Mercato del lavoro, l’eredità della crisi

Come spesso succede nei divorzi fra coniugi, anche nell’imminente, e a quanto pare ineluttabile, divorzio fra il Pd e le tre sigle della Sinistra Purosangue (Mdp, Si, Possibile), le ragioni vere, le ragioni ultime della separazione, non si conoscono con certezza: antipatie personali? disaccordi sulla suddivisione dei seggi in Parlamento? dissensi politici sui programmi?

Una cosa però la sappiamo con sicurezza: le ragioni dichiarate, quelle che riempiono i telegiornali e le pagine dei quotidiani, vertono essenzialmente sul mercato del lavoro. La Sinistra Purosangue attacca frontalmente le politiche occupazionali di questi anni, a partire dal Jobs Act; il Pd non solo non si sogna di rinnegare quelle politiche, ma attribuisce ad esse il merito di aver creato un milione di posti di lavoro.

Temo che nessuna di queste due posizioni regga a un’analisi fredda. Tuttavia penso che vi sia un’asimmetria: il punto debole della Sinistra Purosangue sono le proposte, quasi tutte penalizzanti per le imprese e melanconicamente ispirate a un mondo che non c’è più; il punto debole della sinistra riformista, invece, è la descrizione, il racconto di questi anni. Un racconto che, con il comprensibile obiettivo di difendere quel che si è fatto, rischia di non vedere né quel che realmente è accaduto, né quel che si sarebbe potuto fare, di più e di meglio.

Che cosa è accaduto, fra il 2014 e oggi?

Sì, è vero, i posti di lavoro dipendente sono aumentati di circa 1 milione. Ma questo non prova che ciò sia avvenuto grazie alle politiche del governo: senza un’analisi statistica accurata, che al momento manca (e probabilmente è inattuabile, con i dati di cui si dispone), si potrebbe altrettanto bene sostenere che il merito è della ripresa dell’economia europea, che a sua volta sarebbe merito della Bce e del Quantitative Easing. Giusto qualche giorno fa Draghi è sembrato dire proprio questo, quando ha messo in relazione la politica monetaria e i 7 milioni di nuovi posti di lavoro creati nell’Eurozona negli ultimi 4 anni.  E se proprio volessimo farci un’idea, rozza e approssimativa, degli eventuali meriti delle politiche attuate in Italia, quel che dovremmo fare non è certo confrontare gli ultimi quattro anni (di lenta ripresa) con i precedenti quattro (di crisi profonda), ma semmai chiederci come è andata nel resto d’Europa. Ebbene, se lo facciamo, il risultato è desolante: fra il 2013 e il 2016 gli occupati sono cresciuti del 2.2% in Italia, ma del 3.8% (quasi il doppio) in Europa. A fronte del +2.2% dell’Italia, la Francia ha fatto +2.7, la Germania +3.9%, il Regno Unito +5.2, la Spagna: +6.9. Solo 8 paesi (fra cui Grecia e Cipro) hanno fatto peggio di noi, mentre ben 24 su 33 hanno fatto meglio.

Fonte dati Eurostat-Elaborazioni Fondazione David Hume

Se poi andiamo a vedere la composizione di questi nuovi posti di lavoro, il quadro si fa ancora più allarmante. Il tasso di occupazione precaria era all’11% a metà degli anni ’90, è cresciuto di un paio di punti nel ventennio successivo, ma poi, in soli tre anni, fra il 2014 e il 2017, ha fatto un ulteriore balzo di altri 2 punti: oggi è al massimo storico, oltre la soglia del 15%. E questo record si mantiene anche se teniamo conto della riduzione del numero delle collaborazioni, ossia del tipo di contratti che il Jobs Act e la decontribuzione si preoccupavano di disincentivare.

Fonte dati ISTAT-Elaborazioni Fondazione David Hume

Questo dato sembra contrastare con le cifre che vengono spesso presentate a difesa delle politiche di questi anni, cifre da cui risulta che l’incremento di posti di lavoro è equidistribuito: mezzo milione di posti di lavoro permanenti (stabili), mezzo milione di posti di lavoro temporanei (precari). Ma è una trappola statistica, e non è un buon argomento a favore delle politiche che si vogliono difendere. La realtà è che il tasso di occupazione precaria in Italia, anche dopo i record negativi macinati nel triennio 2015-2016-2017, resta relativamente contenuto: il 15% è più o meno la media europea, un dato analogo a quello della Germania, e migliore di quelli di Francia e Spagna.

