto marcia indietro). Ma, sia chiaro, il mio giudizio non cambierebbe neanche se venissero scelti psicologi di altre tendenze o se si trattasse di esperti di altro genere: è l’idea in sé stessa che gli insegnanti non siano in grado di educare i propri studenti senza essere indottrinati da qualche “esperto” ad essere inquietante.

Eppure, questa legge demenziale è stata approvata addirittura all’unanimità da tutte le forze politiche, con l’entusiastico appoggio del sistema mediatico e degli intellettuali. Quindi, delle due l’una: o le classi dirigenti dell’Occidente sono ormai composte quasi per intero da malati di mente o hanno ormai tutte interiorizzato l’idea di cui sopra, che cioè il “popolo” si comporta male perché gli vengono insegnati valori sbagliati, che in realtà servono a giustificare rapporti di potere (ultimamente economico), per cui la soluzione è rieducarlo, anzitutto attraverso la scuola.

Personalmente ritengo che siano vere entrambe le cose. In ogni caso, è facile vedere che, al di là delle differenze esteriori dovute ai differenti argomenti (corsi di cittadinanza contro la mafia e la corruzione; alternanza scuola-lavoro contro la disoccupazione; corsi di ecologia per combattere il riscaldamento globale; corsi sulle “abilità caratteriali” per superare il nozionismo; e ora, appunto, corsi di educazione affettiva per combattere la violenza sulle donne), tutti i corsi di questo tipo che negli ultimi anni sono stati introdotti (o si è cercato di introdurre) nella scuola condividono gli stessi tre demenziali presupposti che stanno alla base di questa legge:

1) La pretesa di risolvere un problema “facendo la predica” ai ragazzi, cioè insegnando loro in poche ore alcune semplicistiche regole di comportamento (che oltretutto spesso non hanno nulla a che fare con la vera natura del problema stesso), perlopiù presentate in modo intimidatorio e moralistico, puntando a colpevolizzare chi non le accetta anziché cercando di seguire un percorso di convinzione razionale, per il quale, d’altronde, non ci sarebbe il tempo (e spesso neppure gli argomenti).

2) La pretesa che i ragazzi prendano sul serio tale “predica”, che chiede loro serietà, sforzo e sacrificio, benché provenga dalla stessa istituzione che per tutto il resto dell’anno propone loro un modello di comportamento esattamente opposto.

3) La pretesa di basare questi corsi su giudizi forniti da “esperti” che vengono ritenuti per definizione “neutrali”, mentre non lo sono affatto, dato che per loro natura questi problemi non possono essere trattati in modo neutrale, come dimostra il fatto che al riguardo esistono profonde e inconciliabili divisioni, sia nella politica che nella società.

Il peggio, comunque, è che tutto ciò avviene, inevitabilmente, a scapito dell’insegnamento, non solo per il tempo che viene dedicato a questi “corsi di rieducazione”, ma anche per l’enorme carico di burocrazia aggiuntiva che ognuno di essi comporta. È vero che alla fine, benché molti lo volessero obbligatorio, questo corso sarà invece facoltativo, ma ciò vale solo per i ragazzi: le scuole saranno comunque tenute a fornirlo e gli insegnanti vedranno quindi aumentare ulteriormente il loro già pesantissimo carico di lavoro. Eppure, nessuno sembra preoccuparsene.

Ora, da parte della sinistra ciò è soltanto logico, giacché da tempo ritiene l’insegnamento tradizionale obsoleto e superato, se non addirittura reazionario e, come tale, almeno in parte corresponsabile dei problemi della società che in tal modo si vorrebbero risolvere. La cosa sorprendente è che sembri non curarsene neppure chi non condivide tale ideologia.

E ciò è tanto più grave considerando che il contributo che la scuola può dare alla soluzione di questi problemi consiste invece proprio nell’insegnamento tradizionale, che ha come scopo non risolvere questo o quel problema specifico, bensì formare la persona nella sua globalità (benché con accentuazioni diverse a seconda dell’indirizzo), in modo che poi la persona così formata sia in grado di dare il proprio contributo, piccolo o grande che sia, alla soluzione dei problemi specifici. In questo consiste l’autentica educazione, che, come dice anche la sua etimologia, significa “tirare fuori” ciò che i giovani hanno già dentro allo stato potenziale e non riempirli a forza di idee altrui, buone o cattive che siano, che si chiama invece indottrinamento.

Ciò è vero in generale, ma è particolarmente evidente proprio nel caso che stiamo discutendo. La vera ragione per cui uno può arrivare a voler uccidere la donna che ama è infatti la stessa per cui, in altre circostanze, può arrivare a voler uccidere i propri figli o sé stesso o entrambe le cose. E questa ragione è l’inconsistenza dell’io, la fragilità della persona, che di fronte a un dolore che non sa come tollerare o a un problema che non sa come risolvere sceglie di eliminarlo, distruggendolo e/o distruggendo sé stesso (e infatti spesso chi uccide la propria donna poi si suicida).

Questo è confermato dall’analisi fatta da Ricolfi sui dati dell’associazione femminista Non Una Di Meno, da cui risulta che delle poco più di cento donne che vengono uccise ogni anno in Italia appena il 15% ha meno di 40 anni, mentre la fascia di età più a rischio è quella dai 60 anni in su (https://www.fondazionehume.it/societa/femminicidi-un-problema-degli-anziani/). Si tratta quindi di un problema che non riguarda in modo particolare i giovani né, più in generale, nessuna particolare categoria sociale.

Ma questi dati ci dicono anche un’altra cosa, per quanto terribilmente incorrect, ma cionondimeno assolutamente vera: le donne che ogni anno vengono uccise in Italia sono molto poche (circa una ogni 300.000) e inoltre il loro numero è da tre anni costante, dopo un periodo di continua, benché lenta, diminuzione e per niente affatto in vertiginoso aumento, come ci viene ossessivamente ripetuto. Anche gli omicidi nel loro insieme sono in costante calo e negli ultimi 15 anni si sono più che dimezzati, essendo ormai poco più di 300 all’anno, cioè meno di uno al giorno e poco più di uno ogni 200.000 abitanti.

Quella che invece negli ultimi tre anni è davvero in preoccupante aumento è la violenza giovanile più spicciola, quella che va dal bullismo al teppismo fino alla microcriminalità vera e propria (dati Eurispes – Ministero dell’Interno: https://www.leurispes.it/criminalita-meno-omicidi-preoccupano-minori/). Quest’area comprende certo molti gravi atti di violenza contro le donne, ma anche, se non addirittura di più, contro gli uomini: nel 2022, per esempio, sono stati uccisi 23 uomini in risse o altri episodi di violenza minorile, cioè commessi da ragazzi con meno di 18 anni (per il 2023 non sono ancora stati pubblicati i dati definitivi).

È vero che, come ha ben spiegato Ricolfi (https://www.fondazionehume.it/societa/minori-e-violenza-sessuale-quel-che-dicono-i-dati/), questo aumento si deve quasi esclusivamente ai minorenni stranieri, ma ciò non fa che confermare il fatto che il metodo dei corsi di (ri)educazione non funziona, dato che l’inclusione sociale e il razzismo sono tra i temi che essi affrontano più frequentemente, eppure, a quanto pare, inutilmente.

A ciò va poi aggiunto l’aumento, altrettanto preoccupante, dei comportamenti autodistruttivi di ogni tipo (droghe, alcol, guida pericolosa, rave party, sfide estreme, ecc.), che coinvolgono in ugual misura ragazzi e ragazze, nonché la continua diminuzione dell’età di chi è coinvolto sia in queste pratiche che negli episodi di violenza.

