Il Giappone dal successo dei “cluster” al caos olimpico

Il 25 maggio 2020, pochi mesi dopo l’inizio della pandemia, il Giappone aveva annunciato al mondo intero di aver sconfitto il virus. A farlo era stato il primo ministro Shinzō Abe, che durante una conferenza stampa aveva dichiarato finita l’emergenza, decretando la vittoria del modello giapponese sul Coronavirus. Secondo Abe, il paese era riuscito a limitare i contagi senza ricorrere alle pesanti restrizioni attuate da Stati Uniti ed Europa e in effetti a quell’epoca contava appena 4,1 morti per milione di abitanti (mpm), contro i 478 dell’Italia, i 535 della Spagna e i 680 del Belgio (i paesi allora messi peggio di tutti, che continueranno ad esserlo anche in seguito).

Il risultato era in linea con quelli degli altri paesi avanzati del Pacifico (Taiwan, Corea del Sud, Singapore, Australia e Nuova Zelanda), che viaggiavano tutti fra i 3 e i 5 mpm, con Taiwan addirittura a 0,3, mentre in tutti i principali paesi occidentali se ne contavano diverse centinaia. Tuttavia, negli ultimi mesi la situazione del Giappone è notevolmente peggiorata, pur restando nettamente migliore della nostra, al punto che la maggior parte della popolazione si è detta contraria allo svolgimento delle Olimpiadi di Tokyo e alcuni (peraltro senza alcuna prova) hanno addirittura accusato il governo di aver falsato i dati per non dovervi rinunciare, dichiarando un numero di contagi e di decessi più basso di quello reale.

Non c’è dubbio che il Giappone rappresenti oggi un “caso”, per molti versi paradossale e di non facile comprensione, nell’ambito di quella sorta di “isola felice” rappresentata dai paesi del Pacifico, che fin qui se l’erano cavata brillantemente nella gestione del virus. Tuttavia, quello che vi sta accadendo non si può spiegare con teorie complottiste a buon mercato. La realtà, infatti, è molto più complessa.

Prima di tutto è opportuno ricordare che il Giappone presenta alcune peculiarità che in parte hanno favorito e in parte ostacolato la lotta al virus. Per esempio, la Costituzione giapponese proibisce al governo di imporre dei blocchi totali delle attività: quindi, allo scoppio della pandemia il governo non ha potuto obbligare i cittadini a seguire le regole del distanziamento sociale e a ridurre le proprie attività a quelle strettamente necessarie, ma si è dovuto limitare a chiedere loro di rispettarle volontariamente, anche se l’appello è stato generalmente accolto, data che la cultura del paese valorizza molto l’ordine e il rispetto delle autorità.

Anche le condizioni geografiche e sociali hanno favorito il raggiungimento di risultati positivi nella lotta al Coronavirus. Anzitutto, il fatto di essere un arcipelago di isole ha reso più facili i controlli alle frontiere e in parte anche quelli sulla mobilità interna. Inoltre, molti giapponesi hanno da tempo preso l’abitudine di indossare le mascherine di protezione individuale anche in condizioni normali, ogni qual volta hanno un raffreddore o una banale influenza o anche per proteggersi dall’inquinamento, soprattutto nelle grandi città. E non sono certo famosi per la loro espansività: stringere le mani, abbracciarsi e baciarsi non sono comportamenti che rientrano nella tradizione nipponica. Ciò ha reso più facile ai cittadini organizzarsi spontaneamente per rispettare le distanze e limitare gli spostamenti, pur senza fermare le attività economiche.

Tuttavia, il successo giapponese è dovuto soprattutto al particolare metodo usato per il tracciamento dei contagi: quello dei cluster (termine ripreso dalla chimica, dove serve per indicare un ammasso o un raggruppamento).

Questo modello è stato sviluppato sulla base di uno studio epidemiologico condotto sulla nave da crociera Diamond Princess, che era entrata nel porto di Yokoama il 3 febbraio 2020 con diversi passeggeri positivi a bordo. La teoria sulla quale si fonda il metodo è nata per spiegare come gran parte dei passeggeri, nonostante avessero avuto contatti con persone infette, non abbiano contratto il virus. Si ritiene infatti che la trasmissione del virus sia causato quasi completamente da pochi soggetti ad alta contagiosità che vanno a formare grandi cluster di persone contagiate, mentre la maggior parte delle persone infette è responsabile di pochissimi contagi come in effetti è stato poi confermato da studi successivi, anche se non ne è ancora chiaro il motivo. Ciò suggerisce quindi che il metodo di contenimento più efficace sia arrivare alla fonte di ciascun cluster, scoprendo e isolando le poche persone ad elevata trasmissibilità, fermando le quali si arresterà anche la diffusione del contagio.

Questo è anche il motivo per cui in Giappone non sono mai stati effettuati dei test a tappeto su tutta la popolazione (come invece è avvenuto, benché tardivamente, in Europa), ma si è proceduto con tamponi mirati, tanto che il paese si trova attualmente al 143° posto al mondo, con appena il 14,5% della popolazione testata almeno una volta. Si pensi che il paese leader di questa speciale classifica, cioè la Danimarca, ha testato ogni abitante in media 13 volte, eppure ha 438 mpm, che è un discreto risultato per i disastrosi standard europei, ma è pure sempre 3,65 volte peggiore di quello del Giappone. Il successo del modello nipponico si basa infatti sul cosiddetto approccio delle tre T: Test, Trace, Treat, ovvero testa, traccia e tratta. Una volta che una persona positiva è stata identificata, il cluster viene tracciato fino a risalire alla fonte originale e a tutti i suoi membri, che vengono quindi isolati e curati.

Ciononostante, all’inizio di novembre 2020, senza che ne fosse ben chiaro il motivo, i contagi, che avevano già visto una leggera ripresa ad agosto, hanno incominciato improvvisamente a risalire, passando in due settimane da 600 a 2000 casi al giorno. Tokyo si è trovata in grande difficoltà con l’arrivo di una inaspettata terza ondata, molto più alta delle precedenti. Con gli ospedali vicini al collasso, la governatrice Yuriko Koike è stata costretta ad elevare lo stato di allerta. Ciononostante, le cose hanno continuato a peggiorare, finché a fine anno c’è stato un altro balzo che in una sola settimana ha visto praticamente raddoppiare i contagi, passati da 3400 a 5700 al giorno. Anche l’andamento dei decessi è stato molto simile, solo con un ritardo di circa 3 settimane (come è logico che sia, dati i tempi di evoluzione della malattia, e come infatti avviene dovunque).

