A proposito dei “dublinanti” – Una corsa contro il tempo

Che sulla questione migranti le forze politiche facciano il loro gioco, e lo facciano spudoratamente, rientra nell’ordine delle cose. Tanto più se, come accade oggi in diversi paesi europei, ci sono elezioni in vista.

Ma come osservatori e studiosi dovremmo avere un altro genere di priorità: provare a capire che cosa sta succedendo. Più esattamente: che cosa cambia con il nuovo regolamento per la gestione dei migranti varato dall’Europa due anni fa e entrato in vigore nel giugno scorso. Un regolamento che il governo difende a spada tratta in quanto più severo rispetto al regolamento precedente (Dublino III), e l’opposizione respinge in quanto “non tutela abbastanza i Paesi di primo approdo, è pericoloso sui diritti umani e non scommette su canali d’ingresso legali”.

Dunque, andando al punto: che cosa cambia?

La prima cosa che salta agli occhi è che il nuovo regolamento è illeggibile per una persona normale, in quanto zeppo di rimandi a norme e regolamenti precedenti, che ne impediscono una lettura organica. In breve: manca un Testo Unico sul problema migratorio. La seconda cosa che salta agli occhi è che diversi meccanismi (a partire da quelli di solidarietà, che dovrebbero favorire l’Italia) non sono automatici e regolati da norme univoche, ma comportano passaggi politici e amministrativi dagli esisti incerti. Colpisce, in particolare, che la solidarietà (che dovrebbe alleggerire il fardello di Italia-Grecia-Spagna) non sia automatica, mente l’obbligo di riprendersi i migranti sbarcati in Italia ma trasferitisi all’estero, quando scatta, è tassativo.

Per quel che sono riuscito a capire, funziona così: il migrante che dall’Italia è passato in Germania (o in altro paese Ue), per un certo numero di mesi (12 con il vecchio regolamento, 20 con quello nuovo) resta in carico all’Italia (paese di primo ingresso) anche se si trova in Germania, ma trascorso quel numero di mesi  senza che la Germania lo ritrasferisca in Italia passa automaticamente in carico alla Germania stessa. Di qui una doppia corsa contro il tempo: l’Italia ha interesse che il migrante resti in Germania oltre la data spartiacque che obbligherà la Germania a occuparsene, la Germania – al contrario – ha interesse a trasferire i migranti in Italia prima della data spartiacque, perché se non lo fa il migrante passa in carico alla Germania stessa. È questa, per inciso, la vera ragione per cui tanti paesi stanno chiedendo all’Italia di riprendersi i migranti che risiedono sul loro territorio: crisi di Ceuta e chiusura di Schengen con la Spagna non c’entrano nulla, tanto è vero che la Spagna non è fra i paesi che ci chiedono di riprendere i “nostri” migranti.

Il vero problema, per l’Italia, è che – con le nuove regole, e in seguito a una sentenza della Corte di Giustizia UE (5 marzo 2026) – non potrà più dire di no, come invece l’attuale governo era riuscito a fare fin qui, quasi azzerando il numero di “dublinanti” restituiti all’Italia.

Naturalmente resta vero che molte novità, come la lista dei paesi sicuri, le procedure accelerate di frontiera, gli “hub di rimpatrio” fuori della Ue, sono – almeno sulla carta – un passo avanti rispetto al passato. Ma restano alcuni dubbi di fondo.

Il primo:  la macchina amministrativa che dovrà gestire le “procedure accelerate di frontiera” sarà in grado di accorciare i tempi di esame delle domande stesse?

Il secondo: la magistratura continuerà a rendere praticamente impossibile l’utilizzo dei centri per migranti costruiti in Albania?

Infine, il dubbio dei dubbi: siamo sicuri che quello che preoccupa l’opinione pubblica sia la presenza di troppi migranti irregolari, e non piuttosto l’impossibilità (pratica e giuridica) di rispedirli al loro paese quando commettono reati?

Giusto per dare alcuni ordini di grandezza: gli stranieri rimpatriati per la loro pericolosità sono meno di 100 l’anno, gli stranieri effettivamente espulsi sono dell’ordine di qualche migliaio, ma gli stranieri arrestati per aver commesso reati sono nell’ordine delle centinaia di migliaia l’anno. Come dire che lo straniero che commette uno o più reati ha oltre il 99% di probabilità di restare nel nostro paese.

