Adolescenti su internet – Si muove l’Europa

Age verification, verifica dell’età. Di questo si parla insistentemente da un po’ di tempo, e si parlerà ancora a lungo: è di pochi giorni fa, infatti, il lancio della European Verification App, uno strumento informatico di verifica dell’età, pensato per limitare l’accesso degli adolescenti  alle piattaforme digitali, e in particolare ai social.

L’idea ovviamente non è di rendere impossibile l’accesso ai social degli under-16 (o under-15, non è ancora stato deciso), ma di renderlo molto più complicato di oggi, nella speranza di limitare i danni alla salute mentale di ragazzi e ragazze. Il sistema europeo, almeno nelle intenzioni, non dovrebbe violare la privacy, in quanto basato sulla concessione di “gettoni” di accesso anonimi.

Il decollo di questo progetto non ha mancato di suscitare polemiche, riattivando l’antica disfida fra proibizionisti (rassicurati dai controlli) e anti-proibizionisti (spaventati dall’ingerenza dei poteri pubblici). Un recente sondaggio sembra indicare che la maggior parte dei genitori vedono con favore norme che impediscano (o subordinino al consenso dei genitori) l’accesso ai social prima di una determinata età. D’altra parte una lettera aperta firmata da centinaia di esperti ha recentemente lanciato l’allarme sui rischi per la privacy che le procedure di age verification produrrebbero.

C’è una novità importante, tuttavia, rispetto ai dibattiti classici – come quello sulla legalizzazione degli stupefacenti – fra proibizionisti e anti-proibizionisti. Tradizionalmente, le posizioni proibizioniste attirano soprattutto l’elettorato conservatore, e quelle anti-proibizioniste l’elettorato progressista. In questo caso no, le cose sono molto più articolate.

In campo conservatore, l’istinto proibizionista entra in conflitto con la difesa della libertà di espressione, che da diverso tempo è entrato nell’agenda della destra, giustamente inorridita dalle tentazioni censorie del follemente corretto.

Ancora più complicate le cose in campo progressista: il riflesso antiproibizionista (vietato vietare!) si scontra con l’interventismo in campo sociale, che prescrive di prevenire il disagio sociale. Quello della app europea è uno dei rari casi in cui la dottrina progressista (prevenire anziché reprimere) si trova di fronte una situazione in cui reprimere un comportamento (l’esposizione ai social) è il modo più logico per prevenire un rischio sociale (il disagio mentale). In altre parole, ai progressisti risulta arduo ricorrere alla solita contrapposizione fra la prevenzione (buona) e la repressione (cattiva), perché – in questo caso – per prevenire occorre reprimere.

Che fare, dunque?

Questo lo deciderà la politica, come quasi sempre avviene. Quello che noi cittadini possiamo fare è cercare di non vedere solo una faccia del problema, e non farci accecare dalle nostre pulsioni proibizioniste o anti-proibizioniste.

Chi propende per controlli severi non dovrebbe nascondersi alcuni fatti fondamentali. Primo, i controlli sono quasi sempre aggirabili, come dimostra la severissima Australia dove 2 adolescenti su 3 hanno continuato a stare sui social nonostante il divieto introdotto. Secondo, la necessità di sottoporsi a frequenti verifiche dell’età aumenterà, innanzitutto per gli adulti, i rischi di furti di identità e truffe (come già sta avvenendo da tempo con le app bancarie e le bollette). Senza contare i danni in temini di efficienza e rapidità della navigazione in rete.

Chi non vorrebbe divieti non dovrebbe sottovalutare il fatto che, per un genitore che desidera proteggere i figli dai rischi di internet, è molto più facile vietare qualcosa se anche la legge la vieta (un ragionamento che, forse, andrebbe considerato anche nel caso degli stupefacenti). Soprattutto, chi tiene alla salute mentale dei propri figli non dovrebbe lasciarsi ingannare da quanti sostengono che gli esperti siano divisi, e che non ci siano prove definitive dei danni prodotti dai social. No, questo non è vero: studiosi come Joan Twenge e Jonathan Haidt (l’autore del La generazione ansiosa) hanno portato prove schiaccianti sui danni mentali prodotti da social, videogiochi e pornografia. Sono i negazionisti del nesso fra social e disagio mentale a non aver portato prove convincenti della loro tesi.

