L’affaire Scalfari. Di Maio o Berlusconi?

Anch’io sono rimasto sbalordito, incredulo, senza parole. Ma non perché Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica (e maestro riconosciuto di quel mondo), abbia osato dichiarare, o quantomeno far intendere, che Berlusconi è meno peggio di Di Maio, bensì per le reazioni che quella dichiarazione (rilasciata in tv, rispondendo a una domanda di Giovanni Floris) ha suscitato nel mondo che intorno a Repubblica è cresciuto e ha prosperato.

Reazioni scomposte, violente, cattive, intrise di disprezzo. C’è chi è arrivato a dire che un commento adeguato costringerebbe a usare il turpiloquio, e comunque non si è trattenuto dal qualificare la presa di posizione di Scalfari come “indecente”, frutto di una “parabola reazionaria”, ormai approdata su “lidi di ignominia che rinnegano e azzerano ogni suo merito progressista pregresso” (Flores D’Arcais). C’è chi non ha avuto nemmeno questa delicatezza, e ha attribuito l’uscita di Scalfari all’età e alla vanità, ovvero alla voglia di “riconquistare la scena” (Carlo De Benedetti, in una livorosa intervista rilasciata al “Corriere della Sera”). E vi risparmio le decine di invettive e offese reperibili sul web, come quelle che in questi giorni aprono il blog di Beppe Grillo, ove Scalfari è un “servo del Pd”, uno che “ormai è solo un vecchio ottuso e testardo, irrecuperabile che vomita oscenità”.

Ma anche la reazione del suo giornale e del suo ex editore (De Benedetti ha regalato il Gruppo L’Espresso ai figli) fa riflettere. Subito dopo l’uscita di Scalfari in Tv Repubblica ha cercato di mettere una pezza pubblicando un articolo di precisazione dello stesso Scalfari, che avrebbe dovuto rassicurare ma non ha rassicurato nessuno, perché non conteneva affatto l’auspicata marcia indietro ma solo l’assicurazione che non avrebbe mai commesso peccato mortale (votare Berlusconi). E pensare che, quando eravamo entrambi a “La Stampa”, e io mi stupivo delle diversità di opinione dei suoi editoralisti, era stato proprio Mario Calabresi a spiegarmelo: “un giornale non è una caserma”.

Quanto a Carlo De Benedetti, non ha trovato di meglio che affermare che l’uscita di Scalfari ha “gravemente nuociuto al giornale”, come se Repubblica fosse un partito, e il pluralismo delle opinioni, anche le più paradossali, non fosse un bene prezioso.

Perché mi soffermo su questa vicenda?

Ci sono due ragioni, una privata e l’altra no. La ragione privata è che conosco Eugenio Scalfari fin da quando ero un ragazzo, sono legato a lui e alla sua famiglia (a partire dagli indimenticabili Giulio e Maria De Benedetti) da un profondo affetto, e sono rimasto colpito, quasi ferito, dalle offese che negli ultimi giorni gli sono piovute addosso da persone che, fino a un attimo prima, lo incensavano ed erano nella cerchia dei suoi più stretti amici e compagni. Se una cosa ho imparato nei miei anni giovanili, quando l’università era ancora un posto speciale, e a Torino potevi incontrare decine di veri maestri, è che la stima e l’ammirazione per una persona si riconoscono da questo semplice gesto: quando il tuo maestro dice qualcosa che ti sembra del tutto sbagliato, anziché chiederti se è impazzito lui, ti chiedi, prima, se non sei tu che stai sbagliando qualcosa.

Anche Paolo Mieli, qualche giorno, ha detto qualcosa di simile proprio a proposito di Scalfari. L’ex direttore del Corriere della Sera, intervistato da Lilli Gruber a “Otto e mezzo”, ha detto più o meno così: se una cosa del genere fosse successa al Corriere, come direttore non avrei chiesto a Scalfari un intervento di rettifica, ma piuttosto di spiegare, approfondire, sviluppare un pensiero. In altre parole: aiutare noi, che diciamo di rispettarlo, a capire se effettivamente dissentiamo da lui, o c’è qualcosa che noi stiamo trascurando, qualcosa che ci sfugge alla nostra mappa del modo reale.

Ecco perché difendo Eugenio Scalfari. Lo so, lui ha duramente criticato il mio libro più noto (Perché siamo antipatici, 2005), anzi ha vivamente disapprovato il fatto stesso che io avessi osato scriverlo. E io da anni lo trovo troppo filo-Pd, come peraltro lui stesso dichiara di essere. Ma tutto questo non c’entra e non deve c’entrare. Se anche dissentissi radicalmente da lui, e condividessi al 100% le contro-obiezioni dei suoi critici, resterei della medesima idea: le idee non si combattono lapidando chi ne esprime di diverse dalle nostre.

E qui vorrei venire alla seconda ragione, quella né privata né personale, per cui mi pare valga la pena tornare sull’idea espressa da Scalfari. L’affare Scalfari ci insegna più cose di quante si riconoscano a prima vista.