Su questo il nuovo patto di emigrazione e asilo tace, perché il problema è demandato a un apposito regolamento, già approvato (il 17 giugno 2026) ma non ancora entrato in vigore. Credo che sarà soprattutto su quest’ultimo che vi sarà materia su cui riflettere.

[articolo uscito sul Messaggero il 24 agosto 2026]




“Meglio morti che rossi”, anzi russi ?

Le guerre in corso—dal conflitto russo-ucraino a quelle che incendiano il Medio Oriente–stanno provocando profonde lacerazioni politiche, culturali ed etiche nell’opinione pubblica europea. Anche nel nostro paese le diverse interpretazioni degli eventi, col passare del tempo, tendono ad approfondirsi e a divaricarsi sempre di più. E ,quel che più conta, si tratta di divisioni trasversali che rendono difficile ,alla lunga, la tenuta sia del campo largo ,a sinistra, che delle forze liberali e conservatrici ,a destra. L’indebolirsi dell’identità nazionale contribuisce ,inoltre, a esasperare  la guerra civile tra gli ‘idealisti’ che vorrebbero che l’Italia intervenisse, militarmente e senza esitazioni, a fianco dell’Ucraina  e i ‘realisti’ che ricordano la lezione di Benedetto Croce:” gli stati in quanto tali non sono in gra­do di promuovere la libertà di altri stati se non quando questa torni a loro utile, e sia perciò, rispetto ad essi, non un fatto morale ma accre­scimento o mantenimento della propria potenza”. Francamente trovo insopportabile il richiamo degli idealisti ai ‘valori dell’Occidente’ da difendere contro la barbarie russa. Quale Occidente? Quali valori? Ben diverso, invece, è il timore che un Putin vittorioso, dopo l’Ucraina, non esiterebbe a riprendersi i paesi baltici, già parte dell’impero sovietico. Su questo punto, tuttavia, i pareri sono discordi e la discussione resta aperta. E’ indubbio, comunque, che per quanti vedono nella Russia una minaccia mortale per l’Europa (e non solo per quella orientale) ci sarebbe bisogno di una rivoluzione culturale, volta a rimodellare le nostre opinioni pubbliche, ancora interessate a “gingillarsi con i vecchi pregiudizi novecenteschi’ e sprofondate nel dolce sonno pacifista –conciliato anche dalle encicliche papali. La guerra contro Mosca,  anche se non lo si dice chiaramente, appare inevitabile e ,con essa ,una ridefinizione delle priorità politiche, dal riarmo a una nuova educazione delle masse che risvegli negli spiriti la saggezza romana del “se vuoi la pace prepara la guerra”. C’è un piccolo particolare, però: Putin dispone di 5.580 testate nucleari e, in una guerra contro l’Europa, non si limiterà certo a impiegare soltanto i droni. Faremo nostro il motto degli anni cinquanta “meglio morti che rossi”, anzi russi?

[articolo uscito su Il Giornale del Piemonte e della Liguria il 10 giugno 2026]

Professore Emerito di Storia delle dottrine Politiche Università di Genova

dino@dinocofrancesco.it




Trump, l’Europa e il problema dei confini

Suppongo che verrà preso molto male, in Europa, il documento (ma forse andrebbe chiamato manifesto) con cui l’Amministrazione Trump ha ridefinito la strategia antiterrorismo della maggiore potenza mondiale (United States Counterterrorism Strategy 2026). In buona sostanza, il documento denuncia la permeabilità dell’Europa all’immigrazione, vista come veicolo di minacce di ogni genere: terrorismo, narcotraffico, estremismi vari. E rafforza ulteriormente un’idea che non nasce certo con Trump, ma con lui diviene quasi un’ossessione: l’idea che in nome della “sicurezza internazionale” si possa fare di tutto.

È in nome della sicurezza che sono state condotte le guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq, è in nome della sicurezza che è stato deposto il leader venezuelano  Nicolás Maduro, è in nome della sicurezza che sono stati sferrati gli ultimi attacchi all’Iran, è in nome della sicurezza che a Israele viene concesso di spadroneggiare in Libano, a Gaza, in Cisgiordania. Ed è, di nuovo, in nome della sicurezza che Trump minaccia di strappare la Groenlandia alla Danimarca.

