Sinistra, il DNA è cambiato

La sinistra è in crisi. Il suo partito di riferimento, il Pd, lotta per sopravvivere. Eppure, ancora 5 anni fa, alle elezioni europee del 2014, aveva toccato il 40.8% per cento, per poi precipitare al 18.8% nel giro di soli 4 anni, alle ultime elezioni politiche (4 marzo 2018).

Che cosa è successo?

Per capirlo dobbiamo cominciare a smontare un mito, ovvero che la sinistra sia in crisi un po’ dappertutto. Non è così, per lo meno dal punto di vista elettorale. Alle elezioni americane Hillary Clinton ha preso più voti di Donald Trump, e solo il sistema elettorale, basato sui “grandi elettori”, ha sottratto la vittoria alla candidata democratica. Nel Regno Unito la sinistra-sinistra di Jeremy Corbin gode di ottima salute. In Portogallo, in Grecia e in Spagna la sinistra è al potere, ora con formazioni tradizionali (Portogallo), ora con formazioni di neo-sinistra radicale (Tsipras in Grecia), ora con un compromesso fra sinistra tradizionale e neo-sinistra radicale (Sánchez in Spagna). In Germania i socialdemocratici sono in forte calo, ma il loro declino è compensato dall’ascesa dei Verdi.

Se guardiamo ai grandi paesi di cultura occidentale, una vera crisi di consenso della sinistra si osserva solo in Francia e in Italia, dove la sinistra tradizionale è stata travolta dall’affermazione dei partiti populisti di destra (il Front National di Marine Le Pen, la Lega di Salvini), di sinistra (la France Insoumise di Mélenchon), e né di destra né di sinistra (il Movimento Cinque Stelle di Grillo).

Ma torniamo all’Italia e alla crisi del Pd. In nessuna elezione politica del dopoguerra, dal 1948 al 2013, il maggiore partito della sinistra, che si chiamasse Partito comunista, Pds, Ds o Pd era mai sceso sotto il 20% (unica eccezione apparente, il 2001, in cui c’erano 2 partiti alla pari: Ds e Margherita, complessivamente oltre il 31%). Che cosa è successo, dunque?

Questa è la domanda che molti si fanno, da qualche mese a questa parte. Io però me ne sono sempre fatta un’altra, negli ultimi 20 anni, e cioè: perché non è ancora successo? Come ha potuto il maggior partito della sinistra evitare così a lungo il tracollo?

Questa domanda mi ha sempre fatto compagnia dalla fine degli anni ’90, perché fin da allora mi erano evidenti tre limiti della sinistra riformista, che mi è anche capitato di descrivere e analizzare in qualche libro (La frattura etica, 2002; Perché siamo antipatici?, 2005).

Il primo limite era l’antipatia della sua classe dirigente, ovvero quel mix di supponenza, oscurità di linguaggio, ipocrisia che si potrebbe sinteticamente descrivere come il “complesso dei migliori”. Il secondo limite era l’atteggiamento completamente acritico verso l’Europa e verso il carattere asfissiante di tante sue regole: non tanto il 3% di deficit, quanto la ipertrofia delle leggi, delle direttive e dei regolamenti, un male che negli stessi anni Giulio Tremonti denunciava lucidamente in un suo libro (Rischi fatali, 2005). Il terzo limite, forse il più grave, era la radicale trasformazione della propria base sociale, e la conseguente mutazione del partito della classe operaia in “partito radicale di massa”, secondo la definizione (e la profezia) di Augusto del Noce. Un partito attento alle esigenze dei ceti medi, per i quali l’immigrazione è innanzitutto una risorsa, e sempre più insensibile a quelle dei ceti popolari, per i quali l’immigrazione è un problema, quando non una minaccia.

Poiché questi limiti erano evidenti già vent’anni fa, la domanda vera diventa: perché solo ora?

