Attenti al sondaggio: incapacità o manipolazione?

Ancora una volta, come molto frequentemente mi è capitato nella mia ormai trentennale carriera di analista demoscopico, un sondaggio mal concepito e una altrettanto malandrina comunicazione di stampa fanno impallidire i pochi italiani che ancora ripongono qualche fiducia nel mondo demoscopico. Sia ben chiaro: non si tratta di non credere ai sondaggi, alla loro portata chiarificatrice del pensiero, delle opinioni, perfino degli strafalcioni in cui credono i cittadini interrogati. Questi ci raccontano pedissequamente lo stato dell’opinione pubblica, delle credenze dell’elettorato, le impressioni degli italiani.

Il vero nodo, il vero problema, nasce dal corto-circuito ormai inestricabile tra (molti) istituti di ricerca e (quasi tutte) le testate giornalistiche; un corto-circuito che permette di leggere e di veder commentate notizie che sembrano essere create appositamente per un preciso disegno politico. Scenetta che per certi versi rimangono memorabili.

Riassunto. Stamani, 30 giugno, salgo in auto, accendo la radio e mi capita di sentire la dichiarazione di Adolfo Urso (ministro delle imprese e del made in Italy) che, in pochi secondi, diviene nella mia testa il prototipo, il simbolo di come i comunicatori in generale e i politici in particolare “trattano” la materia demoscopica. Evidentemente in risposta a una domanda posta da Simone Spetia, di Radio24, prima che io accendessi la radio, Urso dichiara che anche gli italiani hanno gli stessi dubbi di Giorgia Meloni sul Mes, come testimoniano i risultati di un sondaggio odierno, il quale sottolinea come il 60% degli elettori si dichiara appunto “contrario” al Mes. Dunque, ribadisce Urso, gli italiani la pensano come il loro presidente. Ottimo!

Spetia interviene, dicendo che anch’egli ha letto un sondaggio pubblicato dalla Stampa sul Mes. Urso ribadisce che proprio a quello faceva riferimento. Allora Spetia gli ricorda che in realtà in quel sondaggio, al di là del titolo davvero improvvido, ai limiti della querela, vedremo tra breve perché, “Contrari al Mes 6 italiani su 10” (suppongo l’unica cosa letta da Urso, come capita ormai quasi sempre), si evince che effettivamente solo il 39% si dichiara favorevole al Mes, ma tra gli altri, il 27% è contrario e il 34% incapace di rispondere. Dunque, conclude Spetia, solo poco più di un quarto non gradisce il Mes, non il 60%.

Che fa Urso a questo punto? La cosa che fanno di norma tutti i politici quando emergono dati che non piacciono. Risponde così: “sì, ma che ci importa di un sondaggio, la politica non si fa con i dati dei sondaggi, ma con proposte serie che vanno anche, nel caso, contro le opinioni della maggioranza! E comunque i sondaggi ci dicono che questo governo piace agli italiani. Noi siamo compatti e coesi per sostenere il nostro paese contro tutti i disfattisti!” Spetia tenta timidamente di intervenire chiedendo infine se ai sondaggi si debba credere o meno, e quando, ma il ministro taglia corto, sottolineando i dati elettorali da un anno a questa parte, tutti favorevoli al centro-destra. Questo è quello che conta. Fine dalla trasmissione.

E questo è dunque il manuale da seguire: citare i sondaggi se sono favorevoli, deriderli se non lo sono, citare dati elettorali quando serve, ignorarli se sfavorevoli. Come è capitato a Fratelli d’Italia. Quando veleggiava tra il 4 e il 5%, lo scopo del partito era la coerenza alle proprie idee, non la ricerca tout court del consenso; quando invece si è vicini al 30%, perché – ci si chiede – viene data visibilità a partiti che non contano quasi nulla? Le logiche si ribaltano a piacimento.

Ma torniamo al sondaggio malandrino. Incuriosito, vado a verificare sul quotidiano torinese. E lì, effettivamente, capisco da cosa sia stato tratto in inganno lo stesso Urso. Campeggia il bel titolo più sopra ricordato. Un ulteriore simbolo di come NON deve essere divulgata un’indagine demoscopica, pieno di inesattezze, di carenza di notizie essenziali, di formulazione delle domande quanto meno discutibili, di commenti un po’ pretestuosi.

Andiamo con ordine. Intanto, il metodo utilizzato. Nelle stringate note, si legge, testualmente (e tralascio per carità il nome dell’Istituto): “Rilevazione scientifica-statistica basata su dichiarazioni anonime” (sic). Niente di più! Quanti casi? Quale metodo di rilevazione? E poi, cosa sarebbe una rilevazione scientifica-statistica? E meno male che viene ribadito come le dichiarazioni siano anonime, ci mancherebbe altro.

Veniamo alla formulazione delle domande. Quella sul Mes, recita così o, almeno, così viene riportata: ”È favorevole o contrario al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES)?” Risposte: sì / no / non sa-non risponde. Suppongo una qualche semplificazione grafica, per problemi di spazio. Ma è lo spaccato delle risposte per elettorato che desta i maggiori sospetti del fatto che gli intervistati abbiano capito poco o nulla della domanda o, ancora di più, che non sappiano poi molto del Mes. Infatti, sono gli elettori di Forza Italia, accanto a Calenda e Renzi, quelli più favorevoli (vicino al 70%), mentre sono tiepidi quelli di Bonino e i più sfavorevoli sono quelli del Movimento 5 stelle.