Ma non si tratta solo delle guerre. In nome della sicurezza stanno sempre più diventando normali, ben accette o quantomeno tollerate operazioni un tempo impensabili, o considerate eccezionali, se non del tutto inaccettabili: eliminazioni mirate, deportazioni, tortura, hackeraggio di Stato, spericolate operazioni sotto copertura. E sempre in nome della sicurezza diventano nemici da eliminare senza pietà non solo i terroristi veri e propri ma ogni sorta di potenziali nemici dell’ordine trumpiano: “jihadisti, estremisti violenti di sinistra, assassini transgender, non binari” (così Sebastian Gorka, estensore del manifesto).

È facile osservare (e infatti è stato immediatamente osservato) che dalla lista mancano neonazisti, suprematisti bianchi, estremisti di destra in genere. E che l’impianto generale del discorso è fortemente ideologico, e non poco inquietante per la cultura liberale e garantista che ancora sopravvive in Europa. E tuttavia l’errore più grande che faremmo, noi europei, è di lasciarci sopraffare dall’indignazione e ignorare del tutto la parte razionale e realistica del documento. Che è solo una parte, certo, ma esiste.

Il fatto che preoccuparsi dei “non binari” e degli “assassini transgender” sia semplicemente ridicolo, non implica che sia altrettanto ridicolo preoccuparci – come peraltro da anni stiamo facendo, senza bisogno che Trump ci inviti a farlo – del problema dei confini e dei flussi migratori irregolari, ivi compresi i movimenti di terroristi e trafficanti di armi, droga, esseri umani. Tanto è vero che, da anni, l’Unione Europea sta cercando di mettere a punto un nuovo “Patto di migrazione e asilo”, con una revisione radicale (in senso restrittivo) delle regole di ingresso e uscita dai confini dell’Unione.

Non è questo il luogo per entrare nei dettagli del nuovo patto, se non per segnalare che da esso potrebbero derivare una lista condivisa di “paesi sicuri”, la possibilità di esternalizzare le frontiere (modello Albania), procedure più efficaci di espulsione di chi commette reati, e persino la possibilità di esternalizzare le carceri (come sta facendo la Danimarca, a guida socialdemocratica).

Quello che vorrei far notare è che la necessità di tornare a far valere i confini, pur essendo talora osteggiata dal mondo progressista in nome del sogno di un mondo aperto, non è univocamente connotata sul piano politico. Certo, di primo acchito ristabilire i confini pare un’istanza di destra, perché è legata all’idea che gli immigrati diano un apporto alla criminalità maggiore di quello dei nativi (cosa confermata dalle statistiche in quasi tutti i paesi europei). E sicuramente di ispirazione conservatrice è la più accorata e sistematica difesa dei confini prodotta dalle scienze sociali (Frank Furedi, I confini contano, Meltemi 2021).

Ma si dimentica che il fenomeno che più preoccupa il mondo progressista, ovvero l’ascesa di movimenti populisti di destra negli anni Dieci di questo secolo, è strettamente legato al fallimento delle politiche di controllo dell’immigrazione irregolare e alle paure suscitate dalla stagione degli attentati in Europa (2011-2014). Detto in altre parole: se teme così tanto l’avanzata delle destre populiste, la prima cosa che una sinistra lungimirante dovrebbe fare è cooperare con i governi (non solo conservatori: vedi Regno Unito e Danimarca) che si stanno adoperando per disinnescare la bomba migratoria.

[articolo inviato uscito sul Messaggero il 9 maggio 2026]




Il Muro di Teheran

Perfino di fronte a un regime mostruoso e pericolosissimo come quello iraniano l’Europa non riesce ad ammettere che in certi casi l’uso della forza è necessario. Purtroppo, abbatterlo non sarà facile, ma, se dovesse accadere, l’effetto per l’intero Medio Oriente potrebbe essere analogo a quello della caduta del Muro di Berlino per l’Europa, mentre Putin perderebbe il suo principale fornitore d’armi. E potrebbe perfino accadere l’inimmaginabile, con Trump costretto a chiedere l’aiuto di Zelensky…

1. La guerra dell’Iran contro Israele

Se vogliamo sperare di capire ciò che sta accadendo in Medio Oriente, dobbiamo anzitutto avere ben chiara una cosa: quello a cui stiamo assistendo non è «l’inizio della ennesima guerra scatenata da Israele», come continuano a ripetere i nostri leader politici, intellettuali e (ahimè) anche religiosi, bensì la fine (o almeno si spera) della guerra scatenata 48 anni fa dall’Iran contro Israele.