La risposta, forse, è semplicemente che, fino al deflagrare della crisi (2008-2009), non è stato difficile fingere. O, se preferite, alla sinistra è stato facile far passare il proprio racconto, la propria narrazione della realtà: noi difendiamo i deboli, noi difendiamo le minoranze, noi stiamo con gli immigrati, noi siamo i difensori dei diritti, noi siamo le forze dell’apertura (dei commerci e delle frontiere). Quel racconto poteva reggere perché l’economia, sia pur a un ritmo modesto, cresceva ancora, la povertà era ai minimi, l’immigrazione non era fuori controllo e, last but not least, l’offerta politica era stagnante: il movimento di Grillo era appena agli albori (il “vaffa day” è del 2007), la Lega non aveva ancora compiuto la “svolta nazionale” che nel 2018 la porterà al potere.

Poi è arrivato il 2011, che ha aperto il vaso di Pandora dei mali del nostro mondo. La crisi finanziaria ha fermato l’economia, il numero dei poveri è raddoppiato, la caduta di Gheddafi ha moltiplicato le partenze dalle coste libiche. Ma, soprattutto, i governi di sinistra, tutti a guida Pd (Letta, Renzi, Gentiloni), hanno fatto – di fronte a questi cataclismi – due mosse cruciali, che hanno definitivamente cambiato il DNA della sinistra.

La prima è stata di fare dell’accoglienza una questione morale (“noi siamo umani, i nostri avversari sono disumani”) anziché un problema politico. La seconda è stata di destinare le poche risorse disponibili (in particolare i 10 miliardi degli 80 euro) sulla propria base sociale tradizionale, fatta di lavoratori dipendenti e garantiti, anziché sui veri deboli: che non sono solo gli immigrati, ma i precari, i disoccupati, i lavoratori in nero, più in generale l’esercito dei poveri cresciuto a dismisura negli anni della crisi.

Di questi due errori una parte della classe dirigente del Pd a un certo punto si è accorta, e infatti, a fine legislatura, è arrivata la stretta sull’immigrazione del ministro Minniti, e un primo timido avvio del Rei (reddito di inclusione), una misura diversa dal reddito di cittadinanza dei Cinque Stelle solo nel nome, e per la scarsità di risorse messe in campo. Ma ormai era tardi, l’elettorato aveva perso la pazienza, e del Pd non si fidava più. Per affrontare il problema degli immigrati, a molti è sembrato più credibile Salvini, per affrontare quello della povertà a molti è sembrato più affidabile Di Maio.

Non pare che, in vista delle Europee, qualcosa di sostanziale stia cambiando. La rinuncia di Minniti alla corsa per la segreteria del Pd ha tolto al maggiore partito della sinistra ogni residua possibilità di recuperare fiducia sul versante della sicurezza e del controllo dell’immigrazione. Quanto alla lotta alla povertà, è curioso che il Pd non si renda conto che la filosofia del reddito di cittadinanza, così aspramente criticata, è assai simile a quella del Rei e delle politiche attive del lavoro, propugnate per tanti anni dalla sinistra riformista ma mai messe veramente in atto, come testimonia lo stato penoso dei Centri per l’impiego.

Ma non dobbiamo stupirci troppo. Il DNA del Pd è cambiato, e non da ieri. E dalle mutazioni non si torna indietro facilmente, in biologia come in politica.




Dopo le Europee. Come potrebbe cambiare il sistema politico italiano

Sono sempre di meno, ormai, i politici e gli osservatori che pensano (o sperano) che le tensioni fra Lega e Movimento Cinque Stelle possano condurre a una rottura prima delle elezioni Europee del prossimo maggio. Ed è logico: ormai si è capito che le scintille fra Salvini e Di Maio servono solo ad occupare la scena del circo mediatico, un gioco cui purtroppo il mondo dell’informazione, specie televisiva, ha difficoltà a non prestarsi.

La convinzione che il governo gialloverde, dopo aver felicemente superato lo scoglio della finanziaria, durerà almeno fino a maggio, si accompagna tuttavia alla convinzione opposta per il dopo-maggio: ben pochi sono disposti a scommettere che, incassati i consensi che saranno riusciti a incamerare alle Europee, non prevalga la tentazione di cambiare gioco. Vale per Salvini, cui converrebbe tornare al voto nella speranza di raddoppiare i seggi in Parlamento, ma vale forse anche per Di Maio, che potrebbe prima o poi dover constatare che l’abbraccio con la Lega gli costa troppo in termini di voti.

La vera incertezza che aleggia sulla politica italiana, su cui forse sarebbe il caso di cominciare a riflettere, è come si posizionerebbero le forze politiche nel caso di un ritorno alle urne. Qui le possibilità paiono essere solo due, diversissime fra loro.

