La lezione dei lavavetri

Tempo di feste, tempo di regali. Siamo tutti più buoni. Più disposti a spendere, e più disponibili verso gli altri. Per esempio, compriamo dai venditori ambulanti un sacco di sciarpine finta seta, fazzolettini, portachiavi con l’animalino che si illumina e fa il verso, del maiale, del gatto, della rana. E ci lasciamo lavare il vetro del parabrezza infinite volte, anche ogni giorno.

Già, i lavavetri. Complicato il nostro rapporto con i lavavetri. Difficile dire cosa ci passa per la testa quando un lavavetri si avvicina e comincia a lavarci il vetro.

Noi siamo in auto. Fermi al semaforo. Mediamente sospesi nel vuoto, distratti, genericamente pensanti, annoiati, a volte nevrastenici. Siamo al semaforo, insomma. Si avvicina un tale che ovviamente è uno sconosciuto, armato di bastone con spugnetta e sapone liquido. E qui il mondo si divarica: ci sono quelli che fanno di no col capo e ottengono di NON farsi lavare il vetro, e ci son quelli che fanno di no col capo e NON ottengono niente: il lavavetri gli lava il vetro nonostante il loro drastico diniego.

Appartengo alla seconda categoria. Per quanto io dica di no e mi sforzi di fare la faccia più cattiva che posso, per quanto il mio vetro sia pulito anzi splenda di lucentezza, a me il lavavetri di turno, chiunque egli sia, mi lava sempre il vetro. E io da dentro comincio a veder annebbiarsi il mondo. Perdo la visuale, e mi blocco a seguire con lo sguardo le volute del sapone che mi opacizza gli occhi. La prima reazione è di irritata impotenza. Come si permette. Adesso gli faccio vedere io. Tiro giù il vetro e protesto. Non gli darò un soldo, così impara. La seconda reazione è di rabbia verso me stessa: perché a me sì e agli altri no? possibile che io sia così debole e inetta, che alla mia età non abbia ancora imparato a farmi valere? La sensazione prevalente, e fastidiosa, è quella di essere oggetto di una prepotenza, di una specie di violenza. Preda. Vittima innocente.

Poi un giorno trovo la soluzione.

Mi si avvicina il lavavetri. È un ragazzo. Bruno, sorridente. Alza la spugnetta minacciosa e sbrodola il sapone sul mio vetro prima che io possa aprir bocca. Resto come al solito offuscata dalla nebbia di quel sapone che mi avvolge gli occhi, la mente, il sangue. Rimango in quella nuvola sospesa atemporale per lo spazio di trenta secondi, e sento salirmi la solita duplice rabbia. Poi lui mi lava via il buio. Disegna le sue mezzelune di pulito e io torno a vedere. Mi sorride. E io, inaspettatamente, gli sorrido. Mi fa l’occhiolino e sì, anch’io gli faccio l’occhiolino. Prendo un euro e glielo passo. Ridiamo, ci salutiamo. Buona giornata.

Ecco la soluzione, semplicissima: non opporre resistenza. Lasciarsi andare, smollare. E non solo perché è Natale… Un euro non risolverà certo l’esistenza del lavavetri né, tantomeno, il problema dell’immigrazione; ma ci rilassa, ci rimette in pace con noi stessi liberandoci dal vissuto di non saper reagire…

Buona giornata. Buon Anno!

Leggi qui la terza storia delle feste

Articolo pubblicato il 31 dicembre 2017 su Il Sole24Ore



Elogio del corteggiamento

Non so se gli operai stradali, o i carpentieri intenti a tirar su qualche casa sulla pubblica via, usino ancora fischiare dietro un paio di belle gambe (una volta accadeva regolarmente), ma se per caso ancora lo facessero, mi spiacerebbe fossero denunciati per molestie. Capisco che una fanciulla possa sentirsi imbarazzata (una volta sarebbe arrossita) da un fischio che, ahimè, rileva in modo così marcato una sua qualità meramente fisica, ma non direi che debba sentirsi offesa, e meno che mai vittima di una violenza; spero sia attrezzata a sopportare questa che, per quanto rozza e inopportuna, è solo, da che mondo è mondo, un segnale di ammirazione.

Si parla molto, in questi giorni, del rapporto tra uomini e donne, di violenza, stupro, molestie, soprattutto in ambiente di lavoro. Non voglio addentrarmi in tali complicate e drammatiche questioni. Se ne occupa già un nugolo piuttosto cospicuo di “esperti”, anche molto agguerriti. Dico solo che qua e là, nei giorni scorsi, m’è parso di notare una certa confusione: non mi sembra bello, per chi è stato vittima di un vero stupro, essere più o meno indirettamente equiparata all’attrice che, per calcolo o per voluttà, decide di concedersi per una sera alle pressioni del suo regista o produttore. Distinguerei con grande cura!

