Il ritorno delle pellicce

Tutto è cominciato quando una sera, camminando per le vie di una certa città, noto un negozio che in vetrina espone cappotti di pelliccia. Pellicce, classiche: visoni, marmotte, castori, castorini… Mi dico: ma guarda come siamo arrivati ad imitarle bene! Invece no, leggo meglio un cartello e scopro che sono pellicce vere. Molto mi stupisco.

Nei giorni seguenti, giorni molto freddi qui al nord, comincio a incontrare per strada gente con la pelliccia; trattandosi di signore di una certa età, mi dico: normale, fa parte del mondo com’era una volta, difficile smettere certe abitudini. Poi però incontro anche ragazze impellicciate, e allora non ho più dubbi: stanno tornando le pellicce.

Ma non eravamo animalisti, ambientalisti? Non era profondamente scorretto, riprovevole e scandaloso addobbarsi con il pellame di poveri animali debitamente scuoiati per diventare caldi cappottini? Non eravamo fieramente avversi alla caccia? Quale rivoluzione (o controrivoluzione…) si è prodotta nel mondo? Che cosa ci ha così profondamente cambiati, negli ultimi mesi? Ci siamo forse stufati dei piumini d’oca? Ci fanno ora più pena le oche spennate che i castori scorticati?

Comunque, mi sento ora autorizzata a far riemergere ricordi che tenevo accuratamente affondati in me. Per primo, un colletto di marmotta che bordava un mio cappottino; avrò avuto sei o sette anni, e andavo fiera di quel colletto: gli altri bambini avevano, al massimo, colletti smilzi e spelacchiati di castorino. La marmotta era una rarità. Così come, parlando di penne stilografiche, era comune avere l’Aurora (anzi, l’Auretta, per chi faceva le elementari), ed era invece molto esclusivo avere la Pelikan. Io avevo la Pelikan, quella verde e nera. Pelikan più marmotta: una fuoriclasse…

Il secondo ricordo è che tra le colleghe-amiche di mia madre, c’era la pellicciaia. Mia madre, essendo sarta, faceva i cappotti; poi, se la cliente lo chiedeva, li portava dalla pellicciaia che gli aggiungesse un collo, un bordo, uno scialle di pelliccia su misura.

A volte mia madre mi portava con sé dalla pellicciaia. Era una fortuna, mi piaceva moltissimo entrare in quella specie di officina dove si tagliavano, con maestria, le pelli. C’era un odore caldo, strano, un po’ da ospedale, se ricordo bene. Mi sedevo e stavo a guardare. Avevo la sensazione di essere ammessa in una specie di tempio, il “tempio delle signore con pelliccia”. Andava molto “aggiungere” la volpe: una stola di volpe che a un capo terminava con le due zampine posteriori e all’altro capo col musino dell’animale (vero? Impagliato?), con tanto di occhi (finti, quelli sì, era evidente: di vetro!). Ricordo certe signore che se ne andavano in giro poggiando la stola con nonchalance sui loro cappotti. Ricordo soprattutto gli occhietti vitrei della bestiola che mi guardavano spaesati e muti.

Il terzo amarcord riguarda mia madre, ed è il più doloroso. Mia madre desiderò tutta la vita la pelliccia (“la pelliccia” era il visone per antonomasia), ma non la ebbe mai. Credo costasse troppo. Un giorno riuscì a comprarsi, dalla pellicciaia amica, uno strano giaccone color latte, tutto ricciolini. Non era una pelliccia per niente pregiata, credo fosse un agnellino. Sembrava un orsetto di peluche. Era buffa, mia madre, quando se lo metteva. Ma mi sembrava, in qualche modo, contenta. Deve aver pensato: meglio che niente.

Fu un po’ come quando decisi di pubblicare il mio primo libro di poesie. Non l’aveva voluto nessuno (gli editori mi dicevano che pubblicavano solo poesie di autori noti; ricordo che pensavo: ma come farò a diventare nota se nessuno mi pubblica?). Così, ritenendomi già “vecchia” (avevo 35 anni), accettai l’idea di pubblicarlo a mie spese. Meglio che niente, pensai. Invece no. Fu uno sbaglio, di cui mi pento ancor oggi. Meglio niente, direi adesso, anche a mia madre. Meglio stare senza pelliccia tutta la vita, che accontentarsi di un agnellino sbiadito.