Intanto ci insegna una cosa, su cui forse Scalfari stesso dovrebbe riflettere. Ai miei occhi, il modo in cui il mondo di Repubblica sta trattando il fondatore la dice lunga su quel mondo stesso. Di cui non mi colpisce tanto la cattiveria e l’animosità (fortunatamente non di tutti), ma la faziosità, l’incapacità di mettersi nei panni dell’altro, l’ostinata convinzione che, su certe questioni, una sola sia la posizione giusta: la nostra posizione. Perché noi siamo la parte migliore del paese, quella che ha visto giusto fin dall’inizio, quella che è impegnata nelle più alte battaglie di civiltà, quella che sa perfettamente che cosa è il bene e che cosa è il male. Quella, soprattutto, che non ha dubbi su che cosa sia il male assoluto: archiviato il nazismo, archiviato il fascismo, resta lui, solo lui, il cattivo per antonomasia, Silvo Berlusconi. Una sorta di pensiero unico progressista impedisce alla sinistra benpensante, che pure predica il rispetto di tutte le differenze, di fare i conti con una piccola differenza, un piccolo scarto, una piccola deviazione all’interno del proprio mondo, quella di un pensiero non completamente convenzionale, e non esclusivamente moralistico, sul nemico Berlusconi. Il mio modesto parere è che, se la sinistra è così spiazzata dal populismo, è anche perché il pensiero unico di cui è (volutamente) prigioniera le impedisce ogni vero accesso al diverso da sé, di cui le istanze populiste sono la massima espressione.

Ma c’è anche un altro aspetto che l’affare Scalfari solleva. Lo ha visto molto lucidamente Marco Travaglio che, a differenza di altri, si è ben guardato dall’attribuire l’uscita di Scalfari alla vanità, all’età avanzata, o a qualche perdita delle capacità intellettuali.

“Porto rispetto a Scalfari e gli voglio bene (…). Dopo la morte di Montanelli, le cose più dure su Berlusconi le ho lette negli articoli di Scalfari” (…).
“Mi sono ben guardato dal dire che Scalfari è anziano. Secondo me, ci sta perfettamente con la testa e ha detto esattamente quello che pensano lui e una gran parte del nostro establishment”

Come si vede, il direttore del “Fatto Quotidiano”, pur essendo il più lontano fra tutti dalle posizioni di Scalfari, ne ha molto più rispetto di quanto ne abbia la sinistra indignata, quella di Micromega, di Libertà e Giustizia, di una parte del mondo di Repubblica. Per Travaglio, Eugenio Scalfari “ci sta perfettamente con la testa”, semplicemente esprime una posizione che pur essendo “incomprensibile” (per Travaglio stesso), è comprensibilissima per altri.

E allora vediamola, questa posizione. A me pare che il nocciolo del problema stia in ciò. C’è una parte del popolo di sinistra (probabilmente la maggioranza degli elettori Pd) che ritiene che le grandi battaglie per cambiare il Paese siano quelle sulla corruzione, il funzionamento della giustizia penale, il conflitto di interesse, i diritti delle minoranze, l’accoglienza dei migranti, le coppie di fatto, la bioetica, l’ambiente, eccetera. Tutte cose che riguardano soprattutto le regole, ma spostano poche risorse.

C’è un’altra parte del popolo di sinistra (probabilmente minoritaria) che, pur non disdegnando le grandi battaglie civili, crede che il futuro si giochi su temi meno sovrastrutturali, più legati all’economia e meno ai diritti: debito pubblico, occupazione, tasse, welfare, giustizia civile, competitività. Non entro qui nel sotto-problema strettamente politico delle ricette, che possono essere modernizzanti (sinistra riformista) o nostalgiche (Sinistra Purosangue). Perché il punto non è se ci piace il Jobs Act oppure no, il punto è che, se ci si colloca in questa seconda prospettiva, più attenta all’hardware del sistema sociale che al suo software, allora tutto cambia. Allora quel che ci si chiede non è che cosa pensa Di Maio del fine vita, o dei diritti dei gay, o delle politiche di accoglienza, ma che cosa succede allo spread dei nostri titoli di Stato se al governo va una forza politica che non ha mai governato, è anti-europea, e nel suo programma ha parecchie misure che potrebbero scassare i conti dello Stato. E anche a una persona come Scalfari, che sicuramente detesta Berlusconi ma ha una formazione culturale da economista, nonché una profonda conoscenza dei delicati meccanismi delle istituzioni economiche, può venire in mente una cosa che alcuni dicono da anni: e cioè che, se parliamo di governo dell’economia, non è facile dire se, in questi 20 anni, siano stati più dannosi (o meno inefficaci) i governi di destra o quelli di sinistra. Tanto più che, per una strana congiunzione astrale, la sinistra ha sempre avuto la fortuna di governare in anni di vacche (relativamente) grasse, e la destra in anni di vacche decisamente magre.