La prima è che, dopo un secolo di conflitti fra destra e sinistra, si assista invece a una competizione fra le forze della chiusura, anti-Europa, anti-immigrati, anti-globalizzazione, e le forze dell’apertura, più o meno timidamente pro-Europa, pro-immigrati, pro-mercato. Vedremmo, in quel caso, da una parte i due partiti di governo, magari spalleggiati da Fratelli d’Italia, dall’altra Pd e Forza Italia, verosimilmente alleati con una qualche lista civica nazionale, necessaria per portare sangue elettorale nelle esauste vene dei due partiti egemoni della seconda Repubblica.

La seconda possibilità, che per parte mia ritengo leggermente più probabile, è che si assista a una rinascita in grande stile del bipolarismo destra-sinistra, anche se si tratterebbe di un bipolarismo radicalmente nuovo, in quanto trainato dalle estreme. A destra, Forza Italia dovrebbe rassegnarsi a fare la ruota di scorta della ruspa salviniana, a sinistra – a meno di un improbabile ritorno all’ovile dei voti ceduti al Movimento Cinque Stelle – il Pd si troverebbe costretto ad allearsi con il partito di Grillo, nello scomodo ruolo di puntello e moderatore delle bizze pentastellate. Dopo decenni di bipolarismo egemonizzato dalle forze moderate (Pd e Forza Italia), passeremmo a un nuovo bipolarismo, egemonizzato dalle forze estreme.

Credo che dove si andrà a parare dipenderà molto dall’esito delle elezioni europee. Un grande successo delle forze populiste e sovraniste potrebbe far prevalere il primo scenario, strutturando il conflitto politico intorno alla contrapposizione fra populisti-sovranisti e moderati-europeisti, con conseguente trasformazione del “contratto” fra Lega e Cinque Stelle in un’alleanza organica. Un successo delle forze tradizionali, invece, potrebbe riportare qualche vigore e qualche attualità alla dialettica fra destra e sinistra.

C’è però anche un altro fattore che potrebbe contribuire a far prevalere uno dei due scenari a scapito dell’altro, ed è l’evoluzione politica del Pd. Un Pd aperto all’alleanza con il Movimento Cinque Stelle renderebbe più facile una rinormalizzazione del conflitto politico, favorendo la ricompattazione del fronte di destra (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia). Un Pd ostile ai Cinque Stelle gli lascerebbe aperta un’unica strada, quella della creazione di un fronte moderato, o liberal-democratico, o riformista (a seconda di come preferiamo etichettarlo), pronto ad alleanze con liste nuove ma anche con gli ex-nemici di Forza Italia.

Queste due prospettive, secondo molti, sono il non detto del congresso del Pd, che vedrà sfidarsi Zingaretti, il più disponibile a un’alleanza con i Cinque Stelle, e il duo Martina-Richetti, che paiono invece escluderla. Forse, a meno di due mesi dalla data del voto che porterà a scegliere il nuovo segretario del partito, non sarebbe male che i candidati alla segreteria del partito scoprissero le carte. Non solo perché chi andrà a votare per un determinato candidato ha diritto di sapere quali sono le sue reali intenzioni, ma perché la strada che il Pd vorrà intraprendere non sarà priva di conseguenze sul nostro sistema politico, e come tale interessa tutti, non solo gli elettori del Pd.

Articolo pubblicato su Il Messaggero del 14 gennaio 2019



Sicurezza, tasse e reddito di cittadinanza. Intervista a Luca Ricolfi

Domanda. Molti sindaci, da Leoluca Orlando di Palermo a Luigi De Magistris di Napoli a Federico Pizzarotti di Parma, sono in rivolta contro il governo Conte: non applicheranno il decreto Sicurezza. E ci sono regioni pronte a fare ricorso alla Consulta contro la legge. E’ in atto uno scontro istituzionale? O siamo in campagna elettorale?

Risposta. Tutti e due, direi, però penso che i ricorsi ci sarebbero anche senza elezioni imminenti. La sinistra ha bisogno di identità, e fare la parte dei buoni sul problema dei migranti è un boccone troppo ghiotto per rinunciarvi.