Userei anche una certa attenzione a non dare l’idea che ogni avance maschile sia già in qualche modo una forma di violenza, come non mi ha mai convinto l’idea, molto di moda mezzo secolo fa, che la trasmissione culturale sia una forma di “violenza simbolica”. Mi viene paura che, a forza di sentirsi accusati di violenza, gli uomini si prendano paura; non tanto che si tengano lontani da noi donne, ma decidano che è più prudente e saggio smettere quella pratica antica ma, almeno da noi popoli mediterranei, molto consueta e diffusa che si chiama corteggiamento. Mi dispiacerebbe. E non per ragioni nostalgico-passatiste, ma per ragioni, direi, letterarie.

Mi sembra che il corteggiamento sia, innanzi tutto, un’attività piuttosto gratuita, faccia parte cioè di quella visione della vita che è il contrario dell’utilitarismo, e si avvicina semmai all’idea di spreco. Una forma di generosità di sé, in qualche modo. Uno “si spreca”, si butta via, si dà all’altro e si com-promette (attraverso parole, gesti, doni). Si gioca la faccia, in poche parole. È vero che in genere si corteggia per ottenere un favore, ma è anche vero che si sa perfettamente di rischiare l’insuccesso, il rifiuto, il non conseguimento del fine. Corteggiare risulta quindi, in qualche misura, qualcosa di fine a se stesso, che trova in sé il suo senso compiuto, fuori da ogni concreta realizzazione. È un investimento a perdere, un desiderio assoluto, cioè sciolto, svincolato. È una delle forme supreme della felicità, qualcosa che, per la sua miscela di libertà, rischio, imprevedibilità, improvvisazione, sembra contenere in sé tutti gli ingredienti che Ortega y Gasset, in uno dei suoi scritti più suggestivi, ritrovava nell’attività venatoria (Discorso sulla caccia, 1942).

Ed è qualcosa che ha molto a che fare col tempo, si nutre di tempo, e si svolge in un tempo, che può essere anche molto lungo. Un corteggiamento può durare anni. E si basa sull’attesa: prelude a un tempo che non c’è ancora e potrebbe non esserci mai. Il corteggiamento convoca quel tempo futuro, lo pre-figura, distogliendoci dal mero e piatto presente, dalla limitatezza di ciò che avviene per certo, e soltanto in concreto.

Nelle forme più alte, corteggiare è una semplice dichiarazione di… ammirazione. Ammirare. Mirare, guardare. Implica di per sé distanza. Stare da lontano a guardare la tua bellezza, le tue qualità, fisiche e non. Ad-mirarti. L’amore da lontano, di provenzaleggiante memoria. Quell’amor cortese (appunto! l’origine etimologica è sempre la corte) che ha fondato tutta la nostra poesia d’amore dallo Stilnovo in poi. Ci si innamorava anche solo per sentito dire, di una donna lontana e mai vista e che mai si potrà incontrare. O si amava una donna sposata ad altri, o addirittura morta. Comunque assente, irraggiungibile, inarrivabile, perduta per sempre. Un amore sublimato e traslato. Non attuato. Trasferito, per esempio, sulla scrittura. E differito. Sognato, immaginato. Insomma, la vittoria dell’astratto, del fantasticare, del fantasma. Non ti posso avere, non ci sei, non sei vera: ma scriverò di te tutta la vita. Petrarca, Dante…

Non vorrei però deviare eccessivamente dal tema. Troppo facile buttarla sul letterario. E allora racconterò un piccolo aneddoto mio personale. Ho vissuto un anno in Svezia, quand’ero molto giovane, e subito all’inizio mi capitò una serata strana. Un collega mi invitò a cena a casa sua. Era un bel giovane del Nord della Svezia; non ero particolarmente attratta, ma molto curiosa, e mi parve bello fare un po’ amicizia. Ci andai, a piedi; era una piacevolissima serata nevosa. Dopo cena quel ragazzo, che non ricordo come si chiamava, mi chiese di andare a vivere con lui, in quella casa. “Ho bisogno di una donna”, mi disse. Fu più o meno questa la frase che usò. Rimasi basita. Ma come? Pensai: questo tale finora, in ufficio, non mi ha quasi mai rivolto la parola, ora m’invita a cena, è la prima volta che ci vediamo, non mi dice se gli piaccio, se si è innamorato di me, non prova a baciarmi, non mi sfiora neanche una mano, neanche per sbaglio, e poi su due piedi, tranquillamente seduti qui in salotto, mi chiede se vengo a vivere con lui? Ma cosa vuol dire?

Mi guardai intorno e, siccome notai per casa un certo disordine, gli risposi: Sì, vedo che hai bisogno di una donna: ma delle pulizie…

Non fui gentile, lo so. È che non ci capii nulla. Semplicemente lui aveva usato un codice che non era il mio, e che mi era totalmente oscuro. Popoli del Nord e popoli del Sud? Può darsi. Non mi aveva corteggiata, ecco tutto. Non aveva messo in atto tutta quella serie di gesti strategici che devono durare un certo tempo e ti preparano, ti fanno capire e non capire, accennano, alludono: ti inducono insomma a una comprensione di cui però non sarai mai certa.