Ecco che, allora, alcune frasi di Scalfari si capiscono. Quando, ad esempio, riprendendo un tema che ricorre in tutti i classici del pensiero politico, da Platone a Machiavelli, osserva:

La politica è una cosa diversa dalla morale. La politica non è un fatto morale, è un fatto di governabilità, questa è la politica.

O, più provocatoriamente:

Per Platone quelli che facevano la politica di una città, di un paese erano i filosofi, che cosa poi i filosofi fossero moralmente era un problema che né Platone né Aristotele prendevano in considerazione. Aristotele fu insegnante della politica sapete di chi? Di Alessandro Magno. Il quale Alessandro Magno della morale se ne fotteva nel più totale dei modi.

Con questo non voglio dire che non la si possa pensare come Savonarola, o come Flores D’Arcais, o come Travaglio, o come Ingroia. Uno può essere convinto che il prius sia la rigenerazione morale di questo orrido popolo italiano, e che tutto il resto segua. O che si debba costruire l’uomo nuovo con una rivoluzione più o meno cruenta. Anzi, arrivo a dire che, a giudicare dall’insuccesso delle infinite riforme con cui ci balocchiamo da decenni, anche i sogni palingenetici, come quelli dei Cinque Stelle, hanno una loro logica.

E tuttavia il vero discrimine non è questo. Il discrimine è che, se invece la si pensa come la sinistra che si occupa soprattutto del funzionamento dell’economia, e in più si ritiene che, finché non si riforma, il nostro paese sia altamente vulnerabile agli shock esterni, allora un’affermazione come “Di Maio è più pericoloso di Berlusconi” diventa perfettamente comprensibile, e tutt’altro che eretica. Anzi, è una frase che, semmai, deriva da un eccesso di razionalità: è la frase di chi ha la forza di mettere a tacere i sentimenti, e il coraggio di far prevalere il cervello, la cruda analisi della “realtà effettuale”, come la chiamerebbe Niccolò Machiavelli. Non posso sapere se siano esattamente questi i timori che hanno spinto Scalfari a prendere così nettamente le distanze dal Movimento Cinque Stelle, ma lo ritengo verosimile.

Quel che stupisce non è che Scalfari abbia potuto esprimere questo genere di preoccupazioni, ma è il corto circuito mentale dei suoi critici, incapaci di uscire da uno schema logico-mentale di cui sono prigionieri: se dico che A (Di Maio) è peggio di B (Berlusconi), allora implicitamente sto legittimando B.

Non so se ve ne siete accorti, ma questo virus è ormai sempre più penetrato nella sinistra benpensante. E’ lo stesso virus che, per fare un solo esempio, a suo tempo ha condotto alla lapidazione mediatica di Debora Serracchiani, rea di aver detto che lo stupro è ancora più grave se commesso da uno straniero, che tradisce la fiducia del paese che lo accoglie: qualcuno ha avuto il fegato di interpretarlo come un’attenuante per gli stupri commessi da italiani.

Eppure è una questione di logica, o forse sarebbe meglio dire di uso non malato della lingua italiana: dire che una cosa è ancora peggiore di un’altra non significa rivalutare la cosa “meno peggiore”. Significa solo esercitare la capacità di giudizio.

C’è un’ultima ragione per cui l’affare Scalfari merita di non essere archiviato. Quella presa di posizione, che io giudico semplicemente segno di coraggio e di libertà intellettuale, sta portando alla luce un tema nascosto. Un tema di cui, soprattutto nell’establishment di sinistra, non si ha il coraggio di parlare, o meglio di parlare apertamente, con la dovuta spregiudcatezza.

Il tema è questo: sul dopo voto la sinistra è divisa, e lo è precisamente sul punto che Scalfari ha sollevato. C’è una parte della sinistra, quella che fa capo a Renzi e al Pd, che pensa che, in assenza di una maggioranza autosufficiente, si potrebbe varare un governo Pd-Forza Italia. Questa possibilità non dovrebbe suscitare alcuno scandalo, non solo perché Pd e Forza Italia sono i due partiti più europeisti (o meno anti-europeisti) del nostro sistema politico, ma perché su molti punti cruciali di politica economica sono sostanzialmente d’accordo: più flessibilità sui conti pubblici, meno pressione fiscale, nessun ritorno all’articolo 18.

Ma c’è un’altra parte della sinistra, molto forte nel mondo di Repubblica, ma anche (secondo i sondaggi) nell’elettorato progressista, che mal sopporta Renzi e simpatizza con i Cinque Stelle, visti come una sorta di sinistra più idealista e pura di quella, tutta modernizzazione e riforme, impersonata da Renzi e dai suoi. Ebbene, questo pezzo della sinistra non lo dice apertamente, ma vagheggia un qualche tipo di “sponda” fra la sinistra stessa e i Cinque Stelle, sul modello dell’operazione invano tentata da Bersani nel 2013. Questa prospettiva piace ovviamente alla sinistra Purosangue, che rappresenta una sorta di ponte ideale fra sinistra riformista e Cinque Stelle ma, per quel che capisco, non dispiace nemmeno a una parte del mondo di Repubblica, che dopo 23 anni di anti-berlusconismo “senza se e senza ma”, è ancora lì, fermo alla demonizzazione del Cavaliere visto come il male assoluto, che come tale non prevede che possa esistere, in natura, un male ancora più grande.