A dicembre 2020 il nuovo premier Yoshihide Suga, subentrato ad agosto ad Abe, ritiratosi per ragioni di salute, ha dovuto fare i conti con un repentino calo dei consensi. Secondo un sondaggio avviato dalla televisione NHK il malcontento della popolazione era legato soprattutto alla sua gestione della pandemia e alla risalita dei contagi, che da allora non sono più scesi a livelli rassicuranti. In particolare, il governo viene criticato aspramente per non aver cancellato le Olimpiadi e per la tardiva e lentissima campagna vaccinale, fino a poco fa basata tra l’altro su un solo vaccino, Pfizer-Biontech.

L’istituto nazionale per malattie infettive ha rivelato che la variante N501Y del virus che si è originata in Gran Bretagna era ormai responsabile di circa il 90% dei casi, che presentavano in media sintomi più gravi rispetto alle mutazioni precedenti, in particolare nella fascia di età dai 40 ai 64 anni. I dati più recenti hanno anche evidenziato che l’età media degli ultimi contagi si è abbassata notevolmente. Nel distretto di Tokyo la percentuale dei trentenni positivi al Coronavirus tra gennaio e marzo 2021 era meno del 50%, mentre a maggio aveva raggiunto il 60%. Secondo la governatrice di Tokyo, Yuriko Koike, «le infezioni di Covid tra la popolazione più giovane crescono perché quest’ultime sono decisamente più attive nella vita sociale».

A metà maggio 2021 il primo ministro Suga ha dichiarato in una conferenza stampa: «La curva delle infezioni in alcune aree è in calo ma a livello generale la situazione rimane imprevedibile ed è per questo che abbiamo deciso di estendere lo stato di emergenza fino al 20 giugno». Le restrizioni hanno interessato 8 prefetture a partire dall’estremo nord dell’Hokkaido fino all’isola di Okinawa a sud dell’arcipelago, comprendendo molte delle principali città, tra cui Tokyo, Hokkaido, Hiroshima, Osaka e Okayama. Maggior potere decisionale è stato accordato ai vari governatori in base alle diverse esigenze e problematiche sanitarie. Le persone sono state invitate a stare in casa, a non spostarsi in altre prefetture e ad uscire solo per svolgere le commissioni necessarie. I bar, le sale karaoke e gli altri locali sono stati chiusi, mentre ai ristoranti è stato concesso di restare aperti, ma con il divieto di servire alcolici. La zona di Osaka è stata la più colpita dal Covid: gli ospedali erano pieni e molte persone hanno dovuto aspettare a casa o negli hotel con le bombole di ossigeno che si liberasse un posto letto.

Ai primi di giugno, solo un mese e mezzo prima della cerimonia di apertura delle Olimpiadi, fissata per il 23 luglio 2021, le prefetture di Chiba, Kanagawa e Saitama sono state sottoposte ad ulteriori restrizioni, come chiusure di bar e ristoranti anticipate alle 20, oltre alla serrata di centri commerciali e al divieto di organizzare attività ricreative. Inoltre, sei persone dell’organizzazione al seguito della staffetta della torcia olimpica sono risultate positive al tampone nella prefettura di Kagoshima situata a sud ovest dell’arcipelago. Gli organizzatori hanno tenuto a precisare che queste persone si occupavano di controllare il traffico durante l’evento e che indossavano la mascherina, ma ciò non è servito a molto, tanto che il capo del sindacato nazionale dei medici, Naoto Ueyama, è giunto a dichiarare: «È dura per gli atleti, ma qualcuno deve dire che i giochi dovrebbero essere cancellati».

Da allora l’ostilità della popolazione verso le Olimpiadi ha continuato a crescere, fino a raggiungere, secondo alcuni recenti sondaggi, addirittura l’80%. Tuttavia, nonostante le molte voci che si sono accavallate, il governo non ha mai avuto realmente intenzione di abolirle e il 23 luglio i Giochi sono regolarmente cominciati, benché senza pubblico in tutta l’area urbana di Tokyo e con pubblico ridotto nelle gare che si svolgono in zone limitrofe, in cui la situazione è migliore. Del resto, se perfino la disastrata Europa è riuscita a far svolgere regolarmente e senza troppi danni gli Europei di calcio, per giunta itineranti in ben 8 paesi, con regole diverse e con stadi sempre abbastanza pieni (in alcuni casi addirittura completamente), perché mai il Giappone, che è tuttora messo molto meglio di noi, non dovrebbe essere in grado di gestire le Olimpiadi? L’ostilità sembra perciò avere motivazioni più emotive che reali, tant’è vero che non appena le gare sono iniziate tutti i giapponesi si sono incollati al televisore per seguirle e finora tutto sta funzionando perfettamente.

Nonostante questo indubbio successo di immagine, tuttavia, attualmente il paese del Sol Levante si trova nel pieno della quarta ondata, che è iniziata verso metà giugno e per numero di contagi sembra essere la peggiore di tutte, con quasi 10.000 nuovi casi al giorno, dovuti anche qui alla famigerata variante delta, di cui i funzionari sanitari hanno segnalato ben 26 nuove sotto-varianti. Tuttavia, va notato che il numero di morti è invece in drastico calo, essendo passato dagli oltre 110 al giorno di metà maggio (il valore più alto mai raggiunto) ad appena una dozzina.

Ciò si spiega col fatto che finalmente la campagna vaccinale ha iniziato a procedere a ritmo sostenuto: a metà maggio, infatti, meno del 2% della popolazione era stata vaccinata con entrambe le dosi, mentre oggi siamo intorno al 28%, come promesso dal premier Yoshihide Suga, che a inizio giugno aveva assicurato che entro la fine di luglio tutte le persone sopra i 65 anni sarebbero state vaccinate grazie all’inoculazione di un milione di vaccini al giorno. All’inizio, però, la distribuzione è stata molto lenta per problemi logistici e per la mancanza di personale sanitario, ma da metà giugno in poi c’è stata una netta accelerazione, che ha permesso di rimettersi in linea con le previsioni.

È davvero difficile capire le ragioni di questa involuzione di uno dei paesi modello nella lotta al virus, anche se per molti aspetti intorno al Giappone sembra esserci un allarmismo eccessivo, anch’esso, a sua volta, difficile da spiegare. Dopotutto, il suo tasso di mortalità da Covid è attualmente di 120 mpm, che è all’incirca lo stesso dei paesi più virtuosi d’Europa, dove il Giappone si collocherebbe al terzo posto, dopo le Far Oer (20) e l’Islanda (87) e prima della Norvegia (146), mentre è migliore di 17 volte rispetto all’Italia (2121) e addirittura di 26 volte rispetto all’attuale “maglia nera” Ungheria (3117). Anche il numero dei nuovi contagi, pur in forte crescita, è ancora nettamente inferiore a quello dei principali paesi europei.