Da questo quadro emerge chiaramente che il problema di fondo dei nostri giovani non è certo il “patriarcato”, né una qualsiasi altra ideologia, ma piuttosto il fatto che chi si sta affacciando alla vita cercando qualcosa – e soprattutto qualcuno – a cui guardare per darle un senso si trova sempre davanti (o meglio, quasi sempre: per fortuna qualche eccezione c’è ancora) adulti immaturi e disorientati che sanno solo oscillare tra l’indulgenza deresponsabilizzante e la predica moralistica, a seconda di dove li porta l’emozione del momento.

Un esempio drammatico di ciò si è visto quando in uno dei tanti cortei per Giulia (che in realtà erano essenzialmente cortei anti-uomini) qualcuno ha esposto un cartello che diceva: «Per Giulia brucia tutto» (visto su RAI 3 a In mezz’oradomenica 26 novembre). Queste parole sono state riprese ed enfatizzate in tono elogiativo da tutti i principali notiziari, come se contenessero chissà quale profonda verità, mentre si trattava solo di parole vuote e disperate – o meglio, di parole che erano il segno di un vuoto (anzitutto affettivo ed esistenziale, ma anche mentale e ideale) che chiedeva disperatamente di essere colmato da altre parole, di amore e di umanità, ma anche di saggezza e di conoscenza, e non certo di essere additato ad esempio di non si sa cosa da persone ancora più vuote.

Una celebre canzone di Luca Carboni diceva che «ci vuole un fisico bestiale per resistere agli urti della vita». Ecco, è questo “fisico bestiale” (ovviamente inteso in senso metaforico) che la scuola dovrebbe “allenare” nei suoi alunni. La scuola e la società di una volta lo facevano, anche se a volte in modo troppo duro, per cui è certamente giusto che oggi ci sia una maggiore attenzione ai ragazzi che hanno delle difficoltà. Il problema è che questo un po’ alla volta ha portato a un cambiamento non solo dei mezzi, ma anche del fine, che è diventato, sia nella scuola che nella società in generale, proteggere i ragazzi dagli urti della vita anziché farli diventare abbastanza forti per affrontarli quando, inevitabilmente, dovranno farlo.

Tale contesto spinge gran parte dei giovani a sviluppare una personalità narcisistica, egocentrica e istintiva, abituata ad avere “tutto e subito” e insofferente di ogni limite, il che li rende al tempo stesso fragili e aggressivi, come hanno molto ben spiegato i bellissimi articoli di Silvia Bonino, apparsi su questo stesso sito (https://www.fondazionehume.it/societa/consumismo-rivendicazione-di-diritti-individuali-e-violenza-contro-le-donne/), e quello di Vittoria Maioli Sanese, pubblicato sul sito di Tempi (https://www.tempi.it/giulia-cecchettin-filippo-turetta-femminicidi-vittoria-maioli-sanese/).

Rispetto a questo la scuola cosa può fare?

Molto, visto che in gran parte è essa stessa che ha causato il problema. Ma per farlo deve tornare a fare la scuola. Che significa essenzialmente due cose:

1) Primo, rimettere al centro l’insegnamento, perché un giovane cresce molto di più studiando la scienza, la letteratura, l’arte e la filosofia che ascoltando predicozzi moralistici sull’emergenza di turno.

2) Secondo, tornare ad essere selettiva. Che significa anzitutto valorizzare il merito, cosa su cui da tempo insiste giustamente Ricolfi, ma anche dire chiaramente che a scuola si va per imparare e quindi, pur con tutto l’aiuto che si può e si deve dare a chi è in difficoltà, se alla fine uno non ha imparato abbastanza non può e non deve andare avanti. D’altronde, la stessa crescita dei comportamenti autolesionistici tra gli adolescenti dimostra che essi in realtà desideranomettersi alla prova in sfide difficili, tanto che, siccome gli adulti evitano accuratamente di proporgliene (a parte lo sport, che infatti aiuta molto la formazione di una personalità equilibrata, ma non è per tutti), se ne creano essi stessi delle altre. Che poi queste risultino perlopiù distruttive è un altro discorso, che dipende essenzialmente dal fatto di essere lasciati a sé stessi, ma ciò non toglie che si tratti di una manifestazione della naturale propensione dei giovani a superare i propri limiti e che ciò di per sé sia un bene: sta agli adulti “incanalare” questa tendenza verso obiettivi positivi, anziché averne paura o, peggio ancora, negarne l’esistenza.

Ma è chiaro che un tale cambiamento non potrà accadere se si continuerà a pretendere dalla scuola che invece di educare si occupi di rieducare, rincorrendo affannosamente tutte le emergenze con pseudo-risposte che fanno sentire tutti più buoni, ma in realtà non risolvono nulla e, peggio ancora, non lasciano più ai docenti il tempo e le energie necessarie per fare il loro vero mestiere.

Prima, di chiudere, però, devo aggiungere che alla base di questa tendenza non c’è soltanto il pregiudizio ideologico di cui ho detto all’inizio, anche se questo è di sicuro la causa preponderante. Cionondimeno, vanno nella stessa direzione anche le frequenti richieste che provengono dal mondo delle imprese per avere un sistema dell’istruzione “più professionalizzante” (anche se in genere vengono rivolte più all’università che alla scuola: ma la logica è la stessa).

Qui la motivazione addotta è che oggi i giovani arrivano nel mondo del lavoro senza essere adeguatamente preparati ai compiti che dovranno svolgere, cosicché l’onere della loro formazione ricade sulle imprese. Ma l’onere della formazione al lavoro è sempre ricaduto sulle imprese: anzitutto perché dare una preparazione troppo specifica agli studenti sarebbe impossibile, perché richiederebbe di creare migliaia di corsi differenti; ma soprattutto perché non sarebbe auspicabile, giacché una formazione iperspecialistica preparerebbe per un unico lavoro, rendendo difficilissimo cambiarlo quando fosse necessario. Niente di nuovo sotto il sole, da questo punto di vista: non si tratta infatti che di uno dei tanti modi in cui molte imprese (non tutte, sia chiaro) cercano di scaricare sullo Stato (e quindi, in ultima analisi, sui cittadini) costi che invece dovrebbe toccare a loro sostenere.

La cosa stupefacente, però, è che queste richieste vengano dalle stesse persone che enfatizzano (a volte anche troppo: ne riparleremo) la mobilità dell’attuale mercato del lavoro, la fine del “posto fisso” e la conseguente necessità di “imparare a imparare” più che imparare contenuti determinati. Che non si veda la palese contraddizione tra queste due esigenze è un ulteriore segno di come la frattura tra ragione e realtà abbia ormai contagiato un po’ tutti, al punto che non basta a renderne immuni nemmeno svolgere un’attività che per sua natura dovrebbe obbligare alla massima concretezza.

Con ciò non sto dicendo che non ci sia un problema con i giovani che oggi si affacciano al mercato del lavoro: il problema c’è, ed è gravissimo. Ma esso non consiste nella mancanza di una preparazione specialistica, bensì nella frequente mancanza di qualità della loro preparazione di base, che rende in media più lento (e quindi più costoso) il percorso di formazione al lavoro.

Anche da questo punto di vista, perciò, la soluzione non è snaturare ulteriormente la scuola pretendendo che rincorra tutte le ultime (e spesso effimere) novità, ma chiedere che la scuola torni a fare la scuola, fornendo di nuovo una preparazione di base di qualità adeguata, a cominciare da quella umanistica, che molti, stupidamente, giudicano inutile per i lavori produttivi, mentre in realtà è fondamentale, perché è quella che insegna a ragionare, che è la base di qualsiasi lavoro e anche del tanto strombazzato quanto frainteso “imparare a imparare”.