Ecco, temo che sia stato questo il vero peccato del fondatore di Repubblica. Se la reazione del suo mondo è stata così virulenta forse è anche perché, dicendo quel che ha detto, di fatto ha tolto legittimità al flirt che, sia pure obliquamente, una parte della sinistra stava (e sta) imbastendo con i Cinque Stelle (dalla legge sul fine vita alle dichiarazioni sull’articolo 18). Un flirt che, a quel che risulta dai sondaggi, seduce una parte non piccola dell’elettorato progressista, e fino a ieri trovava in Repubblica il luogo adatto per fare capolino.

Con la sua paradossale dichiarazione di preferenza per Berlusconi, Scalfari non ha fatto altro che scoprire il gioco: un contributo alla chiarezza, più che una perdita del senno.

Torino, 6 dicembre 2017



Mercato del lavoro, l’eredità della crisi

Come spesso succede nei divorzi fra coniugi, anche nell’imminente, e a quanto pare ineluttabile, divorzio fra il Pd e le tre sigle della Sinistra Purosangue (Mdp, Si, Possibile), le ragioni vere, le ragioni ultime della separazione, non si conoscono con certezza: antipatie personali? disaccordi sulla suddivisione dei seggi in Parlamento? dissensi politici sui programmi?

Una cosa però la sappiamo con sicurezza: le ragioni dichiarate, quelle che riempiono i telegiornali e le pagine dei quotidiani, vertono essenzialmente sul mercato del lavoro. La Sinistra Purosangue attacca frontalmente le politiche occupazionali di questi anni, a partire dal Jobs Act; il Pd non solo non si sogna di rinnegare quelle politiche, ma attribuisce ad esse il merito di aver creato un milione di posti di lavoro.

Temo che nessuna di queste due posizioni regga a un’analisi fredda. Tuttavia penso che vi sia un’asimmetria: il punto debole della Sinistra Purosangue sono le proposte, quasi tutte penalizzanti per le imprese e melanconicamente ispirate a un mondo che non c’è più; il punto debole della sinistra riformista, invece, è la descrizione, il racconto di questi anni. Un racconto che, con il comprensibile obiettivo di difendere quel che si è fatto, rischia di non vedere né quel che realmente è accaduto, né quel che si sarebbe potuto fare, di più e di meglio.

Che cosa è accaduto, fra il 2014 e oggi?

Sì, è vero, i posti di lavoro dipendente sono aumentati di circa 1 milione. Ma questo non prova che ciò sia avvenuto grazie alle politiche del governo: senza un’analisi statistica accurata, che al momento manca (e probabilmente è inattuabile, con i dati di cui si dispone), si potrebbe altrettanto bene sostenere che il merito è della ripresa dell’economia europea, che a sua volta sarebbe merito della Bce e del Quantitative Easing. Giusto qualche giorno fa Draghi è sembrato dire proprio questo, quando ha messo in relazione la politica monetaria e i 7 milioni di nuovi posti di lavoro creati nell’Eurozona negli ultimi 4 anni.  E se proprio volessimo farci un’idea, rozza e approssimativa, degli eventuali meriti delle politiche attuate in Italia, quel che dovremmo fare non è certo confrontare gli ultimi quattro anni (di lenta ripresa) con i precedenti quattro (di crisi profonda), ma semmai chiederci come è andata nel resto d’Europa. Ebbene, se lo facciamo, il risultato è desolante: fra il 2013 e il 2016 gli occupati sono cresciuti del 2.2% in Italia, ma del 3.8% (quasi il doppio) in Europa. A fronte del +2.2% dell’Italia, la Francia ha fatto +2.7, la Germania +3.9%, il Regno Unito +5.2, la Spagna: +6.9. Solo 8 paesi (fra cui Grecia e Cipro) hanno fatto peggio di noi, mentre ben 24 su 33 hanno fatto meglio.

Fonte dati Eurostat-Elaborazioni Fondazione David Hume

Se poi andiamo a vedere la composizione di questi nuovi posti di lavoro, il quadro si fa ancora più allarmante. Il tasso di occupazione precaria era all’11% a metà degli anni ’90, è cresciuto di un paio di punti nel ventennio successivo, ma poi, in soli tre anni, fra il 2014 e il 2017, ha fatto un ulteriore balzo di altri 2 punti: oggi è al massimo storico, oltre la soglia del 15%. E questo record si mantiene anche se teniamo conto della riduzione del numero delle collaborazioni, ossia del tipo di contratti che il Jobs Act e la decontribuzione si preoccupavano di disincentivare.