Ciò che invece è davvero reale è che, se in termini assoluti il Giappone continua ad essere uno dei paesi che se la sta cavando meglio, in termini relativi è invece quello che ha registrato il peggioramento di gran lunga maggiore durante l’ultimo anno (a parte quello di Taiwan, che però è stato causato da un unico focolaio, peraltro eliminato in soli 45 giorni, ed è risultato così elevato – da 0,3 a 33 mpm, ovvero ben 110 volte maggiore rispetto a maggio 2020 – solo perché l’isola partiva da una mortalità pressoché nulla). Si è infatti passati da 4,1 mpm a inizio maggio 2020 fino agli attuali 120 mpm, il che significa che nel paese del Sol Levante la mortalità è aumentata di ben 30 volte in poco più di un anno, facendolo di fatto uscire dal gruppo degli altri paesi del Pacifico, in cui la mortalità è rimasta ovunque molto bassa (anche se pure in Corea del Sud c’è stato un graduale peggioramento, di circa 8 volte rispetto a maggio 2020, mentre in Nuova Zelanda e a Singapore la situazione è rimasta pressoché invariata, così come in Australia dopo lo spegnimento del focolaio di Melbourne a metà ottobre 2020).

Questo probabilmente spiega anche l’esagerato pessimismo di cui sopra, giacché è noto che pessimismo e ottimismo sono influenzati assai più dalla evoluzione di una data situazione che non dalla situazione in sé stessa. Ma da cosa è stata causata l’evoluzione, o meglio, l’involuzione della situazione giapponese?

Sempre secondo il già citato sondaggio della NHK, molti attribuiscono l’improvvisa ascesa dei contagi di fine 2020 all’iniziativa “Go To Travel”, lanciata dal governo per incentivare il turismo interno e far riprendere l’economia giapponese. Il progetto era stato approvato a luglio, quando Abe era ancora il primo ministro e i contagi sembravano sotto controllo. All’inizio in molti vi avevano aderito, grazie ai voucher e agli sconti applicati che permettevano di ottenere rimborsi fino a un massimo di 20 mila yen al giorno (circa 158 euro) e questo ha sicuramente contribuito a una maggiore circolazione del virus, tanto da costringere il governo a sospendere il programma.

A ciò si è poi sommato il fatto che il metodo dei cluster è molto efficace, però funziona solo finché il numero dei contagi è relativamente basso, anche perché la legge giapponese in materia di malattie infettive stabilisce che tutti i soggetti colpiti da una malattia considerata ad alto tasso di contagio devono essere ricoverati in ospedali anche se non ci si trova in presenza di sintomi. Perciò, quando il numero dei contagi è cresciuto, ciò ha finito per minare il sistema sanitario nazionale, che ha visto riempiti in breve tempo interi reparti negli ospedali, tanto che alla fine, a dispetto della legge, i governatori sono stati costretti a prenotare camere d’albergo e altre strutture per isolare i casi positivi meno gravi. Tuttavia, queste spiegazioni, per quanto certamente contengano una parte di verità, non sembrano sufficienti.

Il problema principale sembra infatti essere il grave ritardo con cui il Giappone ha iniziato la campagna vaccinale. Il ministro ad essa preposto, Taro Kono, ha attribuito la lentezza nella somministrazione dei vaccini al sistema molto rigido di approvazione dei farmaci del suo paese. Fino a metà giugno, infatti, l’unico vaccino approvato dalle autorità sanitarie era Pfizer-BioNtech, la cui fornitura dipende totalmente dagli stabilimenti europei. Ora si sta cercando di accelerare: il Giappone ha firmato un contatto con Pfizer per la fornitura di oltre 50 milioni di dosi che dovrebbero arrivare entro settembre 2021, mentre anche Moderna è stato approvato e AstraZeneca dovrebbe esserlo a breve, con l’esecutivo che ha già firmato i contratti per la fornitura, rispettivamente, di 50 e 60 milioni di dosi.

Sembra però verosimile che in ciò abbia influito anche un eccesso di ottimismo circa la tenuta del proprio sistema di contenimento: non a caso, anche gli altri paesi del Pacifico hanno tutti iniziato molto tardi la campagna vaccinale e sono tuttora abbastanza indietro, anche se solo Corea del Sud e Taiwan hanno finora avuto dei problemi (comunque non gravi come il Giappone), mentre Nuova Zelanda, Singapore e Australia, almeno per il momento, persistono nella loro felice eccezionalità.

SITOGRAFIA

https://www.japan.go.jp
https://www.mhlw.go.jp/stf/seisakunitsuite/bunya/0000164708_00079.html
https://www.adnkronos.com/covid-giappone-per-la-prima-volta-oltre-10mila-nuovi-casi-a-tokyo-record-di-contagi_3XWqBLY1gqYITlWu34G4xL
https://www.it.emb-japan.go.jp/itpr_it/covid-19_0707_WSJ.html
https://www.japantimes.co.jp/liveblogs/news/coronavirus-outbreak-updates/
https://statistichecoronavirus.it/coronavirus-giappone/
https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2021/07/08/news/alta-densita-di-popolazione-solo-il-15-vaccinati-e-tanti-anziani-ora-il-covid-fa-paura-cosi-e-franato-il-modello-giappone-1.40476699
https://www.japan-guide.com/news/0053.html
https://japan.kantei.go.jp/98_abe/statement/202005/_00003.html




Il successo del “sistema misto” di Singapore

Continua la nostra riflessione sui paesi orientali che meglio hanno affrontato la pandemia. Fino ad ora abbiamo visto come Corea del Sud e Taiwan hanno dimostrato come un protocollo efficiente possa contenere, o quantomeno limitare, i danni derivanti dal Coronavirus. Tuttavia, non bisogna dimenticarsi di Singapore, una città-Stato di quasi 6 milioni di abitanti in cui la cultura cinese, indiana e occidentale convivono in armonia e dove finora si è avuto un numero di contagiati di poco superiore a 62.000 e un numero di morti ancor più esiguo: appena 34, il che equivale a un tasso di 6 morti per milione di abitanti, uno dei più bassi al mondo.

Inoltre, va considerato che la maggior parte dei contagi e dei decessi si è verificata all’inizio dell’epidemia, giacché da diversi mesi Singapore ha arrestato l’avanzata del virus: da metà settembre in poi i nuovi casi giornalieri si sono mantenuti stabilmente quasi sempre sotto la decina per cui dobbiamo chiederci come sia potuto accadere.