Resterebbe da capire perché oggi torniamo a portar pellicce. Non so. Non mi viene nessuna illuminazione sull’argomento, se non il pensiero che alla fine tutto ritorna.

Ma per fortuna, giorni fa, incontro una mia giovane amica: anche lei indossa una splendida giacchetta di non so quale pelo, color orso bruno. Le chiedo se è finta, mi risponde di no, che è vera e apparteneva a sua nonna. La indossa con naturalezza, non fa una piega, non si scusa, non balbetta alcuna giustificazione; si limita ad aggiungere, con aria serena: Non hai idea di quanto caldo tenga! ecco perché le nostre nonne portavano sempre la pelliccia…

E allora capisco. Forse non è poi così grave. Forse dovremmo dismettere certe rigidità mentali tipiche del nostro tempo. Portare la pelliccia della propria nonna è un gesto affettuoso, è continuare il dialogo tra generazioni, è non buttar via i ricordi.

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Articolo pubblicato il 31 dicembre 2017 su Il Sole24Ore



La lezione dei lavavetri

Tempo di feste, tempo di regali. Siamo tutti più buoni. Più disposti a spendere, e più disponibili verso gli altri. Per esempio, compriamo dai venditori ambulanti un sacco di sciarpine finta seta, fazzolettini, portachiavi con l’animalino che si illumina e fa il verso, del maiale, del gatto, della rana. E ci lasciamo lavare il vetro del parabrezza infinite volte, anche ogni giorno.

Già, i lavavetri. Complicato il nostro rapporto con i lavavetri. Difficile dire cosa ci passa per la testa quando un lavavetri si avvicina e comincia a lavarci il vetro.

Noi siamo in auto. Fermi al semaforo. Mediamente sospesi nel vuoto, distratti, genericamente pensanti, annoiati, a volte nevrastenici. Siamo al semaforo, insomma. Si avvicina un tale che ovviamente è uno sconosciuto, armato di bastone con spugnetta e sapone liquido. E qui il mondo si divarica: ci sono quelli che fanno di no col capo e ottengono di NON farsi lavare il vetro, e ci son quelli che fanno di no col capo e NON ottengono niente: il lavavetri gli lava il vetro nonostante il loro drastico diniego.

Appartengo alla seconda categoria. Per quanto io dica di no e mi sforzi di fare la faccia più cattiva che posso, per quanto il mio vetro sia pulito anzi splenda di lucentezza, a me il lavavetri di turno, chiunque egli sia, mi lava sempre il vetro. E io da dentro comincio a veder annebbiarsi il mondo. Perdo la visuale, e mi blocco a seguire con lo sguardo le volute del sapone che mi opacizza gli occhi. La prima reazione è di irritata impotenza. Come si permette. Adesso gli faccio vedere io. Tiro giù il vetro e protesto. Non gli darò un soldo, così impara. La seconda reazione è di rabbia verso me stessa: perché a me sì e agli altri no? possibile che io sia così debole e inetta, che alla mia età non abbia ancora imparato a farmi valere? La sensazione prevalente, e fastidiosa, è quella di essere oggetto di una prepotenza, di una specie di violenza. Preda. Vittima innocente.

Poi un giorno trovo la soluzione.

Mi si avvicina il lavavetri. È un ragazzo. Bruno, sorridente. Alza la spugnetta minacciosa e sbrodola il sapone sul mio vetro prima che io possa aprir bocca. Resto come al solito offuscata dalla nebbia di quel sapone che mi avvolge gli occhi, la mente, il sangue. Rimango in quella nuvola sospesa atemporale per lo spazio di trenta secondi, e sento salirmi la solita duplice rabbia. Poi lui mi lava via il buio. Disegna le sue mezzelune di pulito e io torno a vedere. Mi sorride. E io, inaspettatamente, gli sorrido. Mi fa l’occhiolino e sì, anch’io gli faccio l’occhiolino. Prendo un euro e glielo passo. Ridiamo, ci salutiamo. Buona giornata.