C’è, infine, una considerazione politica, che dovrebbe fare riflettere soprattutto la sinistra: è verosimile che lasciare le cose come stanno possa aumentare le diseguaglianze sociali. Fateci caso, ma a dedicare le maggiori energie a limitare, filtrare, indirizzare la vita su internet dei figli sono i ceti più istruiti, ben consapevoli dei danni – e quindi dei futuri svantaggi sociali – che l’esposizione eccessiva può provocare. È un caso che tutti i maggiori inventori delle tecnologie della rete, da Steve Jobs (Apple) a Bill Gates (Microsft), abbiano cercato di tenere lontani dagli schermi i loro figli?

[articolo uscito sul Messaggero il 19 aprile 2026]




I ragazzi selvaggi e il tramonto dell’educazione

Siamo arrivati alla società dei «diseredati»: giovani a cui non è stato trasmesso nulla di ciò che è davvero fondante, senza radici e senza capacità di immaginare e di costruire il futuro

Dopo l’ennesima spedizione punitiva di genitori contro un insegnante reo di fare soltanto il proprio lavoro, dopo i tristi casi di cronaca di professori sbeffeggiati, derisi e postati su Facebook, dopo l’inarrestabile escalation di bullismo presente ormai ad ogni livello nella vita scolastica e, soprattutto, dopo una lunga ed estenuante campagna elettorale, in cui nessuno dei contendenti ha messo non dico al primo ma neppure agli ultimi posti la catastrofe educativa, occorre forse fermarsi e cercare di stabilire un punto fermo.

Che cos’è l’educazione?

Che cos’è l’educazione? E qual è la relazione tra l’educazione e il nostro essere pienamente umani? Le grandi scimmie antropomorfe, etologicamente i nostri parenti più stretti, permettono ai loro «adolescenti» di compiere atti che a un adulto non verrebbero mai concessi. Ma entro certi limiti. Non appena la soglia viene superata, l’adulto più alto in grado prende le misure necessarie per interrompere un comportamento destinato a diventare nocivo per la comunità stessa. Uno scimpanzé, un gorilla, un bonobo, per quanto complessi essi siano, hanno una caratteristica che li accomuna alle altre specie animali: vivono nell’immediatezza delle situazioni e la loro esistenza si svolge quietamente lungo i binari della genetica, dell’ambiente e dell’evoluzione. Seguendo la legge della sua specie, un piccolo scimpanzé diventerà sempre un grande scimpanzé ma un bambino lasciato a se stesso, senza alcun accompagnamento, senza sostegno, senza limiti né contrasti, che cosa mai potrà diventare? Quello che ormai troppo spesso abbiamo sotto i nostri occhi: un adolescente infelice, rabbioso, totalmente privo di empatia, succube dei sempre più folli capricci del suo ego.

La tesi di Rousseau

D’altronde, come stupirsi? Quando io studiavo alle magistrali nei primi anni Settanta, il caposaldo della nostra formazione era l’Émile di J.J. Rousseau. Nella visione del filosofo svizzero, infatti, il bambino, per poter sviluppare al massimo le sue potenzialità, doveva essere lasciato il più possibile allo stato di natura, rinunciando ad ogni autorità educativa. «Non comandategli mai nulla, per nessuna ragione al mondo: assolutamente nulla» scrive nel suo romanzo pedagogico del 1762. «Non lasciategli neppure immaginare che pretendete di avere su di lui qualche autorità». Inoltre, per proteggerlo dall’influsso nefasto della società — indi della civiltà e dalla nebulosità della cultura — Rousseau consiglia di ridurre quanto più possibile anche il suo vocabolario. «È un inconveniente gravissimo che abbia più parole che idee, che sappia dire più cose di quante sappia pensarne».

Il libro di Bellamy

Queste memorie scolastiche mi sono tornate in mente leggendo lo splendido libro del filosofo François-Xavier Bellamy, I diseredati, ovvero l’urgenza di trasmettere (Itaca, 2016), uno dei saggi più lucidamente appassionati sulla crisi educativa degli ultimi anni. Proprio nel libro di Bellamy si ricorda una vicenda accaduta una ventina d’anni dopo la morte di Rousseau, quando nel Sud della Francia venne trovato in una zona impervia un ragazzo selvaggio. Stando alle teorie rousseauiane, questo bambino avrebbe dovuto essere il non plus ultra della saggezza e dell’equilibrio. Invece, secondo la testimonianze del medico che lo seguì nei primi tempi «si agitava continuamente senza scopo, mordendo e graffiando tutti quelli che lo contrariavano, non manifestando alcuna specie di gratitudine per coloro che lo accudivano, indifferente a tutto e a nulla prestando attenzione». Questo ritrovamento scosse temporaneamente le salde certezze dei seguaci di Rousseau, ma il turbamento fu presto accantonato sostenendo che il ragazzo era stato abbandonato proprio in quanto indomabile.