Fonte dati Eurostat-Elaborazioni Fondazione David Hume

Ma un paese che ha “solo” il 15% di lavoratori a termine, se vuole evitare che il tasso di precarietà salga, è costretto ad assumere a tempo indeterminato almeno l’85% dei nuovi dipendenti. Se ne assume a tempo indeterminato solo il 50%, inevitabilmente registrerà un aumento del tasso di occupazione precaria. Ecco perché hanno ragione sia quanti si rallegrano che metà dei nuovi posti di lavoro siano stabili, sia quanti deplorano che il tasso di precarietà sia in continua ascesa.

Parlando di record negativi, ce n’è purtroppo anche un altro che abbiamo conquistato in questi anni: nel 2016 l’Italia è diventata il paese con il tasso occupazione giovanile più basso d’Europa. E’ vero che è da molti anni che siamo agli ultimi posti, ma non era mai successo che fossimo il fanalino di coda.

Fonte dati Eurostat-Elaborazioni Fondazione David Hume

Quanto al tasso di occupazione complessivo, nonostante i progressi degli ultimi anni, siamo ancora al di sotto dei livelli pre-crisi, ma anche qui è importante distinguere: il tasso di occupazione degli italiani è ancora sotto di un punto, quello degli stranieri di quasi 10. E questo non perché gli stranieri abbiano conquistato più posti degli italiani, ma per la ragione opposta: nel decennio della crisi gli italiani hanno perso più di 1 milione di posti di lavoro, gli stranieri ne hanno conquistati quasi 800 mila, ma il loro tasso di occupazione è crollato lo stesso perché l’afflusso di stranieri è stato eccessivo rispetto alle capacità di assorbimento del mercato del lavoro.

Fonte dati Istat-Elaborazioni Fondazione David Hume

Qual è il bilancio, dunque?

Se proviamo a sgombrare il campo dalle controversie ideologiche mi pare piuttosto semplice. In questi ultimi quattro anni, sul versante del lavoro, le cose sono andate meglio di prima, ma peggio che nella maggior parte degli altri paesi europei. Ed è normale che sia così, perché noi non abbiamo ancora risolto il problema del debito pubblico (che anzi si è un po’ aggravato), né rimosso le grandi strozzature, tasse e burocrazia innanzitutto, che impediscono al Pil di crescere a un ritmo sufficiente. Possiamo fare tutte le leggi che vogliamo per regolare o deregolare il mercato del lavoro, ma il problema di fondo resta sempre quello: se il Pil non cresce almeno a un ritmo del 2-3% l’anno, è impossibile garantire sia un flusso cospicuo di nuovi posti di lavoro, unico modo sano di dare un po’ di ossigeno alle famiglie, sia un aumento della produttività, unico modo per essere competitivi sui mercati internazionali. Anche il problema del tasso di precarietà dipende in modo cruciale dalla dinamica del Pil: finché il Pil ristagna, o cresce poco, è normale che le imprese temano che la domanda che oggi c’è domani non ci sia più, e si cautelino con i contratti a termine. Pensare che il trend si possa invertire aumentando i vincoli e i costi delle imprese è semplicemente ingenuo.

Questo, mettere le imprese in grado di creare posti di lavoro, tanti nuovi posti di lavoro, è il nodo vero. Ma è un nodo che, in quanto passa per una significativa riduzione del debito pubblico, nessuna forza politica è in grado di affrontare sul serio.

Pubblicato su Il Messaggero



Pd e Sinistra Purosangue

Dev’essere un bel dilemma, quello con cui devono fare i conti il Pd e la “Sinistra Purosangue” (d’ora in poi SP), ovvero la microgalassia di sigle e gruppi che cercano di occupare lo spazio alla sinistra del Pd: Sinistra Italiana (Fratoianni), Mdp (Bersani e D’Alema), Campo progressista (Pisapia), Possibile (Civati), la sinistra “civica” del Brancaccio (Falcone e Montanari), giusto per citare i raggruppamenti di cui più si parla.