Ecco la soluzione, semplicissima: non opporre resistenza. Lasciarsi andare, smollare. E non solo perché è Natale… Un euro non risolverà certo l’esistenza del lavavetri né, tantomeno, il problema dell’immigrazione; ma ci rilassa, ci rimette in pace con noi stessi liberandoci dal vissuto di non saper reagire…

Buona giornata. Buon Anno!

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Articolo pubblicato il 31 dicembre 2017 su Il Sole24Ore



Una parola al giorno

Tra i molti libri che ho ricevuto in dono e mi sono io stessa regalata per Natale, vorrei indicarne uno. Non è un romanzo, non è un saggio, non è scritto da giornalisti, attori, calciatori, quindi non so quanto sia stato scelto come strenna (naturalmente mi auguro lo sia stato, e lo sia ora nel Nuovo Anno, moltissimo): è il Dizionarietto di greco, scritto da due docenti di greco, Paolo Cesaretti e Edi Minguzzi (ELS La Scuola). Il sottotitolo è splendido: Le parole dei nostri pensieri.

Già, il greco è una lingua pensante. Forse lo sono tutte, ma il greco lo è di più e, per noi, lo è prima delle altre. “Come nessun’altra lingua il greco è stata ‘la macchina per pensare’ privilegiata dell’Occidente, in ogni sfera del sapere e dell’esperienza”, dicono gli autori nella Premessa.

Le parole sono sempre così, in fondo: sono pensieri condensati, rappresi. Ogni parola un pensiero, che abbiamo avuto, e che non sappiamo più di avere. Le parole italiane che derivano dal greco ci fanno pensare al nostro inizio, e alla storia che poi è seguita. Hanno dentro la Storia.

Credo che sarebbe bello regalarci una parola al giorno, per tutto l’anno.

Ne scelgo una a caso, “epoca”. Da epoché, che vuol dire sospensione. Noi oggi usiamo “epoca” per dire un periodo di tempo, compreso tra due date, in genere. Ma ha anche altri significati, in altri ambiti. Leggo dal Dizionarietto che per gli Scettici era “un atteggiamento della mente per cui non si sceglie né si rifiuta”, premessa indispensabile per l’atarassia, l’imperturbabilità. Non si sceglie e non si rifiuta…. Bellissimo. E difficile. A quale prezzo? Mettersi fuori, aspettare, rimanere in un tempo sospeso: oggi, per noi, forse, una grande tentazione…

Ho incontrato per la prima volta la parola “epoché” in una poesia di Montale, molto nota. Ho imparato lì cosa vuol dire, quando da giovane leggevo per la prima volta le sue poesie. È all’inizio di Satura, in Botta e risposta I. C’è un’interlocutrice immaginaria, che scrive al poeta chiamandolo col suo alter ego Arsenio: “Arsenio – lei mi scrive – io qui ‘asolante’/ tra i miei tetri cipressi penso che/ sia ora di sospendere la tanto/ da te per me voluta sospensione/ d’ogni inganno mondano; che sia tempo/ di spiegare le vele e di sospendere l’epoché”. La donna rimprovera al poeta il suo immobilismo, il suo “torpore di sonnambulo”; lo sprona a tornare ad affrontare il mondo, sospendendo… la sospensione, anche se il momento storico sembra non essere roseo, propizio: la negatività del momento non può valere da giustificazione: “Non dire che la stagione è nera ed anche le tortore/ con le tremule ali sono volate al sud”.

Credo che questa parola ritrovata grazie al Dizionarietto di greco aiuti tutti noi, nell’Anno Nuovo, ad affrontare il mondo. Può darsi che la stagione sia nera. Ma saremo chiamati a scelte, a giudizi. Votare, per esempio… Non so come faremo. Ma vorremmo… spiegare le vele.

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Articolo pubblicato il 31 dicembre 2017 su Il Sole24Ore



Elogio del corteggiamento

Non so se gli operai stradali, o i carpentieri intenti a tirar su qualche casa sulla pubblica via, usino ancora fischiare dietro un paio di belle gambe (una volta accadeva regolarmente), ma se per caso ancora lo facessero, mi spiacerebbe fossero denunciati per molestie. Capisco che una fanciulla possa sentirsi imbarazzata (una volta sarebbe arrossita) da un fischio che, ahimè, rileva in modo così marcato una sua qualità meramente fisica, ma non direi che debba sentirsi offesa, e meno che mai vittima di una violenza; spero sia attrezzata a sopportare questa che, per quanto rozza e inopportuna, è solo, da che mondo è mondo, un segnale di ammirazione.