Infanzia in totale solitudine

Chi ha visto il bel film di Truffaut, Il ragazzo selvaggio, ispirato proprio a Victor, si ricorderà degli sforzi che uno studente di medicina, Jean Itard — convinto dell’ipotesi contraria, cioè che il ragazzo fosse così proprio in quanto abbandonato —, fece per restituirgli la sua umanità e per non farlo rinchiudere in manicomio, come avrebbero voluto i rousseauiani. Per cinque anni Itard si dedicò a Victor con immensa pazienza e, pur non riuscendo a rimediare ai gravi danni psicologici causati da un’infanzia vissuta in totale solitudine, riuscì comunque a placarlo, a fargli esprimere le proprie sensazioni ed emozioni per comunicarle agli altri. Diversamente dallo scimpanzé, l’uomo che cresce allo stato brado, senza alcun condizionamento né guida, è destinato a diventare un essere infelice, rabbioso e selvatico, perché la misteriosa complessità dell’essere umano si sviluppa soltanto attraverso la relazione e la trasmissione del sapere. Sapere che non è condizionamento, ma via prioritaria per la libertà e la stabilità della persona.

Società di «diseredati»

Abolito il ruolo educativo della scuola — ridotta nel migliore dei casi a luogo dove si apprendono tecniche — cancellata la stabilità e l’autorevolezza del nucleo familiare, scomparsi storicamente i partiti, eclissata la chiesa, quali realtà educative permangono nella collettività? Soltanto il narcisismo anarchico della Rete che esalta sopra ogni cosa la felicità individuale, creando una monocultura della mente e una totale anestesia del cuore. Di questo passo, siamo arrivati così alla società dei «diseredati», appunto: giovani generazioni a cui non è stato trasmesso nulla di ciò che è davvero fondante, giovani senza radici e senza alcuna capacità — e possibilità — di immaginare e di costruire il futuro. Che cittadini saranno i nuovi ragazzi selvaggi? Non si può poi negare che quarant’anni di questa pedagogia così affabilmente democratica abbiano creato una società sempre più drammaticamente classista. Mai come ora, infatti la forbice tra i ragazzi privilegiati, su cui la famiglia ha potuto e ha voluto investire, e i novelli Victor, figli di famiglie disgregate, assenti o prive di risorse, è stata così ampia.

Senza autorevolezza

Pensando all’apatia educativa contemporanea, mi è tornato in mente un episodio raccontatomi qualche anno fa da una giornalista tedesca. Nata alla fine degli anni Quaranta, la sua infanzia era stata segnata dalla drammatica divisione del suo Paese. Un giorno, quando era ancora alle elementari, aveva raccontato a tavola che tutta la sua classe era stata invitata alla festa di compleanno di una loro compagna fuggita dall’Est ma che nessuno di loro sarebbe andato perché la bambina era povera e puzzava. La nonna, a quel punto, le aveva dato un sonoro schiaffo, il primo e l’ultimo della sua vita. «Tu invece ci vai!» le aveva intimato. «E ci vai con il miglior vestito, portandole anche un bellissimo regalo». E così era accaduto. Era stata l’unica della classe ad andarci. «Senza quello schiaffo la mia vita sarebbe stata completamente diversa», mi confidò. «Mi ha fatto aprire gli occhi e da allora non mi sono mai più lasciata tentare dalla crudele banalità della maggioranza».

Il kyôsaku

Lungi da me l’idea di inneggiare alla violenza fisica, ma non è proprio colpendo con un bastone, il kyôsaku, che i maestri zen risvegliano la coscienza degli allievi assopiti o distratti durante il tempo della meditazione? Non è forse di un bastone di questo tipo che anche la nostra società avrebbe bisogno per svegliarsi dal torpore, aprire finalmente gli occhi e chiamare le cose con il loro nome? Senza ritorno dell’autorevolezza, senza un generoso e appassionato ripristino della cultura – come realizzazione più profonda dell’umano e della sua trasmissione, che è fatta di imprescindibili priorità – il nostro mondo sarà sempre più popolato da infelicissimi e ingestibili Victor. E non è necessario avere grandi doti divinatorie per immaginare che sarà un mondo purtroppo drammaticamente diverso dall’aulico Eden di cui avrebbe voluto essere artefice l’Émile immaginato da J.J. Rousseau.

Articolo pubblicato su il Corriere della Sera del 12 aprile 2018