Il corteggiamento apre alla fantasia. Immette in zone narrative illimitate, e libere. Segnali lampeggianti, bagliori, flash. Lettere, messaggini, fiori, cenette, passeggiate, con gelato o senza, piccoli (o grandi) regali, peluche, orecchini, diademi… Non importa cosa, come. Il corteggiamento è tutta una complessa, articolata e suggestiva costruzione fantasmagorica di un senso alluso, posticipato, mai chiarissimo, anzi, ambiguo (com’è ambiguo il linguaggio poetico, appunto), sospeso, intermittente, depistante. E sommamente affascinante. È come entrare al Luna Park, e prender posto sul trenino fantasma: tutto buio, ogni tanto ti sembra che qualcuno o qualcosa ti tocchi, ti sfiori i capelli, ogni tanto un angolo s’illumina e poi si spegne, a ogni curva ti chiedi cosa ti aspetta.

Il corteggiamento è teatro, poesia, narrazione romanzesca. Differisce qualcosa nel tempo, costruisce un’attesa, presuppone un altro e un altrove. In questo senso è letteratura: perché è metafora, porta il senso al di là, lo devia dal letterale, trasfigura, trasporta. È tutto ciò che si oppone alla concretezza bieca, alla lettera di un senso subito chiarito, compreso perché piattamente univoco.

Il ragazzo svedese del Nord, non avendomi corteggiata, mi privò di tutta quell’apertura fantasiosa e ambigua. Fermò la realtà a quel che era. Troppo poco, per me. Mi accompagnò a casa nella notte, nella neve ormai altissima. Gentile, educato. Forse mi avrebbe amato, chissà. Forse avremmo davvero felicemente vissuto insieme. E forse è stato solo un vuoto di parole, che mi ha respinta, una mia incapacità, un mio eccesso di desiderio simbolico. L’amore per la letteratura gioca brutti scherzi.

Insegnavo proprio Letteratura Italiana, lassù, in una bellissima e antica Università. Avevo allievi sui vent’anni. Soprattutto allieve, di cui diventai anche amica. Mi capitò quindi di andare a casa di alcune di loro, e di notare la foto del loro fidanzato, da qualche parte, ben incorniciata: quasi tutte avevano il fidanzato italiano, del Sud Italia. Mi colpì molto. Vedevo quelle foto di ragazzi bruni, dai capelli e dalle barbe folte, ispide, nere. Molti erano pescatori isolani, bruciati dal sole. Mi parvero così in contrasto, quelle immagini, con la fisionomia eterea, allampanata e bionda delle mie allieve svedesi che un giorno ne chiesi conto a una di loro: Ma si può sapere perché avete tutte il fidanzato italiano? Sorrise, e mi svelò l’arcano: Chiaro, mi disse, da voi gli uomini sanno corteggiare.

Non vorrei che adesso, a poco a poco, gli uomini diventassero tutti nordici. Vorrei che ci invitassero ancora a cena, ecco. A una cena tranquilla e serena in cui, sì, tutto può succedere, sia che ci si lasci con una stretta di mano sulla porta, sia che si finisca a passar la notte a casa dell’uno o dell’altra. Senza che ci si debba vicendevolmente tutelare, magari con un contratto preventivamente stipulato, una specie di consenso informato. Come in ospedale, prima di un’operazione.

Tutelarsi, sempre? Abbiamo battezzato in tanti modi l’epoca in cui viviamo: società dello spettacolo, dell’intrattenimento, società liquida. Aggiungerei “società del ricorso”. Viviamo sul chivalà, sospettosi, infidi, pronti a rivalerci, accusare, denunciare. Il genitore dell’allievo bocciato denuncia l’insegnante, il figlio del malato che non guarisce denuncia il medico. Mai il caso, la sfortuna, il destino, o la propria responsabilità. Sempre vittime di errori e ingiustizie, mai soggetti attivi della nostra vita. Né disposti ad accettare gli eventi, casuali, inevitabili; ad aprirci all’imprevedibilità, a sorprenderci e lasciarci andare all’imprevisto, accettando quel che ci viene. Non abbiamo più nessun’idea trascendentale, e magica, dell’esistenza. Forse per questo ci accusiamo-denunciamo l’un l’altro.

Comunque, sono rimasta in Svezia solo un annetto: ho disdetto il mio contratto (biennale e rinnovabile), e son tornata in Italia. E siccome lassù avevo buone possibilità di proseguire la carriera accademica, potrei dire questo (se non credessi alle scelte e al destino): che devo la mia mancata carriera a un uomo che non mi ha corteggiata.