Si parla molto, in questi giorni, del rapporto tra uomini e donne, di violenza, stupro, molestie, soprattutto in ambiente di lavoro. Non voglio addentrarmi in tali complicate e drammatiche questioni. Se ne occupa già un nugolo piuttosto cospicuo di “esperti”, anche molto agguerriti. Dico solo che qua e là, nei giorni scorsi, m’è parso di notare una certa confusione: non mi sembra bello, per chi è stato vittima di un vero stupro, essere più o meno indirettamente equiparata all’attrice che, per calcolo o per voluttà, decide di concedersi per una sera alle pressioni del suo regista o produttore. Distinguerei con grande cura!

Userei anche una certa attenzione a non dare l’idea che ogni avance maschile sia già in qualche modo una forma di violenza, come non mi ha mai convinto l’idea, molto di moda mezzo secolo fa, che la trasmissione culturale sia una forma di “violenza simbolica”. Mi viene paura che, a forza di sentirsi accusati di violenza, gli uomini si prendano paura; non tanto che si tengano lontani da noi donne, ma decidano che è più prudente e saggio smettere quella pratica antica ma, almeno da noi popoli mediterranei, molto consueta e diffusa che si chiama corteggiamento. Mi dispiacerebbe. E non per ragioni nostalgico-passatiste, ma per ragioni, direi, letterarie.

Mi sembra che il corteggiamento sia, innanzi tutto, un’attività piuttosto gratuita, faccia parte cioè di quella visione della vita che è il contrario dell’utilitarismo, e si avvicina semmai all’idea di spreco. Una forma di generosità di sé, in qualche modo. Uno “si spreca”, si butta via, si dà all’altro e si com-promette (attraverso parole, gesti, doni). Si gioca la faccia, in poche parole. È vero che in genere si corteggia per ottenere un favore, ma è anche vero che si sa perfettamente di rischiare l’insuccesso, il rifiuto, il non conseguimento del fine. Corteggiare risulta quindi, in qualche misura, qualcosa di fine a se stesso, che trova in sé il suo senso compiuto, fuori da ogni concreta realizzazione. È un investimento a perdere, un desiderio assoluto, cioè sciolto, svincolato. È una delle forme supreme della felicità, qualcosa che, per la sua miscela di libertà, rischio, imprevedibilità, improvvisazione, sembra contenere in sé tutti gli ingredienti che Ortega y Gasset, in uno dei suoi scritti più suggestivi, ritrovava nell’attività venatoria (Discorso sulla caccia, 1942).

Ed è qualcosa che ha molto a che fare col tempo, si nutre di tempo, e si svolge in un tempo, che può essere anche molto lungo. Un corteggiamento può durare anni. E si basa sull’attesa: prelude a un tempo che non c’è ancora e potrebbe non esserci mai. Il corteggiamento convoca quel tempo futuro, lo pre-figura, distogliendoci dal mero e piatto presente, dalla limitatezza di ciò che avviene per certo, e soltanto in concreto.

Nelle forme più alte, corteggiare è una semplice dichiarazione di… ammirazione. Ammirare. Mirare, guardare. Implica di per sé distanza. Stare da lontano a guardare la tua bellezza, le tue qualità, fisiche e non. Ad-mirarti. L’amore da lontano, di provenzaleggiante memoria. Quell’amor cortese (appunto! l’origine etimologica è sempre la corte) che ha fondato tutta la nostra poesia d’amore dallo Stilnovo in poi. Ci si innamorava anche solo per sentito dire, di una donna lontana e mai vista e che mai si potrà incontrare. O si amava una donna sposata ad altri, o addirittura morta. Comunque assente, irraggiungibile, inarrivabile, perduta per sempre. Un amore sublimato e traslato. Non attuato. Trasferito, per esempio, sulla scrittura. E differito. Sognato, immaginato. Insomma, la vittoria dell’astratto, del fantasticare, del fantasma. Non ti posso avere, non ci sei, non sei vera: ma scriverò di te tutta la vita. Petrarca, Dante…