Anzitutto, dobbiamo notare che il fattore tempo è stato fondamentale nella scelta delle strategie da adottare per la gestione dell’epidemia. Nella cosiddetta “Svizzera d’oriente” si è deciso di rispondere anticipatamente e con aggressività al problema, forse memori delle recenti epidemie e forti dell’esperienza maturata dal National Centre for Infectious Diseases. Così come è accaduto a Taiwan, infatti, anche il governo di Singapore ha disposto dei controlli pressoché immediati per chiunque arrivasse dalla Cina e in particolare da Wuhan, benché queste restrizioni siano costate molto in termini di introiti economici, in quanto la Cina continentale è per Singapore il principale partner commerciale e una grande fonte di turismo.

Già a inizio gennaio 2020 il ministro della salute aveva predisposto il controllo della temperatura per tutti i viaggiatori in entrata, per poi, di lì a poco, annullare completamente i voli con la Cina, quando il resto del mondo stava ancora cercando di capire cosa stesse accadendo. Inoltre, era stato attivato un articolato sistema di tracciamento e l’obbligo di quarantena per due settimane per tutte le persone che erano state a contatto con i contagiati e per chiunque provenisse da un paese estero con dei casi di coronavirus.

All’inizio il sistema ha funzionato, ma verso metà marzo c’è stata un’improvvisa impennata dei contagi, principalmente nei dormitori riservati ai lavoratori stranieri, molto affollati, in cui le misure di sicurezza non venivano rispettate. Così il 7 aprile 2020, il governo ha deciso di istituire un lockdown generalizzato di 8 settimane, oltre alla quarantena obbligatoria per oltre 20.000 migranti che risiedevano nei dormitori divenuti i principali focolai di trasmissione del virus.

Va notata la tempestività con cui il governo di Singapore ha reagito, dimostrando di avere perfettamente capito, diversamente dai governi occidentali, quella che Ricolfi chiama «l’aritmetica dell’epidemia» (La notte delle ninfee, Milano 2021, p. 17). Queste misure, infatti, sono state adottate quando in tutto il paese c’erano stati appena 5 morti e i contagi giornalieri erano un centinaio (per avere un termine di paragone, in Italia il semi-lockdown è stato dichiarato quando c’erano già stati oltre 7000 morti e si viaggiava sui 1500 contagi al giorno). Tuttavia, il dato allarmante non era il valore assoluto, ma il fatto che a metà marzo in pochi giorni si era passati da pochi casi sporadici a oltre una ventina al giorno e quindi, verso fine mese, da 20 a 100 nel giro di una settimana, il che significava che la crescita stava diventando esponenziale.

Nei giorni seguenti, infatti, i casi rilevati hanno continuato a crescere, fino ai 1426 del 20 aprile, ma poi, dopo solo due settimane, la tendenza si è invertita. A partire dal 2 giugno 2020, con il calo del numero dei contagi, si è giunti alla riapertura dei negozi e dei locali, mantenendo però severe norme di distanziamento sociale e l’obbligo di indossare la mascherina.

Inoltre, Singapore ha provveduto a creare un efficiente tracciamento dei contatti che si fonda su un sistema misto e decentralizzato, differente da quello offerto da Apple-Google con il modello Api, utilizzato invece in Corea del Sud. Durante la passata epidemia di Sars il governo di Singapore era stato infatti criticato aspramente per aver adottato misure fortemente lesive della privacy, come, ad esempio, l’obbligo delle persone poste in quarantena di misurare la temperatura due volte al giorno e di essere costantemente connesse ad una webcam. Per questo stavolta il governo ha scelto di seguire una strategia differente.

A testimonianza dell’efficienza delle misure di contenimento attuate dal governo possiamo considerare il modello utilizzato nei campus universitari. Per evitare che il contagio si diffondesse gli studenti sono stati confinati in diverse aree, gli è stato vietato di affollare i luoghi di aggregazione e sono stati obbligati a scaricare un’applicazione di tracciamento che attestasse la loro negatività. Dallo scorso dicembre, inoltre, agli alunni di età superiore ai sette anni è stato chiesto di indossare un dispositivo; un token grande come una moneta chiamato TraceTogether. Questa decisione è stata presa in quanto i bambini non sempre hanno uno smartphone di loro proprietà e i token, oltre ad essere gratuiti (il costo è a carico del governo), si possono indossare come una collana. Questo progetto si inserisce in una visione ben più ampia che ha permesso, utilizzando metodi analoghi, il riavvio di fiere e conferenze pubbliche grazie a una maggiore tracciabilità.

Le autorità tengono a precisare che il token non è obbligatorio, benché sia fortemente consigliato, e che per via dell’assenza di un chip di geolocalizzazione l’App TraceTogether non è da considerarsi come un dispositivo di tracciamento munito di tag elettronico e volto a individuare la posizione e gli spostamenti dei cittadini. Si tratta invece di uno strumento utile a seguire a ritroso le tracce del contagio, in cui però l’uploading dei dati è consentito solo con il consenso e la partecipazione dell’interessato. Le informazioni raccolte vengono archiviate sui dispositivi per 25 giorni e poi cancellate e vengono condivise con il ministero della salute solo in caso di positività al Coronavirus, allo scopo di consentire agli operatori di ricostruire la catena dei contagi. Chi viene contattato dal ministero in quanto potenzialmente contagiato è obbligato a collaborare e a fornire qualsiasi informazione possa essere utile. Questa formula sta riscuotendo i favori della critica perché, a differenza delle App coreane, questi dispositivi comportano meno rischi per la privacy e ottengono ugualmente ottimi risultati.

Il rovescio della medaglia è che la minore invasività del sistema di tracciamento implica la necessità di fare un maggior numero di tamponi rispetto alla Corea, ma comunque non in quantità eccessive. Attualmente, infatti, Singapore è 17° al mondo per numero di tamponi in rapporto alla popolazione col 217%, il che significa che in media ogni abitante è stato testato un po’ più di due volte. È circa il doppio dell’Italia (38a con il 114%) e degli altri principali paesi occidentali (che viaggino più o meno sulla stessa media dell’Italia), ma sempre molto meno del 1095% della Danimarca, che guida la classifica, avendo controllato i propri abitanti oltre 10 volte a testa, ottenendo però un risultato (435 morti per milione) certamente migliore di gran parte degli altri paesi occidentali, ma comunque lontanissimo da quello di Singapore. Ciò dimostra che fare molti tamponi certo aiuta, ma ancora più importante è farli bene.

Inoltre, ultimamente il ministero della salute ha avviato una sperimentazione chiamata BreFence Go Covid-19 Breath Test System. Si tratta di un test rapido non invasivo, alternativo ai tamponi e all’analisi sierologica: bastano solo sessanta secondi di attesa dopo aver fatto un bel respiro. Il sistema è stato messo a punto dalla Breathonix, una startup dell’Università Nazionale di Singapore, e può ricordare gli alcool test a cui sono sottoposti i guidatori in stato di ebbrezza, ma in realtà questo tipo di tecnologia deriva da quella in uso per la rilevazione di markers tumorali.