Articolo pubblicato il 26 novembre 2017 su Il Sole 24 Ore



Non giocate col passato

Abbiamo oggi, col passato, rapporti strani e contorti. Non sappiamo se amarlo e farlo rivivere in noi, o liquidarlo gettandolo in una specie di dimenticatoio collettivo. Non sappiamo se rievocarlo o affondarlo, se ritenerlo necessario e proficuo o fastidioso e nocivo.

Elenco qui di fila alcuni segnali:

  • in America stanno pensando di rimuovere la statua di Cristoforo Colombo, in quanto simbolo della colonizzazione americana, strage di indiani, eccetera;
  • una studiosa americana pensa di abbattere tutti gli edifici dell’epoca fascista;
  • la Boldrini propone di cancellare la scritta DUX dai monumenti di Roma.

Aggiungo un aneddoto personale. Tempo fa mi capitò di parlare con un giovane italiano di talento che studia in Inghilterra. Gli era stata proposta un’ottima borsa di studi, peccato che fosse intitolata a un noto schiavista (nonché sovvenzionata dai suoi fondi), quindi la rifiutò indignato dicendo anche che si sarebbe battuto insieme ad altri perché tali borse fossero cancellate.

Sullo stesso piano mi paiono i tentativi di revisionare i testi e le immagini del passato. Nelle favole vogliamo espungere il Principe Azzurro, simbolo di un retaggio antifemminista. Censuriamo i versi di Dante in cui trapelino espressioni offensivi verso il mondo arabo e la sua religione. Nei film degli anni 50 tagliamo le scene dove l’attore fuma. Nei libri di Cesare Pavese mal tolleriamo la parola “negro”, che all’epoca era normalmente usata.

Tutto ciò è davvero molto interessante, e sorprendente.

Sembra che tutti noi siamo affetti da una paura retrospettiva. È come se non ci sentissimo capaci di reggere: posti di fronte a Humphrey Bogart che fuma, non siamo più capaci di non fumare? È questo?

Ci sentiamo offesi e minacciati dal passato.  Ci ho pensato un po’ su. Come può essere che il passato ci offenda e ci minacci? Poi ho capito. È che noi compiamo il gesto davvero stravagante, e discutibile, di portare di peso il passato nel presente: a quel punto ci offende. Se lasciassimo il passato nel passato, non ci sarebbe nessun problema. Sentirci offesi, o minacciati o aggrediti o messi in discussione dal passato, infatti non vuol dire che questo, che stiamo prendendo qualcosa che appartiene a un’epoca precedente (e che in quell’epoca era neutra, direi innocua, non aveva alcun senso offensivo: vedi “negro” in Pavese o l’attore che fuma), e lo stiamo trasportando arbitrariamente nell’epoca in cui viviamo, nei nostri giorni, dove la sensibilità è cambiata, il mondo non è più quello; e poi, avendolo trasportato fino a noi, a quel qualcosa attribuiamo le regole, i principi, gli stili che caratterizzano oggi il nostro vivere. Ovvio, dunque, che determinate cose di allora possano infastidirci. Ma l’errore sta a monte, ed è nostro. Mi ricorda un po’ quando i cattolici mettevano le mutande ai nudi delle grandi opere pittoriche del passato…

È come se volessimo trasformare tutto quel che ci precede a immagine di quel che oggi ci piace e ci sembra equo, corretto, nobile, civile.

È strano, perché predichiamo a destra e a manca quanto sia bene contestualizzare sempre e comunque, collocare ogni cosa nel suo contesto, capire l’epoca, l’ambiente… E poi invece decontestualizziamo allegramente come niente fosse.

Per dire, non dovremmo più leggere Moby Dick e nemmeno citarlo o ricordarlo tra i capolavori della letteratura universale, visto che uccidere animali e andare a caccia ci pare oggi insopportabile e del tutto deprecabile. Pensate alla tragedia della balena bianca, sempre inseguita, braccata, arpionata… Magari ha dei bambini…

Bene. Se qualcosa non ci piace del passato, lo azzeriamo. Contemporaneamente mi par di scorgere un movimento esattamente eguale e contrario: se qualcosa del passato ci piace, non esitiamo a ripescarlo tal quale e riproporlo identico, del tutto decontestualizzato, come se fosse sempre attuale, o avesse una valenza atemporale e assoluta. Per esempio: continuiamo a chiamare “fascisti” gli esponenti della parte politica avversa, o persone che semplicemente non aderiscono al pensiero progressista dominante; invochiamo, per illustrare i principi che animano una riforma innovativa (v. scolastica), opere e autori di cinquant’anni fa (v. don Milani); celebriamo “giorni della memoria” perché non si dimentichino certi gravi avvenimenti della storia.

Mi sembra che ci giochiamo il passato un po’ come ci pare, a seconda delle nostre convinzioni del momento, spesso dettate da un sentire collettivo che ci fa da diktat. Se ci fa comodo lo ricordiamo ed esaltiamo; se non ci piace, lo cancelliamo.