È molto significativo che questa richiesta, che non nasce certo in un ambito di sinistra, venga spesso sostenuta anche da politici e intellettuali di sinistra. Essa, infatti, ha in comune col pregiudizio di sinistra sulla “rieducazione” il fatto che non punta sulla ragione e sulla libertà, ma sull’ideologia e sull’indottrinamento. E da questo punto di vista non fa nessuna differenza che in questo caso si tratti di un’ideologia tecnocratica anziché politica.

L’aspetto più preoccupante è che ancora una volta stiamo assistendo  a una convergenza tra ideologie di sinistra e di centrodestra in una sorta di “super-ideologia” liberal che ormai da tempo manifesta una crescente tendenza verso l’autoritarismo (cfr. https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta/).

Opporsi a tale tendenza può apparire un’impresa disperata, vista la sua dimensione globale. Ma forse, come spesso accade, scopriremmo che lo è meno di quel che sembra, se, anziché ragionarci su in astratto, cominciassimo ad opporci in maniera concreta a qualche sua concreta manifestazione. Per esempio, chiedendo che tutti i corsi di (ri)educazione vengano aboliti in tutte le scuole italiane, restituendo così ai docenti il tempo e le energie per dedicarsi adeguatamente al loro unico, vero e importantissimo compito: l’educazione.




La frattura tra ragione e realtà 5 / Il Grande Spauracchio – Parte seconda: il nucleare civile

Nel precedente articolo ho cercato di dissipare le numerosissime “leggende nere” che riguardano le armi nucleari, per riportare la discussione sui rischi che esse comportano alla loro reale dimensione. Stavolta parlerò invece del nucleare nel suo uso civile, cioè finalizzato alla produzione di energia elettrica, dove le leggende nere sono, se possibile, ancor più abbondanti, benché i termini della questione siano molto più semplici (e tuttavia altrettanto gravemente fraintesi).

L’ambiguo “ritorno” al nucleare

Se le idee sballate circa le armi nucleari sono già notevoli, quelle sull’uso pacifico del nucleare per produrre energia lo sono ancor di più. Anche se (forse) qualcosa sta iniziando a cambiare, paradossalmente a causa di un clamoroso “autogol” degli ecologisti, che hanno enfatizzato a tal punto il problema del cambiamento climatico che ormai la gente pretende delle soluzioni efficaci. E, nel momento in cui hanno dovuto passare dai proclami ideologici alla realtà, i governi hanno cominciato ad accorgersi che le soluzioni che avevano fin qui sbandierato non funzionano.

Un chiaro segnale di questa controtendenza è il coraggioso documentario di Oliver Stone, Nuclear now (Nucleare subito), appena uscito e trasmesso in anteprima da LA7 lo scorso mercoledì 6 dicembre, che consiglio a tutti di guardare e far guardare il più possibile.

Ancor più importante, proprio in questi giorni alla COP 28, cioè l’annuale conferenza sul clima che fin qui aveva prodotto tante liste di obiettivi (che chiunque è capace a scrivere) e pochissime di mezzi adeguati per raggiungerli (che invece sono la cosa importante, ma anche difficile), si è finalmente preso atto di ciò che era da sempre evidente, ma che nessuno voleva prendersi la responsabilità di dire: e cioè che una riduzione delle emissioni dell’entità (enorme) che si ritiene necessaria è impossibile senza un massiccio uso del nucleare civile.

Problema risolto, allora? Niente affatto, perché il modo in cui lo si è fin qui detto è molto ambiguo, il che potrebbe causare seri problemi. Infatti, la giustificazione che viene data da tutti gli esperti è che le preoccupazioni del passato non sono più giustificate perché il “nuovo” nucleare è molto più economico e molto più sicuro. Ora, questo è certamente vero, ma, detto così, lascia intendere che il nucleare tradizionale fosse troppo caro e/o troppo pericoloso, il che invece è assolutamente falso, come gli esperti sanno benissimo.

Perché allora non lo dicono? La ragione è che in questo modo sperano di riuscire a superare le obiezioni (che sono tuttora fortissime e anzi negli ultimi anni sono perfino aumentate) aggirandole anziché affrontandole, cosa che l’esperienza ha dimostrato essere estremamente difficile, perché alla loro base c’è una paura viscerale che è più forte di qualsiasi argomento razionale.

Tuttavia, per quanto comprensibile, questa tattica comporta un grosso rischio. Il nucleare “buono”, infatti, quello cosiddetto “di quarta generazione”, per ora esiste solo in forma di progetti e (pochi) prototipi, per cui ci vorranno grandi sforzi e molti soldi perché diventi realtà in tempi brevi. Il pericolo è quindi che nel frattempo i movimenti ecologisti e i tantissimi intellettuali e politici che accettano acriticamente tutte le loro tesi pretendano che esso venga usato non solo come risorsa aggiuntiva, ma anche per sostituire le centrali già esistenti, il che renderebbe l’impresa impossibile.

E questo, in realtà, è esattamente ciò che vogliono, perché gli ecologisti hanno una devozione quasi fanatica per le rinnovabili, in particolare l’eolico e il solare. E non solo per ragioni tecnologiche, ma anche politiche, perché le considerano un modo di produrre energia più “democratico”, anche se in realtà queste tecnologie non sono certo prodotte da gruppi di attivisti che lavorano nel garage di casa, ma da grandi e potenti multinazionali, che agiscono per fare profitti e non a scopi umanitari (ma questo per un certo tipo di cultura, oggi dominante in Occidente, non ha importanza: vedi il mio articolo https://www.fondazionehume.it/politica/la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti/). Pertanto, quasi tutti gli ecologisti vedono come il fumo negli occhi qualsiasi soluzione alternativa e, in particolare, l’odiato nucleare, compreso quello “nuovo”, di cui non si fidano affatto, anche quando non lo dicono apertamente.

Di conseguenza, se si vorrà davvero seguire questa strada (che, ripeto, è l’unica possibile, come subito spiegherò), prima o poi si dovrà comunque fare chiarezza anche sul nucleare tradizionale. Tanto vale, quindi, cominciare subito.

Una fonte energetica a basso costo

Quanto al presunto costo eccessivo, la questione è presto risolta. Anzitutto, va detto che nel valutare i costi del nucleare si tiene sempre conto di tutti i costi, non solo di costruzione, ma anche di gestione, manutenzione e smantellamento, cosa in sé giusta, ma che non viene mai fatta per nessun’altra fonte energetica, a cominciare (ovviamente) dalle rinnovabili. Come se non bastasse, questi costi sono molto superiori a quelli che dovrebbero essere, perché per la paura delle radiazioni (del tutto irrazionale, come subito vedremo) si chiedono misure di sicurezza assolutamente esagerate. Eppure, nonostante tutto ciò, in Italia, che ha abolito il nucleare nel 1988, cioè 35 anni fa, l’energia elettrica costa il 50% in più rispetto alla Francia, che è il nostro “gemello” energetico, in quanto ha all’incirca il nostro stesso livello tecnologico, la stessa popolazione e la stessa (ridotta) quantità di fonti energetiche naturali, ma produce col nucleare oltre il 70% della sua elettricità.

È davvero strano (o forse no…) che questo fattore non venga mai preso in considerazione in nessuna analisi sul nostro declino economico, che, guarda caso, è iniziato proprio pochi anni dopo che l’Italia, unico paese avanzato al mondo, ha deciso di rinunciare al nucleare. Inoltre, per aggiungere ai danni le beffe (nonché altri danni), va considerato che allora il nucleare italiano era il migliore al mondo, un pelo sopra la Francia e almeno due spanne sopra gli USA. Non per nulla, in quel momento l’Ansaldo Energia aveva commesse per costruire centrali nucleari in vari paesi esteri per ben 4000 miliardi di lire (circa 5 miliardi di euro odierni).