Il paziente deve soffiare in una valvola monouso e uno spettrometro rileva la composizione molecolare del suo respiro per scovare indizi di malattie in corso, tra cui indizi riconducibili al Covid. Un software di machine learning confronta il risultato ottenuto con il profilo del respiro ipotetico in caso di malattia. La procedura richiede un minuto e i risultati vengono mostrati in tempo reale. Il test è poco invasivo e può essere fatto anche da personale non medico. I tre trial clinici finora condotti su 180 pazienti hanno dimostrato che il sistema ha una sensibilità ai marker del Covid del 93% e una specificità del 95%: il margine di falsi negativi e falsi positivi è quindi molto basso. Il ministro della salute di Singapore sta collaborando con la Breathonix al fine di avviare una sperimentazione sul campo. I test rapidi verranno usati sulle persone che entrano in città dalla Malesia: la sperimentazione è necessaria in quanto nella vicina Malesia sono state individuate delle nuove varianti di Coronavirus trasmesse all’uomo dai cani. Comunque, anche per il futuro si avrà certamente bisogno di nuove tecnologie e di test rapidi non invasivi, economicamente sostenibili e applicabili su larga scala.

Il successo della strategia attuata dal governo di Singapore si può imputare a vari fattori. Anzitutto, come Taiwan, il riconoscimento della pericolosità del Covid-19 già in una fase embrionale. Inoltre, anche a Singapore, come a Taiwan e in Corea, si erano dovuti scontrare con le epidemie di Aviaria e di Sars, pertanto erano preparati e avevano i mezzi per intervenire, sia sul controllo dei casi di importazione, sia per il tracciamento e la quarantena degli infetti mediante l’utilizzo di tamponi gratuiti per tutta la popolazione. A ciò si aggiungono poi le severe sanzioni per chiunque disobbedisca alle disposizioni governative, tra cui la revoca del visto e l’espulsione per chi non è cittadino singaporiano.

Inoltre, di certo aiuta il fatto che Singapore presenti un territorio circoscritto che rende più semplice il controllo dei movimenti in entrata e in uscita dal paese e inoltre abbia una gestione singola e centralizzata che evita dissidi tra governi e autonomie come avviene invece in Europa o negli Stati Uniti. Ma anche l’aspetto culturale conta molto: Singapore nutre da sempre grande fiducia nella scienza, che è presente in ogni decisione politica e i medici posso ordinare tamponi per i pazienti sospetti basandosi esclusivamente sulle proprie valutazioni.

Infine, il governo di Singapore ha avviato una grande campagna comunicativa. È stato lanciato persino un video rap per invogliare i cittadini a vaccinarsi contro il Covid. I protagonisti del filmato sono alcuni interpreti di una sitcom molto famosa negli anni Novanta: Phua Chu Kang Pte Ltd. Il comico Gurmit Singh per l’occasione veste i panni di Phua Chu Kang, un eccentrico appaltatore che canta: “Insieme possiamo vincere. È ora di vaccinarci tutti insieme”. Con questo video il governo di Singapore vuole dissipare i dubbi e le preoccupazioni degli anziani e di tutti coloro che hanno dei problemi di salute in merito ai possibili rischi dei vaccini.

Singapore sta circoscrivendo molto bene i focolai di Covid-19, mentre i paesi occidentali sono sfiniti dalla quarantena e arrancano provando ad uscire dall’emergenza, mentre dovrebbero approfondire lo studio dei modelli asiatici di gestione della pandemia. A differenza dei suoi vicini, tuttavia, Singapore non ha puntato su un solo metodo, bensì su un “sistema misto”, che, molto pragmaticamente, cerca di prendere il meglio da ciascuna strategia, con un approccio caratterizzato da brevi lockdown alternati a momenti di maggiore libertà, insieme a una capillare azione per identificare e isolare i contagi. Una strategia che secondo molti esperti (si veda per esempio l’articolo di potrebbe essere la più funzionale per rendere sopportabile la convivenza con il Coronavirus.

 

Sitografia




Corea del Sud: il metodo del tracciamento elettronico

In questo articolo continuo l’analisi dei diversi metodi di prevenzione del Covid messi in atto dai paesi del Pacifico, che era iniziata con quello di Taiwan, basato principalmente sulla chiusura tempestiva delle frontiere.

Oggi prenderò in esame quello della Corea del Sud, basato principalmente sul tracciamento elettronico dei contagi. Tale metodo è anche l’unico di cui si sia talvolta parlato anche da noi, ma senza entrare quasi mai nei dettagli, come invece cercherò di fare qui.

La Corea del Sud è uno dei paesi che è riuscito a contenere maggiormente la diffusione del Coronavirus. Ad oggi, su 51,71 milioni di abitanti, sono 134.117 i casi accertati, mentre il numero di morti si attesta a 1.920 dall’inizio della pandemia, con un tasso di letalità rilevato (CFR: case fatality ratio) dell’1,4%, un numero decisamente basso rispetto a quello rilevato in Occidente. Ciò non significa che in Corea il virus sia meno letale che da noi, ma piuttosto che in quel paese i contagi che sfuggono al rilevamento sono davvero molto pochi: infatti, il tasso di letalità rilevato si avvicina molto a quello che, secondo le stime fatte dagli scienziati, dovrebbe essere il tasso reale (non superiore all’1%), il cosiddetto IFR, o infection fatality ratio.

Il primo focolaio del contagio si è sviluppato nella città di Daegu, situata a 240 km dalla capitale Seul, per poi propagarsi in tutto il paese. Ciononostante, il numero totale di contagi è rimasto sempre molto basso, grazie alla pronta azione del governo, con a capo il presidente Moon Jae-In, che si è messo subito all’opera per contenerlo evitando un blocco completo degli spostamenti, permettendo alle persone di continuare a recarsi regolarmente al lavoro e riducendo così al minimo le ripercussioni economiche.

Anzitutto, il governo ha deciso di veicolare in modo del tutto trasparente le informazioni riguardanti i pazienti infetti. Siti web, mappe interattive e applicazioni per i cellulari rendono disponibili in tempo reale tutti i dati riguardanti gli spostamenti che i cittadini infetti hanno compiuto prima di essere diagnosticati, il che permette di informare tramite sms tutti i cittadini interessati ogni volta che si verificano dei casi nella zona in cui vivono. Una lista dettagliata dei movimenti delle persone infette permette di risalire a ristoranti e negozi che hanno frequentato, i quali vengono poi disinfettati e chiusi temporaneamente. In questo modo le altre persone possono sapere se devono sottoporsi a quarantena preventiva e fare il test.