Credo che dovremmo avere un atteggiamento più sereno e distaccato. Soprattutto, prendere il passato per quel che è: passato. Ricordarlo, studiarlo, ma non stravolgerlo a nostro uso, non attualizzarlo (nel bene e nel male), e meno che mai rimuoverlo.

Facciamo una prova. Prendiamo Mao. A me personalmente non piace Mao, non mi piace nulla di quel che ha fatto, 50 milioni di morti, la rivoluzione culturale e tutto il resto. Ero molto perplessa, per non dir altro, quando i miei compagni liceali, negli anni ’70, inneggiavano al suo libretto. Ora, mettiamo che la mia migliore amica si tenga appeso in camera un manifesto di Mao. Non me n’ero accorta, o non lo sapevo, entro in camera sua vedo Mao sul muro, e mi turba moltissimo. Magari gliene parlo indignata, ma non mi verrebbe mai in mente di ordinarle di togliere quel poster, meno che mai di vietarglielo con una legge. Semmai potrei dire che non la voglio più, un’amica così, che non posso avere niente in comune con lei. Sarebbe nei miei diritti. Sarebbero fatti miei, se decido di essere o non essere amica di qualcuno che si tiene Mao in camera. Potei preferire una che si appende al muro Garibaldi. Ma sono, lo ripeto, fatti miei. Pertengono alla mia coscienza, alla mia storia. Non intaccano il passato, dove, c’è stato tanto Garibaldi quanto Mao. (Stesso discorso, ovviamente, per la statuetta di Mussolini…).

Quel passato io non posso negarlo, o stravolgerlo. E nemmeno santificarlo e celebrarlo, secondo me. C’è stato, e ha una sua esistenza fissata per sempre, ma collocata in un preciso spazio temporale. È il passato. E il passato ha questo di buono, e di innegabile: è stato, non si può cancellare. Ma, anche, non c’è più: quindi nemmeno si può attualizzare. Essendo il passato, non è il presente.

***

Riflettevo in questi giorni anche su un altro fenomeno, solo apparentemente distante. Riguarda i libri di saggistica che oggi si pubblicano, spesso di autori giovani, scrittori o giornalisti che siano. In genere non contengono riferimenti bibliografici. Nessuna nota, nessuna citazione.

Tali nuovi autori affermano tesi, discutono concetti, propongono idee, come se fosse tutta roba loro, nuovissima, inedita, originale: pensata da loro per primi in assoluto nella storia dell’umanità. Sembrano non essere minimamente a conoscenza dei libri, spesso importanti, noti, autorevoli, che li hanno preceduti, scritti magari da mostri sacri della tradizione, o anche solo da autori più anziani di una ventina d’anni. Niente, tutto sparito. Vale anche per i nuovi lettori, anch’essi ignari che quel che leggono abbia radici in libri precedenti. Così, può capitare che esca un saggio che ripete le tesi di un saggio uscito anche solo cinque anni prima, e venga salutato come nuovo e completamente originale.

Non credo sia (solo) ignoranza. E nemmeno sciatteria intellettuale. Credo si tratti di un vero e proprio stile.

Sia chiaro, la saggistica colta è sparita da tempo dai nostri orizzonti, o si annida oggi in certe nicchie buie e introvabili, e non è certo mia intenzione sperare che resusciti. Dico solo che la consuetudine di citare quelli prima di noi è scomparsa. Oggi ci piace essere leggeri ed estemporanei, diretti, comunicativi. Ci piace una prosa quotidiana, un parlato-vissuto, una forma di dichiarata “ingenuità”. Complice lo stile “social”, il rap, il pop. Certo. Fa tutto parte di una evoluzione, o involuzione, dipende dai punti di vista: comunque, è il nuovo stile dei nostri tempi. Niente da dire. Io stessa dovrei fare un bell’esame di coscienza, essendo partita, nei miei anni giovanili, da una saggistica accademica, in cui non si potevano scrivere due pagine senza citare almeno dieci titoli: nessuna affermazione aveva valore se non era suffragata da testi precedenti che la confermassero o la contrastassero. Bisognava mostrare di essere a conoscenza dell’enorme passato che stava dietro di noi, non si poteva scrivere partendo da zero, nascendo in quel momento: nessuno era appena nato, ognuno di coloro che scrivevano avevano ben chiaro di essere solo l’ultimo anello di una catena sterminata. Anzi, scrivere (in ogni ambito, non solo saggistico) forse era proprio quello: inserirsi in una tradizione. Con tanto di inevitabile modestia e umiltà. Ricordo che mi pesava un po’, allora, non essere libera di dire direttamente quel che avevo pensato; mi pesava dover accompagnare ogni mia affermazione critica da citazioni e note a piè di pagina infinite, la trovavo un’inutile esibizione di cultura, un mostrare i muscoli per ottenere plauso presso i pochi eletti o gli addetti, soprattutto un laccio che imprigionava il fluido e naturale sgorgare di pensieri personali. Non escludo sia stata questa una delle ragioni del mio allontanarmi dalla scrittura saggistico-accademica.