Tutto, infatti, è iniziato il 1° febbraio 1979, quando Khomeini tornò a Teheran, accolto trionfalmente al grido di «Morte a Israele!» da milioni di persone a cui Israele non aveva mai torto un capello.

Certo, la lotta dei palestinesi contro lo Stato ebraico era già in corso da trent’anni, ma la rivoluzione iraniana ha cambiato tutto. Da lì, infatti, è iniziata la stagione dell’integralismo islamico, che ha destabilizzato tutto il Medio Oriente e ha mutato profondamente la stessa società palestinese, che prima era molto più laica e con una significativa presenza cristiana (motivo per cui la Chiesa cattolica è sempre stata filopalestinese), mentre oggi è quasi completamente islamizzata.

È sempre e solo per distruggere Israele che gli Ayatollah hanno creato Hezbollah, sostenuto la Siria, armato gli Houti, finanziato la OLP di Arafat e poi, quando con Abu Mazen questa è diventata troppo “morbida”, Hamas. E quando si sono resi conto che con le armi convenzionali non avrebbero mai raggiunto il loro scopo, hanno cercato in tutti i modi di dotarsi di armi nucleari.

2. L’atomica degli Ayatollah

È certamente falso che senza l’attacco israelo-americano «l’Iran avrebbe avuto l’atomica nel giro di due settimane», come ha dichiarato Trump, esagerando come al solito. Ma è altrettanto certo che gli Ayatollah l’atomica la vogliono davvero. E che la vogliono per usarla.

Chi si ostina a non crederci o ne attribuisce la colpa a quel cattivone di Trump che all’inizio del suo primo mandato ha stracciato l’accordo firmato dal buonissimo “Premio Nobel alle intenzioni” Barack Obama (in realtà il peggior Presidente americano della storia in politica estera) dovrebbe provare a rispondere, possibilmente in modo sensato, alle seguenti domande:

1) Perché mai il regime iraniano sarebbe stato disposto a subire due guerre devastanti per costruire delle centrali nucleari di cui non ha nessun bisogno, dato che galleggia letteralmente su un mare di petrolio e dei problemi dei combustibili fossili non gliene può fregar di meno?

2) Perché, se tutto era in regola, il suddetto regime ha proibito agli ispettori dell’AIEA l’accesso ai suoi siti atomici?

3) Perché i siti erano nascosti a 80 metri sottoterra, dove solo le ipertecnologiche bombe GBU-57 degli Stati Uniti sono riusciti a distruggerli?

Ma, soprattutto, la domanda corretta che dobbiamo farci non è perché mai dei fanatici che hanno come ideale supremo della vita farsi esplodere insieme al più gran numero possibile di infedeli dovrebbero volere l’atomica, ma piuttosto perché NON dovrebbero volerla (e usarla).

L’unica risposta possibile è che in realtà il programma nucleare civile degli Ayatollah (che non è iniziato nel 2018, quando Trump ha stracciato l’accordo di cui sopra, ma quasi trent’anni prima, nel 1991) è sempre stato una scusa per procurarsi l’uranio, che poi hanno progressivamente arricchito, fino ad arrivare molto vicini al livello necessario per costruire una bomba, che avrebbero già da anni, senza i continui sabotaggi degli israeliani.

Ora, quando un paese ha il materiale e la tecnologia per costruire l’atomica ed è determinato a farlo a qualsiasi costo, prima o poi ci riuscirà. E basta che ne costruisca una sola perché diventi difficilissimo, per non dire impossibile, impedirgli di costruirne altre.

Pertanto, l’unico modo di eliminare la minaccia dell’atomica è eliminare quelli che la vogliono costruire, prima che ci riescano.

3. L’obiettivo della guerra è il cambio di regime

Fatto chiarezza su questo, diventa subito chiaro anche l’obiettivo della guerra, che, al di là delle ondivaghe dichiarazioni di Trump (a cui i nostri commentatori danno troppo peso, come se ancora non lo conoscessero), è il cambio di regime. Anzi, lo è sempre stato, fin da prima del 7 ottobre.

