Riaprire le scuole?

Da qualche tempo si riparla di aprire le scuole, o perlomeno le scuole materne ed elementari. Il tema della riapertura delle attività culturali sta particolarmente caro alla sinistra, come quello della riapertura delle attività commerciali alla destra. E’ dunque probabile che, nelle prossime settimane, assisteremo a esperimenti di riapertura su entrambi i fronti.

Ma che cosa ci dicono i dati dell’epidemia?

I dati dell’epidemia parlano purtroppo piuttosto chiaro. Fra le società avanzate, l’Italia continua a primeggiare sia in termini di nuovi casi sia in termini di decessi. Quel che è più grave, però, è il trend: in Italia, come in molti altri paesi avanzati, dopo un periodo di rallentamento dell’epidemia (gennaio-febbraio), è partita una nuova ondata: la terza, dopo quelle di marzo-aprile e ottobre-novembre dell’anno scorso.

Perché, ancora una volta, siamo stati colti di sorpresa? Perché non riusciamo a contenere la circolazione del virus? Perché gli ospedali e le terapie intensive sono di nuovo al collasso?

La spiegazione prevalente, su cui convergono mass media, autorità sanitarie e politici di ogni schieramento, punta il dito sui ritardi della campagna vaccinale. Questa spiegazione trova (apparente) sostegno nel fatto che nei tre paesi che sono più avanti nella campagna vaccinale, e cioè Israele, Regno Unito, Stati Uniti l’epidemia è in ritirata. Ma è una spiegazione fasulla, per almeno due motivi. Primo, perché la inversione delle loro curve epidemiche è avvenuta a gennaio, ben prima del decollo delle campagne vaccinali. Secondo, perché ci sono almeno quattro paesi importanti (Portogallo, Irlanda, Canada, Sud Africa) in cui la campagna vaccinale arranca almeno quanto in Italia ma l’epidemia è in ritirata spettacolare fin da gennaio. In tutti e sette i paesi che abbiamo ricordato l’epidemia è stata riportata sotto controllo nel giro di poche settimane.

C’è anche una spiegazione di riserva, però. Secondo molti la colpa delle difficoltà dell’Italia e di altri paesi starebbe nella diffusione delle varianti, e in particolare di quella cosiddetta inglese. La loro crescente trasmissibilità e letalità sarebbe all’origine della terza ondata, e spiegherebbe l’aumento dei casi e dei morti che stiamo osservando in Italia. Ma, di nuovo, è una spiegazione incompatibile con i dati. La variante inglese si è diffusa innanzitutto nel Regno Unito e in Irlanda, e ciò nonostante entrambi i paesi sono riusciti a far retrocedere rapidamente l’epidemia. Quanto alla variante sudafricana, non ha impedito al Sud Africa di invertire la curva fin dal 12 gennaio, senza alcun aiuto da parte delle vaccinazioni, che sono tuttora abbondantemente sotto l’1% (noi siamo vicini al 15%). Del resto un’analisi statistica più generale, che correla diffusione delle varianti e andamento dell’epidemia, rivela che le differenze nella capacità dei vari paesi di contrastare l’epidemia non dipendono in modo apprezzabile né dalla diffusione delle varianti, né dallo stato di avanzamento della campagna vaccinale.

Spiace doverlo ammettere, ma è inevitabile concludere che quel che ci differenza dai paesi che stanno efficacemente contrastando l’epidemia non è né il ritardo della campagna vaccinale né la diffusione delle varianti, ma sono le nostre politiche e i nostri comportamenti.

In che senso?

In due sensi. Primo, non abbiamo fatto e continuiamo a non fare le molte cose che potrebbero servire a contrastare il virus senza lockdown, dalla messa in sicurezza di scuole e traporti pubblici alle politiche di sorveglianza attiva. Secondo, il nostro lockdown – reso inevitabile dall’inerzia del governo Conte – non è un vero lockdown. Se, usando i dati di mobilità resi pubblici da Google, proviamo a misurare il grado di confinamento effettivamente messo in atto nei vari paesi, scopriamo che nei mesi critici di gennaio e febbraio siamo rimasti a casa circa la metà del tempo dell’Irlanda. Non solo, ma se facciamo una graduatoria dei paesi in base al grado di rispetto del lockdown troviamo ai primi posti precisamente i paesi che più hanno avuto successo nel contrastare l’epidemia: Irlanda, Portogallo, Regno Unito, Sudafrica, Canada, Israele. In questa graduatoria l’Italia è solo 21-esima (su 36 paesi). Detto altrimenti, l’andamento dell’epidemia nelle società avanzate è strettamente connesso al rispetto delle misure di confinamento, specie nei mesi critici di dicembre-gennaio-febbraio (figura 1).

Né le cose vanno in modo sostanzialmente diverso se, anziché guardare ai comportamenti della popolazione, ci rivolgiamo ai provvedimenti adottati dalle autorità politico-sanitarie. Una comparazione sistematica fra paesi mostra che la misura più efficace nel contenere l’epidemia è stata la chiusura più o meno totale delle scuole, seguita dalla limitazione degli spostamenti sui trasporti pubblici: la capacità di contenimento dell’epidemia migliora man mano che le chiusure delle scuole diventano più sistematiche e generalizzate (figura 2).

Questo, purtroppo, dicono i dati se li si analizza senza pregiudizi (cosa sempre più difficile, stante la spinta bipartisan alle riaperture). Dobbiamo concludere che il lockdown è l’unica strada?

No, il lockdown non solo non è l’unica strada, ma è la strada sbagliata. Il lockdown è semplicemente l’arma dei governi inerti, che a un certo punto se lo ritrovano come unica arma disponibile perché – prima – non hanno fatto nulla o quasi nulla di quel che avrebbero dovuto fare. E’ quel che è successo a noi in autunno (ai tempi della seconda ondata), ed è risuccesso quest’anno, quando – non avendo di nuovo fatto nulla – ci siamo esposti alla terza.

E ora?

Ora è tardi, perché nel governo la linea del lockdown breve ma durissimo, invano caldeggiata da Walter Ricciardi (consulente di Speranza) fin da ottobre scorso, è stata definitivamente sconfitta, a favore di una linea del tipo “apriamo appena possibile”, che tradotto in pratica significa: apriamo appena c’è abbastanza posto negli ospedali e nelle terapie intensive per accogliere i nuovi malati. E’ possibile che questa linea, che già ci è costata almeno 40 mila morti non necessari da dicembre a febbraio, ce ne costi ancora “solo” alcune migliaia in più nei prossimi mesi, perché un miracolo farà improvvisamente decollare la campagna vaccinale, abbassando drasticamente il numero di morti quotidiano, e perché nessuna nuova variante riuscirà ad eludere i vaccini.

Ma è anche possibile che le cose non vadano così, e che una campagna vaccinale zoppicante combinata con un’altra estate incauta ci espongano, a settembre-ottobre, all’arrivo di una quarta ondata, ancora una volta amplificata dal ritorno a scuola. Possiamo, almeno questa volta, sperare che si faccia finalmente qualcosa, e che lo si faccia in tempo?

Ad alcune misure si sta già per fortuna pensando, ad esempio a tamponi e test periodici a studenti e professori. Poco si sta facendo, invece, sulle due misure chiave: garantire il distanziamento sui mezzi pubblici e mettere in sicurezza le aule. Eppure, se si vuole davvero riaprire definitivamente le scuole, sarebbero due mosse cruciali. Perché le misure di sicurezza dentro le scuole non sono sufficienti se il contagio avviene fuori, nel tragitto casa-scuola e ritorno. E, quanto alle misure interne, quella cruciale è garantire la qualità dell’aria, o mediante filtri che la depurano, o mediante impianti di ricambio con l’esterno (il costo sarebbe inferiore a quello sostenuto per i banchi a rotelle).

Speriamo tutti che, quest’autunno, l’epidemia sia sostanzialmente sotto controllo. Ma sarebbe imperdonabile che la prossima stagione fredda, per sua natura favorevole al virus, dovesse trovarci ancora una volta spiazzati, traditi dalla nostra attitudine ad auto-illuderci.

Pubblicato su Il Messaggero del 27 marzo 2021




Modello orientale?

La politica sanitaria del governo Conte bis “ha causato decine di migliaia di morti e affossato l’economia”.

Potrebbe essere un riassunto, rozzo e semplicistico, del mio ultimo libro (La notte delle ninfee. Come si malgoverna un’epidemia). E invece no. Ora a riconoscere questi due tristissimi fatti – le vite umane perdute, i punti di Pil bruciati – è nientemeno che Walter Ricciardi, il consulente principe del ministro Speranza, che ci spiega che “nel precedente governo” il ministro stesso “trovava un muro”, perché a prevalere era “la linea di chi voleva convivere con il virus”.

Nella sostanza, un atto di accusa gravissimo verso il ministro della salute. Se è vero che, fin da ottobre, il consulente lo avvertiva della pericolosità della linea sanitaria adottata, e se è vero che il ministro ne condivideva analisi e suggerimenti, allora come ha fatto, il ministro stesso, ad avallare una linea che avrebbe “causato decine di migliaia di morti e affossato l’economia” ?

Volendo lasciar da parte il passato (peraltro greve di responsabilità, di cui mi auguro che a un certo punto qualcuno si faccia carico), ora che Draghi sta per enunciare il suo programma ci piacerebbe che venisse finalmente detta una parola chiara sulla politica sanitaria svolta finora e su quella futura. Perché, arrivati a questo punto, noi italiani siamo davanti a un paradosso davvero singolare. Da una parte, un ministro della sanità che viene confermato non si sa se per proseguire o per capovolgere la disastrosa politica sanitaria adottata fin qui. Dall’altra, un coro di critiche diametralmente opposte: per buona parte della destra il disastro è stato chiudere troppo, per Ricciardi e per la maggior parte degli studiosi indipendenti il disastro – se mai – è stato chiudere troppo tardi e troppo poco.

Ciò detto, il j’accuse retrospettivo di Ricciardi è comunque più che mai opportuno e saggio. Aspettavamo da mesi un discorso del genere, chiaro e coraggioso, che mettesse finalmente i cittadini di fronte alla grave situazione che abbiamo davanti: il piano di vaccinazione che ritarda, e l’incubo delle varianti emergenti.

Ma è sui modi che abbiamo per uscirne, che dobbiamo interrogarci. Ricciardi propone l’abbandono del protocollo occidentale (che persegue la mitigazione dell’epidemia) a favore del protocollo orientale e dell’emisfero Sud (che persegue la soppressione del virus). Un cambio di passo davvero decisivo, una clamorosa inversione di rotta, cui personalmente non posso che plaudire, come non possono che plaudire quanti, come  gli studiosi di Lettera 150, lo hanno invocato fin dalla primavera scorsa.

I cardini del passaggio, secondo Ricciardi, dovrebbero essere tre: “lockdown breve e mirato, tornare a testare e tracciare, vaccinare a tutto spiano”. Ed è qui la domanda nevralgica: è questa la sostanza del protocollo dei paesi lontani, dal Giappone alla Corea del Sud, dall’Australia alla Nuova Zelanda, che ce l’hanno fatta a ridurre quasi a zero la circolazione del virus? (lascio volutamente fuori dalla lista la Cina, che Ricciardi evoca ma, in quanto dittatura, è un modello improponibile in un paese democratico).

A me sembra che il modello dei paesi lontani sia molto più complesso. Intanto, ovviamente, i vaccini non potevano far parte delle loro armi di difesa; e poi, non esiste una ricetta unica di quei paesi; infine, il lockdown assai raramente costituisce l’ingrediente fondamentale.

Il lockdown può anche diventare assolutamente necessario (come lo è oggi in Italia), ma non è la via maestra per la soppressione del virus. È il primo e doveroso passo, a cui però vanno affiancate altre misure, senza le quali si rischia un ulteriore fallimento.

Le ricette dei paesi lontani hanno due ingredienti basilari comuni: il controllo rigoroso delle frontiere da parte del governo, e il rispetto scrupoloso delle regole di distanziamento e autoprotezione da parte dei cittadini, entrambe condizioni che in Italia non si sono mai verificate.