Mi sembra però il caso almeno di notare ora questa nostra nuova tendenza, nonché i suoi eccessi. Forse fa parte di quella cancellazione del passato di cui dicevo sopra. Nulla prima di me. Noi unici sopravvissuti di un mondo saltato per aria. Ci dev’essere stata una deflagrazione da qualche parte, in un certo momento, che ci è sfuggita. Intorno a noi solo macerie. E noi siamo i nuovi, i primi. Tutto ricomincia. Tutto può essere di nuovo detto come se fosse la prima volta. Meraviglia del mito delle origini, il culto del primitivo, l’età dell’oro, le origini del mondo e l’umanità bambina che incomincia a camminare su due zampe. Sì, c’è qualcosa di molto affascinante e travolgente in tutto ciò.

Due rischi, però. Che nulla più esista del nostro passato, che nessuna tradizione sia riconosciuta, che neanche un briciolo di autorevolezza sia dovuta ai grandi prima di noi. La grandezza non esiste, non siamo debitori a nessuno. È possibile che ci prenda un’euforia da padreterni, ma anche un forte senso di smarrimento.

Il secondo rischio è che tutto ciò sia vero anche all’inverso, cioè se ci mettiamo noi dalla parte degli autori: nulla durerà di noi, nulla di quel che avremo detto, pensato, scritto sarà mai ricordato, per più di qualche mese, forse. Il problema non è che non saremo citati (riusciamo a superare qualche piccolo sgarbo alla nostra vanità), quel che disturba è la fastidiosa percezione di una forza che malgrado noi ci travolge. Tutti presi nella stessa corrente che porta via tutto in una sorta di oblio cosmico.

Oblio collettivo, molto democratico sì, ma oblio.

L’inutilità del singolo, di ogni suo operato. L’inutilità della storia stessa, dunque.

E siamo arrivati alla vanità del tutto.

Mi par di ricordare che qualcuno l’abbia detto prima di me…

pubblicato sul “Domenicale del Sole24ore” il 29 ottobre 2017



Ipotesi sulla disuguaglianza

A scuola vanno bene solo i figli di papà.  Studiano solo i ragazzi nelle cui case ci sono libri. Vanno al liceo e si laureano solo i figli di coloro che sono andati al liceo e si sono laureati. La scuola è classista, ben poco democratica, non fa da ascensore sociale, non è in grado di colmare le disuguaglianze di partenza, non fa che certificare e riprodurre privilegi e differenze. Il figlio del notaio fa il notaio, il figlio dell’idraulico fa l’idraulico.

Questa mi pare, in riassunto, la tesi di chi ritiene che la scuola debba essere democratica, includere tutti, e soprattutto dare a tutti pari opportunità azzerando la disparità delle condizioni di partenza. È un’idea che ha animato la scuola, e la politica, almeno da un cinquantennio, e mi pare debba essere più che mai perseguita. Con qualche precisazione e variante, però.

Intanto no, il figlio dell’idraulico non fa quasi mai l’idraulico. Si diploma e spesso va all’università. Ma spesso non la finisce (vedremo poi perché).

Il figlio del notaio invece sì, è quasi certo che farà il notaio (sempre che abbia voglia di studiare, se no si fermerà a fare solo l’avvocato). Ahimè, questo è drammaticamente vero. Ho detto in più luoghi che mi piacerebbe un mondo in cui il figlio dell’idraulico possa diventare notaio, se vuole. Ma anche un mondo in cui il figlio del notaio diventi idraulico, se non ha voglia di studiare o non ne ha le capacità. Non ci siamo ancora. Succede, spesso, la prima. Non succede mai (tranne rarissime eccezioni che io non ho il bene di conoscere) la seconda.

Perché?

Qui si gioca la questione. La stragrande maggioranza, direi la totalità dei sostenitori della “scuola democratica” (ma chi mai potrebbe essere per una scuola non-democratica…?) è convinta, oggi come ieri, che a bloccare gli studi dei ragazzi svantaggiati economicamente e socialmente sia proprio la loro condizione di partenza: impossibile studiare e raggiungere la meta (diploma, laurea e quindi professione adeguata) se si è nati in una famiglia poco abbiente.

Credo sia così. E i dati lo confermano.

Credo altresì che la controprova sia vera: chi nasce bene va avanti. Chi appartiene a una famiglia medio-alta e ha le risorse (economiche, culturali e relazionali) arriva comunque, quasi sempre, a fare il liceo e a laurearsi. E ci arriva, questo ragazzo-bene, anche qualora non abbia mai avuto la minima voglia di studiare, non abbia quasi mai aperto un libro, abbia raccolto una serie infinita di insufficienze, debiti, giudizi sospesi e anche bocciature: va avanti lo stesso, sicuramente con qualche fastidio e intoppo, ma va avanti.