Fonte dati ISTAT-Elaborazioni Fondazione David Hume

Questo dato sembra contrastare con le cifre che vengono spesso presentate a difesa delle politiche di questi anni, cifre da cui risulta che l’incremento di posti di lavoro è equidistribuito: mezzo milione di posti di lavoro permanenti (stabili), mezzo milione di posti di lavoro temporanei (precari). Ma è una trappola statistica, e non è un buon argomento a favore delle politiche che si vogliono difendere. La realtà è che il tasso di occupazione precaria in Italia, anche dopo i record negativi macinati nel triennio 2015-2016-2017, resta relativamente contenuto: il 15% è più o meno la media europea, un dato analogo a quello della Germania, e migliore di quelli di Francia e Spagna.

Fonte dati Eurostat-Elaborazioni Fondazione David Hume

Ma un paese che ha “solo” il 15% di lavoratori a termine, se vuole evitare che il tasso di precarietà salga, è costretto ad assumere a tempo indeterminato almeno l’85% dei nuovi dipendenti. Se ne assume a tempo indeterminato solo il 50%, inevitabilmente registrerà un aumento del tasso di occupazione precaria. Ecco perché hanno ragione sia quanti si rallegrano che metà dei nuovi posti di lavoro siano stabili, sia quanti deplorano che il tasso di precarietà sia in continua ascesa.

Parlando di record negativi, ce n’è purtroppo anche un altro che abbiamo conquistato in questi anni: nel 2016 l’Italia è diventata il paese con il tasso occupazione giovanile più basso d’Europa. E’ vero che è da molti anni che siamo agli ultimi posti, ma non era mai successo che fossimo il fanalino di coda.

Fonte dati Eurostat-Elaborazioni Fondazione David Hume

Quanto al tasso di occupazione complessivo, nonostante i progressi degli ultimi anni, siamo ancora al di sotto dei livelli pre-crisi, ma anche qui è importante distinguere: il tasso di occupazione degli italiani è ancora sotto di un punto, quello degli stranieri di quasi 10. E questo non perché gli stranieri abbiano conquistato più posti degli italiani, ma per la ragione opposta: nel decennio della crisi gli italiani hanno perso più di 1 milione di posti di lavoro, gli stranieri ne hanno conquistati quasi 800 mila, ma il loro tasso di occupazione è crollato lo stesso perché l’afflusso di stranieri è stato eccessivo rispetto alle capacità di assorbimento del mercato del lavoro.

Fonte dati Istat-Elaborazioni Fondazione David Hume

Qual è il bilancio, dunque?

Se proviamo a sgombrare il campo dalle controversie ideologiche mi pare piuttosto semplice. In questi ultimi quattro anni, sul versante del lavoro, le cose sono andate meglio di prima, ma peggio che nella maggior parte degli altri paesi europei. Ed è normale che sia così, perché noi non abbiamo ancora risolto il problema del debito pubblico (che anzi si è un po’ aggravato), né rimosso le grandi strozzature, tasse e burocrazia innanzitutto, che impediscono al Pil di crescere a un ritmo sufficiente. Possiamo fare tutte le leggi che vogliamo per regolare o deregolare il mercato del lavoro, ma il problema di fondo resta sempre quello: se il Pil non cresce almeno a un ritmo del 2-3% l’anno, è impossibile garantire sia un flusso cospicuo di nuovi posti di lavoro, unico modo sano di dare un po’ di ossigeno alle famiglie, sia un aumento della produttività, unico modo per essere competitivi sui mercati internazionali. Anche il problema del tasso di precarietà dipende in modo cruciale dalla dinamica del Pil: finché il Pil ristagna, o cresce poco, è normale che le imprese temano che la domanda che oggi c’è domani non ci sia più, e si cautelino con i contratti a termine. Pensare che il trend si possa invertire aumentando i vincoli e i costi delle imprese è semplicemente ingenuo.

Questo, mettere le imprese in grado di creare posti di lavoro, tanti nuovi posti di lavoro, è il nodo vero. Ma è un nodo che, in quanto passa per una significativa riduzione del debito pubblico, nessuna forza politica è in grado di affrontare sul serio.

Pubblicato su Il Messaggero



La battaglia delle tasse

Un tempo era l’Irpef. Negli anni ’90 la sinistra si preoccupava di ridisegnare la curva delle aliquote dell’imposta sulle persone fisiche. Poi vennero Berlusconi e il suo “Contratto con gli italiani”, che al primo punto prometteva due sole aliquote Irpef, una al 23%, l’altra al 33%. E poi venne Renzi, che nel dubbio fra ridurre l’Irap o ridurre l’Irpef, alla fine scelse l’Irpef anche lui: meglio mettere 80 euro in busta paga ai ceti medio-bassi che alleggerire le tasse sulle imprese (Irap e Ires).