Il dilemma è questo. Se si presentano separatamente, conquistano pochissimi seggi e decretano la sconfitta della sinistra, ripetendo il copione del 2001, quando bastò la corsa solitaria di Bertinotti a spianare la strada a Berlusconi. Se si presentano alleati, conquistano più seggi, ma rendono ridicola e incomprensibile la scissione di qualche mese fa.

Personalmente penso che, alla fine, il bisogno di poltrone prevarrà, e qualche tipo di alleanza vedrà la luce. Però penso anche che non sia questo il punto. Il punto interessante sono le differenze programmatiche. Perché un eventuale programma comune potrà anche smussarle o camuffarle, ma non cancellarle. Anche se prima del voto venisse trovato un accordo, un minuto dopo le elezioni quelle differenze tornerebbero a galla. E non è neppure escluso che il Pd tenti un governo con Forza Italia, e SP, la Sinistra Purosangue, tenti un governo con i Cinque Stelle.

Ma quali sono le differenze importanti?

Sono sostanzialmente tre. Pd e SP dissentono sul Jobs Act, sulle tasse e sui migranti. Più esattamente, la Sinistra Purosangue vuole reintrodurre l’articolo 18, pensa che molti problemi si possano risolvere aumentando le tasse ai ricchi, disapprova le politiche di contenimento dei flussi migratori del ministro Minniti. E traduce queste sue critiche in una tesi politica tanto semplice quanto efficace: il Pd “non è più di sinistra”.

Sul fatto che il Pd non sia un partito di sinistra, che rappresenta le istanze dei ceti popolari, sono sostanzialmente d’accordo. Lo penso anch’io, e lo penso semplicemente perché è quel che risulta dalle analisi empiriche, quando si va a vedere chi vota chi. Il Pd è sovra rappresentato fra i ceti medi e più in generale nel mondo dei garantiti, mentre i ceti bassi, ovvero il mondo degli esclusi, dei precari, e di chi è esposto ai rischi del mercato, preferiscono guardare altrove: ieri ai partiti di destra, ora anche al Movimento Cinque Stelle. Il punto, però, è che anche la Sinistra Purosangue non è radicata nei ceti popolari, ma pesca semmai fra i “ceti medi riflessivi”, impegnatissimi nelle grandi “battaglie civili”, dal divorzio all’aborto, dal testamento biologico allo Ius soli, ma lontanissimi dalla sensibilità popolare.

Insomma, quel che voglio dire è che, se ammettiamo che una forza di sinistra deve essere capace di rappresentare almeno il nucleo delle istanze popolari, allora non sono di sinistra né il Pd né la Sinistra Purosangue, che in fondo, in un modo o nell’altro, si richiama semplicemente a quel che il Pd era prima di Renzi. La politica del Pd non è in sintonia con i ceti popolari non perché ha varato il Jobs Act, ma perché il suo atto più significativo, gli 80 euro in busta paga, ha tagliato fuori precisamente gli strati sociali più bassi: chi non ha un lavoro, e chi guadagna così poco da non poter usufruire dello sconto fiscale. La politica della Sinistra Purosangue, invece, non è in sintonia con i ceti popolari perché sul nodo scottantissimo delle politiche migratorie invoca l’esatto contrario di quel che la gente vuole, ovvero una stretta sugli ingressi irregolari in Italia.

Se una differenza politica si vuole trovare fra Pd e SP, a me sembra che la si possa descrivere così. Checché ne dica Bersani, non è il Pd di Renzi che “non è più di sinistra”, visto che è almeno da vent’anni che gli eredi del Pci non rappresentano più i ceti subordinati. Quell’etichetta nostalgica, che allude ai bei tempi in cui la sinistra faceva la sinistra, si applica semmai alla Sinistra Purosangue, che si illude che basti rispolverare le vecchie ricette – più tasse, più vincoli alle imprese – per resuscitare un mondo che è definitivamente tramontato. Del Pd renziano, non direi che “non è più” di sinistra, come se prima di Renzi ancora lo fosse, ma semmai che “non è ancora” di sinistra, se essere di sinistra significa innanzitutto – oggi come ieri – promuovere l’emancipazione di chi sta in basso. Un’emancipazione che, nelle condizioni dell’Italia di oggi, a mio modesto parere significa soprattutto tre cose: mettere le imprese in condizione di creare posti di lavoro veri, fermare il declino della qualità dell’istruzione nella scuola e nell’università, fornire risposte alla domanda di sicurezza, particolarmente intensa nelle periferie e nelle realtà più degradate.