Uno dei più potenti, scandalosi e immorali motori del suo avanzamento sono le lezioni private. Quel cumulo sterminato e inenarrabile di ore alla settimana che per anni (per anni!) i suoi genitori lo hanno costretto a fare, presso insegnanti che al mattino insegnano normalmente in scuole statali e al pomeriggio danno tranquillamente lezioni private in nero, fornendo ai loro allievi clandestini e abbienti, svogliati e apatici, tutto l’aiuto assistenziale e personalizzato che serve loro per “passare” l’anno.

Aiuto che arriva sempre a buon fine. Eh sì. Chi prende selvaggiamente lezioni private dalla prima liceo fino alla laurea ce la fa: si laurea, spesso anche bene! Pur essendo stato un pessimo studente, che non ha mai aperto un libro, mai ascoltato una lezione, mai preso la sufficienza in certe materie (quelle difficili), non importa: al pomeriggio c’è qualcuno che lo guida, lo tallona, gli sta dietro, gli tiene la manina per fare i compiti, per passare interrogazioni, esami. Alla fine ce la fa, certo che ce la fa. Sto elogiando le capacità degli insegnanti double face, statali al mattino e privati al pomeriggio? No, non è (solo) il loro talento e la loro pervicace pazienza. È la palese dimostrazione che l’unico vero metodo didattico che funzioni è stare alle calcagna tutto il giorno tutti i giorni a ogni singolo ragazzo. È il trionfo dell’istitutore privato. La scuola sarà mai in grado di emularlo, con i suoi 30 ragazzi per classe…? (Certo, detto tra parentesi, un primo passo potrebbe essere che l’insegnante, al pomeriggio, invece di ricevere a casa propria i signorini in nero, rimanga a scuola, non a sbrigare burocratiche faccende o partecipare a inutili commissioni, ma dedicandosi a un serrato coaching face to face con i propri allievi del mattino, quelli più in difficoltà, aiutandoli gratis… ).

All’università, sembra incredibile, stessa cosa! I ragazzi prendono lezioni private anche durante gli anni d’università! È un fenomeno piuttosto recente, e agghiacciante. Ragazzi ventenni che non riuscirebbero a passare gli esami, soprattutto quelli più difficili, in corsi di laurea duri, vanno a lezione privata come imberbi adolescenti! Lezioni pagate dai genitori. Notai. Ingegneri. Avvocati. Che vogliono che i figli facciano i notai, gli avvocati, gli ingegneri. E ci riescono! I loro figli ce la fanno. Fotocopia dei padri. Un po’ aiutati…

È questo lo scandalo.

L’ho visto con i miei occhi, insegnando per 35 anni. E l’ho denunciato sempre, ogni volta e in ogni luogo abbia potuto farlo. È la vergogna della scuola, e della società, italiana.

Va bene, la tesi “democratica” è dunque più che confermata: le origini e l’ambiente contano. Cose risapute. E ripetute fino alla nausea. Ma la loro tesi si ferma qui. Non mi basta, mi sembra ne manchi un pezzo molto importante. Un aspetto che viene sempre trascurato. Un “piccolo dettaglio” che da anni cerco di mettere in evidenza. E che è anche la ragione per cui, nonostante queste mie idee vadano inequivocabilmente verso l’idea di una scuola molto democratica (mi vien da dire iper-democratica!), io non sia così d’accordo con i sostenitori standard, tradizionali e istituzionali, della scuola democratica.

Questo aspetto trascurato, questo minuscolo dettaglio, è… la preparazione. Il livello di studio. La qualità e quantità delle “cose” insegnate-imparate.

Torno al figlio dell’idraulico (perché di lui ci importa, no?) e formulo la mia ipotesi: se spesso non arriva a laurearsi, forse non è soltanto perché è figlio dell’idraulico (ipotesi vecchia, datata, fortemente ideologica: insomma, troppo facile!); forse non fa il liceo e non arriva a laurearsi… perché non ci riesce. E non ci riesce perché ha fatto una scuola che non lo ha preparato abbastanza.

Ecco. Per questo mi arrabbio da una ventina d’anni (una ventina d’anni, direi dalla riforma Belinguer in poi: governo progressista, incredibile!). Perché io questo ho visto, nella scuola. Ho visto ragazzi (non solo figli di idraulici, ma figli di quella classe media non così svantaggiata ma neanche così agiata) che arrivano in prima liceo totalmente digiuni delle nozioni basilari, di quel minimo di conoscenze dovute e, soprattutto, necessarie ad andare avanti negli studi.