E hanno poi ingredienti specifici, altrettanto basilari: il tracciamento elettronico (anche a scapito della privacy), l’uso sistematico e generalizzato delle mascherine, la stretta sorveglianza sul rispetto della quarantena, i tamponi di massa, e infine, sì, i lockdown duri e circoscritti. Ogni paese ha scelto un mix diverso dei vari ingredienti, ma il punto è che tutti hanno messo in campo più di un tipo di misura, perché una o due misure soltanto non bastano.

E noi? Facciamoci qualche domanda. Noi saremmo disposti a rinunciare alla privacy e lasciarci tracciare, rispettare rigorosamente le regole, indossare sempre le mascherine FFP2, sugli autobus, nei negozi, per strada? Saremmo disposti a controllare le frontiere (e chiuderle addirittura, in alcuni casi), nei modi in cui avviene per esempio in Giappone, dove i viaggiatori che arrivano in aeroporto vengono sottoposti a test in entrata e in uscita, e il governo pretende di sorvegliare la quarantena con il Gps?

Non è un caso che noi europei, noi occidentali, abbiamo perseguito il modello del mitigare e non quello del sopprimere, ovvero, per dirla con una formula che ormai ci è familiare: noi europei abbiamo scelto la filosofia del “convivere col virus”. Filosofia che ora, di fronte alle varianti pericolose che ci invadono, ci rendiamo conto che non può più funzionare.

Se ora volessimo davvero cambiare modello, dovremmo smettere i panni europei, la mentalità occidentale e, non dico diventare orientali, ma almeno provarci.

Quel che voglio dire è che un lockdown duro ora non basta. Ben venga, anche se – non mi stancherò mai di dirlo – il lockdown non è la soluzione, bensì semplicemente il certificato di fallimento della politica sanitaria. Ben venga, perché arrivati a questo punto, non ha alternative: ma deve più che mai, ora, accompagnarsi all’attuazione di molte, se non tutte, le altre misure di contenimento e prevenzione. Soprattutto perché la campagna vaccinale non potrà avere effetti apprezzabili prima dell’estate, e più che mai ove tale campagna dovesse subire ulteriori ritardi; e perché intanto le varianti ad alta trasmissibilità accelerano la circolazione del virus. In questa situazione, un inasprimento delle misure attuali non accompagnato da tutto il resto non basterà certo a sradicare il virus.

Questo ci aspettiamo che il nuovo governo ci sappia indicare, con chiarezza e coraggio. Perché la delusione più grande sarebbe ascoltare l’ennesima ripetizione della promessa di “fare tutti gli sforzi per accelerare la campagna vaccinale”, magari accompagnata da qualche concessione alla linea della prudenza, ma senza un chiaro e dettagliato cronoprogramma su tutto quel che ancora non si è fatto, o si è appena iniziato a fare.

Pubblicato su Il Messaggero del 16 febbraio 2021




Il Covid come otto settembre del liberalismo italiano

Non serve il comitato tecnico scientifico per capire che il tasso di mortalità causato dal virus tra i liberali è prossimo al 100%.

Quello che mi ha più colpito nel “fenomeno covid”, considerato nel suo complesso (vale a dire come fenomeno sociale), è la pressoché totale assenza, in Italia, di intellettuali o commentatori capaci di mettere in dubbio l’opportunità delle limitazioni di libertà personale imposte dal Governo per rimediare all’emergenza sanitaria per il solo fatto che, appunto, i poteri pubblici abbiano imposto dei forti limiti ad alcune libertà fondamentali dei cittadini. E se dico in Italia è perché ad esempio in Svizzera è stato addirittura lo stesso Consiglio Federale (il massimo potere esecutivo a livello nazionale) a chiarire all’inizio della pandemia – verosimilmente per evitare che i Cantoni procedessero con lockdown locali in ordine sparso – che si potevano sì limitare le attività economiche entro certi limiti e con certi criteri, ma che non era possibile ad esempio limitare la libertà di circolazione dei cittadini, in quanto si trattava di un diritto garantito dalla Costituzione svizzera (che, è bene ricordarlo, è una delle ultime costituzioni autenticamente liberali esistenti nel vecchio continente).

Nell’UE, in compenso, nello stesso momento in cui volavano gli stracci sullo stato di diritto che sarebbe stato violato da Polonia e Ungheria, era (ed è) tutta una gara a chi chiude di più (sia saracinesche che gente in casa). Una gara in cui l’Italia, secondo quel che ci raccontano in numeri, sta riuscendo a guadagnarsi un poco ambito podio sia per la mortalità che per il calo di PIL, essenzialmente per il fatto di aver preteso di affrontare il problema senza potenziare in estate i presidi di cura e le strutture sanitarie, obbligando le imprese a dotarsi di misure di sicurezza per poi spargere lockdown estemporanei – a singhiozzo e di varia intensità – con preavvisi di un paio di giorni. A settembre il Presidente del Consiglio annunciava solennemente che escludeva ogni lockdown, per poi invece disporlo a ottobre. A ottobre raccontava che chiudevano in autunno per lasciarci liberi a Natale e capodanno, per poi chiudere tutto da Natale all’epifania. A Natale ci hanno raccontato la nuova favola che chiudevano per poter ripartire a Gennaio ed invece le restrizioni “a colori” stanno proseguendo, anzi mettendo dei criteri più restrittivi di prima. Pochi giorni fa il ministro Speranza ha parlato addirittura di “alcuni mesi” di misure restrittive e qualche esperto televisivo (spero in vena di battute) prevedeva “anni” di mascherina obbligatoria.

Il tutto sulla base di criteri definiti come “scientifici” ma assai poco chiari e ancor meno chiaramente illustrati, con decisioni prese a distanza di qualche giorno in un crescendo rossiniano, dunque forse più sull’onda delle continue gufate televisive o sulla carta stampata dei soliti tre o quattro virologi da passerella che non sulla base di una oggettiva e fredda valutazione dei risultati delle misure precedenti. E come non menzionare i verbali secretati e il clima generale di opacità che fa a pugni con l’obbligo di motivazione degli atti amministrativi e con l’esigenza di trasparenza dell’azione di governo. Se c’è insomma un modo per riuscire – in sol colpo – a maltrattare la costituzione, a stendere l’economia del paese e a far venire l’esaurimento nervoso ad un popolo, senza in compenso ottenere risultati apprezzabili sotto il profilo sanitario, credo che il governo Conte secondo lo abbia trovato. Anzi, a Caporetto in corso era tutto un vantare il “modello Italia” (che in realtà è un modello sì, ma forse di cosa non fare), aggiungendo dunque anche la beffa ai danni recati al paese.

La Germania invece – stato che, anche quando si imbarca in scelte opinabili, è noto che si impegna a perseguirle con grande zelo – ha pensato bene addirittura di mettere in cantiere in parlamento una legge in forza della quale – per “proteggere il popolo” contro i rischi sanitari – il Governo può legittimamente derogare alle libertà fondamentali, di guisa che – per esempio – la polizia potrebbe violare il domicilio personale al fine di verificare il rispetto delle norme di reazione al Covid. In Francia, paese il cui popolo da sempre reagisce con forza e in piazza contro le leggi che considera ingiuste, il governo si accinge a emanare una legge (“sulla sicurezza globale”, titolo da brivido) che consentirebbe alle forze di polizia di agire travisate nell’espletamento di compiti di ordine pubblico e che vieterebbe di filmarne l’azione in luoghi pubblici. Insomma, in un’Europa che si dichiara a parole la paladina dei diritti umani e del già citato stato di diritto (per lo più però quando si tratta di dar fastidio a governi considerati “sovranisti” o “populisti”), i fatti sembrano indicare che stiamo attraversando una deriva decisamente poco liberale, che appare più accentuata proprio negli stati in cui governano le grandi coalizioni identificabili come di centrosinistra europeista.

La ragione ultima di questo fenomeno potrebbe consistere nel fatto che tanti stati europei sono condotti da governi che – a causa delle loro politiche sbilanciate sulla tutela di interessi cari all’UE e che dunque non hanno tenuto in conto le specifiche esigenze dei rispettivi elettorati nazionali – non godono più un radicato consenso popolare e dunque difettano dell’autorevolezza politica sufficiente per adottare soluzioni autenticamente liberali (che ovviamente implicano dei costi sociali e sanitari), trovandosi costretti a ricorrere ai metodi autoritari per nascondere – dopo decenni di austerità e tagli al servizio sanitario pubblico spacciati come la sola ricetta per renderlo efficiente – la conclamata incapacità di tutti questi sistemi sanitari “efficientati” di fornire assistenza adeguata alla popolazione di fronte all’epidemia di una malattia neppure particolarmente grave, ma assai contagiosa e che soprattutto – nei soggetti a rischio – richiede trattamenti sanitari rapidi e capillari sul territorio per non degenerare in quadri clinici gravi. Le socialdemocrazie europee, in altre parole, dopo aver tagliato a man bassa la sanità pubblica in nome dei sacri verbi rigoristi (dunque creando la situazione per cui basta una influenza particolarmente cattiva per mandare in tilt i pronto soccorso di tutta Europa), si sono trovate costrette a imporre serrate di stato a interi settori economici e a mandare variamente agli arresti domiciliari (o al confino o in consegna notturna) i cittadini che non erano più in grado di curare. E così gli europei, dopo il danno causato dalla devastazione della sanità pubblica, stanno subendo pure la beffa dell’autoritarismo di stato “per il loro bene” come rimedio a quel danno.

Se dunque i politici europei – anche quelli liberal-liberisti – hanno le loro valide (quanto meno dal loro punto di vista) ragioni per ricorrere all’autoritarismo sanitario nell’affrontare l’epidemia, più difficile da decifrare è l’atteggiamento conformista assunto da pressoché tutti quanti gli intellettuali di casa nostra (salva qualche lodevole ma isolatissima eccezione). Qui da noi, ben più che all’estero dove il dibattito è più acceso, è infatti stato un coro unanime di “la salute prima di tutto” e “le regole vanno rispettate” e “occorrono sacrifici per il bene comune” e via luogocomuneggiando. Che a sinistra si sostenga che lo stato, in nome di esigenze collettive, ha il potere di limitare anche i diritti fondamentali di cittadini che devono solo tacere e ubbidire (e che anche chi si rifà alle idee di una certa destra dica questo) invero non mi stupisce più di tanto, considerando le culture politiche e le ideologie storiche di cui simili intellettuali hanno raccolto in vario modo l’eredità. Il silenzio che sconcerta è infatti quello di chi – pure in diverso modo e a vario titolo – in passato si è dichiarato (e magari ha anche ora il coraggio di dichiararsi) di area o di idee “liberali”.

Che cosa è infatti il liberalismo se non l’idea secondo cui certe libertà individuali del cittadino (libertà personale, di assemblea, di circolazione, di manifestazione del pensiero etc.) devono essere messe davanti a qualunque pretesa dello stato di conculcarle, per qualunque ragione? E si badi che il comodo espediente di sostituire le libertà coi “diritti” è – appunto – un comodo espediente di chi liberale non è più, giacché il liberalismo predica che certi diritti di libertà non possono mai e per nessuna ragione essere limitati dallo stato, perché lo stato è tenuto semmai a “riconoscerli” e non ha dunque il potere di decidere a sua discrezione se “concederli” o meno. Basta del resto passare in rassegna la storia del novecento per capire che gli stati autoritari di ogni colore e genere trovavano sempre almeno un “diritto” (e primo fra tutti quello alla “sicurezza” del popolo) per giustificare norme liberticide. Che non ci si possa nascondere dietro al diritto positivo per comprimere le libertà fondamentali è insomma cosa che chi vuole definirsi liberale dovrebbe sapere come le tabelline.

La mia impressione è peraltro che la mutazione del liberalismo di ieri nel “dirittismo” sia un aspetto del complessivo mutamento culturale che ha segnato – a livello di Zeitgeist – il passaggio da una narrazione incentrata sul potere veritativo della ragione dialettica (che rappresenta la vera anima ideologica – di ascendenza illuminista – del liberalismo classico) verso l’agnosticismo postmoderno nichilista del pensiero debole (che rappresenta il vero tratto dominante trasversale della cultura odierna, oltre che la perfetta scusa che consente agli ignoranti di apparire colti). In altre parole: il sedicente liberale di oggi, non trovando più a sua disposizione i vecchi diritti naturali e una razionalità “forte” cui riferirsi per costruire la propria gerarchia dei valori, si trova costretto a rifugiarsi nel giuspositivismo, cercando nel diritto positivo la fonte dei diritti naturali. Inutile dire che – in questo modo – ha però già smesso di essere liberale: i diritti naturali sono stati a loro tempo creati infatti al preciso scopo di limitare il potere dello stato, di guisa che una volta che sia ammetta che lo stato stesso può ridefinirli liberamente (dunque in sostanza una volta ammesso che lo stato “concede” i diritti fondamentali ai cittadini), si è ammesso anche che quei diritti non limitano più un bel nulla e che lo stato fa quel che vuole delle libertà dei cittadini. E con questo, ovviamente, si esce dal perimetro del liberalismo.