Tutti compiti per cui la sinistra non è attrezzata, ma per i quali la Sinistra Purosangue sembra esserlo ancora meno del Pd. Dalla prima, realisticamente, mi aspetto solo una cosa: nostalgia, nostalgia, nostalgia. Dal Pd mi aspetto che, finalmente, faccia una scelta: prendere sul serio la domanda di protezione, economica e sociale, che sale dai ceti popolari, o lasciare che siano solo la destra e i Cinque Stelle a farsene interpreti.




Dal fisco alla scuola/Tre domande per la destra di governo che verrà

Anche se nessun partito ha ancora presentato un programma elettorale preciso, ormai un’idea me la sono fatta. All’appuntamento di marzo, quando saremo chiamati alle urne, la sinistra si presenterà, inevitabilmente, come la paladina e la garante della continuità. In un modo o nell’altro, è al governo da sei anni, e da quasi quattro, ossia da quando Renzi ne ha conquistato il comando, governa sostanzialmente da sola, con condizionamenti minimi da parte dei cespugli che circondano il Pd. E’ dunque verosimile che, alle urne, si presenti chiedendo agli italiani di consentirle di continuare il lavoro fatto da Renzi e Gentiloni. Se siamo stati così bravi fin qui, perché cambiare?  Molto difficile che, prima del voto, il Pd attui quella svolta a sinistra (ma sarebbe più esatto dire: quel ritorno al passato), che scissionisti e nostalgici invocano quotidianamente.

Il Movimento Cinque Stelle si presenterà nel registro opposto, come l’unica garanzia di un cambiamento vero, come l’unica forza che – essendo nuova e non avendo mai governato (o meglio: avendo governato in modo controverso a Roma, Torino e qualche altro comune) – può davvero cambiare il Paese. E cercherà di convincere gli italiani a votarlo soprattutto con la proposta di un (assai generoso) reddito minimo garantito, che si ostinerà a chiamare “reddito di cittadinanza”, che suona meno assistenziale.

Il vero rebus, per me, è la destra. Intanto perché, a destra, a differenza che altrove, siamo in presenza di tre partiti e non di uno solo: Forza Italia e la Lega stanno in prossimità del 15%, Fratelli d’Italia sta ormai stabilmente intorno al 5%, ben oltre ogni ragionevole soglia di sbarramento. Ma soprattutto per un altro motivo: il programma politico dell’alleanza che si va profilando fra i tre partiti di destra non è affatto chiaro. E non lo è non già su quisquilie e pinzillacchere, ma su almeno tre punti fondamentali.

Il fisco, innanzitutto. Sia Salvini sia Berlusconi parlano di flat tax, ovvero di un’unica aliquota sul valore aggiunto (IVA), per il reddito personale e per il reddito di impresa.

Ma per Salvini l’aliquota unica deve essere al 15%, per Berlusconi al 23% (una differenza enorme, sul piano macroeconomico). Entrambe le proposte sono al di sotto del 25%, ossia dell’aliquota proposta dall’Istituto Bruno Leoni, probabilmente il think tank più liberal-liberista che vi sia in Italia. E notate che l’aliquota unica proposta dal Bruno Leoni, molto efficacemente e dettagliatamente spiegata da Nicola Rossi in un denso volumetto di qualche mese fa (Venticinque% per tutti, IBL Libri), è già stata considerata irrealistica (troppo bassa) da qualificati studiosi di questioni fiscali. A destra si pensa che Salvini e Berlusconi troveranno un punto di equilibrio (20%?), ma la vera questione non è a che livello si metteranno d’accordo i due principali partiti del centro-destra, ma in che modo si possa attuare un programma così audace nell’orizzonte di una legislatura. Perché si fa presto a dire riduciamo il perimetro della Pubblica Amministrazione, combattiamo gli sprechi, facciamo la spending review: quando si arriva al dunque, nessuno riesce a chiudere gli enti inutili, nessuno riesce a liberarsi del personale in eccesso, nessuno riesce a privatizzare quel che andrebbe privatizzato, e la soluzione che mette d’accordo tutti i governi, di destra e di sinistra, è da 10 anni sempre la stessa: liberarsi dei commissari alla spending review.