La guerra di Gaza non è stata affatto, come ci ostiniamo a credere, una semplice vendetta per il feroce attacco di Hamas. Quest’ultimo ha solo fornito il casus belli per una complessa operazione militare che prima o poi sarebbe scattata in ogni caso e che Israele (e non “Netanyahu”, perché chiunque altro ci fosse stato al suo posto avrebbe fatto lo stesso) stava pianificando in maniera accuratissima da molto tempo: basti pensare al sabotaggio dei cellulari di Hezbollah e alla vasta e profonda infiltrazione del regime iraniano operata dal Mossad, che hanno richiesto diversi anni.

Naturalmente, c’è stata anche una componente di vendetta nelle azioni condotte contro Hamas, Hezbollah, gli Houti e la Siria, ma il loro scopo principale era coprirsi le spalle prima di sferrare il colpo finale alla testa del serpente. Non, come spesso si sente ripetere, con l’impossibile “guerra che ponga fine a tutte le guerre” (un’idea tipicamente europea e totalmente estranea alla mentalità israeliana), bensì con una guerra possibilissima, anche se difficile, che ponga fine a una guerra soltanto: quella che da 48 anni l’Iran combatte contro Israele.

Questa, d’altronde, è anche l’unica spiegazione sensata di un fatto altrimenti piuttosto misterioso. Contrariamente all’opinione di molti commentatori, infatti, la cosa sorprendente non è che stavolta gli israeliani abbiano ammazzato Khamenei, ma che non l’avessero già fatto molto tempo prima. Gli avevano ucciso sotto il naso il capo di Hamas, Ismail Haniyeh, mentre era suo ospite quasi due anni fa (31 luglio 2024), quindi è chiaro che avrebbero potuto uccidere anche lui in qualsiasi momento.

Se non l’avevano ancora fatto, è perché evidentemente con la “Guerra dei 12 giorni” Netanyahu sperava di avere indebolito il regime quanto bastava per permettere agli iraniani di abbatterlo con le proprie forze, cosa che sarebbe stata molto più conveniente per tutti. Quando, con il tragico fallimento dell’ultima sollevazione popolare, è diventato chiaro che da soli non ce la potevano fare, ha deciso di lanciare l’attacco finale, con l’uccisione di Khamenei, che ha segnato il punto di non ritorno.

4. L’ipocrisia dell’Europa

Dopo essersi spinti così oltre, infatti, la guerra può finire solo con la caduta del regime, perché ormai nessuno dei contendenti può fare la pace senza perdere la faccia e segnare così la propria fine politica. E poiché l’Iran la guerra non la può vincere, l’unico modo in cui può finire è che la perda.

Se ciò dovesse accadere, l’effetto per il Medio Oriente sarebbe verosimilmente analogo a quello che la caduta del Muro di Berlino ha avuto per l’Europa (senza contare che ciò toglierebbe a Putin il suo principale fornitore di armi per la guerra in Ucraina). Infatti, da quando Assad è stato rovesciato e il Qatar ha smesso di finanziare Hamas l’Iran è rimasto l’unico elemento che fomenta l’instabilità nell’area, di cui peraltro anche prima è sempre stato il principale responsabile.

Quanto agli altri paesi arabi, ormai da tempo la loro principale preoccupazione è approfittare di questo periodo in cui il petrolio porta ancora una valanga di soldi per costruire un’economia che possa salvaguardare il loro elevato tenore di vita anche dopo la sua fine. E poiché l’unica altra cosa di cui dispongono in abbondanza è la sabbia, che non è una grande risorsa, la strada è obbligata: devono puntare sulle tecnologie avanzate. Di conseguenza, essendo Israele il paese più avanzato del Medio Oriente, non deve stupire che ormai preferiscano farci gli affari anziché la guerra.

Non per nulla, Emirati Arabi, Bahrein, Sudan e Marocco hanno già firmato con lo Stato ebraico i famosi “Accordi di Abramo” (grazie alla mediazione di Trump nel suo primo mandato: non dimentichiamolo, visto che delle sue malefatte non gliene facciamo passare nemmeno una). E l’Arabia Saudita non vede l’ora di fare lo stesso, non appena la situazione si sarà calmata. Certo, ci sono ancora molti gruppi estremisti in giro, ma con un Iran non più dominato dall’integralismo religioso non avrebbero più nessuno Stato disposto ad appoggiarli e verrebbero progressivamente condannati all’irrilevanza.