Il sedicente liberale di oggi pensa allora di risolvere il problema sostenendo che la “giustizia in sé” dei diritti deriverebbe in re ipsa dalla procedura democratica di adozione delle leggi che quei diritti tutelano. Che la democrazia non sia garanzia di giustizia, però, non ce lo raccontano solo la storia e l’attualità, ma lo conferma soprattutto il fatto che, se così davvero fosse, non esisterebbero le costituzioni, la cui funzione è appunto quella di porre dei limiti al legislatore anche nei sistemi democratici. Ecco allora che il nostro liberale – un po’ in spiazzato – ripiega ulteriormente, individuando il surrogato del diritto naturale, appunto, nella costituzione, dimenticando che quasi tutte le costituzioni – anche la nostra – possono comunque essere modificate, seppure con maggioranze qualificate, dallo stesso parlamento che, se davvero si trattasse di costituzioni che “riconoscono” diritti naturali, dovrebbe invece esserne vincolato in modo assoluto. Morale della favola: il liberale di oggi si è trasformato in un giuspositivista, senza accorgersi che il prezzo del cambiamento di pelle è stata la perdita della sua identità.

Risultato ultimo di questo processo metamorfico è che in Italia non si trova più un liberale (salvo un paio di casi isolati e comunque nessuno tra i sedicenti liberali che vanno per la maggiore nel circuito informativo mainstream) che abbia il coraggio (non dico di sostenere, ma anche solo) di riconoscere agibilità nel discorso pubblico delle opinioni per cui la tutela di vita e salute potrebbe anche non venire “sempre” prima di alcune libertà fondamentali dell’individuo. Anzi: quei pochi che si azzardano a sostenere una simile (liberalissima) tesi in pubblico vengono apostrofati – anche da alcuni di quelli che amano definire sé stessi come liberali – come negazionisti, se non peggio.

In sostanza nessun “liberale” ha sinora avuto nulla da eccepire in pubblico circa il fatto che è da diversi mesi che il nostro paese si trova nella situazione per cui i cittadini non sanno oggi se il governo nella notte ha deciso che li lascerà uscire di casa domani, o se dovranno restare agli arresti domiciliari o al confino coatto, ed in cui gli imprenditori non sanno oggi se il governo nella notte ha deciso di lasciargli aprire l’azienda domani (e in quali ore e con quali modalità) o se deve tenerla chiusa. Lo stesso governo, si badi, che a questi imprenditori impedisce di licenziare nonostante la crisi e attribuisce ristori ridicoli in rapporto al danno che stanno subendo per le serrate di stato: tutte misure che sono quanto di meno liberale si possa immaginare. Per non parlare della questione dell’obbligo vaccinale, in cui sembra che – anche per certi liberali – la vaccinazione sia divenuta una specie di nuovo battesimo laico per la salvezza universale. In un panorama – che per un liberale dovrebbe essere urticante – accade insomma che quasi tutti quelli che, prima dell’avvento del Covid, strombazzavano a destra e a manca fede e proclami liberali, se ne stanno ben zitti e coperti.

E a me, sinceramente parlando, è proprio quest’ultima cosa a spaventare di più. Ben più dell’epidemia stessa e pure dei balzani rimedi inventati sinora dai nostri governanti per (non) risolverla. E mi spaventa, si badi, perché invece noto che parecchi liberali – su temi come aborto e fine vita – stanno continuando a dire proprio l’opposto di quel che dicono sul Covid, ossia che, in nome della libertà di scelta di una persona o dei costi delle cure per la società, un’altra persona ben può essere mandata a stendere (e non per dormire), con tanto di autorizzazione e timbri dei pubblici uffici. Occorre allora chiedersi – o ancora meglio chiedere loro – perché mai vita e salute del potenziale contagiato di Covid valgono di più di quelle di un “normale” malato terminale o della futura vita e salute di un figlio non desiderato. A voler essere malevoli, viene da pensare che la differenza stia nel fatto che tra i potenziali malati di covid ve ne sono tanti (specie persone in là con gli anni, dato che siamo un paese anagraficamente anziano) che ancora compreranno il giornale, guarderanno la TV e/o voteranno alle prossime elezioni, mentre feti e moribondi sono dei senza letture né suffragio (e – anzi – a votare e leggere sono semmai proprio quelli che potrebbero avere un qualche interesse a disfarsene). Ma noi non siamo malevoli, dunque non crediamo possibile che degli intellettuali liberi – anzi, liberali – siano disposti a piegarsi certe logiche piccine. Dunque stiano tranquilli i veri liberali: le nostre insinuazioni sono dirette solo ai liberali finti, e – in genere – agli intellettuali asserviti alle logiche del potere o, peggio, dello stipendio a fine mese.

Che gli intellettuali possano avere delle ragioni di convenienza a seguire le narrazioni dominanti è cosa nota. Che lo facciano tutti quanti è in compenso cosa grave. Come dicevo c’è infatti da aver paura quando il tema delle libertà personali non viene più sollevato pubblicamente, neppure dai liberali, di fronte alla pretesa dello stato di “proteggere il popolo” (tanto per citare la già citata legge tedesca sulle emergenze sanitarie, che dice esattamente questo, riprendendo sul punto la ben più celebre legge fatta emanare tra le due guerre mondiali da Hitler, al tempo legittimo cancelliere a capo di una maggioranza eletta, in seguito all’incendio del Reichstag e con cui ebbe inizio la “vera” dittatura nazista). La storia del vecchio continente ci insegna infatti che le fasi di emergenza sono state quasi sempre l’anticamera di una qualche forma di deriva autoritaria. Questo perché quella stessa limitazione delle libertà fondamentali che viene affermata come “giustificata” oggi (ad esempio, nel caso del covid, in presenza di un’emergenza sanitaria) diventa un precedente che renderà più facile invocare domani limitazioni analoghe per vere o supposte emergenze di diverso genere. Si chiama “legge del piano inclinato” e, purtroppo, fa scorrere le cose sempre verso il basso.

Tanto per fare qualche esempio io ho sempre contestato tutti quelli che liquidavano con un semplice “ma cosa sarà mai!” le famose “domeniche a piedi” causa inquinamento. E non certo perché usassi la macchina nel fine settimana, ma proprio perché avevo il sentore che si trattasse di un precedente che avrebbe abituato il popolo a subire limitazioni della libertà di spostamento “per il suo bene”, e che dunque – secondo la legge del piano inclinato – avrebbe potuto portare altrove. Per queste stesse ragioni non mi sono mai piaciute le crociate contro il fumo anche nei luoghi aperti o pubblici (e non sono neppure un fumatore). Ma non diversamente pensavo (e penso) male del fatto che – in nome della sacra lotta all’evasione fiscale – lo stato ormai si arroga il diritto, senza alcun controllo della magistratura, di andare a ficcare il naso in ogni rapporto economico dei cittadini, declassandoli al rango di presunti evasori sotto perenne indagine patrimoniale. Ma anche la questione della moneta elettronica e della lotta al contante – sempre portata avanti in nome della mistica della lotta all’evasione per il bene di tutti – mi paiono altrettanti attentati alle libertà (in questo caso economiche) dei cittadini. E che dire della tematica dei vaccini obbligatori, che non è affatto una questione di “vax” contro “no vax” (e tanto meno è una questione che riguarda solo l’emergenza covid), ma il terreno che consente di capire davvero se la salute si può ancora considerare un diritto che lo stato deve riconoscere e garantire ai cittadini o se è diventato una specie di dovere dei cittadini verso lo stato. In sintesi: in questi ultimi anni mi pare di assistere, specie in Europa, al tentativo dei pubblici poteri di mitridatizzare i popoli, assuefacendoli progressivamente – con piccole ma crescenti dosi di restrizioni alle loro libertà – all’autoritarismo di stato.

E il risultato iniziamo a vederlo proprio col covid: proprio grazie alla paziente e costante mitridatizzazione delle maggioranze all’autoritarismo legalitario “per il bene di tutti”, l’intera popolazione dei maggiori paesi europei sta sperimentando un anno di arresti domiciliari a singhiozzo e di serrate di stato di interi settori produttivi per causa di un’epidemia influenzale non particolarmente grave, ma resa pericolosa piuttosto dal fatto che è assai contagiosa e che – quanto meno in Italia, ma non diversamente accade altrove nell’UE – la sanità pubblica è stata resa così economicamente efficiente da non essere in grado di curare adeguatamente gli ammalati, né sul territorio coi medici di base né negli ospedali (che sono stati ridotti di numero). Ma la domanda che mi pongo io è un’altra: visto che col covid gli stati hanno verificato che quasi nessuno protesta, quale sarà il prossimo “diritto” in nome del quale – nel silenzio degli intellettuali liberali – i poteri pubblici provvederanno a toglierci un’altra fetta delle nostre libertà individuali? Magari domani ci diranno che – per ridurre i costi per la sanità – dovremmo sottoporci obbligatoriamente a screening genetici o di altri esami di vario genere? E dopodomani che cosa potrebbero inventarsi, sempre a fin di bene, si intende! La domanda, ovviamente, la giro soprattutto ai liberali, così magari ci pensano e iniziano a dire qualcosa di liberale.

 

I giuristi liberali e lo strano caso dei diritti “diversamente fondamentali” nella gerarchia costituzionale.

Per poter parlare davvero male dei (finti) liberali di casa nostra, non mi limiterò a denunciarne la scomparsa: scenderò sul loro stesso terreno, quello del diritto positivo. Il che significa entrare nel merito della questione costituzionale relativa alla domanda: il diritto alla salute/vita viene realmente sempre prima di qualunque libertà civile? Molti – anche giuristi liberali – liquidano la questione sostenendo che la risposta è certamente sì, perché la vita è il presupposto dell’esercizio di qualunque libertà dell’individuo. Tutto vero e tutto giusto. Ma come si spiega allora l’aborto legale e le disposizioni sul fine vita che ammettono la soppressione di persone (o di future tali) senza il loro espresso e contestuale consenso? La questione è insomma più ben complessa di così e merita approfondimento, partendo magari proprio dal testo quella costituzione che – a giudicare da certe prese si posizione – viene più invocata che letta.

Si deve osservare infatti che il diritto alla salute (ossia il fatto che lo stato deve occuparsi delle malattie, consentendo ai cittadini di curarsi o agendo per prevenirle) è soggetto – ai sensi dell’art. 32 Cost. – a (sola) riserva di legge, laddove il diritto alla libertà personale e all’inviolabilità del domicilio è soggetto, oltre che a riserva di legge, anche a riserva di giurisdizione. Questo significa che, mentre una legge dello stato è sufficiente per prescrivere ad esempio un vaccino obbligatorio, se per inoculare il vaccino occorresse usare la forza (dunque occorresse fare un vero e proprio TSO) o se servisse entrare nel domicilio di un cittadino senza il suo consenso (sfondando la porta o entrando dalla finestra del balcone come Batman), allora la legge che volesse autorizzare simili procedure dovrebbe prevedere anche l’autorizzazione di un Magistrato che emani un provvedimento ad hoc per ogni singolo caso. Analogamente: se per prevenire il contagio epidemico si mettono agli arresti domiciliari i cittadini di intere regioni del paese, occorre (anzi, vista la situazione, occorrerebbe) prevedere l’autorizzazione di un giudice. Ma se alcuni diritti (libertà personale e inviolabilità del domicilio) godono di tutele costituzionali maggiori contro l’intervento dei pubblici poteri rispetto ad un altro diritto (salute), logica giuridica – e buon senso – inducono a supporre che quei diritti siano stati a suo tempo considerati dai costituenti più importanti di questo. Ed invece un sacco di giuristi – anche liberali – dicono cose diverse.