D. Eppure, vista la batosta elettorale del 4 marzo, il buonismo verso i migranti ha dimostrato di non pagare.

R. Ma la classe dirigente di sinistra è come il cane di Pavlov: di fronte a certi stimoli non sa resistere, anche se l’esperienza recente dovrebbe averle insegnato che la polpetta migratoria è avvelenata, almeno sul piano del consenso elettorale.

D. Una delle critiche avanzate è che bloccare i procedimenti di regolarizzazione, come fa il decreto Salvini, produrrà solo maggiori problemi anche in termini di sicurezza delle città, con migliaia di sbandati irregolari per strada. Non c’era un’alternativa?

R. Sì, forse c’era, si poteva adottare una filosofia più berlusconiana, ovvero: regolarizziamo chi già c’è, sperando di essere in grado di fermare i flussi futuri.

Ma un minimo di onestà intellettuale dovrebbe condurre a riconoscere che soluzioni semplici non ce n’erano e non ce ne sono, se è vero che gli irregolari sono più di 500 mila e per la maggior parte di essi non sarà possibile rimpatriarli.

D. Perché è così difficile risolvere il problema?

R. Le ragioni per cui non ci sono soluzioni semplici a mio parere sono tre. Le soluzioni papiste-buoniste hanno dimostrabilmente l’effetto di aumentare la pressione migratoria: il Papa può infischiarsene, lo Stato italiano no. Le soluzioni leghiste-cattiviste invece aumentano il numero di irregolari non rimpatriabili, non occupabili, non integrabili, con conseguente aumento della criminalità “per necessità”, ovvero per mancanza di alternative. E poi, per ragioni che mi sono incomprensibili, né la destra né la sinistra sono disponibili a riformare il sistema penale in modo da mandare (e tenere) in carcere i delinquenti abituali.

D. Matteo Salvini è sempre in una botte di ferro?

R. Sul piano logico, Salvini andrebbe criticato anche da destra, non solo da sinistra. La gente non ce l’ha con gli immigrati, ma con la criminalità: se fai un decreto che aumenta il numero di sbandati, e continui con la prassi di questi anni, per cui consenti di stare a piede libero a chi è stato arrestato anche 10 o 20 volte, la gente prima o poi capisce che il cane salviniano abbaia ma non morde.

D. La rivolta dei politici locali è diventata l’unica, al momento, voce di opposizione che è stata capace di farsi sentire nel Paese. Una traccia su cui costruire un’opposizione di governo e su cui rifondare il Pd?

R. La rivolta dei sindaci e dei governatori, finché non pretende di calpestare le leggi dello Stato e si limita alla denuncia politica e alle iniziative giudiziarie, non solo è perfettamente legittima, ma è sacrosanta: sono loro che, sui rispettivi territori, pagheranno l’aumento degli sbandati e dei “criminali per necessità”.

Detto questo, il trapianto di questa lotta sul corpaccione del Pd, nel disperato tentativo di rianimarlo rispolverando l’imperativo categorico dell’accoglienza, mi pare un autogoal perfetto, perché il grosso dell’elettorato, compresa una cospicua porzione di quello progressista, potrà sentirsi dalla parte dei sindaci solo se la critica a Salvini verrà condotta in nome della sicurezza, non in nome dell’accoglienza.

D. Il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, è in pole per la segreteria del Pd, il partito che sta organizzando potrà trarre giovamento dal dossier immigrazione nella campagna elettorale per le Europee?

R. Non credo proprio, anche perché su questo terreno l’unico credibile, l’unico che avrebbe potuto parlare di sicurezza da sinistra – cioè Marco Minniti – si è fatto da parte. Con Minniti il Pd avrebbe potuto tentato di recuperare l’elettorato che si è salvinizzato per disperazione, con Zingaretti invece questo elettorato non potrà tornare all’ovile.

D. A suo avviso, che Pd si profila sotto la guida di Zingaretti?

R. Il gioco mi sembra chiaro: consegnando il Pd a Zingaretti si cercherà di ricostituire una sinistra plurale, uliveggiante, e aperta ad alleanze con “la parte migliore dei Cinque Stelle”. Una sinistra, in altre parole, che alle solite divisioni fra riformisti e vetero-sinistri, aggiungerà la nuova frattura fra l’anima Pd e l’anima Cinque Stelle.