Se avessimo proseguito su quella strada, oggi potremmo guidare il processo di ritorno al nucleare, con enormi vantaggi in termini economici e anche di peso politico. Invece, per come ci siamo ridotti (con le nostre stesse mani: qui la “cattiva” Europa non c’entra proprio niente), siamo ormai il fanalino di coda del mondo progredito e, se non vorremo rimanerlo per decenni, finiremo col dover importare dall’estero gran parte delle tecnologie necessarie a metterci al passo con gli altri, anziché essere noi a vendergliele. Insomma, un vero capolavoro di stupidità.

Una garanzia di indipendenza

In secondo  luogo, il nucleare non rischia di creare pericolose dipendenze, come il gas e il petrolio, ma anche i pannelli fotovoltaici e le mitiche auto elettriche (a cui dedicherò un articolo a parte, perché qui siamo nel campo della follia pura). Infatti, i materiali necessari per la loro costruzione sono altamente tossici e quindi difficili da estrarre (e ancor più da smaltire) in modo non inquinante. Inoltre, da noi sono quasi assenti, mentre abbondano in paesi retti da feroci dittature, come la Cina e l’Afghanistan, oppure con situazioni  molto instabili, come per esempio il Congo, dove l’estrazione del cobalto sta causando continui massacri dovuti alle guerre tra le bande che se ne contendono il monopolio. Il rischio, quindi, è di cadere dalla padella nella brace, eliminando la dipendenza dalla Russia solo per andarci a cacciare in una ancor più pericolosa dipendenza da questi paesi, che non sono certo più affidabili.

I più grandi giacimenti di uranio, invece, si trovano in paesi solidamente democratici, a cominciare dall’Australia, che possiede oltre il 30% delle riserve mondiali, il che basta e avanza per rifornire tutto l’Occidente. Se poi ci aggiungiamo Canada, USA e Germania arriviamo a sfiorare il 50%. Inoltre e soprattutto, non c’è necessità di rinnovare continuamente le scorte, dato che, una volta acquisito, un quantitativo relativamente piccolo di uranio può produrre energia in grandi quantità per decenni, il che consente di programmarne l’acquisto con calma e cercando le migliori condizioni, anche economiche.

Un fattore di stabilità

Ma il nucleare non ha solo una convenienza relativa rispetto ai combustibili fossili, ma anche una convenienza intrinseca, che, come dicevo, lo rende non solo utile, ma addirittura indispensabile se si vuole tentare seriamente di superare l’attuale sistema di produzione di energia. Infatti, al di là di altre questioni più specifiche di cui parleremo più diffusamente un’altra volta, eolico e solare presentano un problema di fondo che rende pura utopia ogni tentativo di basarsi solo su di essi: a parte alcuni luoghi molto particolari, dove vento e sole sono sempre presenti, la loro produzione è inevitabilmente incostante e difficilmente prevedibile con esattezza.

E a complicare ulteriormente le cose c’è il fatto che, se continuerà l’attuale tendenza verso la tropicalizzazione del clima alle nostre latitudini, con forte riduzione dei ghiacciai e lunghi periodi di siccità, anche l’idroelettrico, che a oggi è di gran lunga la più diffusa e la più affidabile delle rinnovabili, tenderà a produrre meno energia e con minore regolarità. Ma, ahimè, una rete elettrica ha bisogno di una grandissima stabilità, perché in ogni istante la quantità di energia in circolazione non deve mai essere inferiore a quella richiesta dal sistema, altrimenti si genera immediatamente un blackout. E i blackout nel nostro mondo non sono più solo un fastidio, ma una vera e propria minaccia.

Qualche decennio fa la mancanza di elettricità causava solo la mancanza di illuminazione notturna e il blocco di alcuni sistemi di comunicazione e di trasporto (treni, semafori, ascensori, radio, televisione e poco altro) e ciononostante già un blackout di poche ore causava seri problemi di ordine pubblico. Oggi, invece, si bloccherebbe quasi tutto (e anche il “quasi” sparirà ben presto), con effetti devastanti. Il blocco pressoché totale delle comunicazioni, impedendo alle autorità di spiegare cosa sta realmente succedendo, moltiplicherebbe in modo esponenziale il panico, sicché subito si scatenerebbe l’assalto ai negozi, per la paura di restare senza cibo, il che a sua volta innescherebbe una spirale di violenza diffusa e incontrollabile, essendo impossibile coordinare le forze dell’ordine e i soccorsi.

Un blackout su scala nazionale, anche di un solo giorno, provocherebbe effetti analoghi a quelli di una sommossa. Se dovesse prolungarsi per qualche giorno i danni sarebbero simili a quelli di una guerra. Per una durata superiore, diciamo da una settimana in su, rischieremmo il collasso dell’intero sistema sociale. Se a qualcuno sembra che stia esagerando, provi a riflettere su cosa implicherebbe una situazione del genere per lui e la sua famiglia e cambierà subito idea.

Ora, il problema è che l’affidabilità necessaria per evitare tutto questo è molto superiore a quella che istintivamente potremmo pensare. Come spiega Vaclav Smil, il più grande storico vivente dell’energia, «un sistema […] con elettricità disponibile per il 99,99% del tempo può sembrare altamente affidabile, ma l’interruzione totale annuale sarebbe di quasi 53 minuti». Per eliminare pressoché totalmente il rischio di blackout occorrerebbe un’affidabilità del 99,9999%, che porterebbe a una carenza di energia di appena 32 secondi all’anno, mentre «l’attuale performance statunitense è di circa il 99,98%», che, per quanto elevatissima, espone già al rischio di vasti blackout della durata di alcune ore, che in effetti in questi anni si sono puntualmente verificati (cfr. Energia e civiltà. Una storia, Hoepli 2017, p. 335).

Ciò significa dunque che non possiamo permetterci di diminuire l’affidabilità delle nostre reti elettriche nemmeno di una minima percentuale. Anzi, dovremmo addirittura cercare di aumentarla, soprattutto se continuerà l’attuale tendenza (la cui assurdità a questo punto dovrebbe essere palese) a elettrificare qualsiasi attività umana. E ciò non sarà assolutamente possibile se pretenderemo di basarci esclusivamente su fonti per loro natura incostanti come le rinnovabili.

Beh, ma che problema c’è?, obietterà forse qualcuno. Certo, in un sistema incostante ci saranno periodi con una produzione inferiore a quella necessaria, ma anche periodi con una produzione superiore: basterà quindi immagazzinare l’elettricità in eccesso prodotta durante questi periodi di vacche grasse per poi usarla nei momenti di scarsità. Ma purtroppo il problema c’è.

L’elettricità, infatti, è molto facile da produrre, ma molto difficile da immagazzinare, almeno in grandi quantità. Batterie capaci di contenere riserve sufficienti per un paese moderno come l’Italia o un qualsiasi altro paese europeo dovrebbero essere di dimensioni quasi inimmaginabili, oltre a presentare gli stessi problemi relativi alle materie prime che affliggono i pannelli solari e le batterie delle auto elettriche.

Ciononostante, centrali di raccolta di questo tipo si stanno già progettando, insieme ad altre dove l’energia verrà immagazzinata sotto forma di energia potenziale (per esempio usando l’elettricità in eccesso per pompare acqua in bacini posti in zone elevate o per sollevare grandi pesi in cima ad apposite torri), che poi potrà nuovamente essere trasformata in energia elettrica sfruttando l’energia cinetica liberata durante la loro caduta verso il basso.

