Dopo gli scontri di Torino – Sinistra al bivio

1. La sinistra non riesce a fare i conti con la sicurezza, che pure è sempre in testa tra le priorità degli elettori. Perché? Da cosa deriva questo bias?

Non sarei così drastico, per due ragioni. Innanzitutto, a non saper fare i conti con la sicurezza non è la sinistra come tale, ma la sinistra massimalista. La sinistra riformista talora ha saputo farli, quei conti (con i governi Renzi-Gentiloni, grazie al ministro Minniti), talora non ne è stata capace, anzi ha fatto disastri (ai tempi del primo governo Prodi, con l’indulto).

In secondo luogo c’è una parte della sinistra, ovvero i Cinque Stelle, che sulla sicurezza di aperture ne ha fatte e continua a farne spesso (con Chiara Appendino, ad esempio). Il loro giustizialismo, che in generale non mi piace, può anche condurre a scelte ragionevoli, come quella di ristabilire la procedibilità di ufficio per reati come violenza sessuale e furto, sciaguratamente abolita dalla riforma Cartabia.

Detto questo è vero, in generale, che un bias o tabù verso il tema della sicurezza fa parte della mentalità di sinistra. Ma le radici di questo tabù sono tanto ramificate quanto vaghe: buonismo, fiducia nella mitigazione del sistema penale,  garantismo a senso unico, giustificazionismo verso la criminalità comune (è sempre “colpa della società”).

E questo atteggiamento mentale, quasi un riflesso pavloviano, effettivamente riguarda la cultura di sinistra nel suo insieme, inclusa quella riformista. Non so se ricorda, ma nell’ultima campagna elettorale per le Politiche fu il moderato Enrico Letta a coniare, contro alcune ragionevoli idee di Giorgia Meloni, lo slogan “viva le devianze”.

2. Lei conosce bene Torino. Che cosa sta succedendo? Askatasuna è stato sottovalutato a lungo, ci sembra… 

Sottovalutato, dopo decenni di illegalità? No, fu valutato esattamente, ma accettato in nome di una precisa visione politica. Perfettamente incarnata dal sindaco Pd Stefano Lo Russo, che in nome dell’inclusione non ha esitato a legittimare gli attivisti di Askatasuna. Che sono stati violenti sempre, prima, durante, e dopo le aperture del sindaco.

Che non si tratti di sottovalutazione, ma di valutazione esatta, del resto si capisce dal fatto che – anche dopo le devastazioni di qualche giorno fa – le valutazioni a sinistra non sono cambiate. Dopo l’ovvia condanna delle violenze, riparte la prevedibile filastrocca delle giustificazioni, spiegazioni, precisazioni, distinzioni più o meno sottili.

3. Quale sarebbe, professor Ricolfi, la sua soluzione per i cortei violenti? L’idea dell’indennizzo la convince? Il fermo preventivo è praticabile?

Nessuna delle misure di cui si parla è decisiva, e alcune sono pure discutibili. Ma ci sarebbe una misura che, da sola, avrebbe un effetto dirompente, e ridurrebbe quasi completamente il potere dei violenti.

4. Quale misura?

È semplice: una grande manifestazione nazionale, indetta da tutti i partiti che hanno a cuore la democrazia e la legalità, contro l’uso della violenza e della sopraffazione come armi politiche. Perché la realtà è che nessuna rete, neanche la più fine e ampia, potrà mai intrappolare tutti i pesci-delinquenti, ma il togliere loro l’acqua in cui nuotano basterebbe a neutralizzarli.

5. Meloni ha aperto a un decreto condiviso, ha chiesto larghe intese sulle nuove misure. Il centrosinistra appare restio, sbaglia?

Il centro-sinistra farebbe benissimo a dare una mano, anche egoisticamente. Perché – se vogliono ottenere la fiducia degli italiani – Schlein e Conte hanno più che mai bisogno di apparire credibili, e questa è una formidabile occasione.

6. Ucraina, ddl antisemitismo, sicurezza. Le prove di maturità, il centrosinistra, le sta fallendo tutte?

Dipende da che cosa intendiamo per passare una prova. Se il metro è riuscire a diventare una sinistra moderna, direi che non ci siamo: incertezze sull’Ucraina (e su Maduro), timidezza verso l’antisemitismo montante, indulgenza verso gli episodi di censura e sopraffazione nella università, confusione totale sul tema della sicurezza, sono tutti segnali di una sinistra che continua ad avere un deficit di maturità democratica.