Il secondo punto poco chiaro è quello del contrasto alla povertà, un dramma che continua a perdurare e anzi si è ancora (leggermente) aggravato negli ultimi tempi. Qui quel che si vorrebbe capire è se il centro-destra pensa sul serio di introdurre un’imposta negativa sul reddito (nel qual caso farebbe bene a spiegare innanzitutto che cos’è, visto che non tutti hanno studiato Milton Friedman e Friedrich von Hayek). E, se sì, su quali basi, con quali risorse, e destinata a chi. Giusto per ricordare qualche nodo: l’esistenza di prezzi molto diversi fra Nord e Sud rende iniqua un’imposta basata sul reddito nominale; aggredire la povertà costerebbe almeno 10 miliardi; quasi il 40% dei poveri è costituito da immigrati.

Un terzo punto che meriterebbe di essere chiarito è quello della sicurezza e dell’immigrazione irregolare. Se non ci fosse Minniti, la linea del centro-destra sarebbe scontata: stop alle politiche di accoglienza indiscriminata (e disordinata) attuate fino a pochi mesi fa. Ma adesso c’è Minniti che quelle politiche le ha già cambiate parecchio. Quindi la domanda diventa un’altra: fareste come Minniti? O fareste di più, o cose diverse? E se la risposta fosse quest’ultima, quali cose fareste fra quelle che si possono effettivamente fare, al di là dei facili slogan di una campagna elettorale? Come affrontereste il problema degli alloggi popolari abusivamente occupati da italiani non meno che da stranieri?

Ci sarebbe poi un punto ulteriore, che però non riguarda specificamente la destra, ma un po’ tutte le forze politiche: sulla scuola, e più in generale sul mondo dell’istruzione, che cosa possiamo aspettarci dal prossimo governo?

Perché almeno un paio di cose sono chiare, per chi ha occhi per vedere. La prima è che l’alternanza scuola-lavoro ha presentato forti “criticità”, per usare un eufemismo caro alla politica. Un peccato per gli studenti, ma forse anche un’occasione sprecata per le imprese, che potrebbero dare molto di più ai giovani (e a sé stesse) se fossero messe in condizione di fare della vera formazione sul posto di lavoro. La seconda è che l’abbassamento degli standard, in atto in tutti gli ordini di scuola da almeno mezzo secolo, non accenna a interrompersi. Nessun governo degli ultimi 50 anni ha mai fatto qualcosa per fermare questa deriva, e quasi tutti hanno molto operato per accelerarla.

Non sarebbe ora che almeno una forza politica si decidesse, non dico a combinare qualcosa di buono, ma almeno a riconoscere il problema?

Pubblicato su Il Messaggero il 21 ottobre 2017



Fallita la Terza via/Dopo 10 anni al Pd serve una nuova identità

Oggi è il 14 ottobre 2017. Esattamente dieci anni fa, il 14 ottobre 2007, veniva fondato il Partito democratico, che sceglieva come suo primo segretario Walter Veltroni (76% dei consensi, 3 milioni e mezzo di voti).

Il partito nasceva, essenzialmente, dal matrimonio tardivo di Ds e Margherita, due formazioni politiche a loro volta in ritardo sulla storia: i Ds sono stati l’ultima mutazione della tradizione comunista, travolta dalla caduta del muro di Berlino (1989); la Margherita è stata l’ultima mutazione della tradizione e democristiana, travolta dalle inchieste di Mani pulite (1992). Da allora si sono succeduti in tutto 5 segretari, due di matrice comunista (Veltroni e Bersani), due di matrice democristiana (Franceschini e Renzi), uno di matrice socialista (Epifani).