Tuttavia la costruzione di questi impianti richiederà uno sforzo tecnologico ed economico gigantesco e la loro gestione rischia di essere molto complicata, anche a causa dei cambiamenti climatici (la siccità prolungata può prosciugare anche questi bacini e i forti venti possono far cadere i pesi al momento sbagliato). Senza contare i terremoti, che potrebbero farli crollare, mentre nessun terremoto ha mai danneggiato seriamente una centrale nucleare, nemmeno quella di Fukushima, dove l’incidente non è stato provocato dal terremoto in sé, pur essendo stato uno dei più forti della storia, ma dall’acqua penetrata a causa del successivo tsunami.

Inoltre, se l’instabilità del sistema diventasse troppo grande potrebbe essere molto difficile calibrare esattamente l’entrata in funzione degli impianti di emergenza, dato il ridottissimo margine che abbiamo per evitare disastrosi black out seriali. Infine e soprattutto, per quanto accuratamente possiamo tentare di stimare quante riserve ci potranno servire, nel momento in cui tutta o quasi tutta la nostra energia dipendesse da un sistema intrinsecamente imprevedibile su tempi lunghi come il clima non potremo mai essere certi di averne abbastanza.

Nei sistemi classici, infatti, l’improbabilità di un qualsiasi evento è direttamente proporzionale alla sua grandezza, sicché oltre un certo limite essi sono di fatto impossibili. Ma ciò non è più vero nei sistemi non lineari, detti anche “caotici” o “complessi” (in questo senso tecnico, che non coincide con la semplice “complicazione”), come è appunto il clima (ma anche la Borsa: ne parleremo presto). Un periodo di siccità o un cambiamento nell’intensità dei venti o la nascita di un microclima con cielo costantemente nuvoloso (come per esempio succede a Lima in inverno) hanno sempre una probabilità non trascurabile di verificarsi, indipendentemente dalla loro entità. E questo è un rischio che non possiamo assolutamente permetterci, perché, come abbiamo visto, anche un blackout di pochi giorni avrebbe conseguenze devastanti.

Che, nonostante tutto ciò, queste centrali di emergenza si stiano comunque progettando significa che, al di là dei proclami ideologici, gli addetti ai lavori sono coscienti che una rete elettrica troppo basata sulle rinnovabili sarebbe insostenibile. E questa è una buona notizia. Che però lo si stia facendo in forma quasi clandestina (alzi la mano chi ha assistito a un solo dibattito televisivo dedicato a questo problema) significa che non si vuole far sapere all’opinione pubblica che anche le mitiche rinnovabili non sono quella bacchetta magica che si crede. E questa, invece, è una pessima notizia, soprattutto perché non è limitata a questo specifico problema, ma è una tendenza generale, quando si tratta di questioni ecologiche.

Le radici del pregiudizio antinucleare

Uno dei motivi di tale reticenza è proprio la paura che il nucleare possa essere preso in considerazione come integrazione o, peggio ancora, come alternativa alle fonti rinnovabili, una volta compreso che garantirebbe un flusso costante e regolare di energia, a basso costo, senza produrre emissioni nocive e senza metterci nelle mani di cinesi, talebani e tagliagole assortiti. Ma se il nucleare è così conveniente, allora da dove nasce questa violenta ostilità nei suoi confronti?

In parte si tratta di un atteggiamento puramente ideologico. I movimenti ecologisti, infatti, hanno certamente il merito di avere denunciato con molto anticipo dei problemi reali ed estremamente seri, della cui gravità ci stiamo rendendo conto solo adesso. Tuttavia, essendo figli del Sessantotto e della sua rivolta contro ogni tipo di autorità, compresa quella degli scienziati, hanno sempre avuto la tendenza a incolpare dei danni inflitti all’ambiente la scienza e la tecnologia in quanto tali e non solo il cattivo uso che spesso (ma non sempre) ne facciamo.

Negli ultimi anni questo atteggiamento almeno in parte è cambiato, perché proprio il fatto che finalmente si sia iniziato a prendere sul serio i problemi ecologici ha reso evidente che non sarà possibile risolverli senza il contributo essenziale della scienza. Anzi, semmai ora si esagera nel senso opposto, aspettandosi che la soluzione possa venire solo dalla scienza, senza bisogno di cambiare davvero il nostro modo di vivere (i cambiamenti nei comportamenti individuali che ci vengono continuamente suggeriti sono in realtà molto superficiali e hanno un’utilità inversamente proporzionale all’ossessività con cui ci vengono proposti e ai grandi disagi che causerebbero: anche di questo riparleremo presto).

Ciononostante, come ormai un po’ dovunque, anche in questo campo si tende a ragionare per categorie ideologiche stabilite a priori in modo del tutto irrazionale, per cui ci sono delle tecnologie che sono considerate per definizione “buone” e altre “cattive”. L’idroelettrico, l’eolico e il fotovoltaico appartengono alle prime, perché usano forze della natura come l’acqua, il vento e il sole, che ci sono familiari e sono chiaramente utili alla nostra vita. Il nucleare, invece, è classificato tra le seconde, benché la radioattività giochi anch’essa un ruolo fondamentale a favore della vita, perché senza di essa il nucleo terrestre non sarebbe fluido e quindi non avremmo la tettonica a placche e, di conseguenza, la terraferma, ma un unico oceano che ricoprirebbe tutto il pianeta, per di più perennemente ghiacciato, perché la temperatura della Terra sarebbe più bassa di una quindicina di gradi.

Ma questi influssi benefici della radioattività sono troppo indiretti e non abbastanza visibili per rendercela “simpatica”, considerando che il “biglietto da visita” (questo sì visibilissimo) con cui essa si è presentata al mondo è purtroppo rappresentato dalle atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Per questo anche molte persone che riconoscono i vantaggi del nucleare civile lo considerano troppo pericoloso. Tuttavia, come ora vedremo, non solo esso non ha nulla a che vedere con la bomba atomica, ma è anzi una delle tecnologie più sicure che siano mai state create, sicuramente molto più sicura dell’idroelettrico, di cui nessuno si sogna di chiedere l’abolizione.

Nucleare e metodo scientifico

Prima di discutere il merito del problema sarà però utile una premessa metodologica. Come cerco sempre di spiegare (temo con non troppo successo), non esiste “la” scienza, ma “le” scienze. Infatti, anche se tutte le scienze naturali usano lo stesso metodo, quello sperimentale, genialmente scoperto e magistralmente definito da Galileo Galilei quattro secoli fa, la sua efficacia può variare di molto a seconda del tipo di oggetti a cui viene applicato.

Senza entrare in troppi dettagli tecnici (a chi volesse approfondire consiglio sempre il mio La scienza e l’idea di ragione, 2a ed. ampliata, Mimesis 2019), il punto fondamentale del metodo galileiano, che lo ha reso così efficace, è l’idea di studiare i fenomeni naturali non nella loro globalità, bensì un pezzetto alla volta, il che è fra l’altro determinante perché gli esperimenti siano ripetibili e quindi controllabili da tutti. Infatti, se consideriamo tutti i fattori in gioco nessunfenomeno naturale si ripete mai perfettamente identico, mentre ciò diventa possibile se di esso consideriamo solo alcune proprietà.

Ciò però significa che l’efficacia di questo metodo dipende in maniera cruciale dalla possibilità di isolare le proprietà che intendiamo studiare senza che ciò le alteri in modo significativo. Ora, da qualche decennio sappiamo che ciò è possibile solo per alcuni fenomeni, quelli cosiddetti “lineari”, mentre per i fenomeni non lineari, a cui ho già accennato prima, il metodo funziona solo entro certi limiti, che sono estremamente variabili a seconda dell’oggetto. Di conseguenza, le varie scienze non differiscono solo per il diverso modo di “incarnare” in strumenti ed esperimenti specifici i principi generali del metodo galileiano, ma anche per il diverso grado di certezza che possono raggiungere, non solo in pratica, ma anche in linea di principio.