Se invece il regime degli Ayatollah dovesse sopravvivere, allora sì che sarebbero guai, perché non ci sarebbe nessuna pace, bensì una tregua armata che rischierebbe di assomigliare molto alla situazione esistente tra Israele e Hezbollah, ma su scala ben più vasta, senza contare il gravissimo problema del commercio (di petrolio anzitutto, ma non solo) attraverso lo Stretto di Hormuz, che ci riguarda tutti. Per questo l’atteggiamento degli europei (sia governi che popoli) lascia davvero sconcertati.

Si può ancora capire che, facendo già fatica a mantenere il nostro incerto e inadeguato sostegno all’Ucraina, non ce la sentiamo di essere coinvolti in un’altra guerra. Ma ciò che non si può né capire né giustificare è la nostra ipocrisia.

Vogliamo lasciar fare (come sempre) il lavoro sporco agli americani? E va bene. Ma diamogli almeno un sostegno morale. E se proprio non siamo capaci nemmeno di questo minimo atto di coraggio, cerchiamo di avere almeno un po’ di decenza.

Siamo contrari ai bombardamenti? Ok. Ma almeno non atteggiamoci a paladini delle donne perseguitate dal regime, da cui non le salveranno certo la nostra indignazione o le raccolte di firme di Massimo Giannini (https://www.fondazionehume.it/politica/la-frattura-tra-ragione-e-realta-3-marx-e-vivo-e-lotta-dentro-a-noi-dodici-idee-comuniste-a-cui-credono-anche-gli-anticomunisti/).

Non siamo disposti a collaborare alla riapertura dello Stretto di Hormuz? D’accordo. Ma almeno non lamentiamoci se poi la bolletta elettrica aumenta (senza dimenticare che sarebbe molto meno cara, sia in guerra che in pace, se non fossimo stati così stupidi da votare per ben due volte contro il nostro nucleare, che tra l’altro era il migliore del mondo: https://www.fondazionehume.it/societa/la-frattura-tra-ragione-e-realta-5-il-grande-spauracchio-parte-seconda-il-nucleare-civile/).

E invece no. Anzi, continuiamo a straparlare di guerra “illegale” (un concetto semplicemente privo di senso, dato che le guerre si pongono per definizione al di là del diritto), senza mai dire una sola parola su tutti gli atti, non solo illegali, ma veramente criminali e spesso addirittura mostruosi, che l’Iran sta commettendo impunemente da quasi mezzo secolo.

Lasciamo stare la sinistra, che proprio non ce la fa a non schierarsi dalla parte del dittatore di turno, almeno di fatto, quando non addirittura in modo esplicito (con l’Iran, che ha appena massacrato migliaia di manifestanti, è più difficile, ma con Maduro qualcuno l’aveva fatto). E sorvoliamo pure sulla clamorosa schizofrenia per cui gli stessi che accusano Trump di pensare solo ai suoi interessi economici poi lo condannano perché la guerra danneggia i nostri, fregandosene altamente dei diritti umani del popolo iraniano: sappiamo da tempo che alla sinistra ormai i diritti dei cittadini degli altri paesi interessano solo quando emigrano nel nostro.

Ma perfino i leader moderati non sanno far altro che riempirsi la bocca di parole vuote, invocando improbabili “de-escalation” e ancor più improbabili “ritorni” a trattative che in realtà non sono mai esistite (Trump stava solo prendendo tempo mentre schierava la flotta, gli Ayatollah fingevano di trattare per potersi poi atteggiare a vittime), il tutto senza mai avanzare uno straccio di proposta su cosa si dovrebbe fare perché tutto ciò possa verificarsi. E questo la dice lunga sulla loro totale disconnessione dalla realtà.