Il rapido accesso da parte del governo alle registrazioni delle telecamere di videosorveglianza e ai dati delle carte di credito e dei telefoni ha permesso di realizzare un sistema di controllo di questo tipo. Inoltre, è stata fondamentale per il contenimento dell’epidemia la creazione di un sistema di test veloci ed efficaci; in tutto il paese sono stati infatti dislocati ben 118 hub di analisi che sono in grado di comunicare gli esiti dei tamponi via sms entro 24 ore. Le autorità hanno anche messo in atto una massiccia campagna per favorire il distanziamento sociale, lasciando però gli esercizi aperti e permettendo ai cittadini di scegliere volontariamente se frequentarli o meno.

Il successo del protocollo adottato dalla Corea del Sud è certamente in gran parte dovuto alla precedente esperienza avuta con l’epidemia di Mers del 2015, che registrò 186 casi e 38 decessi. A epidemia terminata, la legislatura coreana definì infatti una strategia di tracciamento dei contatti che prevede l’individuazione delle persone infette e la relativa quarantena di tutti quelli che hanno interagito con loro. Gli emendamenti autorizzano perciò le autorità sanitarie all’utilizzo dei big data per ricostruire abitudini e spostamenti delle persone potenzialmente esposte al contagio.

I risultati ottenuti dimostrano inequivocabilmente che le misure introdotte, almeno finora, sono riuscite a tenere molto basso il numero dei casi. Ciononostante, il governo è sempre stato molto attento a intervenire in modo tanto rapido quanto deciso al minimo accenno della nascita di nuovi focolai, attuando delle restrizioni mirate nei quartieri interessati. Significativo è il caso avvenuto a maggio 2020, quando un ventinovenne è risultato positivo dopo aver frequentato diversi locali notturni di Seul nel quartiere di Itaewon. L’allarme è scattato quando da zero positivi al giorno in poco tempo si è passati a 30. Una volta individuato il diffusore iniziale, il governo sudcoreano è riuscito a contenere i contagi rintracciando un numero enorme di persone che avevano avuto contatti con i clienti dei locali e individuando circa la metà dei visitatori dell’intero quartiere: in tre settimane sono stati testati 46 mila contatti e rintracciate 160 persone infette.

Questo è stato possibile anche perché i clienti dei locali di Seul sono obbligati a lasciare i propri riferimenti prima di accedere a ristoranti e bar. Quando le autorità hanno identificato l’area interessata dal focolaio hanno predisposto la chiusura immediata di tutti i bar e le discoteche della città, mentre il governo ha inviato un sms a tutti i cittadini, chiedendo a chiunque si fosse trovato in quella zona in un determinata finestra temporale di sottoporsi al tampone anche in assenza di sintomi.

La polizia ha lavorato in sinergia con le società di telecomunicazioni al fine di utilizzare i dati dei cellulari e individuare chi si trovava nel quartiere quel fine settimana. Localizzazioni GPS, registrazioni di carte di credito e videosorveglianza sono state fondamentali per eseguire il tracciamento. Infine, una volta raccolte tutte le informazioni, il governo le ha pubblicate in forma anonima su un sito apposito dove tutti possono verificare se sono stati a rischio contagio.

Una speciale app di tracciamento chiamata Corona 100m provvede inoltre ad inviare alle persone degli avvisi di emergenza quando raggiungono i 100 metri di distanza da un luogo visitato di recente da una persona affetta da coronavirus. Il sistema consiglia agli utenti dei percorsi alternativi sicuri per recarsi e tornare dal lavoro in modo da non effettuare lo stesso tragitto fatto in precedenza dai soggetti infetti. In questo modo quella che poteva essere la seconda ondata è stata bloccata nel giro di poche settimane.

Il contact tracing digitale è stato nevralgico per combattere il virus, in quanto presenta numerosi vantaggi, come ad esempio l’impiego degli operatori sanitari solo laddove sono strettamente necessari e l’uso mirato dei tamponi (non per nulla, la Corea del Sud è tra i paesi che ne hanno fatti di meno al mondo: vedi Paolo Musso), con conseguente abbattimento dei costi nonostante un tracciamento molto più puntuale.

In molti altri paesi questo tipo di raccolta dati è sembrata una violazione della privacy, ma in Sud Corea ha ricevuto grandi consensi. Secondo un sondaggio condotto dalla Graduate School of Public Health della Seul National University, il 78% dei 1.000 intervistati è risultato favorevole all’allentamento della tutela dei propri diritti al fine di contenere il coronavirus. Cionondimeno, è innegabile che la violazione della privacy risulta sempre più invasiva e, nonostante l’anonimato, in pratica non è difficile riconoscere i positivi segnalati. Per esempio, nel caso di Itaewon il giovane che aveva dato origine al contagio era stato subito identificato dai social network.

Alla base di queste scelte vi è un approccio utilitaristico volto a giustificare le limitazioni alle libertà personali in virtù di esigenze superiori come la salvaguardia della salute pubblica, tant’è vero che il monitoraggio pubblico nelle civiltà orientali è una costante indipendentemente dalla fase emergenziale e dal sistema di contact tracing. Lo screening dei contatti è stato già utilizzato in passato con malattie infettive come il morbillo o l’HIV, divenendo uno strumento fondamentale di prevenzione e controllo.

Ciò è reso possibile da un contesto socioculturale totalmente differente da quello europeo, in cui l’importanza della difesa della sfera privata è poco percepita dalla popolazione. Le realtà orientali tendono a privilegiare misure coercitive e restrittive di controllo basate su sistemi informatici e applicazioni che possono prescindere dall’avere il consenso della popolazione. Di fatto, sia in Corea del Sud che in Cina gli strumenti tecnologici sono stati utilizzati in modo massiccio e invasivo, con la conseguente diminuzione della sfera di riservatezza dei singoli, nonostante la prima sia una democrazia e la seconda una dittatura, il che è indicativo di una mentalità di base comune, che precede e travalica le differenze politiche.

Ad ogni modo è opportuno ricordare che la Corte Costituzionale sudcoreana in base al cosiddetto Fingerprint Case ha riconosciuto a gennaio 2020 ai data privacy rights lo status di diritti di rango costituzionale ai sensi degli articoli 10 e 17 della Costituzione, equiparando le impronte digitali a informazioni strettamente personali il cui utilizzo rappresenta una restrizione del right to information self determination. Finora, però, ciò non sembra avere influito in alcun modo sulla gestione della pandemia.

Anche in Europa durante la prima ondata della pandemia la paura ha prevalso sulla difesa della privacy. I cittadini si sono rivelati accondiscendenti verso le restrizioni a molte libertà fondamentali come quella di circolazione, di culto, di impresa, ecc. Nei paesi dell’Unione Europea si è scelto di appiattire la curva epidemica mediante la limitazione delle attività affiancato all’utilizzo di tecnologie con le quali monitorare i soggetti potenzialmente infetti.