Non vorrei però deviare eccessivamente dal tema. Troppo facile buttarla sul letterario. E allora racconterò un piccolo aneddoto mio personale. Ho vissuto un anno in Svezia, quand’ero molto giovane, e subito all’inizio mi capitò una serata strana. Un collega mi invitò a cena a casa sua. Era un bel giovane del Nord della Svezia; non ero particolarmente attratta, ma molto curiosa, e mi parve bello fare un po’ amicizia. Ci andai, a piedi; era una piacevolissima serata nevosa. Dopo cena quel ragazzo, che non ricordo come si chiamava, mi chiese di andare a vivere con lui, in quella casa. “Ho bisogno di una donna”, mi disse. Fu più o meno questa la frase che usò. Rimasi basita. Ma come? Pensai: questo tale finora, in ufficio, non mi ha quasi mai rivolto la parola, ora m’invita a cena, è la prima volta che ci vediamo, non mi dice se gli piaccio, se si è innamorato di me, non prova a baciarmi, non mi sfiora neanche una mano, neanche per sbaglio, e poi su due piedi, tranquillamente seduti qui in salotto, mi chiede se vengo a vivere con lui? Ma cosa vuol dire?

Mi guardai intorno e, siccome notai per casa un certo disordine, gli risposi: Sì, vedo che hai bisogno di una donna: ma delle pulizie…

Non fui gentile, lo so. È che non ci capii nulla. Semplicemente lui aveva usato un codice che non era il mio, e che mi era totalmente oscuro. Popoli del Nord e popoli del Sud? Può darsi. Non mi aveva corteggiata, ecco tutto. Non aveva messo in atto tutta quella serie di gesti strategici che devono durare un certo tempo e ti preparano, ti fanno capire e non capire, accennano, alludono: ti inducono insomma a una comprensione di cui però non sarai mai certa.

Il corteggiamento apre alla fantasia. Immette in zone narrative illimitate, e libere. Segnali lampeggianti, bagliori, flash. Lettere, messaggini, fiori, cenette, passeggiate, con gelato o senza, piccoli (o grandi) regali, peluche, orecchini, diademi… Non importa cosa, come. Il corteggiamento è tutta una complessa, articolata e suggestiva costruzione fantasmagorica di un senso alluso, posticipato, mai chiarissimo, anzi, ambiguo (com’è ambiguo il linguaggio poetico, appunto), sospeso, intermittente, depistante. E sommamente affascinante. È come entrare al Luna Park, e prender posto sul trenino fantasma: tutto buio, ogni tanto ti sembra che qualcuno o qualcosa ti tocchi, ti sfiori i capelli, ogni tanto un angolo s’illumina e poi si spegne, a ogni curva ti chiedi cosa ti aspetta.

Il corteggiamento è teatro, poesia, narrazione romanzesca. Differisce qualcosa nel tempo, costruisce un’attesa, presuppone un altro e un altrove. In questo senso è letteratura: perché è metafora, porta il senso al di là, lo devia dal letterale, trasfigura, trasporta. È tutto ciò che si oppone alla concretezza bieca, alla lettera di un senso subito chiarito, compreso perché piattamente univoco.

Il ragazzo svedese del Nord, non avendomi corteggiata, mi privò di tutta quell’apertura fantasiosa e ambigua. Fermò la realtà a quel che era. Troppo poco, per me. Mi accompagnò a casa nella notte, nella neve ormai altissima. Gentile, educato. Forse mi avrebbe amato, chissà. Forse avremmo davvero felicemente vissuto insieme. E forse è stato solo un vuoto di parole, che mi ha respinta, una mia incapacità, un mio eccesso di desiderio simbolico. L’amore per la letteratura gioca brutti scherzi.