D. Dalle parti del Pd in tanti sperano che su temi come l’immigrazione il Movimento5stelle possa spaccarsi confluendo in un’area di opposizione comune con tutta la sinistra.

R. Mah, ne dubito. Il Movimento Cinque Stelle si può riportare nell’alveo della sinistra solo rilanciando lo statalismo e l’assistenzialismo, magari conditi con un po’ di giustizialismo e moralismo anti-casta. Sugli immigrati, la base Cinque Stelle la pensa come Grillo: prima gli italiani.

D. Immigrazione, sbarchi, sicurezza sono ancora il cavallo di battaglia vincente di Salvini alle Europee?

Sì, penso che Salvini lì sarà ancora costretto a battere, avendo clamorosamente tradito la promessa principale, ovvero la flat tax per tutti. E potrebbe anche funzionare, almeno fino a settembre dell’anno prossimo, quando l’emergenza sbarchi verrà di nuovo spenta dal sopraggiungere dell’inverno e delle mareggiate. Poi, dall’autunno 2019, se sarà ancora al governo, il leaer dela Lega dovrà inventarsi qualcos’altro, perché gli italiani sono volubili e si stufano presto.

D. E il cavallo di battaglia dei grillini?

R. Per il Movimento Cinque Stelle la posta in gioco è una sola: o riescono a far funzionare in modo non disastroso il reddito di cittadinanza, oppure anche per loro arriverà il calo di consensi.

Il problema politico interessante è chi intercetterà i voti gialloverdi quando gli italiani si saranno stufati di Salvini e Di Maio. La mia impressione è che gli sbocchi possibili non siano né il Pd né Forza Italia, ma solo l’astensione o un partito nuovo di zecca, dotato di ampi mezzi economici e culturali.

 Intervista a cura di Alessandra Ricciardi pubblicata il 9 gennaio 2019 su Italia Oggi



Sinistra e legalità

Vedremo come andrà a finire il braccio di ferro tra il ministro Salvini e i sindaci ribelli, che non intendono attenersi al decreto sicurezza perché lo ritengono “criminogeno”, “inumano”, “incostituzionale”, qualcuno arriva persino a dire “razzista”. Vedremo, soprattutto, se la Corte Costituzionale, investita della questione, individuerà qualche profilo di incostituzionalità.

Quel che possiamo osservare fin da ora, invece, è come le forze politiche si stanno posizionando. Qui, in barba alla presunta scomparsa della distinzione fra destra e sinistra, le cose sono piuttosto chiare. Forza Italia e Fratelli d’Italia difendono il decreto sicurezza e il principio secondo cui le leggi si rispettano anche se non le si condivide. La sinistra, per quel che è dato capire fin qui, pare schierata piuttosto compattamente a fianco dei sindaci ribelli, e in qualche caso torna persino ad agitare il dovere della “disobbedienza civile”.

Non mi sembra un segnale particolarmente incoraggiante per il futuro, non solo in vista delle elezioni Europee, ma più in generale per il processo di ricostruzione della sinistra stessa, faticosamente avviato dopo la catastrofe del 4 marzo. L’atteggiamento assunto in questi giorni da tanti esponenti della sinistra, infatti, non fa che reiterare, portandolo alle estreme conseguenze, l’errore politico di fondo che l’ha condotta alla sconfitta, consegnando il paese alle forze populiste.

In che cosa consiste tale errore?

L’errore è di trattare un problema politico cruciale, quello della gestione dei flussi migratori, come se si trattasse di un problema morale, ovvero di una scelta etica: da una parte il bene, fatto di apertura, accoglienza, integrazione, dall’altra il male, fatto di chiusura, ostilità, intolleranza per il diverso. Senza rendersi conto che, per sua natura, la politica è chiamata a scegliere fra soluzioni diverse, ciascuna con i suoi punti di forza e i suoi punti di debolezza, e non fra il Bene assoluto e il Male assoluto. Se accettasse la prima prospettiva, pragmatica anziché etica, non le sarebbe difficile riconoscere che sia il decreto sicurezza sia le politiche precedenti, basate sull’accoglienza, hanno enormi limiti, e che nessuna delle due è la soluzione perfetta, se non altro perché entrambe sono basate su un mix di misure di segno opposto, alcune delle quali incentivano l’irregolarità, mentre altre la disincentivano. Continuare con l’accoglienza indiscriminata avrebbe moltiplicato l’esercito degli irregolari senza permesso, bloccare o ostacolare i percorsi di integrazione di chi è già arrivato produrrà a sua volta nuova irregolarità.