E’ un matrimonio riuscito quello che ha generato il Pd? O invece il progetto di un partito liberal-socialista, lucidamente delineato da Michele Salvati nei primi anni 2000, deve essere considerato fallito? E qual è stato il ruolo di Renzi in questa storia durata dieci anni?

Sappiamo che le risposte a queste domande costituiscono uno dei principali elementi di divisione a sinistra. C’è chi, come Piero Fassino (fresco autore di Pd davvero, La Nave di Teseo 2017), pensa che il progetto non sia affatto fallito, ma sia largamente incompiuto. E c’è chi, come i nemici di Renzi e del renzismo, da Bersani a Pisapia, da Fratoianni a D’Alema, pensano che Renzi sia la sciagura che ha distrutto il giocattolo.

Se vogliamo valutare quel che è successo in questi 10 anni, tuttavia, forse è meglio distogliere per un attimo lo sguardo dal piccolo recinto della politica italiana, e provare a collocare la storia del Pd nel più ampio teatro europeo. Ebbene, se facciamo questa operazione di spostamento, è difficile non accorgersi di alcune circostanze.

Primo. La sinistra tradizionale, ovvero i partiti socialisti, socialdemocratici, laburisti, sono in crisi in quasi tutte le democrazie occidentali (eccetto nel Regno Unito), e spesso sono ampiamente superati da forze di sinistra alternative ad essi. In Spagna i socialisti sono al 23%, in Germania i socialdemocratici sono al 20%, in Francia i socialisti sono al 7%: anche trascurando il successo alle Europee del 2014 (40.8%), il consenso al Partito democratico (intorno al 27%) si situa nettamente al di sopra dei valori dei partiti cugini in Europa.

Secondo. Fatto 100 il consenso a tutte le forze di sinistra, il Pd ne cattura tra l’80 e il 90%, una quota che, nel continente europeo, non viene neppure lontanamente avvicinata da alcun partito socialista o socialdemocratico. In Germania i socialdemocratici pesano per il 53%, in Spagna per il 49%, in Francia per il 26% (per non parlare della Grecia, dove sono ridotti al 13% dello schieramento di sinistra). Insomma: noi ci lasciamo impressionare dalle tempeste in un bicchier d’acqua di casa nostra, ma la realtà è che negli altri paesi la sinistra è molto più divisa, e il partito che tradizionalmente l’ha rappresentata è molto più in difficoltà di quanto lo sia il Pd in Italia. A quanto pare la “fusione fredda” fra comunisti e democristiani ha avuto l’effetto di sopprimere ogni reale concorrenza a sinistra.

Terzo. La sinistra tradizionale è in crisi quasi ovunque, in Europa. Su questo gli scissionisti di casa nostra hanno ragione. Ma la domanda cruciale è: perché la sinistra è in crisi? E che cosa può fare per uscire dalla sua crisi?

A me sembra che la risposta alla prima domanda sia abbastanza semplice: la sinistra è in crisi perché il modello della Terza via non ha funzionato, come del resto ha da tempo riconosciuto il suo maggiore teorico, il sociologo britannico Anthony Giddens. La sfortuna del Partito democratico è stata di nascere nel 2007, ossia l’esatto istante in cui la crisi (appena scoppiata negli USA, con la bolla dei mutui subprime) stava per mandare in frantumi i sogni riformisti degli anni ’90, quando i vari Clinton, Blair, Schröder, Prodi, D’Alema, Veltroni scommisero sul cocktail mercato-riforme-meritocrazia.  E’ allora che, sulla scena del mondo, la competizione fra destra e sinistra divenne una competizione fra due modi solo marginalmente diversi di gestire il mercato. Un cambiamento che, già in un libro del 1996, il politologo Marco Revelli aveva bollato polemicamente con la formula delle “due destre”, entrambe persuase delle virtù del mercato (Le due destre, Boringhieri 1996).

Ora, con milioni di disoccupati, e una crescita che è ripartita in alcuni paesi ma non in altri, la storia presenta il conto innanzitutto ai partiti che la globalizzazione avevano pensato di poterla governare, indirizzandola verso esisti egualitari. L’elettorato non perdona ai partiti socialisti e socialdemocratici di aver tradito le loro promesse: più occupazione, più stato sociale, più diritti. Anche per questo si rivolge ai partiti populisti, di destra, di sinistra e di centro, che quelle domande di protezione hanno mostrato di saperle prendere estremamente sul serio.