Ma fingiamo per un momento che nella costituzione non ci sia scritto quel che invece sta scritto (o, più semplicemente, riconosciamo candidamente che nel dibattito culturale odierno la logica non sia più di moda). Dunque, ipotizziamo pure che si tratti di diritti di pari rango costituzionale. In una simile situazione – per capire entro che limiti è legittima la compressione di un diritto in nome della tutela di un altro diritto di analogo rango – soccorre il principio di proporzione e ragionevolezza nel contemperamento degli interessi sottostanti ai diritti tutelati. Dunque la domanda che un liberale – che abbia letto un po’ distrattamente la costituzione – potrebbe e dovrebbe farsi è se sia proporzionato e ragionevole limitare ad intermittenza la libertà personale di tutti i cittadini per un anno intero al fine di ridurre la mortalità causata da una malattia epidemica in determinate fasce minoritarie della popolazione che si trovano ad essere particolarmente esposte alla malattia. La risposta, ovviamente, dipende dal complesso delle conseguenze sociali provocate dalle limitazioni di libertà individuale adottare per tutelare il diritto alla salute.

Ma se questa è la prospettiva, purtroppo, ad un giurista liberale che osservi la situazione oggettivamente dovrebbero rizzarsi i capelli in testa: a fronte di una mortalità tra le più alte al mondo, ci sta cascando in testa un disastro economico immane, che provocherà, stando alle stime della Cerved, quasi una mezza milionata di attività imprenditoriali che non riapriranno mai più e quasi due milioni di disoccupati (non appena verrà meno il divieto di licenziamento). Il tutto come antipasto di una stagnazione economica che andrà avanti verosimilmente per qualche decennio prima di recuperare i numeri precedenti al Covid. E questo senza contare la possibilità che – grazie al fatto che abbiamo accettato un regolamento sul recovery fund che include espressamente la restaurazione del patto di stabilità nella versione più antica (e dunque rigorosa) – dovremo dichiarare default (o ammazzare definitivamente l’economia del paese con una bordata di nuove tasse e tagli che andranno a colpire il risparmio di un popolo di senza lavoro e dunque senza reddito) quando, tra un paio di anni, l’Unione Europea sancirà la fine della crisi sanitaria e tornerà al rigore di bilancio e noi ci troveremo con un debito colossale ed in più con le rate del recovery fund da rimborsare a colpi di austerità (quella che ai liberali piace tanto).

Ma è proprio in relazione a questo secondo aspetto della questione che entra in campo un altro “peso massimo” della gerarchia costituzionale, rappresentato dal diritto al lavoro, che l’art. 1 della Costituzione identifica niente meno che come uno dei fondamenti, insieme al principio democratico, della stessa repubblica. Se c’è infatti un diritto che può essere catalogato senza tema di smentita come diritto “fondamentale” nel nostro quadro costituzionale è proprio quello al lavoro. Il che consente di sostenere che abbiamo a che fare con un diritto che “pesa” in termini costituzionali almeno quanto il diritto alla salute e alla vita. E dunque: se per tutelare un solo diritto fondamentale (salute) ne comprimiamo in modo significativo altri due (libertà personale e lavoro) che “pesano” almeno uguale al primo, qualcosa parrebbe non funzionare nell’artimetica (costituzionale) del modo in cui il nostro Governo ha scelto di affrontare l’emergenza.

Dunque, davvero non se ne esce: o si è disposti ad ammettere – ma questo un liberale vero non può farlo – che la salute pubblica da sola vale di più della libertà personale e del diritto al lavoro dei cittadini messi insieme (ma la Costituzione questo non consente di farlo con troppa sicurezza, anzi fornendo indicazioni in senso differente) oppure un liberale avrebbe degli ottimi argomenti a sua disposizione per obiettare che qualcosa non va nel modo in cui si è impostata la reazione al Covid in Italia.

 

Per il disastro del “modello Italia” dobbiamo ringraziare anche l’assenza – a livelli di dibattito politico – di voci autenticamente e radicalmente liberali.

La mancanza di ragionevolezza e proporzionalità nelle misure di reazione al covid di cui si è detto poc’anzi (al di là dei possibili risvolti giuridici) assume rilievo anche a livello politico. Per capire i termini della questione occorre tuttavia riassumere per sommi capi in cosa consiste il “modello Italia” (che a questo punto, vista la piega della crisi, potremmo definire “modello Conte bis” o “modello giallorosso”). E non mi riferisco tanto alle forme giuridiche con cui le istituzioni hanno scelto di agire (su cui pure ci sarebbe molto da dire, come ho avuto modo di segnalare in alcuni articoli pubblicati in passato su questo sito e relativi ai profili di possibile incostituzionalità di alcune misure restrittive disposte dal Governo), ma soprattutto alla sostanza delle cose.

Questo “modello” consiste nel disporre una raffica di lockdown domiciliari e di coprifuoco a intermittenza e senza alcun preavviso, conditi da chiusure di attività a casaccio (dopo averle obbligate a spender soldi per mettersi in sicurezza) senza alcuna programmazione né possibilità di previsione e senza in compenso investire a tempo debito – ossia questa estate – risorse per potenziare cure domiciliari e strutture sanitarie. Il tutto nascondendosi dietro alle valutazioni di comitati tecnici di cui non è dato conoscere gli atti né i dati utilizzati per decidere. Quanto ai “ristori”, al di là del fatto che si tratta di briciole in confronto al danno economico subito da certe categorie costrette ad una serrata totale per mesi, è evidente che un’economia ferma o rallentata non può essere sanata con il trasferimento continuo di risorse pubbliche: se fosse così tutti gli stati pagherebbero i cittadini solo per esistere e lo stesso problema economico (ossia della gestione delle risorse di un paese) non esisterebbe neppure come oggetto di dibattito politico.

Le risorse straordinarie vanno usate per riavviare l’economia azzoppata, non per evitare che una ferita ancora sanguinante sporchi troppo in giro. L’idea dei ristori è insomma solo lo specchietto per le allodole (o l’esca per gli allocchi) con cui si tenta di illudere la gente che lo stato stia aiutando anche le persone che invece sta distruggendo a colpi di lockdown. La brutta verità è che l’Italia – ma lo stesso vale per quasi tutti gli altri paesi dell’UE – ha semplicemente scelto la soluzione più facile e meno responsabilizzante per chi governa (la più comoda ma anche la meno liberale), evitando di investire subito ingenti risorse sulla sanità (sia mai che la “liberalissima” UE avvii qualche procedura di infrazione per aiuti di stato) e dunque scaricando la gran parte del costo sociale ed economico dell’epidemia sui cittadini che lavorano, curandosi – qui da noi – di mantenere caldi e al sicuro (i voti del)le categorie già più protette (dunque anziani pensionati, dipendenti pubblici, lavoratori dipendenti delle grandi imprese sindacalizzate), mandano invece più o meno allo sbaraglio gli altri, specie il ceto medio produttivo (quello degli evasori/kulaki che, anzi, ben gli sta!).

Del resto, va pure riconosciuto che il recovery fund (dipinto come una specie di “vaccino economico” capace di sanare tutti i mali del mondo) deve essere usato – dato che così sta scritto nelle regole europee – per finanziare anzitutto transizione green, digitalizzazione e parità di genere, mentre solo circa un 10% può essere usato per la sanità. Per quella al massimo c’è il MES sanitario (ossia un diverso genere di prestiti, ma sempre condizionati, tanto convenienti che in UE nessuno stato se li è filati). Siccome è l’UE che detta l’agenda ai governi su come usare questi fondi, non si può neppure dire che la mancanza di investimenti sanitari sia tutta colpa di Conte e di tutta la maggioranza che lo sostiene. Semmai la colpa del Governo italiano è stata quella di non avere finanziato la spesa sanitaria come hanno fatto altri stati, ossia emettendo una montagna di titoli pubblici (ora che vengono acquistati dalla BCE senza limiti e che il patto di stabilità è sospeso) per finanziare aiuti di stato diretti.

La ragione di questa resistenza sarebbe che non si voleva far crescere troppo il debito. Ma il fatto è che il debito pubblico comprato dalla BCE è rinnovabile a scadenza con nuove emissioni di titoli, mentre quello del recovery fund (e del MES, se verrà attivato) deve essere rimborsato tutto quanto alla sua scadenza (si badi bene: anche per la parte definita “a fondo perduto”, che comunque viene ripagata o con tasse unioniste quali IVA e plastic e sugar tax oppure restituito mediante i contributi nazionali al bilancio UE). Dunque – al netto delle valutazioni di convenienza politica – sarebbe stato in ogni caso meglio per noi fare tanta spesa sanitaria contraendo debito nazionale rinnovabile (e pure ridenominabile in valuta nazionale in caso di italexit dalla moneta unica) e non farne poca vincolandoci con debito europeo da rimborsare a scadenza (e che non può essere neppure convertito in moneta nazionale in caso di uscita dell’Italia dall’euro). Non è dunque certo un caso che altri stati – specie la Francia, che pure a debito pubblico sta messa assai male – abbiano invece finanziato la spesa pubblica di reazione al covid emettendo quantità immense di titoli pubblici. Ma non diversamente sta facendo la Germania che – sfruttando la sospensione del patto di stabilità – ha accumulato in questi mesi emissioni di titoli pubblici che hanno finanziato aiuti di stato alle imprese per migliaia di miliardi di euro.

Se dunque a crisi finita accadrà – come alcuni (tra i quali anche il sottoscritto) sospettano – che gli stati che più hanno fatto spesa pubblica troveranno alla fine il modo di far monetizzare quel debito alla BCE (in sostanza facendo in modo che la BCE accetti che siano resi perpetui i titoli pubblici nazionali acquistati durante l’emergenza covid), noi italiani faremmo l’ennesima figura dei fessi che dovranno restituire con gli interessi (e senza poter emettere nuovo debito) quello che altri paesi non dovranno invece mai restituire a nessuno. Ma non ditelo ai liberali, per favore, altrimenti non possono scrivere sui giornali e dire in televisione che mamma Europa vuole sempre e solo aiutarci.

Ma torniamo al punto politico: un governo che riesce a mettere in piedi un simile disastro – senza riuscire a risolvere il problema sanitario, dando aiuti che non innescano la ripresa e scegliendo di finanziarli in modo assai meno conveniente rispetto ad altri stati europei, facendo cose diverse da quelle che stanno facendo Francia e Germania, dunque creando il concreto rischio di dover dichiarare default o ammazzare il paese di tasse e tagli tra un paio di anni – deve essere chiamato a risponderne (o a chiarire le ragioni delle sue scelte) di fronte all’opinione pubblica. Ed è esattamente qui che sta la colpa dei liberali: proprio loro dovrebbero essere infatti la voce principale del controcanto alla narrazione governativa. E invece questa voce è mancata del tutto. Ed è mancata perché in Italia non c’è più una vera cultura liberale.

Gran parte dei liberali di oggi sono infatti i comunisti moderati di ieri, quando non addirittura dei sessantottini invecchiati male. Questo spiega perché questi liberali sui generis si sono ridotti a predicare solo i “nuovi” diritti civili che vanno di moda a sinistra (inclusività, parità di genere, non discriminazione et similia), dimenticando invece del tutto i “vecchi” diritti fondamentali su cui si fondano le società occidentali: libertà personale, libertà di assemblea e di riunione, libertà di circolazione, libertà di manifestazione del pensiero. La gran massa dei liberali di casa nostra sono insomma solo una sbiadita copia dei liberal americani: pasdaran allevati alla scuola del politicamente corretto e – dunque – in realtà mossi da convinzioni profondamente illiberali, in quanto sotterraneamente convinti che lo stato sia lo strumento demiurgico con cui imporre il progressismo (socialdemocratico) come panacea di tutti i mali. In altre parole: tanti sedicenti liberali di oggi, essendo (a sinistra) degli ex sessantottini in pantofole o (a destra) dei teorici della sicurezza sociale come primo compito dello stato, non sono in grado di interiorizzare il tratto essenziale del vero liberalismo, rappresentato dalla naturale diffidenza nei confronti di qualunque forma di stato paternalista e in particolare verso qualunque tentativo del potere esecutivo di limitare le libertà individuale.