Quanto sia pericoloso il registro manicheo con cui, da sinistra, si discute di immigrazione, è divenuto particolarmente evidente in questi giorni, quando il legittimo (e in gran parte condivisibile) scetticismo sulle conseguenze effettive del decreto sicurezza ha condotto a invocare la sua disapplicazione o inosservanza. Qui l’impostazione etica del discorso politico arriva a dare la peggiore prova di sé: si è talmente certi del valore morale delle proprie convinzioni, che ci si sente autorizzati a non rispettare la legge. Come se una sinistra moderna potesse scendere in piazza a difesa della legalità in certi casi, e al tempo stesso invitare a disobbedire alla legge in altri casi, naturalmente a proprio insindacabile giudizio. Come se la condizione del cittadino italiano oggi fosse quella di un perseguitato da un potere politico dittatoriale, e non semplicemente quella di un cittadino che disapprova una legge dello Stato, regolarmente votata dal Parlamento e promulgata dal Presidente della Repubblica. A tanto conduce, purtroppo, la confusione fra il piano politico, delle decisioni collettive, e il piano etico, della coscienza individuale.

Né vale ricordare che, anche nel nostro ordinamento, in caso di leggi votate dal Parlamento ma di dubbia costituzionalità, esistono vari meccanismi di “sospensione cautelare della legge”. Tali meccanismi, infatti, possono essere messi in moto solo dai giudici, non certo dai comuni cittadini o dagli amministratori locali, quale che sia il loro rango: un punto di cui pochi, a sinistra, sembrano consapevoli. Fra essi vale la pena ricordare la voce di un altro primo cittadino, il sindaco Pd di Montepulciano, che a proposito del decreto sicurezza, che non condivide e di cui denuncia gli “effetti nefasti”, ha avuto la correttezza di aggiungere: “si tratta di una legge dello Stato che un Sindaco non può non rispettare: anche questo è un principio fondamentale del nostro ordinamento, al quale non si può derogare se non immaginando scenari da repubblica delle banane”.

Temo che, nel Pd che Zingaretti si accinge a riorganizzare, gli Andrea Rossi siano destinati a restare una minoranza. Un vero peccato, perché la loro assenza non fa che ritardare la nascita di una sinistra moderna, capace di pensare sé stessa semplicemente come portatrice di un progetto politico progressista, anziché come l’incarnazione del Bene o, peggio, come la rappresentante esclusiva della “parte migliore del Paese”.

Articolo pubblicato su Il Messaggero del 5 gennaio 2019



Pd, difendere l’Europa non basta

Questa volta, per la prima volta da 40 anni, ossia da quando esiste il Parlamento europeo (1979), le elezioni europee saranno quel che sempre avrebbero dovuto essere e mai sono state: un confronto sull’Europa, le sue politiche, il suo futuro. Quanto all’Italia, il 26 maggio prossimo sarà un banco di prova decisivo per almeno due soggetti politici: il governo giallo-verde (ammesso che sia ancora in sella) e il Partito Democratico, l’unica forza di opposizione che riscuote ancora un consenso a due cifre (16%, secondo gli ultimi sondaggi).

Ma come si presenterà il Pd al cruciale appuntamento di maggio? Chi lo guiderà?

Qui la nebbia è totale. Per alcuni il Pd dovrebbe addirittura essere sciolto, per far spazio a una formazione politica nuova di zecca. Per altri il Pd dovrebbe aprirsi alla società civile e diventare il perno di una larga alleanza. Per altri ancora l’unico modo per scongiurare la dissoluzione dell’Europa è la nascita di un “fronte repubblicano”, da Tsipras a Macron. Riguardo alla leadership, tramontata a quanto pare l’ipotesi di una candidata donna, le possibilità vere al momento paiono solo tre: Nicola Zingaretti, Matteo Richetti, Marco Minniti (se scioglierà la riserva); sempre che Carlo Calenda non ci ripensi, e scenda in campo pure lui.