Oggi la stagione dell’Irpef, vista come imposta super-star da cui tutto dipende, sembra perdere un po’ dello smalto di un tempo. Un po’ perché tutte le forze politiche si stanno rendendo conto che è sul sistema fiscale e contributivo nel suo insieme che occorre agire, anziché su una singola imposta. Ma un po’, anche, perché le uniche proposte abbastanza precise in campo sono quelle basate su qualche forma di flat tax, o “aliquota unica”, che tenderebbe a unificare, in tempi più o meno rapidi, le principali imposte vigenti, ovvero Irpef (persone), Iva (valore aggiunto), Ires (imposta sulle imprese), nonché le tasse sulle rendite finanziarie. Per non parlare di un ulteriore elemento che spinge verso un approccio sistemico: la crescente consapevolezza che il costo del lavoro è gravato, in Italia, da contributi sociali eccessivi, che fanno lievitare i costi delle imprese e scoraggiano le assunzioni.

In questo quadro in movimento, mi pare si stiano perdendo di vista alcuni elementi di criticità.

Il primo è che qualsiasi proposta di riduzione delle tasse che non abbia potenti coperture dal lato della spesa o da quello delle privatizzazioni significa solo, in buona sostanza, proseguire sul cammino su cui l’Italia è avviata dal lontano 1964, quando, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, nel bilancio pubblico si aprirono le prime crepe: spostare l’onere dell’aggiustamento sulle generazioni future. Su questo l’unica forza politica che sembra avere le idee chiare (o, se preferite, che ha avuto l’onestà di dichiarare le proprie intenzioni) è il Pd: al partito di Renzi va bene fermare la discesa del rapporto deficit/Pil e riportarlo in prossimità del 3% per diversi anni, il che, in concreto, significa che a pagare i nuovi debiti che faremo saranno le future generazioni. Quanto al centro-destra e al Movimento Cinque Stelle è difficile decifrare le loro intenzioni, ma tutto fa pensare che, al momento buono, anch’essi cercheranno di ottenere dall’Europa il massimo della “flessibilità” possibile, dove la parla flessibilità è solo un eufemismo per più deficit e più debito pubblico.

Un secondo elemento di criticità è l’impatto della flat tax, ovvero di un’imposta unica su tutti i tipi di redditi. L’idea che essa sia incostituzionale (perché la nostra Carta fondamentale prevede la progressività) è una scempiaggine, dal momento che tutte le proposte di flat tax in campo sono progressive (grazie a no tax area, deduzioni, scaglioni, ecc.). Ma il timore che essa, in assenza di una adeguata emersione del sommerso, possa allargare la voragine del debito pubblico o costringere a tagli della spesa pubblica assai dolorosi, è tutt’altro che infondato.  Specie se, anziché adottare la già audace (ma ben articolata) proposta dell’Istituto Bruno Leoni, che prevede un’aliquota unica al 25%, ci si spingesse verso un’aliquota del 23% (Forza Italia) o addirittura del 15% (Lega).

Una terza criticità riguarda il sostegno delle famiglie al di sotto della soglia di povertà, un tema che non può essere eluso da una riforma complessiva del sistema fiscale. Ebbene su questo nessuna forza politica pare aver fatto i conti con un gravissimo problema di giustizia distributiva: calcolare la soglia di povertà in modo nominale, ovvero senza tenere conto del livello dei prezzi (più alto al Nord e nelle città), significa discriminare i poveri delle regioni settentrionali rispetto a quelli delle regioni meridionali, gli abitanti delle città a favore di quelli delle campagne. Fra le proposte in campo, mi pare che solo quella dell’Istituto Bruno Leoni prenda sul serio il problema, ma sfortunatamente il think tank guidato da Nicola Rossi e Alberto Mingardi non è una forza politica.

Ci sarebbe, infine, un’ultima criticità da segnalare. Le proposte fiscali, in Italia, sembrano avere un unico vero scopo: massimizzare il consenso di breve periodo. Non è sempre e ovunque così, nel resto delle economie avanzate. Paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia, stanno puntano molto su una riduzione della pressione fiscale sui produttori, a partire dall’abbattimento dell’imposta societaria (Ires e Irap, nel nostro ordinamento). E lo stanno facendo per una ragione molto semplice: solo così, in un mondo in cui la concorrenza internazionale è sempre più agguerrita, possono pensare di attrarre investimenti esteri e dare una spinta significativa al Pil.

Credo che dovremmo pensarci anche noi, perché l’anomalia degli ultimi 20 anni è che il tasso di crescita del Pil e quello dell’occupazione sono rimasti sostanzialmente appaiati, un fatto che significa una cosa soltanto: la produttività media del sistema Italia è sostanzialmente ferma dalla fine degli anni ’90. Forse, anziché incentivare direttamente le assunzioni, dovremmo chiederci se non sarebbe meglio mettere le imprese nelle condizioni di crescere abbastanza in fretta da costringerle ad assumere. Il risultato, verosimilmente, non sarebbe solo una dinamica dell’occupazione più vivace, ma anche un aumento della quota di assunzioni a tempo indeterminato: che non dipende dalla benevolenza degli imprenditori, ma dalla ragionevole convinzione che domani si dovrà produrre più di oggi.