Per questo oggi assistiamo allo spettacolo surreale di sedicenti liberali che osannano il sistema cinese di reazione all’epidemia, forse scordando che – quando la mortalità provocata da un virus è allo 0.3% – per uno stato (con una popolazione mediamente molto giovane) che controlla totalmente sia l’informazione che i social media non è poi tanto difficile sostenere dinanzi al proprio popolo e al mondo la narrazione secondo cui l’epidemia sarebbe stata risolta, quando forse non è del tutto così. Qualcuno potrebbe invece sospettare che le autorità Cinesi abbiano ritenuto che un altro lockdown – di quelli “duri”, specie se esteso a tutto il paese e non ad una sola provincia, come era stato il primo – non sarebbe comunque servito a fermare la seconda ondata ed avrebbe soprattutto provocato eccessivi danni economici, decidendo dunque – assai pragmaticamente – di affrontare la seconda ondata facendo in modo che il popolo ne ignorasse le conseguenze (tutt’al più mettendo in campo, con poco clamore mediatico, una serie di mini-lockdown mirati nelle zone dei nuovi focolai). I cittadini cinesi non possono scegliere i loro governanti e dunque anche se lo stato non riesce a curare tutti per bene, il partito può permettersi di far spallucce, enfatizzando il fatto che l’economia cinese è l’unica economia mondiale che è riuscita a crescere in epoca covid (altro dato che dovrebbe far riflettere).

Qui da noi, invece, i governi sono troppo impegnati a chiudere in casa le persone e a terrorizzarle e confonderle allo scopo di nascondere l’inefficienza dei rispettivi sistemi sanitari (causata, non mi stancherò mai di dirlo, anche dalle politiche di rigore imposte dall’UE a tutti gli stati e sostenute dai nostri liberali). E ora che anche Germania e Francia iniziano a pagare un conto davvero salato in termini di morti, state pur certi che faranno pressioni per indurre tutti quanti gli altri stati dell’UE a chiudere tutto, sia mai che qualche stato membro possa avvantaggiarsi e riprendere a vivere e fare affari liberamente prima che possano farlo tedeschi e francesi. Ecco dunque apparire – dopo Natale e capodanno aperti al di là delle alpi – lo spettro delle zone “rosso scuro” individuate dall’UE per limitare la circolazione in Europa. E invece – quando eravamo stati noi a dover chiudere tutto a marzo 2020 – gli altri stati (e l’UE) sono andati avanti tranquilli per mesi senza imporre lockdown o altre misure rigide. Ma forse è solo un caso.

La frecciatina ai nostri fratelli europei (o, per meglio dire, a chi li rappresenta politicamente) non è una cattiveria fine a sé stessa, né il frutto di personale malevolenza, ma solo un espediente narrativo per mostrare al lettore un’altra strana coincidenza: gli pseudo-liberali di casa nostra sono infatti quasi tutti europeisti di stretta osservanza (tra l’altro l’UE è un pachiderma burocratico e dirigista che predica un singolare liberalismo fatto di mille regole e controlli, ma passiamo oltre) e dunque farebbero una certa fatica a spiegare ai loro lettori ed elettori – ai quali hanno raccontato per venti anni le res gestae dell’UE liberale impegnata a combattere gli sprechi anche sanitari degli italiani spendaccioni e statalisti che vivevano al di sopra delle proprie possibilità – perché mai proprio le politiche di taglio alla spesa pubblica sanitaria hanno finito per creare una situazione in cui esercitare le libertà fondamentali dei cittadini sarebbe stato vietato dal governo in quanto rischioso per la salute pubblica.

Ma non è che un intellettuale smette di essere liberale se trova il coraggio di ammettere serenamente che un certo livello di spesa pubblica sanitaria forse è necessaria – anche in uno stato liberale – perché solo se uno stato ha un sistema sanitario in grado di affrontare adeguatamente anche situazioni di grave emergenza, le libertà fondamentali civili ed economiche (dunque quelle che un liberale dovrebbe voler tutelare) possono essere garantite senza chiedere in cambio troppi sacrifici in termini di salute e di vite. L’epidemia di covid dovrebbe insomma aver fatto capire (ai liberali) che un robusto welfare sanitario anche pubblico è, paradossalmente, una delle condizioni che consente agli stati di essere liberali nei fatti e non solo a chiacchiera.

Ma spesso i dogmi valgono più del buon senso, specie per chi si trova ad avere una situazione economica e uno status sociale che gli consente di andare avanti a predicare dogmi che stanno facendo (e faranno) del male solamente ad altri. Il liberalismo all’italiana di tanti intellettuali – di recente – emana insomma sempre più spesso la fragranza radical chic dei croissant di Maria Antonietta. Croissant che, come sappiamo, possono però finire malamente di traverso a chi ne abusa, quando, alla fine, la maggioranza di un popolo viene messa davvero alle strette.

 

Il covid come otto settembre del pensiero autenticamente liberale.

Non resta a questo punto che trattare della posizione “etica” dei nostri liberali. Mi rendo conto di quanto sia demodé parlare di etica oggi. Eppure secondo me qui una riflessione etica è legittima proprio perché la distinzione tra “giusto” e “lecito”, di nuovo, è qualcosa che i liberali (quelli che non si sono mutati in “dirittisti”, che identificano la legge di uno stato democratico nella giustizia universale) dovrebbero riconoscere, comprendere e – magari – anche condividere. In questa sede, visti gli spazi, ci limiteremo solo a pennellate impressionistiche, intorno alla domanda fatidica: davvero la vita biologica viene prima di tutto nella gerarchia dei valori?

A ripercorrere la storia dell’occidente, dunque adottando una prospettiva empirica e storicistica, parrebbe proprio di no. Per secoli gli europei – ma anche gli americani, dopo la colonizzazione, dunque tutti i popoli che possono definirsi “occidentali” – hanno sacrificato la vita per conquistare prima, e per mantenere poi, le libertà individuali contro l’oppressione dei poteri pubblici assoluti (stranieri o domestici che fossero). Anzi, viene da dire che sia proprio la volontà di mettere la libertà civili davanti alla sicurezza e alla stessa vita fisica – dalle Termopili a Popper – a rappresentare uno dei tratti distintivi peculiari della stessa cultura occidentale. Passando dalla storia alla ragione dialettica, va detto che, a voler ragionare come fanno certi ayatollah salutisti dell’ultima ora, se dovessimo subire una dichiarazione di guerra sarebbe inevitabile arrendersi all’istante, sia mai che – quando la guerra davvero comincia ad imperversare – poi muore qualcuno. E che dire della circolazione stradale? Tali e tanti sono i morti, gli invalidi e i feriti gravi (per non parlare della pressione sul sistema sanitario) che provoca ogni anno l’andare in macchina, che un bel lockdown stradale su tutto il territorio nazionale ogni fine settimana (o magari anche durante la settimana, a giorni alterni, con incentivi statali all’acquisto di un triciclo a pedali, ma con cambio Shimano a millemila rapporti) mi pare il minimo sindacale. Ma mentre scrivo quest’ultima frase mi assale la spiacevole sensazione che quello che per me è una battuta per qualcuno potrebbe anche essere una ipotesi sensata.

Tornando all’etica, va rilevato che la nuda vita materiale come primo interesse rilevante appartiene anche alla cifra di quel mondo degli “ultimi uomini” di cui Nietzsche – che pure liberale non era affatto – parlava con disgusto misto a paura. E come non citare le preoccupazioni di un gigante della filosofia del secolo scorso come Heidegger (altro pensatore per nulla liberale) per il dilagare della tecnoscienza – di cui il paradigma che pone la vita fisica come sommo bene e a sua volta certamente manifestazione – come unico criterio ordinatore di una società occidentale ormai preda del nichilismo. Su come la pensino Popper e Habermas della questione credo non vi sia nulla da dire, se non che si tratta di altrettante icone liberali. Tutto questo per dire che nella nostra tradizione culturale e filosofica (anche in quella non liberale) non mancano certo i moniti a non cadere preda del primo leviatano che passa di lì offrendo ai cittadini sicurezza in cambio di sottomissione.

Pare però che i moniti siano stati tutti ignorati. E lo sono stati perché il covid è stato un po’ l’otto settembre della cultura liberale in Europa (escluse Svizzera, Svezia e poche altri nazioni, che hanno resistito alla tentazione di rispondere alla crisi con la soluzione del dispotismo salutista in salsa pechinese): come racconta l’omonimo romanzo di Curzio Malaparte – quando saltano tutti i riferimenti ideali e culturali che tengono unite le persone in un popolo dotata di una propria identità – alla prima vera crisi ognuno pensa per sé e dunque solo la “pelle” conta davvero. A quel punto tutto diventa lecito e legittimo alla sola condizione che io salvi la mia pelle (e magari, già che ci sono, anche il mio conto in banca e stipendio), non importando nulla quanto dovrà o potrebbe soffrire il mio prossimo. Questa reazione “di pancia” – che tutto sommato ci si poteva anche aspettare dalle masse postmoderne private di ideali forti e di identità culturali definite – invece che essere stigmatizzata è stata condivisa, legittimata (e dunque ideologicamente coperta) anche da tanti intellettuali che si definiscono liberali. L’otto settembre non è dunque tanto quello delle masse, bensì quello del liberalismo.

Gli intellettuali italiani ed europei, quegli stessi che sino a ieri tessevano le lodi di Popper e Habermas, di fatto oggi si trovano a sostenere (spesso senza rendersene neppure conto) tesi che appaiono ispirate piuttosto agli insegnamenti di due illustri discepoli eterodossi di Hegel: il nostro Gentile, che vedeva nello stato (totale e totalitario) la sola possibile fonte del vero e del giusto in un dato momento storico e contesto sociale e Marx, che leggeva il mondo solo come materia, economia e interessi collettivi che prevalgono in ogni caso sui diritti individuali. Entrambi in compenso bollavano le vecchie libertà liberali come inutili e dannose sovrastrutture borghesi. Suona dunque strano che proprio ora che i liberali hanno l’occasione perfetta di prendersi una rivincita, innalzando il vessillo delle libertà individuali contro il dispotismo in camice bianco del novello regime medical-paternalista, preferiscano tacere. Ma forse queste cose agli intellettuali liberal(i) di oggi non interessano un granché: loro adesso hanno il gender, la discriminazione razziale, l’antifascismo, il populismo e i tagli alla spesa pubblica e agli sprechi di cui occuparsi (e con cui ovviamente indignarsi). Ogni epoca ha in definitiva i liberali che si merita. E la nostra epoca parrebbe essere quella dei piccoli conformisti che – nello stesso momento in cui dicono cose vagamente fasciste o maoiste – per qualche strana ragione amano farsi chiamare liberali.

A voler trovare il lato positivo di questa paradossale situazione, si può dire che il covid ha quanto meno fatto cadere la maschera (anzi, la mascherina) di parecchia gente, consentendo alla fine di capire chi – pur dichiarandosi (o magari anche credendosi) liberale – è invece portatore di gravi forme di totalitarismo asintomatico ovvero della classica variante italica del servilismo acuto verso i potenti di turno. Sta di fatto che dopo il Covid i liberali – quelli veri – almeno potranno contarsi tra loro (e, si spera, non sulle dita in una mano). Io non mi considero un liberale, quanto meno non tour court (visto che non sono un liberista in economia e su alcuni temi etici potrei essere bollato comodamente come veteroreazionario), però so bene che i liberali duri e puri (anche se liberisti e pure se mangiapreti) sono una componente imprescindibile della dialettica culturale e politica europea. Se dunque un giorno i liberali veri scomparissero davvero dal discorso pubblico– e col Covid mi è venuto il sospetto che il processo, quanto meno qui da noi, sia in corso – quel giorno resteremmo tutti quanti più esposti al neo-dispotismo del leviatano securitario, situazione che non occorre certo essere liberali o liberisti per voler evitare.




Una svolta nella politica sanitaria?

E’ abbastanza stupefacente, almeno per me che da un anno seguo quotidianamente l’andamento dell’epidemia, quanta attenzione si concentri sulle scelte di Draghi in campo economico-sociale, e quanto poco, invece, ci si interroghi sul futuro della politica sanitaria. Come se accelerare la campagna di vaccinazione fosse l’unica cosa che ci si può aspettare da lui.

E’ quindi con un sospiro di sollievo che ho ascoltato le considerazioni di Walter Ricciardi, consulente del ministro Speranza, in una intervista televisiva concessa martedì notte. In essa, accanto a una (ben poco convincente) difesa della politica di Conte durante la prima ondata, Ricciardi ha sostenuto tre tesi molto forti, che meritano attenta considerazione. Le riassumo brevemente.