Se però il metro è la possibilità di vincere le prossime elezioni politiche, i giochi sono molto più aperti. Nella mente dell’elettore medio l’Ucraina è un tema secondario, e l’antisemitismo non è fonte di preoccupazioni (anzi: un recente sondaggio di Mannheimer ha rivelato l’ampiezza e la profondità dei sentimenti antisemiti). Per l’elettore medio i temi importanti sono solo sicurezza, salari, sanità. E su questi temi la partita è ancora tutta da giocare. Dopo Askatasuna, Schlein ha un’ottima occasione per scegliere fra l’autolegittimazione e il suicidio politico.

(intervista rilasciata al Riformista, 4 febbraio 2026)




Sugli scontri di Torino – Quell’inestirpabile PERÒ

“Siamo preoccupati dalle strumentalizzazioni di queste ore, per cui ho chiamato la presidente del Consiglio perché in questi momenti le istituzioni devono unire e non dividere”, ha dichiarato Elly Schlein dopo gli scontri di Torino a sostegno del centro sociale Askatasuna, sgomberato poco prima di Natale.

Dello stesso tenore sono la stragrande maggioranza delle dichiarazioni degli esponenti del campo largo. Tutte basate sullo schema ossimorico:

“Condanniamo nel modo più assoluto, senza se e senza ma, le vergognose violenze di Torino, MA…”

Unica variante:

“Condanniamo nel modo più assoluto, senza se e senza ma, le vergognose violenze di Torino, PERÒ…”

E’ strano, si tenta di dire che non ci sono né giustificazioni né spiegazioni né attenuanti per la violenza, ma poi – come un disco rotto che gira senza fine – non si resiste alla tentazione del contrattacco: però il governo doveva prevenire e non l’ha fatto; però è il ministro Piantedosi che ha voluto lo scontro; però se non veniva sgomberato il centro Askatasuna non ci sarebbero state le violenze; però in piazza c’erano anche decine di migliaia di manifestanti pacifici; però non si deve strumentalizzare quel che è accaduto; però il governo sbaglia a usare gli incidenti di Torino per giustificare i decreti sicurezza.

Quel che colpisce è la ripetitività, l’automatismo, la prevedibilità dello schema, che si riproduce identico a sé stesso da decenni. Possibile che a sinistra non si riesca mai a partorire un’idea nuova?

E dire che sarebbe il momento giusto, anche politicamente. È da qualche mese che PD e Cinque Stelle accusano il governo di fare troppo poco per la sicurezza, non passa giorno senza che qualche esponente dell’opposizione accusi il governo di inerzia,  e proprio ora che il Governo pare intenzionato a muoversi varando un nuovo decreto sicurezza parte il fuoco di sbarramento. Non per discutere qualche provvedimento specifico e suggerirne altri più efficaci, ma per riproporre il solito mantra progressista: spendere di più, ma senza introdurre nuovi reati o dare maggiori poteri alle forze dell’ordine.

Soprattutto, senza vedere un problema grosso come una casa, che affligge la sinistra da troppo tempo: il suo rapporto ambiguo con la violenza e la sopraffazione. Un problema che solo la sinistra stessa può affrontare, perché è grazie alla sua indulgenza, alla sua ambiguità, e qualche volta persino sulla sua benevolenza che  violenza e sopraffazione continuano a prosperare.

Se ogni volta che si cerca di impedire un convegno, un dibattito, la presentazione di un libro, se ogni volta che “frange estremistiche” incitano all’odio, bruciano le immagini dei politici sgraditi, inneggiano alle organizzazioni terroristiche, se ogni volta che in nome dell’antifascismo si mette a ferro e fuoco una città, le forze di sinistra si mobilitassero in difesa della legalità, della democrazia, della libertà di tutti, oggi non ci sarebbe bisogno di decreti sicurezza, e nessuno parlerebbe di “strumentalizzazione” delle vicende di piazza. E assisteremmo precisamente a quello che Schlein auspica: istituzioni “capaci di unire e non dividere”.

[articolo uscito sulla Ragione il 3 febbraio]




A proposito di un intervento di Baricco – Meglio il XXI secolo?