Pubblicato su Il Messaggero




Opinione pubblica e politica. L’intervista a Luca Ricolfi

Un prete sardo solleva il velo sul conformismo: l’accoglienza, così come la stiamo vivendo in Italia non funziona, è senza regole. E’ solo buonsenso o c’è qualcosa di più?

È solo buon senso, niente di più e niente di meno.

Sulla Rete il 90% è d’accordo con il prete di Nuoro. Significa che l’opinione pubblica vede più lontano dei partiti della sinistra e dei cardinali?

Non direi che l’opinione pubblica vede “più lontano”. Direi semplicemente che vede. Il fatto è che, negli ultimi tempi, l’opinione pubblica è sempre più spaccata: c’è chi vede, perché utilizza il senso comune; e c’è chi non vede, perché usa le lenti dell’ideologia.

Lei dice: per la cultura progressista, la paura non è semplicemente infondata, è una colpa. Cosa significa, colpa nostra?

Sì, molti sedicenti progressisti usano l’espressione xenofobia (che viene dal greco, e significa solo paura dello straniero), come sinonimo di razzismo. Di qui il sillogismo: hai paura dello straniero, dunque sei razzista; ma il razzismo è una colpa; quindi devi vergognarti dei tuoi sentimenti.

È triste, perché significa che non siamo in tempi di libertà. In una società libera si possono discutere o stigmatizzare i comportamenti, non i sentimenti.

Per questo, per sottolineare quanto sia importante la libertà di sentire, come Fondazione David Hume, abbiamo adottato come motto questa frase di Tacito: “Felici i tempi in cui puoi provare i sentimenti che vuoi, e ti è lecito dire i sentimenti che provi”.

Come si può offrire protezione a chi teme di essere aggredito dall’immigrato, di perdere il lavoro perché ci sono loro che lo offrono a basso prezzo, di subire attentati da islamici radicali?

Distinguerei. Sugli attentati, islamici o no, non ci sono rimedi sicuri: fornire protezione è praticamente impossibile.  

Diverso il discorso sulla concorrenza lavorativa e sui rischi di aggressione. In questi campi fornire protezione sarebbe possibile, ma è politicamente difficile. Per ridurre le aggressioni, sarebbe indispensabile cambiare le norme che consentono ai giudici di rimettere rapidamente in libertà chi commette reati predatori. Per ridurre la concorrenza dei lavoratori stranieri si dovrebbe sradicare il lavoro nero, una realtà che è sotto gli occhi di tutti ma che né le Forze dell’ordine né la politica intendono combattere. Ed è un peccato, perché sarebbe un modo di ridare dignità a tutti i lavoratori, senza distinzione fra italiani e stranieri.

Nel suo libro ‘Sinistra e popolo’ (Longanesi 2017) lei parla di un divorzio in corso tra la sinistra e il suo elettorato. Non è troppo severo, non crede che gli elettori del Pd invece lo vogliono lo Ius Soli o l’accoglienza diffusa?

Certo, la maggioranza degli elettori del Pd vuole lo Ius Soli, e spesso anche l’accoglienza. Il problema è che queste due cose non le vogliono i ceti popolari. Che infatti preferiscono guardare ai partiti del Centro-destra e al Movimento Cinque Stelle.

Professore, lei dice di aver stima di Minniti. Non crede che la sua azione contro l’immigrazione disordinata possa far recuperare voti al Pd e alla sinistra?

Sì e no. Certo, la politica di Minniti può frenare la fuga dei ceti popolari dal Pd, ma può anche convincere una parte dei ceti medi e della sinistra radical chic a votare la Sinistra Purosangue, ovvero uno degli innumerevoli cespugli alla sinistra del Pd.

Intervista a cura di Nino Femiani apparsa su Il Resto del Carlino

 




Conti pubblici, una farsa che dura da molti anni

La Commissione europea non è soddisfatta dei nostri conti pubblici. Nel linguaggio paludato e un po’ criptico che caratterizza gli scambi fra gli uffici del ministero dell’Economia e quelli della Commissione, ci ha fatto sapere che i nostri conti non la convincono, né sul 2017 né per il 2018.

Una prima lettera è partita alla fine di ottobre. Ma la risposta del ministro Padoan non ha convinto. Lo ha detto chiaramente il vicepresidente della Commissione, il finlandese Jyrki Katainen, la settimana scorsa: “Tutti possono vedere che la situazione in Italia non migliora”.

Quindi un’altra lettera è in corso di preparazione, e sarà inviata a breve al nostro Governo. Ma il giudizio finale della Commissione sui conti pubblici dell’Italia arriverà solo a maggio 2018, quando i buoi della spesa pubblica saranno già scappati dalle stalle.