È vero, sto parlando dei ceti medi e medio-bassi, e non dei veri svantaggiati delle vere zone disagiate, da Cinisello a Secondigliano, tanto per intenderci. Mah… intanto ognuno parla di quel che ha sotto gli occhi. Io non ho insegnato in periferia o in zone segnate da droga, camorra e povertà. Mea culpa? Ho insegnato in licei di provincia, medi. Ho visto e incontrato la medietà. La normalità, se volete. Che però è l’80% degli studenti di un liceo. Scusate se mi sono occupata solo di loro…

Questo non implica che io non riconosca l’enorme problema di portare istruzione e cultura là, soprattutto in quei luoghi. Ma quel che voglio denunciare è un’altra cosa (che riguarda, lo ripeto, almeno il 70-80% della popolazione scolastica, non mi par poco!): una scuola abbassata, facilitata, non aiuta le classi medio-basse. Abbassare il livello culturale dello studio non è democratico, anzi, è il contrario: è il gesto più antidemocratico e classista! Favorisce i ricchi e i privilegiati, che possono non studiare e, grazie a fenomeni quali le lezioni private a gogò, ce la faranno sempre.

Bisogna rendere in grado i “poveri” (gli umili, gli svantaggiati, i ceti meno abbienti) di fare le scuole migliori. Rendere in grado! Un ragazzo non potrà fare il liceo se noi per 8 anni (5 di elementari e 3 di medie) non gli abbiamo insegnato quasi niente o, se gli abbiamo insegnato qualcosa, poi non abbiamo anche deciso di esigere e di pretendere che lui le sapesse, quelle cose! Non farà né il liceo né l’università, un ragazzo, se non sa scrivere, se non sa fare un discorso compiuto, se non sa capire il senso (profondo, sfumato, metaforico, ironico…) di quel che legge, e se non sa ripetere con parole sue quel che ha studiato. Siamo stati noi a farne uno svantaggiato, uno che non parte uguale, che non ha le stesse opportunità iniziali. Siamo noi i colpevoli. Noi!

Ma non ho le prove.

Posso solo dire che questo ho visto, nella mia esperienza pluriennale di insegnante, soprattutto negli ultimi vent’anni, da inizio millennio a oggi.

Vorrei le prove. Vorrei che qualcuno mi dimostrasse, attraverso i dati, se ho ragione o no, se è vero che c’è anche questa componente a svantaggio degli svantaggiati, non solo l’estrazione sociale, l’handicap famigliare e ambientale, ma anche l’enorme buco di conoscenze e cultura di cui noi, come insegnanti e governanti, siamo drammaticamente responsabili.

 Vorrei che si riuscisse a mostrare che questa è una delle ragioni, se non la ragione principale, di quella che chiamiamo “dispersione scolastica”. Intanto, vorrei dire che i ragazzi “si disperdono” in vario modo: non solo abbandonando per sempre la scuola, ma anche cambiando scuola, essendo cioè obbligati a scegliere scuole degradate (i due anni in uno, le scuole online, o il professionale-tecnico invece del liceo). Ho visto, in questi anni, decine di ragazzi, miei allievi, che a metà anno erano costretti a lasciare la classe dove si trovavano benissimo, il liceo che avevano scelto, perché non ce la facevano, perché non avevano le basi: mai letto un libro, mai fatto grammatica, mai scritto un tema… Molti di loro avevano le lacrime agli occhi, lasciando i compagni e noi insegnanti. E tornavano poi ogni tanto a salutarci, negli anni successivi, con nostalgia, con un barlume di rimpianto.

Non è giusto. Non dovrebbe succedere. Dovremmo rendere tutti in grado di fare la scuola che vogliono. E invece cosa facciamo per questi ragazzi che noi abbiamo perduto? Corsi di orientamento e ri-orientamento! È questo il nostro ipocrita e fallace sostegno ai ragazzi che non ce la fanno, non troviamo altro modo di aiutarli se non depistandoli: ri-orientandoli!

E non è dispersione scolastica, questa? Tali ragazzi “si disperdono” altrove perché non hanno le basi per andare avanti, perché in prima liceo non sono in grado di capire un libro di testo, e non sanno niente di storia, geografia, matematica…. Eppure hanno fatto 8 anni di scuola. Non possiamo lasciarli uscire così impreparati dopo 8 anni di scuola! Allo stesso modo, all’università non sono in grado di affrontare gli esami (se non quelli più facili delle facoltà cosiddette deboli, la cui laurea però non li porterà purtroppo da nessuna parte), per cui s’iscrivono, arrancano un anno o due e poi mollano. Per questo mollano: per questa loro inadeguatezza cognitiva e culturale, che è il risultato delle scelte scriteriate che noi abbiamo compiuto nella scuola, soprattutto, lo ripeto, negli ultimi vent’anni. Mollano a causa della scuola che noi abbiamo deciso per loro, non è il colmo?

Sono solo mie impressioni, interpretazioni personali, illazioni? Può darsi. Volevo solo formulare un’ipotesi un po’ diversa sulla disuguaglianza, ecco.

Ma se mai ci fossero le prove che quel che dico è vero, sarebbe più che mai il caso di cambiare rotta e, affinché la scuola sia veramente per tutti, provare ad innalzare il livello degli studi, negli anni dell’obbligo scolastico, fin dalla prima elementare. Sarebbe nostro dovere, credo. Porgendo anche infinite scuse, ai ragazzi e alle loro famiglie.