La scienza naturale che ha, in media, il grado più basso di certezza è senza dubbio la medicina. È per questo che ho giudicato molto grave l’ingiustificata e irresponsabile sicumera con cui all’epoca del Covid molti esperti hanno presentato come verità indiscutibili quelle che erano semplici ipotesi ancora tutte da verificare, quando non addirittura teorie palesemente sbagliate, come quella del contagio attraverso le superfici infette o la necessità delle mascherine all’aperto.

All’estremo opposto sta invece proprio la fisica nucleare, che ha ormai raggiunto una precisione quasi disumana, con un margine di errore di circa una parte su un miliardo, di fatto coincidente, a tutti gli effetti pratici, con quella della matematica pura. Così stando le cose, diversamente da quanto accade in medicina e in molte altre scienze, in fisica nucleare contestare la validità di quanto affermato dagli esperti non ha molto più senso che sostenere che 2+2 potrebbe anche non fare 4. E questo è ancor più vero se consideriamo che le leggi fisiche rilevanti per il problema della sicurezza degli impianti nucleari sono estremamente semplici.

Il nucleare è (almeno) cento volte più sicuro dell’idroelettrico

Anzitutto, le centrali nucleari non producono nessun aumento significativo della radioattività al loro esterno. Per capire che questo è impossibile non occorrono studi complessi: basta riflettere sulla legge fondamentale della radioattività, che dice che essa si attenua in proporzione al quadrato della distanza. Ciò significa infatti che, se appena fuori dalla centrale, cioè a una distanza suppergiù di un chilometro dal reattore (dato che si tratta di impianti di grandi dimensioni), vi fosse una radioattività abbastanza forte da poter causare danni significativi alla salute, a 100 metri dal reattore la radioattività sarebbe 100 volte maggiore e a 10 metri 10.000 volte maggiore, cosicché i tecnici che ci lavorano morirebbero tutti nel giro di poche ore. Poiché ciò non accade, è inevitabile concludere che la presenza di una centrale nucleare non è pericolosa per la nostra salute.

In secondo luogo, le centrali nucleari non esplodono, per la semplice ragione che non sono bombe. Sia le bombe che le centrali hanno infatti bisogno di un particolare isotopo dell’uranio, l’uranio 235, che in natura è sempre mescolato con l’uranio 238 (e a tracce insignificanti del rarissimo 234) nella percentuale di appena lo 0,7%, che non è sufficiente a innescare la reazione a catena (come è logico, altrimenti tutti i giacimenti di uranio del mondo si sarebbero già autodistrutti non appena formatisi). Per entrambi gli usi è quindi necessario aumentare la percentuale di uranio 235, attraverso un processo piuttosto complesso detto “arricchimento”. Tuttavia, per le centrali nucleari, che devono produrre una reazione a catena controllata, cioè non esplosiva, la percentuale necessaria va dal 3% al 5%, mentre per le bombe atomiche dev’essere molto superiore, tra il 90% e il 97%. Se così non fosse, del resto, l’accordo con l’Iran sul nucleare civile non avrebbe avuto alcun senso.

Con questo non sto dicendo che sia stato una buona idea, perché è sempre possibile aumentare ulteriormente la percentuale di uranio 235 contenuto nel combustibile delle centrali nucleari in modo da poterlo poi usare per farci delle bombe atomiche. Pertanto, aver permesso all’Iran di costruire liberamente le prime l’ha avvicinato anche alla costruzione delle seconde (che è palesemente il suo vero obiettivo, perché delle centrali nucleari l’Iran non ha alcun bisogno, dato che naviga su un mare di petrolio). Ma questo è un problema politico, non tecnologico. La trasformazione dell’uranio per uso civile in quello necessario per una bomba, infatti, non può assolutamente verificarsi spontaneamente: occorre prima tirar fuori l’uranio dalla centrale e poi sottoporlo di nuovo al processo di arricchimento in un apposito impianto. Quindi, che una centrale nucleare esploda non è solo improbabile: è proprio fisicamente impossibile.

Tra parentesi, questo dimostra quanto assurde fossero le affermazioni fatte dai russi nella prima fase della guerra (e scelleratamente prese sul serio anche da alcuni commentatori occidentali) secondo cui avrebbero occupato le centrali nucleari ucraine perché in esse si stava usando il loro uranio per costruire bombe atomiche. Peccato solo che degli impianti necessari a eseguire una tale trasformazione in Ucraina non vi sia traccia e che in ogni caso, se anche esistessero, non si troverebbero certo nelle centrali nucleari, che non sono state costruite a tale scopo e quindi non hanno al loro interno né gli spazi né gli strumenti che servirebbero. Dunque, non è per questo che i russi le hanno occupate, ma (ovviamente) per avere il controllo dell’energia elettrica da esse prodotta.

Ma, obietterà qualcuno, la centrale di Chernobyl non è forse esplosa? Ebbene, mi spiace deludervi, ma la risposta è no: quello che è esploso a Chernobyl è stato solo il sistema di raffreddamento della centrale, costituito da un impianto di tubature che riversano costantemente acqua sul nocciolo di uranio per evitare che si scaldi troppo e portano via il gas che si forma quando l’acqua evapora per il contatto con l’uranio rovente. Quando, nella notte del 26 aprile 1986, per un difetto congenito di progettazione seguito da un’incredibile serie di errori umani, la pressione salì troppo, i tubi esplosero e il vapore si disperse nell’atmosfera. Ovviamente ho un po’ semplificato, ma la sostanza è questa. Non si trattò quindi affatto di un’esplosione atomica, tant’è vero che in essa morirono appena due persone.

Naturalmente, a causa dei ripetuti passaggi sul nucleo di uranio il vapor d’acqua era fortemente radioattivo e a peggiorare le cose si aggiunse il fatto che l’esplosione fece crollare il tetto del reattore, lasciando quindi allo scoperto il nocciolo. Ciò provocò un’ulteriore dispersione di polveri radioattive che si mescolarono al vapore generando la mitica “nube di Chernobyl”, che era certamente pericolosa, ma neanche lontanamente quanto lo sarebbe stato se si fosse trattato del “fungo” prodotto da una vera esplosione atomica.

E infatti i decessi che si possono collegare con certezza al disastro di Chernobyl sono appena qualche decina (65 secondo il calcolo più pessimistico). Altre 4000 persone si stima siano morte in seguito a causa di tumori causati dalla nube, ma tutte si trovavano nelle immediate vicinanze dell’epicentro. Che la nube di Chernobyl abbia contaminato l’intera Europa, causando decine di migliaia o addirittura milioni di morti, è una pura e semplice idiozia, che oggi in tutto il mondo è sostenuta, con ostinazione degna di miglior causa, esclusivamente da Greenpace, un’organizzazione che da sempre promuove un ecologismo molto radicale e ideologico.

A dare una parvenza di verosimiglianza a questa assurda teoria c’è il fatto che Chernobyl causò effettivamente morti accertate in ben tre nazioni: Ucraina (dove il reattore era ubicato), Russia e Bielorussia. Ma questo fu dovuto al fatto che il sito era (ed è tuttora) molto vicino al confine tra l’Ucraina e i due paesi suddetti, che anch’essi furono colpiti solo nella zona vicina all’epicentro, mentre la gran parte del loro territorio non riportò alcun danno.