In questo quadro, l’anomalia dell’Italia è la seguente. Nel Pd ha prevalso l’anima modernizzatrice e mercatista della Margherita, di cui Renzi è stato un efficace interprete. Nonostante innumerevoli errori, di contenuto e di atteggiamento, non si può negare a Renzi il merito di aver perfezionato la modernizzazione del Pd, che ha deposto o attenuato alcuni dei tratti più discutibili della cultura di sinistra: immobilismo, consociativismo, complesso dei migliori, subalternità ai sindacati e alla magistratura. Il punto, però, è che quella modernizzazione non è stata un’improvvisa trovata del “ragazzo di Rignano”, ma era stata avviata, fin dagli anni ’90, dalle correnti riformiste dei post-comunisti, a partire da D’Alema e Bersani. Se il Pd è diventato quel che oggi è, non è certo perché Renzi lo ha snaturato, ma perché Renzi ha impresso un po’ più di velocità a un processo che altri, a sinistra, avevano avviato ben prima di lui, e ben prima della nascita del Pd.

Ecco perché le critiche degli scissionisti suonano oggi leggermente surreali. Il mondo che si muove alla sinistra del Pd ha perfettamente ragione a far notare che certi conti non tornano (a partire da quelli della disoccupazione e della povertà), ma è poco credibile quando sembra suggerire che, quei problemi, potrebbe risolverli un ritorno alle politiche del passato, ai bei vecchi cari tempi in cui l’economia mondiale tirava, e quella italiana cresceva trainata dal debito.

Se una critica si può ragionevolmente fare al Pd non è certo di non saper tornare risolutamente al passato, come vorrebbero i suoi critici nostalgici, ma di non saper guardare al futuro. Dove “guardare al futuro” significa prendere atto senza troppi giri di parole che la Terza via, quella su cui avevano puntato tutte le loro carte i fondatori del Pd, è sostanzialmente fallita, e che si tratta di inventarne un’altra (una Quarta via?), che sappia fare i conti con le sfide della globalizzazione, dell’automazione, delle migrazioni di massa.

Pubblicato su Il Messaggero  il 14 Ottobre 2017



In cerca di consenso

Che i ceti popolari non guardino più a sinistra, non solo in Italia ma un po’ in tutti paesi avanzati, è diventato quasi un luogo comune.

A renderci coscienti del distacco fra sinistra e popolo hanno contribuito molto la Brexit e la vittoria di Trump, due circostanze in cui le periferie e le campagne hanno voltato le spalle alla sinistra. Ma non meno chiari sono stati i segnali in casa nostra: Chiara Appendino e Virginia Raggi, probabilmente le due sindache (si può dire così?) più famose d’Italia, hanno sfondato nei quartieri popolari, mentre il Pd ha tenuto nei quartieri alti, e più in generale dove la crisi ha mietuto meno vittime.

Quel che è meno noto è che il distacco fra sinistra e popolo non si è prodotto negli ultimi anni, con l’esplodere della crisi (2007-2008), o con la vittoria di Renzi (2014), ma è iniziato circo mezzo secolo fa. Il primo scricchiolio risale addirittura ai primi anni ’60, quando il Partito socialista va al governo (primo centro-sinistra, 1963), e poco per volta altera la propria base sociale, accentuando vieppiù il suo carattere di partito di ceto medio, fortemente insediato nel Mezzogiorno, con larga base clientelare. Ma la svolta decisiva avviene nel 1973, quando il PCI di Enrico Berlinguer lancia la politica del compromesso storico, che era essenzialmente un’apertura ai ceti medi, allora egemonizzati dalla Dc. Poi quel cammino è proseguito in modo più o meno invisibile, fino all’inizio degli anni ’90, quando chi volesse vedere aveva già tutti gli elementi per accorgersi della mutazione in corso nelle basi sociali dei partiti: prima il fenomeno degli operai con la tessera della Cgil che votano Lega, poi il successo di Berlusconi non solo fra i ceti medi ma anche fra operai, disoccupati, lavoratori precari, artigiani. Infine, con il nuovo millennio e l’irrompere della crisi, quel distacco si è fatto ancora più accentuato, fino all’attuale balbettio della classe dirigente di sinistra, divisa fra chi si ostina e difendere le politiche di questi anni (Renzi) e chi – il colmo per un progressista – non trova di meglio che proporre un ritorno al passato, stante che nel passato le cose andavano meglio.