Insegnavo proprio Letteratura Italiana, lassù, in una bellissima e antica Università. Avevo allievi sui vent’anni. Soprattutto allieve, di cui diventai anche amica. Mi capitò quindi di andare a casa di alcune di loro, e di notare la foto del loro fidanzato, da qualche parte, ben incorniciata: quasi tutte avevano il fidanzato italiano, del Sud Italia. Mi colpì molto. Vedevo quelle foto di ragazzi bruni, dai capelli e dalle barbe folte, ispide, nere. Molti erano pescatori isolani, bruciati dal sole. Mi parvero così in contrasto, quelle immagini, con la fisionomia eterea, allampanata e bionda delle mie allieve svedesi che un giorno ne chiesi conto a una di loro: Ma si può sapere perché avete tutte il fidanzato italiano? Sorrise, e mi svelò l’arcano: Chiaro, mi disse, da voi gli uomini sanno corteggiare.

Non vorrei che adesso, a poco a poco, gli uomini diventassero tutti nordici. Vorrei che ci invitassero ancora a cena, ecco. A una cena tranquilla e serena in cui, sì, tutto può succedere, sia che ci si lasci con una stretta di mano sulla porta, sia che si finisca a passar la notte a casa dell’uno o dell’altra. Senza che ci si debba vicendevolmente tutelare, magari con un contratto preventivamente stipulato, una specie di consenso informato. Come in ospedale, prima di un’operazione.

Tutelarsi, sempre? Abbiamo battezzato in tanti modi l’epoca in cui viviamo: società dello spettacolo, dell’intrattenimento, società liquida. Aggiungerei “società del ricorso”. Viviamo sul chivalà, sospettosi, infidi, pronti a rivalerci, accusare, denunciare. Il genitore dell’allievo bocciato denuncia l’insegnante, il figlio del malato che non guarisce denuncia il medico. Mai il caso, la sfortuna, il destino, o la propria responsabilità. Sempre vittime di errori e ingiustizie, mai soggetti attivi della nostra vita. Né disposti ad accettare gli eventi, casuali, inevitabili; ad aprirci all’imprevedibilità, a sorprenderci e lasciarci andare all’imprevisto, accettando quel che ci viene. Non abbiamo più nessun’idea trascendentale, e magica, dell’esistenza. Forse per questo ci accusiamo-denunciamo l’un l’altro.

Comunque, sono rimasta in Svezia solo un annetto: ho disdetto il mio contratto (biennale e rinnovabile), e son tornata in Italia. E siccome lassù avevo buone possibilità di proseguire la carriera accademica, potrei dire questo (se non credessi alle scelte e al destino): che devo la mia mancata carriera a un uomo che non mi ha corteggiata.

Articolo pubblicato il 26 novembre 2017 su Il Sole 24 Ore



Idee e Istituzioni

Le grandi domande sul fondamento della nostra civiltà occidentale, che molti vedono sulla via del tramonto, sono destinate a non trovare mai una risposta convincente. I valori si vivono e non si motivano e quando si vivono non si sente il bisogno di giustificarli, come non si ragiona sull’amore per la propria madre. A questa idea, di cui sono sempre più convinto, è stato obiettato da un amico, uno dei pochi filosofi morali in circolazione che stimo: «Certamente anche i valori appartengono al mondo dei sentimenti, ma non si riducono a questo, tant’è che su di essi (religiosi, morali, civili, estetici) si discute da sempre e si sente il bisogno di giustificarli, anche perché coloro che hanno valori diversi dai nostri li contestano con argomenti intellettuali di vario genere. La religione e l’etica non si possono ridurre al puro emotivismo, come hanno tentato di fare alcuni filosofi neopositivisti». L’argomento è ineccepibile e ammetto che la metafora dell’amore materno poteva essere fuorviante. Rimane il fatto che i valori si possono argomentare, e ci sono diverse strategie per farlo, ma che nessuno riuscirà mai a dimostrare la superiorità o la maggiore validità dell’uno rispetto all’altro e, quindi, l’emotivismo cacciato dalla porta rispunta dalla finestra. Perché la Pace dovrebbe essere preferita alla Guerra? Perché il principio dell’Autorità varrebbe meno del principio della Libertà? Proprio perché ciascun individuo, ciascun gruppo, ciascuna agenzia politica, sociale e spirituale può avere credenze, ideali e progetti diversi si moltiplicano le sedi del confronto e della discussione, al fine di trovare una composizione (e una gerarchia ideale) che eviti la guerra di tutti contro tutti. Sennonché questi padiglioni etici e culturali, queste grandi impalcature in cui si dibatte, si argomenta, ci si scontra etc., stanno pur sempre nei giardini degli Stati, la versione moderna della comunità politica, che ne tiene sotto controllo la valenza esplosiva, anche fissando regole inique giacché è difficile porli tutti sullo stesso piano.