Tesi 1: nella seconda ondata, decidendo lockdown tardivi e troppo blandi, il governo Conte ha sbagliato politica, finendo per dilapidare i sacrifici degli italiani.

Tesi 2: dobbiamo cambiare completamente rotta, abbandonando il protocollo europeo, che si accontenta di mitigare l’epidemia, e passare risolutamente al protocollo dei paesi orientali e dell’emisfero Sud, che punta alla soppressione del virus.

Tesi 3: la via maestra per farlo è un inasprimento e allungamento dei lockdown.

Sulle prime due tesi, avendole io sostenute da più tempo di Ricciardi, non posso che concordare (ho addirittura scritto un libro, La notte delle ninfee, per spiegare come la seconda ondata si sarebbe potuta evitare). L’unica cosa che avrei da aggiungere è: poiché il prezzo di questi errori, misurato in migliaia di vite umane sacrificate, è enorme, e poiché – questo gli va riconosciuto – è da quattro mesi che il consulente del ministro Speranza critica la politica sanitaria del governo, come mai né lui né il ministro della salute si sono mai palesati nell’unico modo politicamente efficace, ossia minacciando le dimissioni? Possibile che, per sferrare un attacco frontale a Conte, si sia dovuto aspettare che Conte stesso avesse perso il potere, disarcionato da Renzi?

Ma veniamo alla tesi 3: ci vuole un maxi-lockdown. Su questa tesi è inevitabile che ognuno abbia le proprie opinioni, per lo più dettate dall’età (i giovani si ammalano pochissimo) e dalla professione (gli autonomi rischiano di perdere tutto). Però c’è un punto di cui, a mio parere, dovremmo renderci conto tutti: esaurita la sorpresa della prima ondata, ogni lockdown lungo e non circoscritto è semplicemente un certificato di fallimento della politica. Perché, ormai dovrebbe essere chiaro, quando il governo chiede ai cittadini di farsi carico, con le loro rinunce e con i loro sacrifici, della lotta al virus, è precisamente perché le autorità politiche e sanitarie non hanno fatto tutto ciò che era in loro potere per contenere l’epidemia. Vogliamo ricordarle, queste omissioni e mancanze?

Eccone un succinto elenco: dimezzamento (anziché aumento) del numero di tamponi nel bimestre critico che va da metà novembre 2020 a metà gennaio 2021; sostanziale rinuncia al tracciamento elettronico; debolezza delle misure di controllo della quarantena; timidezza nel far rispettare le regole in estate; mancato rafforzamento del trasporto locale; mancata messa in sicurezza delle scuole e delle università sul versante dell’aerazione e deumidificazione dei locali;  debolezza della politica di controllo delle frontiere e dei flussi turistici.

Ecco perché l’invocazione del lockdown, di un lockdown più severo e lungo, è poco credibile, per non dire inquietante, se non è accompagnata dal riconoscimento che, dopo la prima ondata, l’errore primario del governo Conte non è stato di non aver fatto un lockdown durissimo a ottobre (quello è stato l’errore secondario, o derivato), ma è stato quello di non fare tutto ciò che ci avrebbe permesso di arrivare a ottobre in condizioni meno critiche, rendendo assai meno necessario il ricorso al lockdown.

Perché, nell’intervista a Ricciardi, tutto questo non emerge con la dovuta evidenza?

Forse per lo stesso motivo per cui il consulente del ministro Speranza considera “ineccepibile” il comportamento del governo durante la prima ondata. Spiace doverglielo ricordare, ma anche ammesso (e non concesso) che nulla sia stato sbagliato nella tempistica dei lockdown di marzo-aprile, resta il fatto che nella prima ondata egli fu in prima linea nella guerra del governo contro la politica dei tamponi del Veneto, accusato di farne troppi. E che, oltre all’errore di frenare i tamponi di massa, furono parecchi gli errori gravi ed evitabili del governo Conte anche durante la prima ondata: perché nulla fu fatto, a gennaio-febbraio, per dotare il personale medico di dispositivi di protezione individuale? Perché si aspettarono così tanti mesi per rendere obbligatorio l’uso delle mascherine nei negozi e nei locali al chiuso? Perché così poco venne fatto per controllare le frontiere?

Insomma, la mia impressione è che il fascino discreto che il lockdown esercita sui politici dipenda semplicemente dalla loro consapevolezza che su tutto il resto, su cui si è fatto quasi nulla quando si era in tempo, si continuerà a fare ben poco. E che alla fine della fiera, nell’attesa messianica del vaccino, la loro idea sia ancora oggi quella di sempre: che la lotta al virus non si fa dall’alto, costruendo politiche sanitarie incisive, ma si fa dal basso, limitando le nostre libertà.

E’ come se la politica, tutta la politica, fosse perfettamente in grado di riconoscere il debito accumulato dai governi passati quando esso è di natura economica, ma non lo fosse quando è di natura sanitaria. Eppure il dramma odierno, in cui un nuovo e severo lockdown appare a molti come l’unica misura praticabile, è il frutto amaro del debito sanitario accumulato in mesi e mesi di omissioni e atti mancati.

Non ci resta che sperare che, con questo genere di debito, il governo Draghi cominci a fare i conti nell’unico modo possibile: facendo oggi, finalmente, tutto ciò che non si è fatto fino a ieri.

Pubblicato su Il Messaggero dell’11 febbraio 2021




Perché la vaccinazione degli anziani va “maneggiata con cura”: un’analisi per scenari

La vaccinazione degli anziani che sta per iniziare inaugura una delle fasi più complesse della gestione di questa pandemia. La fascia degli over 70 è quella che ha contribuito per circa l’85% ai morti totali dall’inizio dell’epidemia a oggi. Pertanto, è per lo più sulla vaccinazione degli anziani che si “gioca la partita”. In questo articolo vedremo l’impatto della vaccinazione degli over 70 in due importanti scenari: uno molto ottimistico (simile a quello su cui contano i politici) e uno molto pessimistico (probabilmente preferito dai più realisti, poiché davvero tante cose potrebbero andare storte). Mostrerò come, il pensare che il solo fatto di iniettare un vaccino risolverà le cose sia una visione distorta della realtà, che potrebbe portare a rischi e conseguenze notevoli, e verosimilmente costringerebbe ad adottare in maniera tardiva altre misure che invece dovrebbero essere implementate fin d’ora, per non ripetere gli errori del passato.

Anche in Italia, come già accaduto in Cina, la gran parte dei morti provocati dalla pandemia di COVID-19 si colloca nella fascia di età degli over 70. Lo si vede molto bene dall’infografica [1] realizzata dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e diffusa nel dicembre scorso. Essa è ripresa, per quanto riguarda la mortalità nel nostro Paese per le classi di età più avanzate dall’inizio dell’epidemia fino al 2/12/20, dalla mia Tabella 1, che ne rappresenta una semplice elaborazione. In Italia i morti totali per COVID-19 sono stati (fino al 2 dicembre) 55.824, di cui 47821 (pari all’85% del totale) fra le persone con più di 70 anni di età.

Tabella 1. Prime semplici elaborazioni dei dati cumulativi sul numero di “positivi” al tampone e di morti per COVID-19 in Italia relativi al periodo che va dall’inizio della pandemia fino al 2 dicembre 2020. In realtà, le morti attribuibili con certezza al COVID-19 (in quanto le diagnosi di ricovero menzionavano sintomi legati al SARS-CoV-2) sono circa il 90% di quelle qui tabulate, mentre negli altri casi le diagnosi di ricovero non erano correlate all’infezione, che dunque è stata verosimilmente contratta in ambito ospedaliero. (fonte dei dati grezzi su positivi e morti per fascia di età: Istituto Superiore di Sanità)

Dunque, già da questo dato – che è risultato subito chiaro già dalle prime fasi dell’epidemia e che rifletteva, sostanzialmente, quanto osservato già in Cina nei mesi precedenti – si può capire come la “partita” contro il virus, almeno all’apparenza, si giochi essenzialmente intorno a questa fascia della popolazione, nonostante gli over 70 rappresentino soltanto il 17,3% della popolazione italiana totale (che è composta da 60,3 milioni di persone). “Soltanto” per modo di dire, comunque, perché nel nostro Paese la popolazione anziana (over 65) ha il peso numerico più rilevante che in tutte le altre nazioni UE-27 (dati Eurostat 2019).

Le classi di età avanzata come “target” nella gestione del contagio

Finora, in Italia, il fatto che la maggior parte dei morti fosse concentrata fra gli over 70 non è stato “sfruttato”. Nell’aprile scorso, alcuni medici hanno suggerito l’applicazione di un “lockdown per età”, basato proprio sul fatto che quella degli anziani è la popolazione più fragile e che più paga le conseguenze della pandemia in termini di morti. Un lockdown per età, inoltre, avrebbe permesso di lasciare a una vita attiva i giovani e le persone ad es. fino a 69 anni di età, che rappresentano la fascia su cui economicamente si regge il Paese e che, in larga parte, hanno bisogno di lavorare per sostentare sé e la propria famiglia.

Il lockdown degli over 70, tuttavia, è una cosa di non facile attuazione, almeno in un Paese come l’Italia, dove gli anziani – specie al Sud – vivono con i figli o comunque a stretto o frequente contatto con essi. D’altra parte, è ben noto che una percentuale rilevante di contagi avviene fra le mura domestiche. E proprio i contagi in famiglia sono fra i più pericolosi, e spesso hanno esiti infausti per uno o più componenti del nucleo familiare, verosimilmente a causa dell’elevata carica virale che si accumula e trasmette in un ambiente chiuso in assenza di mascherine indossate. Ma sarebbe davvero stato possibile pensare a un distanziamento sociale per età, un tema che ha diviso perfino gli esperti?

In un paper scientifico apparso su MedRxiv già il 31 marzo dello scorso anno e pubblicato ad agosto, Matrajt & Leung [2] hanno utilizzato un modello matematico per studiare l’efficacia degli interventi di allontanamento sociale in una città di medie dimensioni, considerando vari scenari: uno, che più ci interessa, è stato l’allontanamento solo per adulti > 60 anni di età, in cui i contatti per questo gruppo sono stati ridotti del 95%. La logica di questo scenario è, al solito, che gli anziani sono a più alto rischio di ospedalizzazione e morte e dovrebbero avere le restrizioni più drastiche nei loro contatti. Politiche simili, fra l’altro, sono state attuate all’inizio di aprile in alcuni paesi, come ad esempio la Svezia.

In un altro scenario considerato da Matrajt & Leung, i contatti sono ridotti per ogni gruppo: gli adulti di età >60 anni riducono i contatti del 95%, i bambini dell’85% e gli adulti di età <60 anni del 25%, 75% o 95%. Questo scenario rappresenta molti interventi attuati nel mondo. Ebbene, come previsto, questa seconda strategia di allontanamento sociale, applicata a tutte le fasce d’età (a differenza della precedente), ha ritardato l’epidemia più a lungo,> 50 giorni, rispetto a una baseline di non utilizzo di interventi. Invece, l’allontanamento sociale dei soli adulti di età > 60 anni ha ritardato l’epidemia solo di 2 giorni!

Dunque, anche le simulazioni numeriche non incoraggiavano, all’epoca, l’idea di gestire in modo differenziato gli interventi nei confronti, ad esempio, della popolazione over 70 e di quella restante più giovane, nonostante l’apparente appeal dell’idea. Tuttavia, nel seguito di questo articolo vedremo che, con l’entrata in gioco dei vaccini, le cose cambiano completamente, e – come verrà illustrato con dei semplicissimi modelli e un’analisi per scenari – risulterà chiaro perché, nella fase che si sta aprendo, la fascia degli over 70 dovrebbe essere gestita in modo diverso dal resto della popolazione.

La percentuale di infetti completamente asintomatici sugli infetti totali

Nel seguito di questo articolo, vedremo quale risulta essere l’impatto prevedibile della vaccinazione degli anziani e lo confronteremo con le ottimistiche attese dei decisori politici. Ma, per capire meglio i numeri che troveremo – ovvero per contestualizzarli e interpretarli correttamente – è assai utile prima trovare la risposta a una domanda fondamentale: quanti sarebbero stati, realisticamente, i morti per COVID-19 se l’Italia, anziché praticare il lockdown (come fatto dalla stragrande maggioranza dei Paesi, sia pure in tempi e modi diversi), avesse invece lasciato circolare liberamente il virus?

