Pressione fiscale e nuova imposta patrimoniale – Opposizione in testa-coda

A sentire l’opposizione, l’economia italiana pare sull’orlo della catastrofe. A sentire la premier, l’economia è in salute, e la maggior parte degli indicatori rilevanti sono migliorati durante il primo triennio di governo.

Fra le due diagnosi, è senz’altro quella della premier la più aderente alla realtà. I conti pubblici sono migliorati. Il tasso di occupazione è al massimo storico, il tasso di disoccupazione è ai livelli più bassi da vent’anni. Il peso dei lavoratori stabili aumenta, quello dei precari cala. Il part time involontario è in diminuzione. La percentuale di famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale è al minimo dal 2015, anno di inizio della serie storica.

Però…

Però, se è sbagliatissimo negare i progressi intervenuti in questi anni, non meno problematico è ignorare quel che non ha funzionato. Ad esempio il numero effettivo di famiglie in povertà assoluta, che non è affatto diminuito, almeno a dar credito ai dati Istat (autorevoli studiosi hanno sollevato dubbi sulla metodologia). O il flusso di giovani laureati verso l’estero, anch’esso in aumento. O, al di fuori dell’ambito economico, la lunghezza delle liste di attesa negli ospedali (anche se mancano dati comparabili con il passato). O i numeri di alcuni reati, ad esempio l’incremento degli stupri (ma i femminicidi sono in netto calo).

Di tutte le critiche dell’opposizione, tuttavia, la più fondata è quella che riguarda la pressione fiscale. Anche qui, occorrerà attendere i dati definitivi (specie quelli del Pil, che possono modificare il denominatore), ma il trend è chiaro: la pressione fiscale era al 41.7% nel 2022, è arrivata al 43.1% nel 2025, a un passo dal massimo storico (43.4%) toccato ai tempi della crisi finanziaria del 2012-2013, sotto il governo Monti.

È vero naturalmente che all’aumento del gettito fiscale hanno dato un bell’impulso gli oltre 1 milione di occupati in più, ed è pure vero che la maggior parte delle aliquote non sono state aumentate, o sono addirittura diminuite. Ma questo non risponde alla domanda cruciale: perché il Pil è cresciuto più lentamente del gettito fiscale?

Le risposte sono molte, perché molteplici sono i fattori che possono aver inciso sul gettito (numeratore) e sul Pil nominale (denominatore). Nel caso del numeratore, ad esempio, gli aumenti delle tasse locali, il venir meno di agevolazioni ed esenzioni, la lotta all’evasione, e soprattutto l’inflazione, che permette allo Stato di prelevare più reddito senza modificare le aliquote (il cosiddetto fiscal drag). Nel caso del denominatore (Pil nominale), soprattutto una dinamica insufficiente della produttività del lavoro (il reddito prodotto cresce più lentamente dell’occupazione), che da circa tre decenni è il problema cruciale dell’economia italiana.

Quale che sia il mix di fattori che hanno portato a un aumento della pressione fiscale, il fatto resta: negli ultimi tre anni il peso che la Pubblica Amministrazione esercita sull’economia è aumentato, non diminuito come ci si poteva aspettare da un governo di destra. Si potrebbe dire, provocatoriamente, che – sul piano fiscale – il governo Meloni di fatto ha attuato una tipica politica di sinistra: risanamento dei conti pubblici + aumento della pressione fiscale. Per non parlare del taglio decisamente “sociale” delle finanziarie 2023 e 2024, sbilanciatissime a favore dei ceti deboli (solo con la finanziaria 2025 è intervenuta una lieve correzione a favore dei ceti medi).

Dunque, sul piano dei crudi dati statistici, l’opposizione ha perfettamente ragione quando accusa il governo di aver aumentato la pressione fiscale. Un’accusa che è tanto più giustificata se si pensa che, calcolata al netto dell’economia sommersa (ossia sull’economia regolare), la pressione fiscale in Italia sfiora il 50%, verosimilmente la più alta d’Europa: difficile pensare che la bassa crescita del Pil italiano non dipenda anche da questo.

C’è solo un piccolo dettaglio che incrina il discorso dell’opposizione: il fatto che la pressione fiscale sia altissima, e sia stata aumentata ulteriormente dal governo in carica, non può che andare contro l’ipotesi, ventilata da Elly Schlein, di introdurre una nuova imposta patrimoniale europea: se la pressione fiscale è eccessiva, la soluzione non possono essere nuove tasse. Tanto più che, da anni, l’opposizione ha smesso di parlare di spending review, ossia dell’unica misura che potrebbe ridurre stabilmente l’eccesso di pressione fiscale che grava sull’economia italiana.

La cosa curiosa è che la stessa schizofrenia si manifesta sul fronte della criminalità e dei mancati rimpatri: anche qui l’opposizione sta prendendo l’abitudine di criticare il governo, ma ancora una volta lo fa da destra, denunciando aumento dei delitti e insufficienti rimpatri. Come se questo governo, incapace di ridurre la pressione fiscale e di contrastare l’immigrazione, non fosse abbastanza di destra.

Naturalmente si può immaginare che le cose di destra che la destra non sa fare oggi, le possa fare la sinistra domani, ma sorge il sospetto che, a forza di rimproverare la destra di non saper fare il suo mestiere, all’elettorato possa balenare l’idea che – più che di una sinistra-sinistra, finalmente liberata dal morbo del renzismo – ci sia bisogno di una destra vera.