Il secolo che stiamo vivendo è migliore di quello che ci siamo lascati alle spalle?

Sembra incredibile, ma è proprio questa la pensosa domanda che, nei giorni della pace di Trump, ha sollevato un articolo di Alessandro Baricco uscito sulla piattaforma Substack. Lui tende a rispondere: sì, almeno nelle intenzioni, perché i ragazzi che agitano la bandiera della Palestina hanno voluto prendere congedo dagli orrori del Novecento, un secolo morente ma pericoloso proprio perché morente.

Altri, come Michele Serra, esitano invece a liquidare il Novecento, un secolo che ci ha inflitto due guerre mondiali ma ci ha anche regalato – nella sua seconda metà – cose bellissime come: multilateralismo, collaborazione internazionale, Unione Europea,  femminismo, pacifismo, liberazione sessuale, il “piglio antigerarchico delle nuove generazioni”, e “volendo anche la conquista dello spazio per mano di americani e russi”. Ovviamente è stato facilissimo ricordare a Serra gli orrori e i crimini della seconda metà del Novecento, a partire dalle decine di milioni di morti dei regimi comunisti in Unione Sovietica, Cina, Cambogia.

In realtà la questione è irrisolvibile non solo perché ognuno può scegliere a proprio piacimento il menù con cui preferisce descrivere un determinato secolo, ma perché – alla fine – la diagnosi dipende soprattutto dai fantasmi di chi ne discute. C’è chi, come Serra, non sa rinunciare all’idea che i progressisti siano stati capaci di migliorare il mondo, e c’è chi, come Baricco almeno dal tempo de I barbari (un libro del 2006), sembra ossessionato dal timore di apparire poco al passo con i tempi o, peggio, di finire nella schiera dei nostalgici, che rimpiangono il bel tempo antico. Di qui il sapore di panglossismo, di benevola fiducia nel presente e nelle virtù nascoste delle nuove generazioni, che emana da tanti suoi scritti.

Il fatto che, così posta, la questione del confronto fra i due secoli non sia dirimibile, non significa però che ogni confronto sia impossibile. Tutto sta a scegliere un terreno non troppo friabile e, soprattutto, non troppo condizionato dai giudizi di valore. Ma esiste un simile terreno?

Sì, un terreno che dovrebbe mettere d’accordo tutti è quello dell’evoluzione della violenza, sia collettiva (guerra) sia individuale (omicidi). Si può dire che la violenza, pur tuttora presente nel mondo, è in diminuzione nel nuovo secolo?

Purtroppo i dati al riguardo sono controversi e raramente raccolti in modo sistematico. Tuttavia almeno due tendenze sembrano abbastanza chiare. Per quanto riguarda le guerre (fra stati e interne), la tendenza alla diminuzione del numero delle vittime (civili e militari) che si osservava negli ultimi decenni del Novecento pare essersi invertita da tempo, e non solo in concomitanza o a causa dei conflitti armati più recenti (Ucraina Gaza, Sudan, Myanmar). E pensando a quanti e quanto sanguinosi eccidi si verificano da anni in ogni angolo del pianeta, fa riflettere quanta poca attenzione vi abbiano riservato le generazioni ultra-sensibili al dramma di Gaza. Chi vede un salto di sensibilità etica nelle nuove generazioni, forse dovrebbe domandarsi quanto tale salto sia dovuto a una nuova coscienza civile e quanto sia invece il risultato di una completa dipendenza dai media e dalla rete, letteralmente intasati dal dramma palestinese ma sostanzialmente insensibili alla maggior parte degli altri.

Per quanto riguarda la violenza individuale forse dovremmo rivedere l’entusiastica diagnosi di Steven Pinker, che nel suo libro Il declino della violenza (del 2011) annunciava che la nostra è l’epoca più pacifica delle storia, e che l’umanità non è mai stata così sicura come oggi. Sul fatto che oggi si uccida fra 50 e 100 volte di meno che nel tardo Medioevo sussistono pochi dubbi, ma i dati più recenti mostrano che nel nuovo secolo il trend di diminuzione degli omicidi si è interrotto, specie nelle società avanzate. Fra queste ultime sono molto più numerose quelle in cui il numero di vittime di omicidio aumenta che quelle in cui diminuisce: un segnale preoccupante, che va contro il senso comune progressista.