Infine, tra altre perle di cui lascio l’approfondimento a chi vuole divertirsi un po’, riporto il commento dell’articolo ad un dato peraltro nemmeno pubblicato, che recita così: “occorre riconoscere che Giorgia Meloni rimane stabile al di sopra del 40% nel suo indice di fiducia, a conferma della sintonia con una buona parte del Paese”. Ora, da una coalizione che ha ricevuto oltre il 45% dei consensi, mi aspetterei che il suo apprezzamento riesca quanto meno a raggiungere quel traguardo elettorale, se non superarlo in un momento di chiara luna di miele e con una opposizione praticamente inesiste. Ma chi si accontenta gode…




A chi piace la bufala politicamente corretta

Le fake news sono tali solo se non riguardano un tema politicamente corretto. C’è una specie di indulgenza quando le bufale sono scritte a titoli cubitali su un giornale progressista e riguardano una causa giudicata buona: la notizia resta falsa, anche se il fine è sacrosanto. Cerchiamo di andare al concreto. Ieri Repubblica a pagina 4 sparava con grande evidenza un numero impressionante: 6.788.000. E la didascalia recitava: “Italiane tra i 16 e i 70 anni che hanno subito qualche forma di violenza pari al 31,6%”. Questa notizia è falsa, doppia come un gettone. Il tutto a corredo di un pezzo che chiede maggiori risorse contro il femminicidio: cioè maggiori tasse per far sì che una donna su tre (così spiega la didascalia) non debba più subire ignobili violenze. Giusto evitare le violenze, sbagliato tirare in ballo un numero falso. Così come è vero che Boschi e Boldrini non hanno partecipato al funerale di Riina, ma sbagliato che ci sia un fotomontaggio che le ritragga a quel funerale. Come nel caso della foto falsa bisogna andare alla fonte del numero. Anche se per la foto è più semplice capire che si tratta di una bufala. Quel numero è un macigno. Non basta fare clic con il tasto destro del proprio mouse per vedere chi lo ha prodotto. Né il giornale antibufale per eccellenza, e cioè Repubblica, ci dice da dove esce.

Ve lo diciamo noi.

Tutto nasce da un rapporto Istat del 2015 sui dati del 2014, fatto su mandato del ministero sulle pari opportunità. Non si tratta di un dato puntuale, ma di un sondaggio. Cioè non ci sono 6,7 milioni di donne che hanno denunciato o lamentato o raccontato una violenza. C’è un sondaggio su un campione di 24.761 donne. Avete capito, si tratta di un sondaggio. Ma non basta. Nella didascalia di Repubblica, e non solo, si dice che il 31,6% delle donne italiane subisce violenza.

In realtà la maggior parte di loro subisce la cosiddetta violenza psicologica: il 22% della popolazione nazionale secondo l’Istat, e cioè 4,4 milioni su 6,7 milioni delle loro stime si lamenta solo della violenza psicologica e non già di quella fisica. Grave comunque, Ma ci sarà una differenza tra l’una e l’altra.

L’indagine è stata condotta facendo delle domande al campione scelto dall’Istat: la maggior parte riguardano proprio le ipotesi di violenza psicologica. Il questionario elaborato in collaborazione con le operatrici dei centri antiviolenza (per i quali sono reclamati maggiori finanziamenti) prevede infatti sette domande sulla violenza fisica, otto su quella sessuale e la bellezza di 20 su quella psicologica.

I ricercatori hanno messo in evidenza questa emergenza italiana con questo genere di domande: “Il suo partner si arrabbia se lei parla con un altro uomo? La critica per il suo aspetto, per come si veste o si pettina ad esempio dicendole che è poco attraente, inadeguata? È costantemente dubbioso sulla sua fedeltà? Controlla costantemente quanto e come spende? Il suo partner minaccia di uccidersi?” E così via.

A ciò si aggiunga, come ammettono i ricercatori, che le intervistate spesso non hanno la percezione di aver subito violenza. Sono i ricercatori che sanno meglio delle presunte vittime cosa possa essere considerata violenza nei loro confronti. Il timore è che le donne (trattate come dei soggetti inferiori) siano tutte vittime psicologiche dei propri carnefici maschi, non in grado di rispondere adeguatamente ad una serie di domande dirette sul fatto di aver subito o meno una violenza psicologica. Le donne non capirebbero da sole che quando il maschio dice che il risotto fa schifo le sta violentando psicologicamente.

Tutte cose brutte, indelicate, sgarbate. Ma davvero possiamo giudicare la violenza nei confronti delle donne con un questionario del genere?

La statistica al servizio di un’ideologia è quanto abbiamo appena descritto. Sono sconfitte proprio le donne che subiscono violenza. Dire che una donna sua tre in Italia subisce violenza, ridicolizza la denuncia. È buono per un titolo dei giornali e per un tweet, ma non per combattere la violenza vera. Può essere utile per trovare qualche finanziamento a nuove ricerche, a centri burocratici che dovrebbero spiegarci come rispondere a tono al proprio compagno, ma non a salvare una dottoressa di un pronto soccorso siciliano che viene brutalmente violentata nel suo turno di notte, perché nessuno ha previsto un presidio di sicurezza. Come è avvenuto nei mesi scorsi in Sicilia.

Articolo uscito su Il Giornale