Una rete di autorità nazionali che opera in campo della digital health and care, l’eHealth Network, ha sviluppato un pacchetto di strumenti chiamato Common EU Toolbox of Practical Measures per l’uso di applicazioni mobili e di dati sulla mobilità delle popolazioni su base volontaria. Tuttavia, tali applicazioni sono state studiate con l’approvazione dell’autorità sanitaria nazionale, nel rispetto della vita privata e della tutela dei dati personali e a condizione che i dati venissero distrutti nel momento in cui non fossero più stati necessari per contrastare l’epidemia.

L’approccio europeo si basa perciò sulla minimizzazione della raccolta dei dati personali. Quelli utilizzati sono i soli dati di prossimità, raccolti con il ricorso alla tecnologia Bluetooth a bassa energia, che possono poi essere conservati o sullo stesso dispositivo della persona interessata (decentralised processing), sia sul server dell’autorità sanitaria pubblica (backend server solution). Al modello decentralizzato hanno aderito stati come l’Italia con l’app Immuni, la Germania con Corona Warn Up, la Svizzera con Swiss Covid e l’Austria con Stop Corona. Alcuni paesi come: Stati Uniti, Estonia, Finlandia e Portogallo hanno preferito invece avvalersi di un codice fornito da Apple e Google con una tecnologia basata sull’exposer notification: un codice identificativo anonimo viene scambiato tramite Bluetooth con un altro utente nelle vicinanze e se uno dei due risulta essere positivo al Covid-19 una notifica viene inviata a tutti quelli che sono entrati in contatto con loro.

Indipendentemente dal sistema prescelto, comunque, il tracciamento digitale si fondava sempre sull’adesione volontaria dei cittadini, che, contrariamente alle aspettative dei governi, è stata deludente, visto che il numero dei download si è attestato su percentuali modeste (ad oggi Immuni è al 19,6%, ben lontano dal milione di utenti raggiunto nei primi dieci giorni di vita dell’app coreana). Ma soprattutto sono stati pochissimi quelli che l’hanno utilizzata realmente (Immuni ha scoperto in tutto poco più di 5000 contagi: quanti fino a pochi giorni fa se ne verificavano in 6 ore), anche perché c’era la percezione diffusa (e purtroppo esatta) che il sistema non fosse affiancato da un’organizzazione capace di eseguire rapidamente i tamponi, senza la quale il tracciamento diventa inutile.

Ad agosto 2020, un’indagine pubblicata su Nature ha cercato di far luce sull’atteggiamento nei confronti del contact tracing in 19 paesi. È emerso che solo i tre quarti degli intervistati, quando positivi, hanno fornito informazioni complete sui contatti avvenuti nei giorni precedenti. Secondo il sociologo Robert Groves, ex direttore dell’US Census Bureau: “la fiducia del pubblico in tutti i tipi di istituzioni sta diminuendo” specialmente nelle grandi aree urbane. Mary Basset, ricercatrice di sanità pubblica presso la Harvard University di Cambridge, nel Massachusetts sembra non esserne sorpresa in quanto: “alcune comunità che sono state più colpite da COVID-19 hanno una sfiducia di vecchia data nei confronti delle autorità sanitarie pubbliche”. Il modello orientale, con la Corea del Sud in testa, rappresenta dunque un banco di prova sul quale misurare i termini del rapporto tra pubblico e privato e tra la tutela dell’anonimato e gli interessi della collettività in difesa della salute. In virtù dei risultati ottenuti dalla Corea del Sud non si può fare a meno di interrogarsi se non valga la pena rinunciare almeno in parte alle proprie libertà in favore del bene comune, ma resta il dubbio se un tracciamento massiccio simile a questo potrebbe realmente essere impiegato in Europa, dove le imposizioni sono da sempre mal tollerate.

 


SITOGRAFIA

https://www.korea.net
https://www.mofa.go.kr/eng/wpge/m_5810/contents.do
http://english.seoul.go.kr
http://ncov.mohw.go.kr/en/
https://www.ilgiorno.it/esteri/covid-corea-sud-così-sconfitto-il-virus-1.6249239
https://www.ilsole24ore.com/art/forniture-chip-intesa-usa-e-sud-corea-AExtEHL
http://www.pipc.go.kr/cmt/main/english.do#
https://www.saluteinternazionale.info/2021/01/covid-19-italia-vs-corea-del-sud/




Il modello Taiwan: come l’isola sta contenendo il contagio

È passato più di un anno da quando la pandemia si è insinuata nelle nostre vite limitandole e modificandole irrimediabilmente. Nel corso dei mesi le informazioni più disparate sono giunte da fonti considerate più o meno attendibili e centinaia di protocolli sono stati avviati con l’intento di trovare una soluzione che, sfortunatamente, tarda ad arrivare, poiché tutte le azioni intraprese sino ad ora si sono rivelate sostanzialmente inefficaci. Eppure, in tutto questo caos ci sono piccole realtà che hanno saputo controllare l’epidemia e che hanno ottenuto risultati soddisfacenti nella lotta contro il coronavirus, benché nessuno ne parli. Questo è anche il caso di Taiwan.

Taiwan (o Repubblica di Cina) è una piccola nazione insulare posta a 180 km dalla Cina e conta 23,5 milioni di abitanti. Pur avendo dei numeri di tutto rispetto, però, per l’Organizzazione Mondiale della Sanità sembra non esistere. Nonostante gli straordinari risultati ottenuti, Taiwan non è stata invitata al 73° incontro dell’organo decisionale dell’OMS dello scorso novembre che riguardava proprio la gestione della pandemia. Secondo il Ministero degli Affari Esteri taiwanese dietro a tale decisione ci sarebbe la Cina, la quale considera l’isola una sua provincia e non uno stato sovrano, benché a Taipei sia presente da sempre un esecutivo autonomo, che dal 2016 ha a capo la presidente Tsai Ing-wen, che respinge categoricamente il principio di “una sola Cina” e dopo aver trionfato alle ultime elezioni alla guida del Partito Progressista Democratico ha intensificato gli scambi con Washington. Il governo di Pechino, guidato dal presidente cinese Xi Jinping, ha più volte affermato di voler risolvere la questione, ma di fatto ha dichiarato che Taiwan potrà partecipare alle riunioni dell’Assemblea Mondiale della Sanità solamente se riconoscerà di appartenere alla Repubblica Popolare Cinese.