A meno che…

Scusate, lo so che è un pensiero orribile, ma sono anni che mi gira per la testa senza che riesca a scacciarlo, per cui lo dico. A volte mi chiedo se, sotto sotto, senza ammetterlo chiaramente neanche con sé stessi, alcuni dei nostri leader non pensino che in fondo non sarebbe poi così male se l’Iran riuscisse a farsi l’atomica e a usarla. In tal caso, infatti, Israele risponderebbe in modo ancor più devastante, i due paesi si distruggerebbero a vicenda e noi, senza colpo ferire, ci libereremmo sia di quei pazzi di iraniani che di quei rompiscatole di ebrei, mentre i nostri cari palestinesi sarebbero finalmente liberi di creare il loro meraviglioso Stato “dal fiume al mare” (magari un po’ radioattivo, ma che volete, nessuno è perfetto…).

5. Il nostro vergognoso doppiopesismo su Iran e Palestina

Anche se questa idea estrema non fosse mai venuta in mente a nessuno, è comunque innegabile che in tutta Europa esista un vergognoso doppiopesismo nei confronti di iraniani e palestinesi.

Durante le ultime manifestazioni di protesta il regime iraniano nel giro di due settimane ha ucciso un numero di civili che è all’incirca lo stesso di quello dei civili palestinesi uccisi dagli israeliani in due anni di guerra a Gaza. Eppure, avete forse visto le stesse manifestazioni oceaniche contro il “genocidio” commesso dagli Ayatollah?

Sì, ci sono state le immancabili “fermissime condanne” prive di qualsiasi conseguenza pratica da parte dei vari leader politici, ma è evidente che la “pancia” dei nostri partiti e della nostra opinione pubblica non è stata minimamente toccata dal dramma degli iraniani (così come, d’altronde, non lo è mai stata nemmeno da quello degli ucraini).

Eppure, lo avrebbero meritato ben di più dei palestinesi, dato che, diversamente da loro, si stanno ribellando in massa al regime criminale che pure, 48 anni fa, avevano contribuito a mandare al potere. I palestinesi, invece, si sono lasciati governare docilmente per 80 anni filati da gruppi terroristici della peggior specie senza contestarli MAI, nemmeno una singola volta: né il regime dei macellai di Hamas, né quello, meno estremista ma pur sempre criminale, di Arafat.

Ciò conferma una volta di più che a muovere quelle manifestazioni non era l’amore per i bambini palestinesi, ma l’odio per Israele e per l’Occidente, anzi, per Israele in quanto parte dell’Occidente. Se pensate che esageri, andate a vedere dov’erano in questi giorni gli attivisti pro-Pal. Perché loro in piazza ci sono andati eccome, anche senza masse al seguito. Ma non per manifestare contro il regime iraniano, bensì contro la guerra “illegale” del “gangster” Trump e del “genocida” Netanyahu.

6. Cosa manca per vincere

L’unica cosa che si può dire a (molto) parziale discolpa dei tentennamenti europei è che purtroppo abbattere il regime iraniano è molto difficile, per almeno due motivi.

Il primo problema è che non si può far cadere un regime solo con gli attacchi aerei. Perfino in un paese allo sfascio come il Venezuela, per rimuovere Maduro dal potere è stato necessario mandare delle truppe di terra. Lì è bastato un blitz delle forze speciali, ma in un paese come l’Iran, che ha sviluppato un apparato repressivo di dimensioni mostruose, servirà qualcosa di più. E non è chiaro fino a che punto Trump possa e voglia farlo, avendo promesso al suo elettorato l’esatto contrario.

La mia idea è che Netanyahu abbia fatto astutamente leva sulla sua vanità per tendergli una trappola, “ingolosendolo” con l’opportunità di fare fuori in un colpo solo Khamenei e tutti i vertici del regime, con la conseguente prospettiva di una vittoria rapida e trionfale, contando che, dopo essersi spinto così in là, poi non avrebbe più potuto tirarsi indietro. Può anche darsi che funzioni, ma certo essere costretti a improvvisare in una situazione del genere non è il massimo: la pessima gestione della situazione nello Stretto di Hormuz ne è una chiara prova.

Va detto che c’è un’altra possibilità, anche se è meglio non sperarci troppo. In effetti, sembra un po’ strano che gli israeliani, pur avendo infiltrati e collaborazionisti a tutti i livelli del regime, non siano riusciti a tirare dalla loro parte nessun pezzo grosso che possa guidare una rivolta interna. Potrebbe quindi essere che l’abbiano fatto e che il pezzo grosso in questione stia solo aspettando che il regime venga ulteriormente indebolito, per poi passare all’azione. Ma, se così non fosse, allora l’invio di truppe di terra, per quanto impopolare, diventerebbe indispensabile per chiudere la partita.