Questo rituale, che si ripete tutti gli anni, è curioso. In autunno il Governo vara la cosiddetta Finanziaria, con relativo assalto alla diligenza da parte di sindacati e gruppi di pressione. La Commissione europea esprime dubbi e richieste di chiarimento, ma poi lascia fare, rimandando il giudizio definitivo alla primavera dell’anno dopo. Quando la primavera arriva si comincia a capire che i numeri dei conti pubblici non potranno mai essere quelli promessi perché l’economia, quella birichina, vuol fare tutto di testa sua e non si adegua alle previsioni dei governanti italiani. A quel punto però è tardi, e tutto quel che la Commissione Ue può fare è raccomandare una “manovrina” correttiva, e di comportarsi meglio l’anno successivo. Il nostro governo risponde che sì, si impegnerà molto (da un po’ di tempo però preferisce parlare di “sforzi” messi in atto, o da mettere in atto), e che gli obiettivi mancati quest’anno saranno raggiunti l’anno prossimo. L’anno prossimo arriva, le cifre non sono quelle messe nero su bianco l’anno prima, e la commedia ricomincia.

Poiché si tratta di una commedia, è abbastanza inutile rileggersi il copione nei minimi dettagli, entrando nelle infinite diatribe che caratterizzano questi balletti di cifre, apparentemente tecnici ma in realtà tutti politici: con quale modello statistico calcolare il PIL potenziale e l’output gap, come determinare l’avanzo primario strutturale, quali sono i margini di flessibilità cui l’Italia ha diritto.

Meglio andare direttamente al punto: come stanno evolvendo i conti pubblici dell’Italia?

Per rispondere a questa domanda occorre, a mio parere, distinguere due aspetti del problema. Il primo aspetto è la salute delle nostre finanze pubbliche, il secondo è la loro capacità di resistere ad un’eventuale impennata dei tassi di interesse. Anche se, nel lungo periodo, si tratta di due facce della stessa medaglia, nel breve periodo possono divergere un po’: un paese come il nostro, con conti in cattiva salute, può risultare più o meno vulnerabile a seconda dell’andamento di altri aspetti della sua economia.

Se ragioniamo sulla salute, quel che dobbiamo chiederci è come stanno evolvendo i due fondamentali indicatori di malattia, ovvero il rapporto debito/PIL e l’avanzo primario strutturale (corretto per il ciclo e le una tantum). Ebbene, su entrambi i fronti le cose non vanno bene, come ha mostrato in modo inoppugnabile Veronica De Romanis usando serie storiche prodotte da organismi internazionali (dati e grafici reperibili sul nostro sito). Nonostante le promesse renziane di ridurlo, il rapporto debito/PIL è oggi più alto che nel 2013-2014, e presumibilmente non inizierà a scendere in modo apprezzabile neanche quest’anno (anzi, secondo la Commissione europea aumenterà leggermente). Ancora più grave la situazione dell’avanzo primario corretto per il ciclo, che negli ultimi anni è sempre peggiorato, e presumibilmente continuerà a farlo quest’anno.

Se dalla salute dei conti pubblici passiamo alla capacità di resistenza (o al suo opposto: la vulnerabilità), il quadro si fa un po’ meno scoraggiante. La vulnerabilità dei conti pubblici, ovvero il rischio che una nuova crisi finanziaria faccia schizzare in alto lo spread (come nel 2011-2012), non dipende solo dall’ampiezza del debito pubblico ma anche da altri fattori, come il debito privato, l’andamento del Pil e quello dell’inflazione. Se, per misurare la vulnerabilità, usiamo l’indice di vulnerabilità strutturale elaborato dalla Fondazione David Hume, possiamo notare che la vulnerabilità dei nostri conti pubblici è leggermente aumentata nel triennio 2014-2016, ma nel corso del 2017 risulta in diminuzione, cioè in sensibile miglioramento (dati e grafici sul nostro sito). La ragione è molto semplice: grazie alla ripresa in atto in tutta Europa, anche l’economia italiana sta andando meglio, e questo rende i nostri conti pubblici un po’ meno vulnerabili di quanto lo fossero negli anni scorsi.

Possiamo stare tranquilli, dunque?

Direi proprio di no. Sfortunatamente stiamo per entrare in un periodo di forti rischi finanziari, non solo perché lo scudo del Quantitative Easing della Bce sta per venir meno, ma perché è piuttosto probabile che, in futuro, cambino le regole che oggi consentono alle banche di contabilizzare fra gli attivi i titoli di Stato del proprio Paese, anche se quest’ultimo è fortemente indebitato. Se queste regole venissero cambiate, e i titoli del debito pubblico venissero svalutati in base al grado di deterioramento dei conti pubblici di ogni paese, l’Italia correrebbe rischi molto seri. E, forse, qualche politico si pentirebbe amaramente di aver sciupato questi anni, in cui – grazie alla riduzione dei tassi di interesse – qualcosa si poteva fare e invece così poco è stato fatto.

Articolo pubblicato su Panorama