«Quando una civiltà, come sta accadendo alla nostra, non crede più nei suoi valori fondanti e cessa di difenderli con argomenti razionali (o pseudo tali, ma questo è secondario), anche le istituzioni collassano», scrive l’amico filosofo. E qui non sono più d’accordo. È il collasso delle istituzioni, che non è lo stesso in tutti i paesi delle due rive dell’Atlantico, ma presenta gradazioni e crepature diverse, a rendere i “valori fondanti” incomprensibili e irrilevanti come i duelli sulla Grazia e sul libero arbitrio tra il gesuita e il giansenista nel film di Luis Bunuel La via lattea(1969). Il nostro scetticismo, il nostro relativismo, il nostro empirismo non sono la causa dell’indebolimento delle nostre “radici” e tale indebolimento non è la malattia mortale che ha colpito le istituzioni politiche. Al contrario, è la morte delle istituzioni, che sarebbe riduttivo ridurre alla morte della patria, che ne è l’aspetto sentimentale e coscienziale che, proiettandosi nel passato, ci fa avvertire i paesaggi spirituali in cui siamo vissuti come irreali: fantasmi  che si allontanano sempre di più sull’orizzonte della vita vissuta, portandosi dietro Platone e Aristotele, Pagani e Cristiani, Agostino e Tommaso, Bossuet e Voltaire, Montaigne e Leibniz, aristocrazia e clero, Kant ed Hegel, Marx e Spencer, Illuministi e Romantici, borghesi e proletari. Cosa rappresentano più tutti questi “momenti dello spirito europeo” e che cosa hanno più a che fare con una società incerta sulla propria sopravvivenza e prosperità economica, come la nostra, che ha il problema della difesa dalle nuove grandi trasmigrazioni dei popoli e della protezione delle vittime della inarrestabile globalizzazione? È come se, una volta chiuso o reso progressivamente inagibile il campo sportivo in cui si svolgevano le partite di calcio, non avessero più senso né le partite, né i giocatori, né le classifiche, né i trofei sportivi: un fatto esterno vanifica il senso interno della convivenza civile. A mio padre, giovane fascista ”avanguardista”, non sarebbe mai venuto in mente di pensare: «ma perché dovrei ritenere l’Italia un valore appena al di sotto di Dio e appena al di sopra della famiglia?». Cominciò a porsi domande, a chiedersi «ma che cos’è poi questa nazione per la quale si dovrebbe essere disposti a rischiare la vita?», quando crollarono le istituzioni sotto i bombardamenti degli Alleati.

«Ma perché la fede resti viva e operante −prosegue il mio stimato interlocutore− occorre, come ci insegnano le religioni, che venga sostenuta da un’apologetica. Non basta la parola di Cristo, occorrono anche Agostino, Tommaso e l’opera oscura di mille parroci che spiegano ogni domenica al popolo i “misteri” della fede. Dove sono oggi, nella nostra società del disincanto spinto fino al cinismo, i teologi e i parroci della religione della libertà? Chi si incarica di tenere viva questa fede? Al più c’è qualcuno che, con argomenti più o meno discutibili, fa l’apologia della libertà economica». Sono d’accordo, ma la fuga degli dèi, la diaspora dei loro sacerdoti non ha nessun rapporto con la corrosione interna del potere politico che sosteneva quel mondo e ne teneva in equilibrio (sempre precario) le varie componenti? Non è casuale che “l’apologia della libertà economica” (che, a scanso di equivoci, è anche per me una componente fondamentale della libertà liberale) sia rimasta l’unica vexata quaestio, all’ordine del giorno del dibattito pubblico e che non si avverta affatto il parlarne come un innocuo dispersivo?