[articolo uscito sulla Ragione il 14 ottobre 2025]




Sull’avventura della Flottiglia – La solitudine dei moderati

Sulla giustezza della missione della Flottiglia, e sull’opportunità delle manifestazioni che l’hanno accompagnata, si possono avere le opinioni più diverse, dall’appoggio incondizionato all’ostilità aperta. Quella che invece non dovrebbe essere troppo controversa (almeno per chi guarda le cose senza lo schermo dell’ideologia) è la specificità del movimento che sta prendendo forma in questi giorni in Italia. Un movimento che, molto più di qualsiasi altro del passato, è basato su un sentimento – di solidarietà e di identificazione – piuttosto che su interessi, rivendicazioni, convinzioni ideologiche. Certo, dentro il movimento non mancano gli attivisti politici più o meno radicali, ma la grande maggioranza di coloro che sono scesi in piazza (più di 2 milioni secondo la Cgil, meno di 400 mila secondo il Ministero dell’Interno) lo hanno fatto essenzialmente mossi dall’emozione e dall’indignazione per le sofferenze del popolo palestinese, impietosamente mostrate per mesi dai maggiori media. Quanto alle violenze che hanno turbato manifestazioni fondamentalmente pacifiche, non vi è dubbio che hanno coinvolto una minoranza (quanto piccola nessuno può dirlo con precisione, ma siamo nei pressi dell’1%).

Tutto bene, dunque?

Non è di questa opinione Sergio Cofferati, uno dei più importanti dirigenti Cgil degli ultimi decenni. In una intervista uscita sulla Stampa l’ex leader sindacale (oltreché ex sindaco di Bologna), dopo aver notato la spontaneità e la non politicità della “folla” che ha riempito le piazze, non esita a denunciare – sia pure nel solito modo ellittico dei politici – gli aspetti problematici del nuovo movimento. Che sono essenzialmente tre: primo, le violenze di piazza; secondo, gli slogan antisemiti; terzo la tendenza (della sinistra, ma questo Cofferati non lo dice) a minimizzare le une e gli altri.

Che un personaggio come Cofferati, indubbiamente progressista ed eminenza del mondo sindacale, avverta e denunci i pericoli della violenza di piazza è senz’altro un fatto positivo. E tuttavia è la natura dei pericoli individuati dal leader sindacale che lascia perplessi. Per Cofferati la timidezza nella condanna dell’estremismo è pericolosa essenzialmente perché delegittima il movimento, riduce il consenso intorno ad esso, e può provocare un “riflusso d’ordine”, con annessa criminalizzazione del dissenso da parte di Giorgia Meloni. Non gli viene minimamente in testa che il vero pericolo che stiamo correndo è l’ulteriore imbarbarimento del confronto politico, che di fatto sta emarginando, intimidendo, colpevolizzando chiunque non sia schierato “senza sé e senza ma” con le ragioni dei Palestinesi. Quando tutto lo star system si schiera da una parte, quando università e istituzioni culturali chiudono gli spazi di agibilità a chi è ebreo o collabora con Israele, quando chi non si allinea agli slogan della folla viene investito dall’odio e accusato di disumanità, quel che si viene a instaurare è un clima intimidatorio, che è quanto di più anti-democratico si possa immaginare. Perché democrazia non significa solo rifiuto tassativo della violenza, ma anche rispetto delle opinioni di tutti, incluse le più estreme.

È paradossale, ma oggi siamo costretti ad aggiornare la formula: non solo “incluse le opinioni più estreme”, ma anche “incluse le più moderate”. Ossia di chi, o per intuito o perché ha studiato la storia, pensa che – nel conflitto israelo-palestinese – non tutte le ragioni stiano da una parte sola, e la via della pace sia stata preclusa anche dalle classi dirigenti arabe. Un recentissimo sondaggio di Mannheimer (in uscita oggi su Italia Oggi) rivela che più di 1 italiano su 2 è perplesso, o addirittura critico, sulla missione della Flottiglia. E le perplessità aumentano fra indecisi e astenuti: 2 su 3 non si pronunciano, o disapprovano la missione.

Chi vuole conquistare il voto degli indecisi farebbe bene a non dimenticarlo.