Ma perché le cose sono andate così? E soprattutto: è il popolo che ha abbandonato la sinistra, o è la sinistra che ha abbandonato il popolo?

La mia opinione, che ho provato anche ad esporre in un libro appena uscito (Sinistra e popolo, Longanesi 2017), è che sia la sinistra ad aver abbandonato il popolo, e non viceversa. Detto altrimenti, sono le scelte politiche della sinistra che le hanno alienato il favore popolare. Certo, sul divorzio fra sinistra e popolo hanno inciso anche fattori strutturali, come la deindustrializzazione e le delocalizzazioni che, facendo scomparire milioni di posti di lavoro, hanno semplicemente fatto mancare il terreno sotto i piedi ai partiti laburisti, socialdemocratici, socialisti. Ma il grosso dei propri guai, la sinistra se li è procurata da sola. In che modo?

Fondamentalmente attraverso il progressivo abbandono dei suoi cavalli di battaglia classici, i pietrosi temi dell’occupazione, dei salari, del contrasto alla povertà, a favore di innumerevoli temi soft, o “sovrastrutturali” come si sarebbe detto un tempo: prima divorzio e aborto, poi diritti dei gay, coppie di fatto, quote rosa, fecondazione assistita, eutanasia, testamento biologico, ambiente, amnistia, indulto, linguaggio sessista, omofobia, linguaggio sessista, e chi più ne ha ne metta. Tutte cose progressiste, ma non prioritarie (e qualche volta percepite come sbagliate) fra i ceti popolari, da molto tempo alle prese con problemi ben più prosaici, o semplicemente materiali: la difesa del posto di lavoro, il reddito, la disoccupazione, il degrado delle periferie e l’insicurezza di fronte alla criminalità.

A questo spostamento complessivo dell’asse delle politiche di sinistra si sono poi aggiunte due scelte di straordinario autolesionismo. La prima è l’adozione acritica del “politicamente corretto”, ovvero di quanto di più lontano si possa immaginare dalla sensibilità e dal linguaggio popolare, da sempre disinibito e incline all’ironia. La seconda è l’adesione senza se e senza ma alla filosofia dell’accoglienza, declinata nel modo che tutti abbiamo avuto sotto gli occhi in questi anni: grandi proclami buonisti, accompagnati dalla sostanziale accettazione del caos nella gestione degli ingressi e della permanenza in Italia (per non parlare del degrado dei campi di accoglienza, e del business dell’industria della bontà).

Ecco perché, quando la crisi economica ha colpito i bilanci familiari, e gli sbarchi sono andati completamente fuori controllo, la sinistra è risultata del tutto spiazzata. Avendo passato almeno due decenni a sostenere le meravigliose opportunità della globalizzazione e delle istituzioni sovranazionali, avendo speso tutte le proprie energie ideologiche per convincere gli italiani che le loro paure verso criminalità e immigrazione erano immotivate, avendo aderito senza il minimo senso critico (e senza un grammi di ironia) al pensiero unico del politicamente corretto, la sinistra non è in grado di articolare una risposta minimamente credibile alla domanda di protezione che sale dal paese.

E tuttavia quella domanda esiste, ed è fortissima fra coloro che stanno più in basso. Inutile stupirsi, allora, del successo delle forze populiste, in Italia non meno che in Europa e in America. Perché la prima differenza fra sinistra e populisti non sta nelle risposte (talora assai simili, e impregnate di assistenzialismo), ma nella capacità di vedere la domanda. E la sinistra, quel tipo di domanda, che chiede protezione contro la crisi economica ma anche contro criminalità e immigrazione, proprio non la vede. E’ la sua storia che glielo impedisce, è la sua storia che l’ha resa cieca.

Pubblicato su Panorama il 4 maggio 2017