 [articolo uscito sul Messaggero il 17 maggio 2026]




La battaglia delle tasse

Un tempo era l’Irpef. Negli anni ’90 la sinistra si preoccupava di ridisegnare la curva delle aliquote dell’imposta sulle persone fisiche. Poi vennero Berlusconi e il suo “Contratto con gli italiani”, che al primo punto prometteva due sole aliquote Irpef, una al 23%, l’altra al 33%. E poi venne Renzi, che nel dubbio fra ridurre l’Irap o ridurre l’Irpef, alla fine scelse l’Irpef anche lui: meglio mettere 80 euro in busta paga ai ceti medio-bassi che alleggerire le tasse sulle imprese (Irap e Ires).

Oggi la stagione dell’Irpef, vista come imposta super-star da cui tutto dipende, sembra perdere un po’ dello smalto di un tempo. Un po’ perché tutte le forze politiche si stanno rendendo conto che è sul sistema fiscale e contributivo nel suo insieme che occorre agire, anziché su una singola imposta. Ma un po’, anche, perché le uniche proposte abbastanza precise in campo sono quelle basate su qualche forma di flat tax, o “aliquota unica”, che tenderebbe a unificare, in tempi più o meno rapidi, le principali imposte vigenti, ovvero Irpef (persone), Iva (valore aggiunto), Ires (imposta sulle imprese), nonché le tasse sulle rendite finanziarie. Per non parlare di un ulteriore elemento che spinge verso un approccio sistemico: la crescente consapevolezza che il costo del lavoro è gravato, in Italia, da contributi sociali eccessivi, che fanno lievitare i costi delle imprese e scoraggiano le assunzioni.

In questo quadro in movimento, mi pare si stiano perdendo di vista alcuni elementi di criticità.

Il primo è che qualsiasi proposta di riduzione delle tasse che non abbia potenti coperture dal lato della spesa o da quello delle privatizzazioni significa solo, in buona sostanza, proseguire sul cammino su cui l’Italia è avviata dal lontano 1964, quando, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, nel bilancio pubblico si aprirono le prime crepe: spostare l’onere dell’aggiustamento sulle generazioni future. Su questo l’unica forza politica che sembra avere le idee chiare (o, se preferite, che ha avuto l’onestà di dichiarare le proprie intenzioni) è il Pd: al partito di Renzi va bene fermare la discesa del rapporto deficit/Pil e riportarlo in prossimità del 3% per diversi anni, il che, in concreto, significa che a pagare i nuovi debiti che faremo saranno le future generazioni. Quanto al centro-destra e al Movimento Cinque Stelle è difficile decifrare le loro intenzioni, ma tutto fa pensare che, al momento buono, anch’essi cercheranno di ottenere dall’Europa il massimo della “flessibilità” possibile, dove la parla flessibilità è solo un eufemismo per più deficit e più debito pubblico.

Un secondo elemento di criticità è l’impatto della flat tax, ovvero di un’imposta unica su tutti i tipi di redditi. L’idea che essa sia incostituzionale (perché la nostra Carta fondamentale prevede la progressività) è una scempiaggine, dal momento che tutte le proposte di flat tax in campo sono progressive (grazie a no tax area, deduzioni, scaglioni, ecc.). Ma il timore che essa, in assenza di una adeguata emersione del sommerso, possa allargare la voragine del debito pubblico o costringere a tagli della spesa pubblica assai dolorosi, è tutt’altro che infondato.  Specie se, anziché adottare la già audace (ma ben articolata) proposta dell’Istituto Bruno Leoni, che prevede un’aliquota unica al 25%, ci si spingesse verso un’aliquota del 23% (Forza Italia) o addirittura del 15% (Lega).

Una terza criticità riguarda il sostegno delle famiglie al di sotto della soglia di povertà, un tema che non può essere eluso da una riforma complessiva del sistema fiscale. Ebbene su questo nessuna forza politica pare aver fatto i conti con un gravissimo problema di giustizia distributiva: calcolare la soglia di povertà in modo nominale, ovvero senza tenere conto del livello dei prezzi (più alto al Nord e nelle città), significa discriminare i poveri delle regioni settentrionali rispetto a quelli delle regioni meridionali, gli abitanti delle città a favore di quelli delle campagne. Fra le proposte in campo, mi pare che solo quella dell’Istituto Bruno Leoni prenda sul serio il problema, ma sfortunatamente il think tank guidato da Nicola Rossi e Alberto Mingardi non è una forza politica.

Ci sarebbe, infine, un’ultima criticità da segnalare. Le proposte fiscali, in Italia, sembrano avere un unico vero scopo: massimizzare il consenso di breve periodo. Non è sempre e ovunque così, nel resto delle economie avanzate. Paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia, stanno puntano molto su una riduzione della pressione fiscale sui produttori, a partire dall’abbattimento dell’imposta societaria (Ires e Irap, nel nostro ordinamento). E lo stanno facendo per una ragione molto semplice: solo così, in un mondo in cui la concorrenza internazionale è sempre più agguerrita, possono pensare di attrarre investimenti esteri e dare una spinta significativa al Pil.

Credo che dovremmo pensarci anche noi, perché l’anomalia degli ultimi 20 anni è che il tasso di crescita del Pil e quello dell’occupazione sono rimasti sostanzialmente appaiati, un fatto che significa una cosa soltanto: la produttività media del sistema Italia è sostanzialmente ferma dalla fine degli anni ’90. Forse, anziché incentivare direttamente le assunzioni, dovremmo chiederci se non sarebbe meglio mettere le imprese nelle condizioni di crescere abbastanza in fretta da costringerle ad assumere. Il risultato, verosimilmente, non sarebbe solo una dinamica dell’occupazione più vivace, ma anche un aumento della quota di assunzioni a tempo indeterminato: che non dipende dalla benevolenza degli imprenditori, ma dalla ragionevole convinzione che domani si dovrà produrre più di oggi.

Pubblicato su Il Messaggero