In realtà, come ho spiegato nell’articolo precedente (https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-4-il-grande-spauracchio-parte-prima-il-nucleare-bellico/), nemmeno la più potente bomba nucleare del mondo potrebbe causare un significativo aumento di radioattività a più di un centinaio di chilometri di distanza. E, di fatto, nessuna delle oltre 600 esplosioni nucleari effettuate nell’atmosfera come test dal 1945 a oggi ha mai causato danni significativi alla salute della popolazione mondiale. L’idea che possa averlo fatto l’esplosione di Chernobyl, che era molto ma molto meno potente e meno radioattiva perfino della più debole di esse, è quindi puro delirio.

E puro delirio è anche il timore che un disastro nella centrale nucleare di Zaporizhzhia possa “contaminare l’intero continente”, come abbiamo sentito ripetere ossessivamente soprattutto nelle prime fasi del conflitto (ma anche adesso, ogni volta che se ne parla, il ritornello ricomincia). Si può capire e perdonare che lo facciano gli ucraini, che hanno bisogno di attaccarsi a tutto per tenere desta l’attenzione dei loro distratti e indolenti alleati europei. Non si può invece capire e meno ancora perdonare che continuino a ripetere questa scemenza anche i nostri commentatori.

Un altro fattore che contribuisce molto a confondere le idee è l’uso di parole che istintivamente impressionano, senza che nessuno spieghi cosa significano in realtà. Per esempio, chiedetevi se sareste disposti a tuffarvi in una piscina in cui sia stata versata una tonnellata d’acqua marina prelevata davanti a Fukushima subito dopo l’incidente, quando aveva un livello di radioattività circa mille volte superiore a quello naturale. Detto così fa impressione ed è facile prevedere che rispondereste tutti di no. Ma proviamo a ragionare.

Un litro d’acqua (ce l’hanno insegnato a scuola) pesa un chilo e ha un volume di un decimetro cubo, per cui una tonnellata d’acqua equivale a un metro cubo. Detto così fa già meno impressione, non è vero? Eppure è esattamente la stessa cosa! Ma la parola “tonnellata” ci dà istintivamente la sensazione di una cosa enorme, mentre la parola “metro” (ancorché cubo) ci dà invece l’impressione di una cosa relativamente piccola. Il motivo, però, è esclusivamente psicologico: tutti, infatti, siamo più alti di un metro, mentre nessuno di noi si avvicina neanche lontanamente a pesare una tonnellata.

E ora proseguiamo. Secondo le norme FINA, una piscina olimpionica è lunga 50 metri, larga 25 e profonda non meno di 2: contiene dunque almeno 2500 metri cubi, ovvero 2500 tonnellate, di acqua non radioattiva (essendo di origine piovana non contiene infatti uranio disciolto, come quella marina). Di conseguenza, la tonnellata d’acqua radioattiva risulta diluita a tal punto che nell’insieme la piscina ha un livello di radioattività addirittura 2,5 volte inferiore a quello del mare della vostra località balneare preferita. Ciononostante, credo di non sbagliare se dico che anche dopo questa spiegazione nessuno di voi sarebbe disposto a tuffarcisi: tanto può la forza della paura suscitata dalle parole usate male.

Per dare l’idea del livello di mistificazione che spesso si raggiunge sul nucleare farò solo un altro esempio, ma particolarmente significativo, poiché si riferisce a un giornalista che molti (non io) ritenevano serio e affidabile, ovvero Andrea Purgatori, da poco deceduto. Ebbene, durante una puntata del suo programma Atlantide su LA7 (credo quella del 29 marzo 2022, ma non sono sicuro), Purgatori ha prima trasmesso un documentario in cui si ripeteva per ben due volte l’assurda affermazione che a Chernobyl si era verificata un’esplosione atomica e poi, come conclusione della puntata, ha fatto un elenco di tutti i disastri nucleari della storia.

Ora, a parte che erano in tutto e per tutto appena quattro (Chernobyl, ovviamente, poi Three Mile Islands, Fukushima e un altro di minore entità che ora non ricordo), Purgatori si è ben guardato dal dire quante persone erano morte in ciascuno di essi. E comprensibilmente, anche se disonestamente. Se l’avesse detto, infatti, la gente avrebbe scoperto che, a parte Chernobyl, il numero di morti per ciascuno dei suddetti “disastri” era zero. Sì, avete capito bene: a parte Chernobyl, di nucleare fino ad oggi non è mai morto nessuno.

E oltretutto Chernobyl è stato un caso più unico che raro: basti dire che l’incidente è classificato allo stesso livello di gravità di quello di Fukushima, in cui non è morta neanche una persona. Come è possibile, allora, che a Chernobyl siano morti così in tanti? La risposta è che la stragrande maggioranza dei decessi furono dovuti all’ostinato rifiuto del regime sovietico di ammettere l’incidente e, quindi, di evacuare immediatamente la popolazione, nonché alla totale impreparazione tecnica per un’emergenza simile.

Tra l’altro, il difetto di progettazione era stato notato già nel 1971 durante un congresso internazionale da un gruppo di ingegneri italiani, tra cui mio padre, che diresse il piano nucleare italiano da allora fino al 1988, quando venne sciaguratamente chiuso. Ma il loro aiuto per sistemare le cose, che i tecnici russi avevano volentieri accettato, venne sprezzantemente rifiutato dal regime sovietico, che poi respinse allo stesso modo anche le offerte di aiuto dell’Occidente successive al disastro. Non è quindi esagerato dire che a Chernobyl più che di nucleare si morì di comunismo.

Eppure niente: tutti continuano imperterriti a parlare di “disastri nucleari”, non solo per Chernobyl, ma anche per gli altri, che semplicemente non furono disastri, in nessun senso sensato della parola “disastro”. Addirittura, pur di addossare qualche cadavere all’atomo, qualche bello spirito è arrivato a inventarsi il concetto di “morte per stress da evacuazione”, sostenendo che l’incidente di Fukushima ne avrebbe causate circa 400.

Non mi soffermo a commentare questa assurdità priva di qualsiasi fondamento scientifico e di cui in ogni caso non sarebbe responsabile il nucleare, ma semmai la cattiva gestione dell’evacuazione. Vorrei invece far notare che il terremoto di Fukushima fu uno dei più terribili della storia, eppure la centrale nucleare rimase in piedi (in effetti, fu l’unica cosa che rimase in piedi) e non uccise nessuno, mentre 400 persone rimasero vittime del crollo della diga di un vicino impianto idroelettrico. Eppure, nessuno parla mai di queste autentiche morti, mentre tutti continuano a parlare e straparlare di quelle immaginarie di Fukushima.

Ma non è tutto. Questo, infatti, non è per nulla un caso isolato. Solo il disastro del Vajont, come ben sappiamo, ha causato 1917 morti: circa la metà di quelli attribuiti a Chernobyl. Ma già nel 1923 erano morte 356 persone nel crollo della diga del Gleno e altre 115 morirono nel 1935 nel crollo della diga del Molare, col che siamo già a 2388. E questo solo in Italia.

Ho cercato insistentemente notizie relative alla situazione a livello mondiale, ma anche sui siti di statistiche più noti e affidabili sembra impossibile trovare dati completi e ancor più difficile è distinguere tra i crolli di dighe di impianti idroelettrici e quelli di dighe destinati ad altri usi (principalmente irrigazione e attività mineraria). Perfino il loro numero è incerto, perché molti studi considerano solo dighe superiori a una certa altezza, che, essendo scelta arbitrariamente, ogni volta porta a risultati diversi. Calcolandole tutte, è probabile che il numero di dighe di qualsiasi altezza e destinazione d’uso già costruite o in fase di costruzione in tutto il mondo sia vicino al milione. Ma alla fine non ha molta importanza.