Ebbene, questa è una domanda chiave che mi sono posto fin dall’inizio dell’epidemia in Italia, non solo per curiosità, ma soprattutto perché è un dato utilissimo ai decisori politici e alle Autorità che devono tutelare la salute pubblica. Purtroppo, non abbiamo potuto dare una prima risposta a questa domanda fino allo studio condotto dal microbiologo Andrea Crisanti, durante il lockdown-quarantena, sulla popolazione di Vo’ Euganeo, sottoposta a uno screening di massa con “tamponi molecolari” (metodo PCR) e prelievo del sangue (per la ricerca di anticorpi IgG/IgM anti SARS-CoV-2 e la mappatura del Dna).

Iniziato il 6 marzo 2020, lo studio è consistito nel testare, all’inizio e alla fine di 14 giorni di quarantena, tutti i circa 3.300 residenti di Vo’ – una cittadina che si trova vicino Venezia – inclusi quindi quelli che non avevano all’epoca sintomi. Ciò ha permesso di misurare la percentuale di “totalmente asintomatici” (cioè di positivi al tampone che non hanno sintomi né al momento del tampone né successivamente), ovvero persone che prendono il SARS-CoV-2 in forma del tutto inapparente, e dunque sfuggono alle statistiche ufficiali dei positivi ma possono trasmetterlo finché non lo neutralizzano con i loro anticorpi.

Ebbene, lo studio ha mostrato che una quota notevole delle persone che si infetta – pari a circa il 42% (intervallo di confidenza del 95%: 31,5-54,6%) – è completamente asintomatica, ma rappresenta comunque una fonte di contagio. Inoltre, sempre nello studio di Lavezzo, Crisanti et al. [3] pubblicato su Nature, si dice che non è stata trovata una differenza statistica fra la carica virale degli infetti asintomatici e quella degli infetti sintomatici. Dunque, grazie allo studio di Vo’ Euganeo, già a marzo sapevamo che una quota compresa fra 1 persona su 2 e 1 persona su 3 è completamente asintomatica.

Fra l’altro, tale risultato è totalmente sovrapponibile con quello fornito dal lavoro – molto più importante – di Oran & Topol [4]: una meta-analisi di 16 lavori di ricerca relativi ad altrettanti “isolati” di popolazione (compresa la nave da crociera quarantenata Diamond Princess, per citare il caso a noi più noto insieme a quello di Vo’). Secondo tale meta-analisi, gli asintomatici costituiscono approssimativamente dal 40 al 45% degli infetti da SARS-CoV-2, e possono trasmettere il virus per un periodo relativamente lungo. In pratica, ciò equivale a dire che in circa una persona su due la presenza del virus è inapparente.

Dunque, ciò pare fornire per il COVID-19 una stima della cosiddetta “proporzione asintomatica”, che è definita come la proporzione di infezioni asintomatiche tra tutte le infezioni della malattia. Questa proporzione varia ampiamente tra le malattie infettive: dall’8% per il morbillo al 32% per le infezioni da norovirus, fino al 90-95% per la poliomielite. La proporzione asintomatica è una quantità utile per valutare il vero peso della malattia e interpretare meglio le stime del potenziale di trasmissione. Tuttavia, come ora vedremo, questa fornita in realtà è una sottostima del numero reale di asintomatici (che dunque porterebbe a una sovrastima del numero di morti in caso di circolazione libera del virus).

Quanti sarebbero stati i morti se la circolazione del virus fosse stata libera?

Il numero di casi positivi ufficiali in Italia, dall’inizio dell’epidemia a oggi (22/2/21), è di circa 2,54 milioni. Invece, il numero di contagiati effettivi – cioè comprensivi dei totali asintomatici – è più alto, e può essere stimato sotto l’ipotesi che la letalità effettiva media sia dell’1% (infatti, secondo la maggior parte degli studi recenti, essa è compresa fra lo 0,5% e l’1,5%). In tal caso, il numero di contagiati effettivi può essere stimato semplicemente moltiplicando per 100 il numero dei decessi (che dall’inizio dell’epidemia fino al 22/2/21 sono stati circa 83.000), ottenendo quindi (83.000 x 100 =) 8,3 milioni di persone, in realtà approssimabili a 9 milioni per tener conto, almeno in parte, dei morti non registrati).

Pertanto, il rapporto fra positivi reali (asintomatici + sintomatici, e che, come appena visto, ammontano a circa 9 milioni di persone) e positivi ufficiali (cioè solo sintomatici, che sono 2,54 milioni) è pari a (9 / 2,54 =) 3,6. Dunque, in Italia, il numero effettivo di contagiati risulta essere compreso fra 3 e 4 volte il numero di contagiati ufficiali. Ciò come si concilia con il solido dato del 42% di asintomatici riportato in letteratura? Una spiegazione assai verosimile, suggerita da Luca Ricolfi nel suo ottimo articolo I conti non tornano ([5], il link è riportato fra i riferimenti bibliografici), è che molti positivi del tutto privi di sintomi non vengono intercettati dai test per gli anticorpi IgG perché si è scoperto che in tali soggetti questi anticorpi durano pochissimo, con il risultato che gli asintomatici vengono largamente sottostimati.

A questo punto, è facile stimare: (1) la letalità reale per le varie classi di età (v. l’ultima colonna della Tabella 2), correggendo con il suddetto fattore “3,6” i dati della letalità apparente forniti dall’Istituto Superiore di Sanità (colonna 3 della medesima Tabella); e (2), al fine di avere un benchmark di riferimento che sarà utile più avanti, il numero di vittime totali che si sarebbero avute nel nostro Paese se il virus fosse stato lasciato libero di circolare, che è dato dall’1% di 60.000.000, pari a 600.000 morti.

In realtà, il numero di decessi reale sarebbe stato certamente inferiore a causa del raggiungimento, a un certo punto, dell’immunità di gregge ottenuta per via “naturale” anziché con i vaccini, che è un po’ quanto era stato inopinatamente proposto, in un primo tempo, dal premier inglese Boris Johnson. Ma di quanto il numero di morti reale sarebbe stato inferiore rispetto a quello appena stimato?

Tabella 2. Letalità apparente dovuta al COVID-19 in Italia relativa al periodo che va dall’inizio della pandemia fino al 2 dicembre. La letalità reale è invece calcolata grazie a un fattore correttivo (rapporto infetti reali / positivi ufficiali) discusso nel testo, e verrà sfruttata nelle Tabelle 3 e 4, nell’ambito dei relativi scenari illustrati nel testo, per stimare il numero massimo di morti per COVID-19 che potremmo avere ancora in Italia se il virus fosse lasciato circolare liberamente senza interventi.

Fontanet & Cauchemez [6] hanno stimato che per la Francia la soglia di immunità di gregge per il SARS-CoV-2 dovrebbe richiedere circa il 67% di immunità della popolazione. Un valore simile è ragionevole anche per l’Italia. La soglia indicata fa riferimento alle varianti del coronavirus che imperversavano nei primi mesi dell’epidemia; quindi, non alle varianti “iperveloci” comparse di recente all’estero (inglese, sudafricana, brasiliana), che alzano la soglia dell’immunità di gregge di un buon 30%. In ogni caso, anche dopo il raggiungimento dell’immunità di gregge, il virus può ancora circolare, sia pure più limitatamente.

Pertanto, considererò il caso (teorico) senza immunità di gregge come limite massimo per il numero di morti, ed il caso con immunità di gregge come limite minimo. Il numero di morti reale è dunque collocato fra questi due estremi. In pratica, in caso di libera circolazione in Italia del SARS-CoV-2, con l’immunità di gregge posta al 67% (varianti normali) i morti sarebbero stati circa il 67% di 600.000, ovvero 402.000; mentre, con le varianti iperveloci (e senza vaccini), sarebbero circa 523.000. In conclusione, i morti con la libera circolazione del SARS-CoV-2 sarebbero compresi fra 400.000 (min) e 600.000 (max). Un valore unico ragionevole, per non usare una “forbice” di valori, potrebbe essere di ≈450.000 morti.

La campagna di vaccinazione degli anziani: le due principali incognite

Sapendo dunque che il numero di morti a cui saremmo andati incontro in caso di totale assenza di misure di mitigazione dell’epidemia è – adottando un valore ragionevole di poco superiore all’immunità di gregge – di circa 450.000 persone, vediamo ora finalmente quale sarà l’impatto verosimile della vaccinazione degli anziani (qui intesi sempre come over 70) in vari possibili scenari. In questo senso, le due incognite principali sono rappresentate: (1) dalla percentuale di costoro che si vaccinerà e (2) dall’efficacia dei vaccini.

Per quanto riguarda quest’ultima, nel mio articolo I dubbi sull’efficacia dei vaccini anti-Covid e le conseguenze per la campagna vaccinale in Italia, pubblicato alcuni giorni fa nel presente sito (vedi link [7]), ho mostrato come si possano ipotizzare uno scenario iper-ottimistico (efficacia dei vaccini pari a quella dichiarata dai produttori) e uno iper-pessimistico (dovuto a dati dubbi ed a “pasticci” nella fase di sperimentazione). Lo scenario realistico si collocherà in qualche punto fra questi due estremi: tradotto in cifre, l’efficacia media dei vaccini sarà compresa fra il 95% (max) e il 62% (min).

Anche nel caso della percentuale degli anziani che si vaccineranno, è possibile immaginare uno scenario estremo ottimistico (si vaccina il 99% di loro) e uno pessimistico (si vaccina l’80%). In realtà quest’ultimo non è uno scenario estremo, poiché in un sondaggio d’opinione [8] condotto dal 25 novembre al 7 dicembre il 27% degli over 50 intervistati ha mostrato, a vario titolo, una certa resistenza a sottoporsi alla vaccinazione. Tuttavia è assai verosimile che, fra gli over 70, la percentuale della popolazione che intende vaccinarsi (e che quindi si vaccinerà, emulando i coetanei nel frattempo già vaccinati) sia un po’ più alta.

Dunque, nelle Tabelle 3 e 4 – che analizzerò in dettaglio nella prossima sezione – ho stimato l’impatto della vaccinazione degli anziani considerando, ancora una volta, due scenari estremi: uno assai ottimistico, in cui sia la percentuale di chi si vaccinerà sia l’efficacia media dei vaccini hanno i valori più ottimistici illustrati in precedenza; e uno scenario assai pessimistico, nel quale sia la percentuale di chi si vaccinerà sia l’efficacia media dei vaccini hanno i valori più pessimistici illustrati in precedenza. Al solito, lo scenario reale si collocherà in qualche punto fra questi due scenari estremi, ma l’analisi dei casi estremi come vedremo è utilissima per cogliere sottigliezze che altrimenti sfuggono.

Impatto della vaccinazione degli over 70: lo scenario iper-ottimistico

Il 27 dicembre scorso è iniziata simbolicamente la campagna vaccinale europea e dunque anche quella dell’Italia. Secondo il “Piano strategico sulle vaccinazioni”, approvato dal Parlamento lo scorso 2 dicembre, dopo i medici, gli infermieri e gli ospiti delle RSA, saranno vaccinati gli over 80 (circa 4,4 milioni di persone), poi entro l’estate i restanti over 60 (circa 13,4 milioni di persone), coloro che hanno almeno due patologie croniche, immunodeficienza o fragilità, e così via. Per il momento saranno inoltre esclusi dalle vaccinazioni già avviate gli under 16 (Pfizer) e under 18 (Moderna), per i quali non ci sono state le dovute sperimentazioni da parte dei produttori e, di conseguenza, le relative autorizzazioni.

Bene, ora guardiamo la Tabella 3, che si riferisce allo scenario iper-ottimistico a cui ho accennato prima. Come si vede, in tal caso il numero di over 70 non immunizzati (che è dato dalla somma del numero di vaccinati in cui il vaccino non si è rivelato efficace e del numero di non vaccinati) è di circa 620.000 persone, che rappresentano circa il 6% della popolazione totale di over 70. Ora, utilizzando la letalità reale per le varie fasce di età calcolata nella Tabella 2, possiamo facilmente stimare quanti di questi 620.000 anziani (al più) morirebbero se il virus fosse fatto circolare liberamente: avremmo fino a 25.100 morti.