Nonostante la sua estromissione da parte dell’OMS, a livello globale Taiwan è stata elogiata per il successo ottenuto nel contenimento dell’epidemia di coronavirus e basta consultare il sito ufficiale del governo taiwanese per rendersene conto. Lo studioso Tomas Pueyo ha pubblicato sulla piattaforma Medium un’accurata analisi sulle misure di contrasto attuate da alcuni paesi dell’estremo oriente tra cui figura anche la Corea del Sud, la quale è stata la prima nazione al mondo a estinguere un focolaio di coronavirus senza applicare un lockdown a livello nazionale. I negozi, i ristoranti e le fabbriche sono rimasti aperti. Le quarantene si sono limitate ad aree circoscritte, come ad esempio la città Daegu dove si è verificata l’epidemia principale. Il tracciamento dei malati e la relativa quarantena di tutte le persone entrate in contatto con loro sono risultati fondamentali.

Secondo Pueyo però, Taiwan è sicuramente il modello per eccellenza a cui ispirarsi. Memore dell’epidemia di Sars del 2003, il governo ha agito tempestivamente attuando severi divieti di viaggio e introducendo l’obbligo di mascherine per tutti. In questo modo i livelli di contagio sono stati minimi le e attività produttive hanno subito un leggero contraccolpo rispetto a quanto accaduto, e a quanto sta ancora accadendo in Europa.

L’università di Stanford ha avviato uno studio diretto dal medico taiwanese Jason Wang su come fronteggiare l’epidemia e la conseguente ripartenza dell’economia negli Stati Uniti sulla base dei risultati ottenuti a Taiwan.

Il Dott. Wang, intervistato dalla CNN, ha spiegato che il successo del modello taiwanese risiede in una sanità pubblica efficiente in grado di fronteggiare rapidamente emergenze di grande portata.

Taiwan ha dimostrato che è possibile stabilire norme di quarantena e isolamento anche senza l’uso della forza come avviene invece in un governo autocratico come quello della Cina.

Il Ministero degli Affari Esteri taiwanese ha creato un sito ad hoc consultabile anche in lingua inglese sul quale è possibile trovare ogni genere di informazione e aggiornamento sul Covid-19.

In una sezione speciale sono riportate tutte le misure adottate e i risultati ottenuti, mettendoli a disposizione di tutti affinché gli altri governi possano, se lo desiderano, avvalersi delle tecniche usate sull’isola, eventualmente adattandole alle proprie realtà.

Nella lotta al coronavirus, per Taiwan è stato fondamentale fare ulteriori investimenti nella sanità pubblica, oltre all’utilizzo dell’intelligenza artificiale che ha permesso ai medici di gestire anche a distanza i malati che stavano trascorrendo la quarantena presso le loro abitazioni; pur essendo molto meno invasivo della privacy rispetto al metodo usato in Corea del Sud. Ogni cittadino è in possesso di una smart card collegata al Servizio Sanitario Nazionale sulla quale sono registrati tutti i dati relativi allo stato di salute del paziente; la tessera è risultata fondamentale per la prevenzione del contagio. Ad esempio: per la distribuzione delle mascherine, la gestione della quarantena, per controllare gli spostamenti alle frontiere e la storia clinica dei pazienti.

A febbraio 2020 il ministro del digitale Audry Tang ha dato incarico ad alcuni ingegneri appartenenti al settore privato di realizzare un’applicazione tramite la quale mettere in contatto i cittadini e le farmacie convenzionate per l’acquisto di mascherine. In sole 48 ore l’app era pronta sciogliendo i dubbi e le preoccupazioni delle persone sull’approvvigionamento dei dispositivi di sicurezza. L’applicazione è risultata essere molto attendibile in quanto è in grado di aggiornarsi in un lasso di tempo che va da un minimo di 30 secondi ad un massimo di 30 minuti. Le prenotazioni online hanno permesso di evitare lunghe code fuori dalle farmacie e di scongiurare eventuali nuovi contagi.

La strategia attuata dal governo di Taiwan prevede una vigilanza continua, oltre alla condivisione costante e approfondita delle informazioni con i cittadini. L’utilizzo dei big data e di piattaforme online è stato fondamentale sin dall’inizio della vicenda, quando, a dicembre 2019, hanno iniziato a circolare le prime notizie circa una misteriosa malattia a Whuan. Taiwan ha centinaia di pendolari che si recano giornalmente in Cina per lavoro e pertanto ha trattato la questione con la massima urgenza, controllando i passeggeri dei voli provenienti da Whuan sino a vietarne l’ingresso già a partire da febbraio 2020. Le agenzie di assicurazione sanitaria e di immigrazione hanno incrociato la cronologia dei viaggi dei residenti con i dati delle loro tessere sanitarie, consentendo così a ospedali, cliniche e farmacie di accedere immediatamente alle informazioni dei pazienti. Le persone che si sono sottoposte all’auto-quarantena sono state rintracciate e chiamate con frequenza per accertarsi che non lasciassero la loro residenza.

A partire dal 24 gennaio 2020, Il governo di Taiwan ha interrotto le esportazioni di mascherine chirurgiche e ha chiesto alle aziende locali di aumentare la produzione fino a 10 milioni al giorno per garantire un’adeguata fornitura alla popolazione e al personale medico.

Infine, per garantire un coordinamento efficiente, Taiwan ha costituito un centro di comando con a capo il Ministero della Sanità e del Benessere che ha il compito di controllare la comunicazione pubblica. Sono state così avviate importanti campagne per informare la popolazione circa i rischi della malattia e su come comportarsi in caso di positività al coronavirus.

Il risultato è che dopo più di un anno dall’inizio dell’epidemia il numero totale dei contagi rilevati è di poco superiore a 1000 su 23,5 milioni di abitanti, mentre i morti sono appena 11, ovvero appena 0,5 per milione, che rappresenta il tasso di mortalità più basso del mondo.

Insomma, il modello Taiwan funziona, ma fino a quando gli interessi politici ed economici conteranno più della salute degli uomini, sarà impossibile che una nazione così lontana e poco considerata possa essere guardata come modello virtuoso nella gestione di una pandemia che ha sconfitto governi ben più potenti.


Sitografia:

https://www.taiwan.gov.tw

https://en.mofa.gov.tw/Default.aspx

http://www.taipeitimes.com

https://www.taiwannews.com.tw/en/index

https://chinapost.nownews.com

https://www.worldometers.info/coronavirus/country/taiwan/

https://statistichecoronavirus.it/coronavirus-taiwan/

https://www.lastampa.it

https://lab24.ilsole24ore.com/coronavirus/

https://med.stanford.edu/mchri/news/mchri-member-leads-coronavirus-response-drawing-on-lessons-from-taiwan.html

https://edition.cnn.com/2020/04/04/asia/taiwan-coronavirus-response-who-intl-hnk/index.html?fbclid=IwAR1KwAAGiSfr62um0xoiJFfWnsJXjCpErfMAiDEwZBHRDmb3i5cxVQzj64I