Se si pensa infatti che solo nel crollo della diga della centrale idroelettrica di Banqiao, situata 300 km a nord-ovest di Shangai e distrutta nel 1975 dal tifone Nina, morirono 171.000 persone e che nell’insieme i crolli di dighe nell’ultimo secolo hanno sicuramente ucciso centinaia di migliaia di persone, forse addirittura milioni, anche se il numero esatto non è determinabile e non tutte le dighe crollate erano destinate alla produzione di elettricità, è comunque evidente che la “buona” energia idroelettrica è in realtà almeno cento volte più pericolosa della “cattiva” energia nucleare.

E in futuro la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente, sia per l’invecchiamento delle dighe (secondo alcune stime, senza urgenti interventi di manutenzione, per cui spesso non ci sono i soldi, oltre il 50% sarebbe già ora a rischio), sia per l’aumentare della violenza delle piogge. Senza contare poi l’impatto ambientale, spesso molto pesante, dei grandi bacini idroelettrici e l’enorme numero di persone (sicuramente alcune decine di milioni) che per permetterne la costruzione sono state costrette a lasciare per sempre le loro case, destinate a finire sommerse dall’acqua.

Eppure, nessuno si sogna di chiedere la chiusura degli impianti idroelettrici. E giustamente, perché farlo causerebbe conseguenze ben peggiori. Ma allora perché rifiutare il nucleare, che è (letteralmente) cento volte più sicuro?

Il falso problema delle scorie

Beh, un momento, mi direte: hai dimenticato il problema delle scorie. Non vorrai mica dirci che neanche quello è così grave come sembra? Ebbene, non ve lo dico, ma solo perché il problema delle scorie semplicemente non esiste: il problema delle scorie, infatti è stato creato dalla paura del problema delle scorie.

Cominciamo da un dato di fatto incontestabile: a oggi, nessuna persona al mondo ha riportato danni a causa delle scorie delle centrali nucleari, mentre le scorie di praticamente qualsiasi altra industria almeno qualche morto l’hanno causato e in molti casi anche più di qualcuno.

Di fatto, per neutralizzarle completamente basta seppellirle a qualche decina di metri di profondità, come si sta facendo attualmente. Che questo sia sicuro è provato dal fatto che vivere sopra un giacimento di uranio non comporta nessun rischio significativo per la salute. Se così non fosse, le compagnie minerarie userebbero le statistiche sul cancro per rintracciare i giacimenti, invece di ricorrere a complicate e costosissime tecnologie di prospezione.

Ma per stare del tutto tranquilli si potrebbe ricorrere a una delle tante miniere abbandonate: a un migliaio di metri di profondità, infatti, perfino se un terremoto dovesse aprire in due la miniera la quantità di radiazioni che riuscirebbe a raggiungere la superficie sarebbe trascurabile (a parte poi che dopo un terremoto di quella potenza questo sarebbe l’ultimo dei nostri problemi, in quanto non resterebbe più nessuno in grado di preoccuparsene).

Ma la soluzione più efficace sarebbe semplicemente affondarle in mare, purché ovviamente a profondità adeguata e non sotto costa, ma nelle grandi fosse oceaniche. Siccome già sento gli strilli inorriditi dei più davanti a questa proposta, vorrei far presente a chi non lo sapesse che, come ho accennato prima, l’acqua di mare è radioattiva già di suo, giacché contiene uranio nella percentuale di 3,4 tonnellate per chilometro cubo: eppure uno può andare al mare anche tutti i giorni senza subirne il minimo danno.

Ora, negli oceani del mondo ci sono circa 1400 milioni di chilometri cubi d’acqua, il che significa che in totale essi contengono la bellezza di quasi 5 miliardi di tonnellate di uranio. E poiché il totale delle scorie prodotte finora (in circa 50 anni) è stimato intorno alle 250.000 tonnellate, cioè 5000 all’anno, ne segue che anche buttandole in mare così come sono ci vorrebbe un milione di anni solo per raddoppiare la radioattività naturale degli oceani, il che a prima vista può sembrare una prospettiva spaventosa, ma in realtà non avrebbe la minima conseguenza pratica. Se così non fosse, infatti, uno che va al mare il doppio di un altro dovrebbe avere una probabilità doppia di prendersi il cancro, per non parlare di uno che ci vive stabilmente, che dovrebbe beccarselo con certezza matematica nel giro di pochi mesi.

La realtà dei fatti è che raddoppiare la radioattività naturale dei mari comporterebbe meno rischi per la nostra salute che farci una banale radiografia. Ancora una volta, siamo vittime dell’illusione delle parole: 5 miliardi di tonnellate di uranio ci sembrano infatti una quantità enorme, e di per sé lo sono, ma il fatto è che non ci rendiamo conto di quanto grande sia il mare, per cui anche una quantità del genere risulta in realtà irrisoria (in effetti, equivale a meno di 4 milionesimi di grammo per metro cubo). Il vero rischio di prenderci il cancro quando andiamo al mare sta nel passare troppo tempo al sole ad abbronzarci, che è molto ma molto più pericoloso che vivere vicino a un deposito di scorie nucleari: eppure, di questo non ci preoccupiamo minimamente.

Peraltro, si tratta di un’ipotesi puramente teorica, giacché le scorte di uranio esistenti nel mondo possono bastare al massimo per qualche migliaio di anni (durante i quali si spera che avremo trovato altre soluzioni, per esempio la fusione nucleare). Quindi anche se tutte le scorie di tutte le centrali nucleari passate, presenti e future della storia dell’umanità venissero buttate in mare così come sono, l’irrisorio livello di radioattività naturale degli oceani verrebbe aumentato al massimo di un ancor più irrisorio 1%. E non basta, perché in realtà nessuno ha mai pensato di buttarle davvero così come sono.

Le scorie, infatti, vengono prima inglobate nel vetro fuso e poi l’impasto viene versato in contenitori di acciaio e cemento a tenuta stagna, che affonderebbero ben presto nel fango dei fondali oceanici, per decine o anche centinaia di metri, col che l’impatto ambientale sarebbe nullo a tutti gli effetti pratici. Infine, non dimentichiamo che, contrariamente a ciò che sempre si dice, solo una minima percentuale delle scorie nucleari conserva una forte radioattività per diverse migliaia di anni, mentre la maggior parte diventa innocua nel giro di qualche decennio.

Conoscere la realtà per non temerla

L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa.

(Franklin Delano Roosevelt)

Ma queste soluzioni, perfettamente sicure, ragionevoli e a basso costo, non sono mai state adottate, perché la gente le rifiuta in nome dell’assurda pretesa del “rischio zero”, di cui ho già più volte parlato su questo sito (si veda in particolare https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta/), a cui in questo caso si aggiunge una paura viscerale più forte di qualsiasi ragionamento, dovuta al ricordo delle atomiche di Hiroshima e Nagasaki, peraltro anch’esso in gran parte mitizzato e che in ogni caso col nucleare civile non c’entra nulla.

Di conseguenza, per compiacere gli elettori i vari governi hanno adottato standard di sicurezza così irragionevolmente esigenti che è diventato impossibile trovare un qualsiasi luogo sulla Terra che li soddisfi, col paradossale risultato che continuiamo a tenere le scorie radioattive in depositi in teoria “provvisori”, ma che stanno di fatto diventando definitivi, benché siano molto più costosi e molto meno sicuri di quelli che potremmo usare senza problemi se solo la smettessimo di aver paura.

Ma per non aver paura della realtà bisogna innanzitutto conoscerla. E questo oggi non sembra uno sport molto di moda.