[articolo uscito sulla Ragione il 7 ottobre 2025]




Dopo l’assassinio di Kirk – Violenza e sicurezza, rebus insolubile

L’uccisione di Charlie Kirk, attivista conservatore schierato con Trump, ha riacceso le polemiche fra destra e sinistra sull’uso della violenza. Ma soprattutto sul nesso fra libertà di pensiero e istigazione all’odio dell’avversario politico. Che resta una questione irresolubile: la demonizzazione dell’avversario politico andrebbe repressa perché aumenta le probabilità che qualcuno prenda un’arma da fuoco e abbatta il demonio, ma la repressione per via legale delle manifestazioni di odio pone un grave limite alla libertà di espressione.

Forse anche per questo stallo politico-ideologico, ciclicamente a sinistra ci si ritorna a rifugiare in una vecchia idea dei democratici americani: limitare per legge il possesso di armi da fuoco. Se è vero – così si argomenta – che buona parte degli omicidi (circa 3 su 4) avvengono mediante un’arma da fuoco, perché non proibiamo l’uso di tali armi, o quantomeno restringiamo fortemente i casi in cui è ammesso possederne?

Apparentemente una soluzione di buon senso, per quanto contraria al 2° emendamento della Costituzione americana, che protegge il diritto dei cittadini di possedere e portare armi. L’idea è che, se gli Stati Uniti hanno un tasso di omicidio così alto (uno dei più elevati delle società avanzate), è perché le armi da fuoco circolano troppo liberamente. Dunque, proibiamo le armi da fuoco e quel paese, come per miracolo, diventerà una società normale, con un tasso di omicidio – se non accettabile – quantomeno comparabile a quello delle altre società occidentali.

Purtroppo questo ragionamento contiene due gravi fallacie. La prima è l’ingenua credenza che, se le armi da fuoco fossero molto più difficili da detenere legalmente, i potenziali assassini rinuncerebbero a colpire le loro vittime. Ben più verosimili sono due altre eventualità: procurarsi un’arma da fuoco illegalmente, usare strumenti offensivi di altro tipo. Certo, è ragionevole ipotizzare che alcuni desisterebbero, o non riuscirebbero a portare a termine fino in fondo il loro proposito. E tuttavia è difficile pensare che 3 omicidi su 4 non avrebbero luogo solo perché è diventato più difficile procurarsi armi da fuoco.

Ma supponiamo, per un momento, che per miracolo proprio questo accada: tutti gli assassini intenzionati a uccidere con un’arma da fuoco desistono, e non uccidono più nessuno. Qui però incontriamo la seconda fallacia. Il tasso di omicidio degli Stati Uniti subirebbe una drastica potatura, ma resterebbe comunque anomalo. Giusto per dare un ordine di grandezza, il tasso di omicidio americano, che attualmente è di circa 6 uccisi ogni 100 mila abitanti (il valore più alto da 25 anni), scenderebbe a 1.5, che tuttavia è ben il triplo del tasso italiano (circa 0.5). Detto in altre parole, la società americana resterebbe comunque una società violenta, o per lo meno molto più violenta della nostra.

Hanno dunque ragione i conservatori, che invocano più repressione? Nemmeno questa conclusione è convincente. Chi invoca il giro di vite sul crimine dimentica che la società americana è già, almeno fra le società democratiche, una delle meno indulgenti. Non solo prevede ancora la pena di morte, ma ha il tasso di incarcerazione più alto delle società avanzate: 5 volte quello italiano, e 3 volte quello del paese europeo più repressivo (la Polonia).

Quello della sicurezza e della lotta alla violenza resta, da qualsiasi angolatura lo si guardi, un problema per cui non si conoscono soluzioni. Le limitazioni nell’uso delle armi potrebbero comportare una limatura dei tassi di omicidio, ma non cambierebbero drasticamente la situazione. I conservatori hanno ragione a denunciare l’aumento della violenza (negli ultimi anni il tasso di omicidio è cresciuto in 3 società avanzate su 4), ma i progressisti hanno a loro volta ragione nell’obiettare che l’aumento della repressione non garantisce la sicurezza.

È doloroso riconoscerlo, ma ci sono anche rebus che non ammettono soluzioni.

[articolo uscito sulla Ragione il 23 settembre 2025]