Tabella 3. Stima del numero di italiani over 70 non immunizzati dalla campagna vaccinale nello scenario iper-ottimistico (per quanto riguarda la percentuale di persone che si vaccineranno e l’efficacia media dei vaccini impiegati). Il valore così trovato è poi impiegato per stimare il numero massimo di morti residue possibili fra gli over 70 se il virus circolasse liberamente (numero in rosso in basso a destra).

Si tratta di una cifra abbastanza corretta. Infatti, la percentuale di popolazione di questa fascia di età immunizzatasi già per via naturale – e che quindi andrebbe sottratta dai 620.000 anziani non immunizzati – dovrebbe ammontare oggi (al più) al 15% tale cifra. Difatti, secondo l’indagine di sieroprevalenza del SARS-CoV-2 svolta a partire dal 25 maggio dal Ministero della Salute e dall’Istat, testando per gli anticorpi IgG 150.000 persone residenti in 2.000 Comuni italiani, è risultato che il 2,5% di italiani sono entrati in contatto con il virus (nella prima ondata). Se si considera che la seconda ondata è stata all’incirca 4 volte più impattante rispetto alla prima per numero di positivi (come si può vedere “a colpo” dal grafico del “termometro dell’epidemia” della Fondazione Hume), si trova un valore totale intorno al 10%. Un tale valore si ricava, volendo, anche per altra via: moltiplicando i positivi totali in Italia dall’inizio dell’epidemia al 24/1/21 (2,45 milioni) e moltiplicandoli per il “solito” fattore ≈3,6 (per tener conto degli asintomatici): così otteniamo ≈9 milioni di contagiati reali, che è poco meno del 15% della popolazione italiana.

I circa 25.100 morti dello scenario iper-ottimistico vanno sommati (e confrontati) agli oltre 82.600 morti che si sono avuti dall’inizio dell’epidemia a oggi (24/1/21), per cui avremmo alla fine poco circa 108.000 morti, di cui il 23% nella “coda lunga” che dovremo gestire nei prossimi mesi. Il numero di positivi ufficiali che tipicamente finiscono in terapia intensiva è dell’ordine del 10%, quindi dei circa 620.000 anziani non immunizzati al più circa 62.000 potrebbero finire in terapia intensiva. Pertanto, si tratta di un numero all’incirca 10 volte superiore al numero di posti in terapia intensiva disponibili in Italia.

Nonostante ciò, difficilmente i 620.000 si ammalerebbero tutti insieme. Di conseguenza, con il semplice uso delle mascherine nei luoghi chiusi (ad es. supermercati) e semi-chiusi (ad es. mezzi di trasporto), e implementando in maniera più “spinta” altre misure (protocolli di prevenzione e cura domiciliare che tengano conto delle scoperte più recenti, tracciamento tramite tecnologia GPS, potenziamento numerico delle USCA, etc.), la “coda” dell’epidemia in Italia sarebbe probabilmente gestibile senza restrizioni, se il fine è quello – finora perseguito – semplicemente di non far collassare il sistema sanitario e non, invece, quello di massimizzare il numero di vite umane salvate (cosa che si sarebbe potuta ottenere con opportune decisioni, suggerite da Luca Ricolfi già a marzo 2020 e illustrate nel suo libro La notte delle ninfee).

Impatto della vaccinazione degli over 70: lo scenario iper-pessimistico

E ora veniamo allo scenario iper-pessimistico, che è illustrato quantitativamente dalla Tabella 4. Come si vede, in tal caso il numero di over 70 non immunizzati ammonta a circa 5,2 milioni di persone, che rappresentano circa il 50% della popolazione totale di over 70. Si tratta, quindi, di una percentuale enorme. E di nuovo, utilizzando la letalità reale per le varie fasce di età calcolata nella Tabella 2, possiamo facilmente stimare quanti di questi 620.000 anziani (al più) morirebbero se il virus fosse fatto circolare liberamente: avremmo fino a 212.000 morti, un numero quasi 10 volte più grande rispetto al caso iper-ottimistico!

Tabella 4. Stima del numero di italiani over 70 non immunizzati dalla campagna vaccinale nello scenario iper-pessimistico. Si tratta di un numero quasi 10 volte più grande rispetto allo scenario iper-ottimistico, che verosimilmente costringerebbe (previa una lunga e costosa verifica del titolo anticorpale) a una seconda vaccinazione degli over 70 non immunizzati e all’introduzione tardiva dell’obbligo vaccinale.

E non è finita qui. Infatti, 212.000 morti sarebbero un numero ben 2,5 volte maggiore del numero di morti che si sono avuti in Italia dall’inizio dell’epidemia fino al 22 gennaio. Dunque, in questo scenario, quanto abbiamo affrontato finora sarebbe, in un certo senso, solo la “punta dell’iceberg”, mentre nei prossimi mesi ci troveremmo di fronte ancora la parte immersa dell’iceberg, di gran lunga più grande ed insidiosa. In altre parole, nello scenario iper-pessimistico, con la campagna di vaccinazione degli anziani oggi prevista non avremmo risolto granché (salvo aggiustamenti tardivi che però potrebbero farci perdere dei mesi), come si vede in modo plateale notando che i 212.000 morti suddetti sono circa la metà dei 450.000 morti che avremmo avuto in Italia – come discusso prima – se si fosse lasciato circolare liberamente il virus.

Il disastro caratteristico di questo scenario, come è evidente, è dovuto al fatto che non tutti gli anziani si vaccinano (ma solo l’80%) e l’efficacia dei vaccini è più bassa di quella promessa dai produttori (cioè si rivela in media del 62%). Pertanto, è palese che, per evitare un tale disastro occorrerebbe rendere obbligatoria la vaccinazione fra la popolazione over 70, così da minimizzare il contributo del primo parametro, che possiamo in questo modo controllare, sebbene ciò sia qualcosa: (1) impossibile da attuare poiché non si possono imporre vaccinazioni con vaccini autorizzati in emergenza con procedura “fast track” e (2) comunque poco raccomandabile per gli eventuali effetti collaterali a medio e lungo termine dei vaccini, ad oggi impossibili da escludere. Mentre, per gestire il problema dell’efficacia dei vaccini, la strategia da seguire è assai più complessa, e l’ho già accennata – nelle sue linee essenziali – nel mio precedente articolo [7].

In pratica occorre, da una parte, monitorare in tempo “quasi reale” (e l’ISS dovrebbe essere in grado di farlo) l’impatto delle vaccinazioni nei Paesi in cui queste sono più avanti, per stimarne in modo indipendente l’efficacia e confrontarla con quella attesa sulla base dei dati forniti dai produttori dei vaccini; e, dall’altra, gestire in maniera “attiva” la vaccinazione degli over 70, in modo tale da far sì che sia somministrato loro o il vaccino più efficace (dei 5 vaccini previsti arrivare secondo il Piano vaccinale nei primi 6 mesi di quest’anno) o almeno uno dei due più efficaci (cosa a priori niente affatto scontata). Ciò richiede anche un monitoraggio real-time dell’efficacia della campagna vaccinale già iniziata.

Conclusione: i rischi sottovalutati della nuova fase appena iniziata

La sensazione è che, con l’arrivo dei vaccini, si sia creata l’idea – sia a livello del Governo che di Autorità di Sanità Pubblica – che il peggio sia passato o che stia per passare. In realtà, i numeri illustrati in questo articolo dovrebbero aver dimostrato che non è così, bensì è proprio il contrario: il difficile inizia ora. Se infatti si gestirà questa fase in maniera passiva o inadeguata, gli imprevisti e le conseguenze in termini di morti e di impatto sull’economia potrebbero superare di gran lunga le attese dei politici che ci governano, che sono largamente ottimistiche, e quelle di chi gestisce l’epidemia a livello tecnico-scientifico.

La cosa non sarebbe certo nuova nella Storia. Quando ad esempio in Inghilterra, qualche decennio or sono, furono introdotte le cinture di sicurezza, tutti si aspettavano una riduzione dei morti negli incidenti stradali. E invece quello che accadde, sorprendentemente, fu proprio il contrario, e cioè che i morti aumentarono sensibilmente. Infatti, le persone, sentendosi più sicure proprio grazie alle cinture di sicurezza, viaggiavano più velocemente e prestando meno attenzione alla sicurezza, con il risultato di andare più facilmente incontro a incidenti mortali, che è esattamente ciò che invece si voleva evitare.

Ebbene, il rischio principale della nuova fase della pandemia, ovvero quella vaccinale, è a mio avviso il medesimo: e cioè che si punti tutto il jackpot (la sopravvivenza di tantissime persone e dell’economia) sul “Piano A”, il piano vaccinale, senza aver nel frattempo preparato – e portato avanti implementandolo – un “piano B (quest’ultimo, per ampiezza e complessità dell’argomento, richiederebbe una trattazione a parte). Il Piano B, fra l’altro, non avrebbe solo la funzione di “paracadute” se qualcosa andasse storto (ad es. se emergesse una variante resistente ai vaccini attuali), ma anche quella di accelerare l’uscita dalla fase di emergenza che tanto sta impattando a livello economico sul Paese.

Le incognite della fase vaccinale, d’altra parte, sono numerose: dalla disponibilità effettiva di dosi di vaccino (si parla già di una riduzione di ben il 60% delle dosi fornite nei primi 3 mesi rispetto a quelle attese secondo il Piano strategico vaccinale) all’efficacia reale dei vaccini: infatti, oltre alle incertezze sui dati di efficacia forniti dai produttori, pesano i dubbi legati agli effetti di seconde dosi non somministrate nei tempi previsti (con effetti oggi imprevedibili sulla percentuale di efficacia), oppure di quelle gestite non seguendo le procedure corrette, le quali per il vaccino verosimilmente destinato dalla sorte agli anziani over 80 italiani – e cioè il vaccino Pfizer-Biontech – sono particolarmente delicate e complesse.

Abbiamo visto numericamente cosa succede se, sulla roulette, non escono i due “numeri” su cui il Governo ha puntato, ovvero un’adesione pressoché totale alla vaccinazione da parte degli over 70 e un’efficacia media dei vaccini superiore al 90%: rischieremmo di continuare in questa fase di agonia davvero molto a lungo. L’unico modo per evitare gli scenari peggiori – o comunque per far sì che sulla roulette escano i “numeri giusti” – è, da una parte, quello di implementare sin d’ora un “Piano B” e, dall’altra, quello di “truccare” la roulette: in pratica, dato che non si può (e, a mio parere, come risulterà probabilmente più chiaro da future analisi in preparazione, non si deve!) rendere obbligatoria la vaccinazione, gestendo almeno in maniera “attiva” la campagna vaccinale, al fine di ottimizzarne l’efficacia fra gli over 70.

Desidero ringraziare il prof. Luca Ricolfi per l’attenta lettura critica del manoscritto e per le utili discussioni su alcuni punti cruciali, cosa che mi ha permesso di migliorarlo fino alla sua forma attuale. Va da sé che la responsabilità di eventuali errori o inesattezze residue è solo ed esclusivamente dell’Autore.   

Riferimenti bibliografici

[1] Istituto Superiore di Sanità, “Caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all’infezione da SARS-CoV-2 in Italia”, Epicentro, dicembre 2020.

[2] Matrajt L., Leung T. “Evaluating the effectiveness of social distancing interventions to delay or flatten the epidemic curve of Coronavirus disease”, Emerging Infectious Diseases Journal, 26, Agosto 2020.

[3] Lavezzo E. et al, “Suppression of SARS-CoV-2 outbreak in the Italian Municipality of Vo’”, Nature, 584, 2020.

[4] Oran T.P., Topol E.J., “Prevalence of Asymptomatic SARS-Cov-2 Infection”, Annals of Internal Medicine, 1° Settembre 2020.

[5] Ricolfi L., “I conti non tornano”, Fondazione David Hume, 3 ottobre 2020.

[6] Fontanet A., Cauchemez S., “COVID-19 herd immunity: where are we?”, Nature Reviews Immunology 20, pp.583-584, 9 Settembre 2020.

[7] Menichella M., “I dubbi sull’efficacia dei vaccini anti-Covid e le conseguenze per la campagna vaccinale in Italia”, Fondazione David Hume, 18 Gennaio 2021.

[8] Osservatorio Silver Trends, “Vaccino anti-Covid 19: da 1 a 3 milioni di over 50 potrebbero rifiutare la vaccinazione”, la Repubblica, 18 Dicembre 2020.