Non sono un determinista ma penso che non siano le idee a mettere in crisi le istituzioni ma la qualità scadente delle istituzioni (la loro scarsa tenuta, la loro debolezza) a “far venire certe idee” e spesso a farci ripiegare in un pessimismo antropologico che proiettiamo poi sull’universo intero. Non è questione di giovinezza e di vecchiaia, è il sospetto che nasce in questi casi quando è superata la soglia dei settant’anni, ma se le nostre concezioni del mondo, le nostre idee (e chiamiamole pure “ideologie”) di mezzo secolo fa  erano diverse da quelle attuali  lo si deve forse al fatto che  il sistema istituzionale reggeva ancora, almeno un poco, grazie anche alla centralità della DC, garante e fattore di stabilità, comunque si vogliano giudicare oggi i suoi uomini, i suoi programmi, i suoi stili di governo. Il nostro piccolo mondo antico, almeno fino alla svolta cruciale del ’68, era un mondo ordinato in cui ideologie e partiti ben definiti trovavano uno spazio e una funzione inequivocabili. È la ragione che spiega come una sinistra che finalmente è diventata forza di governo possa, in incaute dichiarazioni dei suoi esponenti ma, soprattutto, in tanti “discorsi a tavola”, rimpiangere gli anni che la vedevano all’opposizione e, quindi, lontana dalla nenniana stanza dei bottoni. È proprio il caso di dire: “si stava meglio quando si stava peggio”, giacché allora la casa era in ordine, l’ordine non piaceva ma era pur sempre un ordine. Ci si batteva per una migliore ridistribuzione delle carte (anche radicale) ma non si pensava di rovesciare il tavolo di gioco. Oggi che l’edificio (istituzionale) è andato in pezzi meraviglia che tutto si confonda nella mente, che ci si chieda, sempre più spesso: cos’è lo stato nazionale? Cosa sono destra e sinistra? Quali sono i valori e gli interessi che tengono unito quello che, prima del 1861, appariva al grande Alessandro Manzoni “un volgo disperso che nome non ha”?

«Ma perché le istituzioni sono franate?», mi chiederà l’amico filosofo, per richiamarmi all’importanza strutturale dei fatti sovrastrutturali (le idee, i valori, le visioni del mondo). Rispondere in termini realistici significa aprire un nuovo capitolo, far riferimento all’ordine internazionale, alle sfide della guerra fredda, all’incapacità delle istituzioni di venir incontro ai bisogni dei tempi nuovi, alla stessa political culture di un paese, che nel caso italiano ha fatto spesso registrare una crescente alienazione dei cittadini nei confronti delle istituzioni, spesso tradotta in populismi più o meno totalitari, alle difficili relazioni le due grandi potestà ereditate dal Medio Evo: l’Ecclesia e l’Imperium.

Mi rendo conto, però, che queste considerazioni sono destinate a cadere nel vuoto e, soprattutto, a deludere profondamente il lettore giacché non prefigurano, neppure in modo vago, quale potrebbe essere il nuovo sistema politico che, riportando l’ordine nei rapporti sociali e la stabilità nelle menti, potrebbe ricostruire i padiglioni dello Spirito che l’abbandono dei giardinieri ha lasciato nella desolazione e nell’insignificanza. L’Europa che, ristrutturando se stessa e dotandosi di una vera autorità federale democratica, potrebbe riassettare la vecchia casa continentale e in tal modo contribuire validamente all’ordine planetario? È difficile crederlo anche perché, come capita in tutte le stagioni di decadenza (vera o presunta), l’esperienza del passato sembra non insegnare nulla. E, d’altra parte, da tempo sono portato a credere che tra i segni inequivocabili della crisi, che stiamo attraversando da quarant’anni, il più inquietante sia proprio la perdita di quel realismo che era l’anima più vera dello storicismo. La storia è ormai il faldone di pratiche accumulate sui tavoli dei GIP e dei PM educati alla scuola del politically correct e dell’universalismo buonista. Il loro compito è stabilire quante condanne e quante assoluzioni vanno riservate ai protagonisti dei grandi eventi del passato prossimo ma anche remoto (se non remotissimo), dove sono moltissimi i casi meritevoli di damnatio memoriae e davvero pochi i casi riguardanti gli individui da riabilitare. (Bontà loro!).