Il secondo problema è che gli americani, troppo occupati ad accapigliarsi su come gestire a livello politico la guerra in Ucraina, non sembrano averne appreso la fondamentale lezione militare, cioè l’enorme importanza che, nel giro di appena tre anni, hanno acquisito i droni. Lezione che gli iraniani, invece, hanno imparato alla perfezione, essendo i principali fornitori di Putin. Certo, la contraerea americana finora ha funzionato bene anche contro di loro, ma usa missili molto costosi e lunghi da produrre. E se dovessero esaurirsi prima della fine delle ostilità, potrebbe verificarsi un incredibile ribaltone, dalle incalcolabili conseguenze.

Oltre agli iraniani, infatti, ad essere diventati maestri nella produzione di droni, sia d’attacco che di difesa, sono gli ucraini. Così potrebbe accadere che a un certo punto siano gli americani a dover chiedere il loro soccorso anziché viceversa, come è stato finora. Al momento l’idea sembra fantascienza, ma quante cose che sembravano fantascienza abbiamo visto accadere negli ultimi anni? Zelensky, sempre attentissimo a cogliere tutte le opportunità, ha già offerto il suo aiuto a Trump, che, sempre attentissimo a mostrarsi superiore a tutto e a tutti, lo ha sdegnosamente rifiutato.

Per ora.

Ma, nel momento in cui le sue truppe rischiassero di trovarsi senza difesa davanti agli attacchi dei droni iraniani, potrebbe essere costretto ad accettare.

E allora sì che ci sarebbe da ridere.




Ha diritto di parola solo chi dice il vero?

Vistodagenova

Non si conosce nella storia una sola guerra in cui i contendenti non abbiano qualche ragione da accampare (chi più, chi meno, chi molto di più, chi molto di meno). E non se conosce nessuna che, in un paese ancora fuori dal conflitto, non divida l’opinione pubblica tra quanti vorrebbero intervenire a favore di una parte e quanti a favore dell’altra. Nel 1914 ,e prima del radioso maggio del 1915, molti italiani desideravano scendere in campo contro gli Imperi Centrali, altri al loro fianco. Gli stati allora in conflitto non risparmiarono aiuti agli uni e agli altri: la Francia, ad es., sostenne l’interventista Benito Mussolini e ,sicuramente, non fu la sola. Sennonché le diverse propagande belliche non erano solo propaganda: le parti avverse illustravano le ragioni storiche, politiche, culturali delle loro diverse scelte di campo. Benedetto Croce–certo non sovvenzionato da nessuno–all’inizio, parve stare dalla parte di Germania e Austria-Ungheria e, per questo, venne ribattezzato von Kreuz da un fautore dell’Intesa, Vittorio Cian (finito senatore fascista!). La guerra ucraina non fa eccezione e non meraviglia, pertanto, che appoggi  alla Russia siano arrivati a intellettuali e partiti che mostrano comprensione per l’’operazione speciale’ intesa—secondo Mosca– a proteggere le minoranze russofone del Donbass. Michkailo Podolyak—consigliere di Zelensky– nell’intervista a ‘Repubblica’ del 25 febbraio u.s., propone, sic et simpliciter, di metterli a tacere. ”Le restrizioni alla propaganda russa devono essere totali, e non solo in Ucraina e non solo durante le nostre elezioni: i divieti sulla propaganda russa devono essere introdotti in tutta Europa”. Se penso ai miei colleghi, studiosi illustri (storici, sociologi, filosofi) —ritenuti (spesso a torto) ‘putiniani’–per aver sottoscritto le parole di papa Francesco sui cani Nato che abbaiano alle porte della Russia– mi viene da pensare che ,per certi paladini dell’Europa e della sua ‘civiltà millenaria’, dovrebbe avere diritto   di parola solo chi porta “ buone ragioni”. La libertà, quindi, deve porsi al servizio della Verità: ma non insegnavano questo i nemici della società aperta, di popperiana memoria? Se John Stuart Mill avesse letto le parole di Podolyak si sarebbe rivoltato nella tomba, ma tant’è, ci sono paesi in Europa in cui il liberalismo stenta a essere “preso sul serio”.

[articolo uscito il 3 marzo su Il Giornale del Piemonte e della Liguria]