Personalmente sono molto scettico sull’idea di un fronte europeista e anti-sovranista. L’ultima volta che la sinistra ha provato a coalizzarsi in un fronte è stato nel 1948, e sappiamo come è andata: trionfo della Dc (48%) e débâcle del fronte popolare, fermo al 31%. Per non parlare del paradosso che si produrrebbe oggi: visto che il popolo sta con Salvini e Di Maio, quello che vedremmo nascere sarebbe una sorta di “fronte anti-popolare”, concetto curioso e difficile da digerire.

In realtà, più che di formule vincenti, o capaci di limitare il disastro, quello di cui si sente la mancanza sono le idee. Dicendo “idee” non mi riferisco a minuziosi programmi di riforma, o ai soliti proclami di politica economica. No, quello che mi pare manchi completamente sono un bilancio onesto sugli errori commessi dalla sinistra (non solo Pd), e risposte chiare alle due domande su cui Lega e Cinque Stelle hanno sfondato: la richiesta di protezione da criminalità e immigrazione, e la richiesta di protezione economica.

Su questo l’attuale campo progressista mi pare balbetti, o si mostri già ampiamente diviso. Penso al caso delle occupazioni di case, o quello del sindaco di Riace. Una parte della sinistra (maggioritaria, suppongo) ritiene che, anche ove emergessero irregolarità e violazioni di legge, la buona causa in nome della quale sono state commesse assolva i loro autori. Quando una legge è sbagliata, e viola principi che la nostra coscienza (o la nostra interpretazione della Costituzione) ritiene fondamentali, è giusto ribellarsi, come sotto i regimi autoritari; una posizione, peraltro, abbastanza simile a quella della destra, quando per difendere gli evasori parla di “evasione di necessità”, giustificata da tasse troppo alte. Un’altra parte della sinistra pensa invece che, in un regime democratico, le leggi si rispettano, e se non funzionano si cerca di cambiarle. Analogo discorso si potrebbe fare sugli sbarchi: una parte del popolo di sinistra è per l’accoglienza senza se e senza ma, un’altra parte condivide la linea dura di Minniti, che Salvini ha un po’ spettacolarizzato ma che resta sempre la stessa: gli ingressi irregolari in Europa (e in Italia) debbono essere combattuti con determinazione.

Ma penso anche a un altro tema, quello della lotta alla povertà e alla disoccupazione. Una parte del popolo di sinistra trova meravigliosa l’idea del reddito di cittadinanza, e si duole soltanto che a pensarci siano stati i Cinque Stelle anziché il Pd. Un’altra parte non ritiene ancora persa la battaglia per creare nuova occupazione, e considera il reddito di cittadinanza come una misura assistenziale, da usare con cautela perché mina dalle fondamenta la civiltà del lavoro.

E ancora. Una parte del popolo di sinistra ritiene che la riduzione della pressione fiscale e contributiva sia un obiettivo sacrosanto, per stimolare la crescita, un’altra parte pensa che i nostri problemi li risolveremo solo con maggiori imposte sul reddito e sul patrimonio (secondo il celebre slogan del 2006: “far piangere i ricchi”). Una parte dell’elettorato progressista crede che il debito non sia un problema, e anzi sia necessario per far ripartire l’economia, un’altra parte pensa che sia un ingiusto fardello sulle future generazioni.

Si potrebbe continuare con gli esempi. Ma quello che voglio dire è solo questo: su queste divisioni i candidati alla guida del campo progressista tendono a non prendere posizioni nette, perché sanno che scontenterebbero una parte, una parte troppo grande, dei loro potenziali sostenitori. Il rischio è che, non essendo nella condizione di spiegare in modo chiaro se e come intendano dare risposte nuove alla domanda di protezione che ha portato al successo dei movimenti populisti, non trovino di meglio che unirsi in una santa alleanza a difesa dell’Europa e della moneta unica.

Sarebbe un disastro. Non perché Europa ed euro non siano risorse cruciali per il nostro futuro, ma perché quella è solo la cornice. E la cornice non basta, ci vuole un pittore che trovi il coraggio di riempire la tela.

Pubblicato su Il Messaggero del 20 ottobre 2018